Confessioni di una psicologa senza filtro

di Olimpia Parboni Arquati

Contro il dominio della resilienza

La vita è quella cosa a cui per partecipare devi garantire l’iscrizione all’albo del dolore e pagare la tua quota, senza sapere a quanto ammonterà. Il dolore è quella cosa che ci cammina a fianco, senza sapere quando ci prenderà per mano e che ci rende fragili. Sì, fragili. Il contrario di resilienti.

Per chi ancora non lo sapesse, la resy, è un termine rubato all’ingegneria, per il quale certi materiali non si rompono con l’urto, ma incassano la botta, tornando alla condizione di partenza. Cioè se vogliamo rubare anche alla filosofia possiamo bussare anche alla porta di Cavallo Pazzo Nietzsche e tradurlo con ciò che non ti uccide troppo, ti fortifica. Oppure ancora possiamo fregarcene dei materiali e della filosofia, rimanendo fedeli all’etimologia, e dire che la resy è quella cosa per cui se casco dalla barca allora ci risalgo. Così, con nonchalance, praticamente da asciutto, senza scompigliare un capello, senza affogare un attimo, senza cagarmi sotto che magari non riesco a risalirci su quella dannata barca. Non c’è che dire, è una bella visione eroica questa che ci vede così granitici nel districarci dai dolori. Tutto un cadere da cavallo e risalirci graffiati ma intatti fuori e integri dentro, come se in pratica tutto il mondo ci dicesse che dobbiamo resistere alle disgrazie e uscirne fuori splendenti come coattissime fenici.

Ora io perché sono così contraria al diktat della resilienza, perché sono una rompicoglioni ()? Perché non sopporto i tatuaggi inneggianti al qualunquismo dai segni dell’infinito alle parole modaiole ()? Perché, sopratutto, mi dispiace, e mi dispiace in un punto molto profondo del mio cuoricino, che a botte di positivismo rischiamo di dimenticarci l’incredibile bellezza della vita, gloriosa proprio per il suo disordine, grandiosa proprio per la sua cavolo di caducità.

Tempo fa mi capitò un incontro con un eroe (i pazienti io li chiamo così) che venne da me dicendo che non aveva potuto dire a nessuno che sarebbe venuto da me perché se no avrebbero tutti pensato che era fragile (le parole precise furono in realtà “mezza pippa ar sugo“). E chiaramente non è stato e non sarà l’unico a paragonare una richiesta di aiuto a una dichiarazione di sconfitta. Ma la cosa vale ovviamente pure fuori dalle considerazioni sulla psicoterapia, vale in maniera trasversale, in tutti i contesti in cui la resy infesta la pianta della fragilità come ortica infestante.

Quello che rischia di succedere è che si avrà sempre più paura del dolore, anzi no, non del dolore, ma delle persone che lo provano. Si avrà sempre più paura dei tristi, dei piagnoni, degli scomposti, dei persi, degli scontrollati, dei perdenti. Paura di noi quando saremo simili a loro, quando saremo loro. Io credo che nel modo in cui sta resy ci viene prepotentemente proposta, si dimentichi sempre di onorare il momento di passaggio tra l’inizio e la fine di un problema. Come dire, una fiaba senza intreccio, obbligata al lieto fine.

Non è d’oro il finale, è d’oro ciò che sta in mezzo, la trama che al finale ti ci porta ma non ti ci catapulta come se il tuo dolore non avesse alcuna dignità. Tantissimo si può imparare dai momenti ardimentosi, ma non vedo come si possa pensare di arrivare alla cima senza prima aver scalato (nota del secchione, Cavallo Pazzo Nietzsche amava assai camminare sulle montagne e da sopra poi contemplare il panorama. Soprauomo, non superuomo perché aveva il pisello più lungo di tutti, così per amor delle parole).

Se non la finiamo di perdere interesse nel processo, rischiamo di demonizzare sempre di più i tempi del dolore, che sono lunghi come le ere, come tutte le cose che possono insegnare, dobbiamo prenderci il tempo per capirle. O per capire che non possiamo capirle e dagli stracci che ci sono rimasti, risalire sulla nostra piccola zattera di fortuna a navigare i tempi e le tempeste. Tenendo a mente che se mai usciremo dalla tempesta, non lo faremo rimanendo uguali a come ci eravamo entrati (semi cit del buon Murakami, che può piacere o non piacere, ma nel suo essere orientale, sicuramente smandruppa meno le palle con questa storia della fretta).

Abbiamoci pietà di come siamo fatti, portiamo rispetto ai tempi cupi, portiamo rispetto al modo in cui siamo fatti. Non di obiettivi aziendali da mettere sul tavolo a fine giornata, ma di carne, spirito e mestizia. E di fragilità, di morbidezza, di delicatezza. Siamo come gli scatoloni che trasportano cristalli con sopra l’adesivo, trascinati senza grazia da facchini troppo occupati per trattarci con i guanti.

Se ci togliamo anche la libertà di stare male e non vedere soluzioni, non ci togliamo solo l’occasione per parlare con noi stessi, ma ci tagliamo via proprio una fetta di vita. Anche da triste io posso sorridere ad un anziano che porta a spasso il suo cagnolino anziano pure lui, anche da triste io posso leggere una poesia e capirla, posso capire meglio il dolore del mondo, posso stufarmi di essere triste e cominciare a cercare il bandolo del matassone, tirando da varie parti, incontrando sempre nodi e ad ogni nodo fermarmi a riflettere o anche a piangere se è necessario.

C’è nel dolore sempre un momento di indicibile sconforto, di assoluto smarrimento. Ecco, credo che sia in quei momenti l’unica possibile rinascita. Più che dalle proprie ceneri, dalla foresta in cui ci perdiamo nella ricerca di nuova legna da ardere per tenere viva la fiamma dei giorni.

Fragile è chi pensa che essere fragili sia da deboli e chi vuole solo arrivare, senza prima concedersi di non conoscere la strada. Poi davvero non so voi, ma io preferisco essere nata fiore che essere nata acciaio.

 

Olimpia Parboni Arquati

Disturbo ossessivo compulsivo da relazione tua zia

La prima volta che ho sentito parlare di sta cosa sono stata buona. Cioè, ho sentito come un guizzo di voglia di fare a botte ma poi mi è passato. Mi sono sentita proprio come Begbie di Trainspotting quando si lancia la birra alle spalle mentre sta nel pub e fa quel rantolo che gli viene dal profondo mentre si riscalda le nocche. Poi l’ho sentita di nuovo e niente, invece del boccale mi è venuta voglia di fare il lancio del peso con tutto il fusto della birra.

Cominciamo subito dal peggio, gli esperti stanno lavorando su un’App che consentirà rapidamente di distinguere a che grado di ossessione compulsiva relazionale ti trovi tu o il tuo innamorato, dandoti poi istruzioni su come procedere. Ecco questa cosa l’ho letta cinque minuti fa e ho ancora le mani che mi formicolano. E sì, mi pare evidente che non sia una persona dal carattere troppo morbido, ci sono cose che mi fanno incazzare proprio come si incazza mio zio Michele che ha 80 anni mentre sta seduto coi compari sulla panchina e discutono degli acquisti calcistici, alternando lunghi sbuffi a lunghissimi insulti sparsi. 

Non lo faccio solo perché arrabbiarmi mi viene facile, in questo caso lo faccio perché davanti a certe perversioni del Positivismo bisogna pur lanciare qualche boccale volante e vedere che succede. Ma vediamo di fare i seri e fatemi procedere con la spiegazione del mio nemico di oggi. Dal 2014 si parla di (anzi, “le ricerche scientifiche rivelano che…” e su questa mi si chiude la prima coronaria) “Disturbo ossessivo compulsivo da relazione” quando in pratica tu o il tuo innamorato passate un sacco di tempo a chiedervi se state facendo la cosa giusta. Se non riuscirete a trovare qualcuno di migliore, se rifuggite come la peste le commedie romantiche, le uscite a quattro, i cuoricini d’argento da appendervi al collo e se conoscere la sacra famiglia della controparte vi produce una sensazione che pare un potente ceppo di influenza intestinale. Quindi insomma, L’Intelligencija vuole che gran parte dei gggiovani adulti si smandruppino di segoni mentali ogni volta che si ritrovano in coppia. Ossessionati dalla giustezza della relazione si smandruppano doppiamente l’anima con domandone da terzo segreto di Fatima tipo chiedere conferme a tutti, panettiere di fiducia compreso, per essere rassicurati che stiano andando bene. E così la mia testolina che ha tante carenze ma forse non patisce di poca fantasia, si ritrova a immaginare scene di te che telefoni a tutta la rubrica dicendo “Oh quanto tempo eh, ma senti un po’, secondo te io e Carletto stiamo bene insieme? Chiedi pure a tua cugina già che ti trovi e fammi sapere. Baci baci.”

In pratica tutti coloro che si interrogano così tanto sul valore della propria relazione, al punto che tali segoni mentali inficiano la qualità del resto della vita, sono affetti da tale disturbo. Chiarissimo, no? Non siamo un po’ vigliacchi, non abbiamo paura di scegliere, non siamo in fondo comuni mortali figli dei nostri tempi che si fanno delle domande sull’amore. No, siamo dei maniaci del controllo che tengono a bada l’ansia rompendo il cazzo al prossimo con i propri suddetti segoni mentali. Molto bene, se le cose stanno così allora io mi metto a coltivare il mio orto come Candido di Voltaire e buonanotte a tutti. Strappo via tutte le mie buone intenzioni e mi dedico alla cura e alla salute del prugno selvatico che mi infesta il giardino, tagliando tutti i rami secchi che mi pare con la motosega e la maschera di Brian così per darmi un tono.

Ma ragazzi, ma Intelligencija, ma stato dell’arte della psicologia, ma come vi viene in mente di non consultare un appassionato di sociologia prima di gridare alla patologia? Io credo davvero che ogni bravo psi dovrebbe avere in rubrica almeno un amico saggio abbastanza che si diletti nelle letture di altri campi, formalmente lontani dalla psicologia ma indispensabili. A tal proposito vi consiglio, per chi non l’avesse mai toccato, la lettura di Amore Liquido di quel simpaticone illuminato di Bauman. Così, a scatola chiusa e senza spoiler.

Che poi quando uno si mette a criticare le definizioni già esistenti pare che debba subito passare dall’altra parte, cioè dalla parte di chi cambia un nome per un altro. E io non voglio. Non penso di aver bevuto un caffè di verità infusa stamattina a colazione né mi sento più capace di altri a dare i nomi alle cose. Sono solo una psi qualunque in un puntino dell’universo a cui piace normalizzare tutto quello che si può normalizzare perché se mi appoggio a tutte le malattie che trovo finisce che oggi mi sento sollevato, ma domani mi sveglio zoppo. 

Se volessimo fare del bene ai nostri giorni credo che dovremmo interrogarci più profondamente sul senso della paura in tutte le sue manifestazioni. Però quando la paura tocca l’amore allora io mi tiro indietro, non riesco proprio a mettere in relazione la forza che move il sole e le altre stelle con i manuali di psicodiagnostica. Perché se la nostra voglia di trovare significato non riesce a trovare l’umiltà per abbassare la testa nemmeno davanti all’amore, miei cari, siamo fritti e siamo pure un po’ fottuti. Fottuti dalla nostra stessa paura. O peggio ancora, dalla paura che l’amore ci farà paura. Beh, sapete che c’è, è inutile tenersi il dubbio, le relazioni fanno e devono fare un po’ paura, altrimenti finiamo per portarle allo stesso livello della scelta delle arance dal fruttivendolo. Se non ti muove niente vuol dire che lo stai facendo per solo per sport, a quel punto tanto vale darsi veramente all’ippica, facendo scommesse sulle vittorie di una gioco guidato da qualcun altro e non da noi.

Forse sarebbe lecito allargare l’orizzonte e prendere in considerazione che i gggiovani adulti si ritrovano in un mare di merda esistenziale. In pochi sanno cosa fare “da grandi”, dove andare, come guadagnare, come definirsi in società. Finché queste domande rimarranno tanto aperte e tanto grosse ritengo che patologizzare la cosa più naturale che abbiamo sia un errore poco umano. Come mettere i nostri sentimenti nel vetrino del microscopio e cercare di contare da quanti atomi sono composti.

Credo anche che in tempi come questi (come direbbe mio zio Michele alle panchine) finché manca una definizione di base di se stessi si corre il rischio di appoggiarci così tanto al povero amore che poi per forza che diventa malato. Se mi definisco in base a niente mi rimane solo quello. Insomma, altro che avanguardia, qui si torna indietro di tanti secoli, dove poco valeva chi fossi, l’importante era accoppiarsi in qualche modo per seguire la naturale evoluzione dei mammiferi. Solo che questo ritorno non ce lo possiamo mica concedere negli anni 2000, perché il mondo vuole che siamo anche tanto altro e quel tanto altro ci rimane difficile. Non lo so se mi sono spiegata, forse no perché le mani mi formicolano ancora e oggi ho aperto il megafono senza regolare il volume.

Ragazzi belli, se volete appoggiarvi a questi nuovi mostri lo potete fare, ma il rischio è quello di perdere di vista per sempre il vostro tentativo di definire non la malattia che vi attanaglia, ma l’amore stesso, che forse è semplicemente ineffabile, tuttavia irresistibile. Quindi se qualcuno vi ha affibbiato questo nome, cercate prima nelle altre aree della vostra vita, se siete allo sbando in tutti i sensi allora lasciate stare il disturbo ossessivo da relazione, perché l’unica ansia che avete è quella nei confronti di voi stessi e di tutto quello che di voi stessi non state riuscendo a fare.

La domanda non è se la vostra relazione sia bella abbastanza da continuare a vivere, ma se la vostra paura generale non è troppo grande da trasformarsi in ansia di vivere che mette in dubbio tutto quello ciò che vive. Ah, e non so come dirvelo, ma nessuno saprà mai se i vostri amori siano giusti veramente, io so solo che innamorarsi prevede lo stesso rischio di una mano di poker, prevede fede, e dubbi e domande e paure. Ma sopratutto prevede che voi partecipiate al sentimento, non che passiate la responsabilità al primo manuale di definizioni che trovate sull’ultima rivista di psicologia.

L’unica cosa che dovete veramente cacciare fuori sono le vostre palle, l’ansia riservatela per i veri mostri che la vita ci riserva. Se poi vi sentite comunque scossi dai segoni mentali, sappiate che durante l’università ho lavorato in un sacco di bar e ho una fantastica collezione di boccali da spaccare insieme, mano nella mano, contro il muro di un’ignoranza spaventata che ha l’ossessione di farsi scienza.

 

 

 

Narcisista o coglionazzo?

Donne, amiche, sorelle, venite qui un attimo che devo dirvi un segreto. Sento già che mi odierete molto per quello che vi dirò ma è una cosa che mi tengo dentro da tanto tempo e comincio a sentire che dentro non mi ci entra più. Io, che certo ho un caratteraccio e certo non sopporto un sacco di cose, ho sviluppato un’idiosincrasia manco troppo sottile per tutte quelle cose che trovo scritte sugli uomini, questi narcisisti.

Nelle mie notti insonni leggo i libri, in quelle ancora più insonni capita che mi perda come un timoniere senza rotta, nel mare grosso dell’Internèt e lì dentro ci trovo un sacco di parole pesanti che però non hanno peso alcuno. Recito in disordine: “Come far innamorare un narcisista?”, “Come fuggire da un narcisista?”, “Il mio uomo è narcisista come devo fare?”, “Ma i narcisisti si possono innamorare?”, “Ma i narcisisti la fanno la spesa, ai narcisisti crescono le unghie, il piccante lo mangiano, almeno ai cani, i narcisisti, un po’ di bene glielo vogliono?”. Ecco io queste stronzate proprio non le digerisco. Anzi, queste cose mi fanno venire il sudorino freddo alla punta delle dita e mi fanno risuonare i neuroni come una pila di piatti che mi casca sull’anima e fa un sacco di rumore.

Perché? Beh in primis perché ovviamente tendo alla polemica come un fiume tende al mare ma anche perché queste informazioni sono diseducative e finiscono per costruire una realtà malata in cui milioni di povere donne sembrano costrette a subire le torture di un altro milione di uomini che, poverino, non ce la fa a trattarvi bene perché afflitto da un male incurabile. Come dire eh ma che ci vuoi fare, ha il diabete, mica lo possiamo curare. Mi maltratta ma non ho scampo, posso solo fare la vittima delle circostanze e crogiolarmi con le amiche durante gli aperitivi, gridando stronzo stronzo tutte in coro. Oppure posso passare ore a cercare lo psiqualcosa di turno che ti racconta cose a caso che però ti rincuorano perché ti sembra di ritrovare la tua storia tra le righe di qualche forum di disperate.

Non capitemi male, è stupendo quando ci sembra di trovare il significato delle cose, quindi anche il significato del male che ci facciamo fare ma commettiamo atto di presunzione nel momento in cui giustifichiamo il dolore con una diagnosi clinica. Il male non va capito, non va giustificato, va solo tenuto a quattro o cinque spanne dalle proprie chiappe. I disturbi di personalità, care donne, amiche, sorelle, sono una roba molto grossa e molto pesante. Quelli della mia tribù sono i primi a sbrodolare sentenze quindi non posso certo dire che sia tutta colpa vostra se vi viene da usare questi nomi così ingombranti con la leggerezza di una libellula mentre plana sulle acque.

I casi sono grosso modo due: può darsi che il vostro principe pallido sia effettivamente abitato da un grave problemone che risponde al nome di disturbo narcisistico della personalità. Se così fosse allora vorrebbe dire che non è che tratta male soltanto voi, ma che mantiene un modus vivendi rigido come un bastone con tutte le persone che conosce e in tutto quello che fa. Potrebbe anche avere altri problemoni, i disturbi di personalità sono più delle virtù teologali e comunque gli esperti ne “scoprono” di nuovi come quelli della Nasa scoprono nuove stelle. Quindi se prima ti vuole e poi scompare è uno schizoide, se si rintana in casa è un evitante e poi ancora e ancora. Ah certo, non dimentichiamo che ogni problemone ha diverse sfumature, quindi potrebbe essere un narcisetto covert oppure anche overt eh! Se non li avete mai sentiti nominare allora aprite subito Google e scoprirete che già il primo risultato si accompagnerà con qualche bel articoletto in cui qualcuno spiega sintomi, cause, conseguenze e come smascherarli. Oppure…

Oppure ci troviamo davanti a un’altra cosa. Non meno diffusa, non meno foriera di mali né meno insisdiosa: la coglioneria. Ebbene sì donne, amiche, sorelle, è possibile. La coglioneria, come qualsiasi altro problemone, possiede varie sfumature. Quindi ecco che nel nostro cammino potremmo imbatterci in coglionazzi semplici, coglionazzi agressivi, coglionazzi agressivi e maleducati, coglionazzi agressivi, maleducati e pure brutti. Non vi risponde più? Vi maltratta e pensa solo a se stesso? Vi scredita sempre e non vi fa mai sentire belle? Ha bisogno di essere ammirato ma rimane sordo ai vostri complimenti? Se avete risposto sì a qualcuna delle precedenti allora lasciatemi dire che qui le uniche matte in caso siamo noi. E no, non ci provate a buttare in mezzo la sindrome della crocerossina che vi obbliga a soffrire per la coglioneria di qualcun altro.

Nel momento in cui deleghiamo la responsabilità di ciò che accade a qualcosa che non possiamo controllare, ci mettiamo automaticamente nella condizione di vittima incatenata alle circostanze. Ci laviamo le mani dalle nostre scelte un po’ del cazzo, fatte molte volte più per orgoglio che per amore e di sicuro entriamo in un tunnel molto lungo e molto scuro in cui non esistono colpevoli ma solo condizioni attenuanti che ci fanno sentire meno stupide per non riuscire a dire basta.

Dichiarare il fallimento costa un sacco di fatica, lo so. Nessuno ci restituisce il tempo, le lacrime e le parole ma ognuno è responsabile della propria felicità più di quanto si è soliti pensare. Se il vostro uomo non vi ama non è colpa della malattia, non è nemmeno colpa sua, figuriamoci vostra. L’amore accade e non è mai veramente colpa di nessuno se smette di accadere. Non cercate nomi che possano sostituire il vostro dolore con una giustificazione, cercate solo il coraggio di appendere il cartello con su scritto bancarotta e cuore infranto perché è tutto quello che vi serve.

Certo, il cammino della donna timorata è tempestato da teste di cazzo però cerchiamo di chiamarle come sono, altrimenti quelle con il narcisetto scalpitante dentro finisce che siamo noi, ogni volta che facciamo di tutto per rimanere attaccate come zecche al coglionazzo di turno perché non ci vogliamo arrendere al fatto che ogni rifiuto ci lascia dentro una ferita. E allora prendiamoci cura di noi, affoghiamolo di parolacce se serve, ma non pensiamo che sia lui a doversi curare e noi la croce bianca. L’unica croce è quella che ogni giorno decidiamo di caricarci sulle spalle e dalla coglioneria spesso si guarisce meno bene che dalla psichiatria.

 

Cose che mi fanno incazzare

Non sono mai stata una persona di buon carattere e a questo punto non penso che lo diventerò mai. Sono una persona piena di capricci, di ansie e di fissazioni. Sono rancorosa, polemica, presuntuosa e votata al puntiglio sugli altri e su di me. Sono anche una che fa sempre tardi, che non rispetta le scadenze e faccio fatica a seguire le regole. Ma c’è una cosa su tutte che mi rende antipatica, io sono una persona che s’incazza quasi ogni giorno.

Praticamente ho un’incazzatura diversa per ogni giorno del calendario e spesso ne ho più di una per ogni santo. Io mi incazzo, sbuffo, alzo gli occhi al cielo, borbotto e intervengo dicendo la mia pure quando nessuno la vuole sapere. Ma la cosa peggiore è che quasi sempre penso di avere ragione quando m’incazzo. E lo penso per un motivo soltanto, perché ci sono mille cose che mi fanno sentire una cosa dentro che sembra un vulcano e venire voglia di urlare parolacce in un senso e poi al contrario.

Adesso ve ne racconto qualcuna.

Mi fanno incazzare le giornate di pioggia quando sto in giro e mi fanno incazzare le giornate di sole quando invece devo stare a casa. Quelli che ti vogliono vendere gli ombrelli senza pensare manco un secondo che magari in borsa ce l’hai e magari non sta nemmeno piovendo. Mi fa incazzare che perdo l’ombrello ogni volta che piove e poi smette. E tutte le cose che perdo ogni volta che esco e faccio tardi la sera, maglioni, cappelli, accendini, soldi e a volte anche la dignità. O comunque, almeno, la macchina.

Mi fa incazzare quando mi faccio la doccia e in bagno fa caldo e mi devo mettere i jeans e mentre ancora mi asciugo comincio già a sudare, quindi i jeans col cazzo che me li riesco a infilare. Mi fa incazzare la tenda della doccia che si appiccica da tutte le parti mentre tu vorresti soltanto 10 minuti in cui stare tranquilla come fanno le tipe delle pubblicità dei bagnoschiuma che pare che nel loro cesso invece c’è il paradiso del Grand Hotel. La gente che lascia i capelli dentro la doccia mi manda fuori di testa come quella che lascia il dentifricio aperto e lo spreme dalla metà. I pigri che non fanno la differenziata, i fissati che la fanno sempre e quelli che lavano i piatti con pressapochismo. Quelli che mentre camminano e parlano si devono a un certo punto fermare per completare la frase e tu stai dietro e praticamente li tamponi e ti guardano pure male.

Mi fanno incazzare quelli che comprano ancora il Manifesto e quelli che sono fascisti non ne parliamo. I razzisti ancora di più, come se uno poi lo scegliesse il punto del mondo in cui nasce, coglioni. Ma anche quelli buoni con tutti mi fanno incazzare perché non scelgono mai e alla fine odiano tutti. Quelli che non cucinano, quelli che si sentono bravissimi a cucinare, quelli che non improvvisano niente e seguono tutte le ricette per filo e per segno forse mi fanno incazzare ancora di più.

Le luci di natale a fine ottobre, le foto di natale a dicembre, le foto del fidanzato o della fidanzata tutto l’anno. Ma a noi, a noi dico, ma che ce frega? L’amore mica è un riscatto sociale, quindi non serve insistere a dire che siete felici che magari agli altri fa pure piacere o comunque indifferenza o comunque ancora siete ridicoli e basta.

Mi fa incazzare chi per strada mi urta per sbaglio e non chiede scusa e la gente che spinge i tornelli come se volesse tirarteli in faccia. Gli arrampicatori sociali che non lo sanno, ma si vede benissimo il gioco che fate, non lo vedete che lasciate la bava a ogni passo che fate?

Quelli che parlano sempre e quelli che invece non parlano mai perché sembra che nessuno al mondo abbia i loro problemi, invece sono sempre simili a quelli di tutti gli altri. Quelli che dicono “questione di principio” e “onestà intellettuale“, quelli che per ogni cazzata che la vita non dà attaccano con “mai una gioia”, ma basta. Dite due parolacce e fatela finita perché non fa più ridere. Mi fanno incazzare moltissimo quelli che si piangono addosso quasi quanto quelli che ce l’hanno fatta e ti raccontano tutto per filo e per segno che manco i bambini alla mamma per farsi dire bravo. Quelli che dicono “che schifo” e non l’hanno mai assaggiato, quelli che col Bloody Mary ci farebbero il sugo per gli spaghetti.

Il mal di denti mi fa incazzare moltissimo, il mal di schiena lo stesso, il torcicollo non ne parliamo. Le case con le enciclopedie all’ingresso e l’argenteria in salotto e le vacanze a Cortina e l’estate in Sardegna. Quelli che chiedono sempre scusa e quelli che non lo chiedono mai, quelli che dicono sempre grazie e quelli che non l’hanno mai detto.

Mi fa incazzare la signora della profumeria qua davanti che non ride mai e pensa sempre che gli devi rubare qualcosa quindi ti segue. I fobici dei cani, quelli che ti sgridano perché tu hai un cane e loro un bambino, anche se il tuo cane si fa i cazzi suoi e il bambino lo stesso. Quelli precisi con i soldi e quelli che si dimenticano sempre che glieli hai prestati.

La gente che tiene cartelle ordinate sul computer mi fa incazzare, anche quelli che tengono le bollette nelle cartelline tutte divise e trasparenti e trovano sempre tutto a partire dal 1950. I maestri e i loro discepoli, le sette, le comitive, le gang mi fanno incazzare.

Quelli che ti fanno alzare dal posto invece di sedersi su quello vicino che comunque era tuo ed era pure più comodo. Gli stizziti, i delusi d’amore, quelli che sono tutti stronzi e quelli che ci credono peggio dei fedeli in dio. I puntuali che quando sono pronti aprono la porta mentre tu stai ancora in mutande.

Mi fa incazzare il traffico e la gente che nel traffico non ci sa stare. Quelli che della musica sentono solo quello che passa la radio e quelli che conoscono tutta la musica e te non sei nessuno. Chi legge troppo e chi non legge per niente, quelli che se dici una frase più lunga di un solo respiro ti dicono che palle e che sei pesante. Quelli che si lamentano in ascensore, in autobus, in fila al supermercato, alle poste. Mi fanno incazzare gli angoli dei tappeti che si girano sempre e i quadri che non stanno mai dritti e i vestiti sporchi che non finiscono mai. La polvere sui lampadari, la polvere sotto il letto, la polvere sui ricordi e sotto le zampe delle sedie.

Mi fai incazzare tu, sì, proprio te che pensi di non valere un cazzo ma lo sai che non è vero perché fai come me la maggior parte del tempo.

E io, che mi incazzo così tanto, mi incazzo con tutto e con tutti, lo faccio soltanto perché anche io, sì, proprio io faccio tutto quello che mi fa incazzare continuamente e non mi perdono mai.

Allora oggi e soltanto oggi io perdono te e quasi quasi pure me stessa e invece di incazzarmi vorrei tanto abbracciarti e dirti che va bene così. Va bene abbastanza il modo in cui sei fatto, però devi guardarti dentro, perché da vicino siamo tutti normali, siamo tutti simili, forse solo un po’ meno speciali di quanto pensiamo. Non ti incazzare.

Olimpia Parboni Arquati

Una lettera quasi d’amore

Oggi vi riporto una lettera che ho scritto un po’ di tempo fa a una persona che il giorno prima mi ha regalato un anello e il giorno dopo non mi voleva più vedere. Il perché io non l’ho mai capito e a dire il vero l’ho chiesto soltanto una volta ma non ho mai ricevuto risposta. I dettagli non sono importanti, forse nemmeno interessanti e comunque somiglia alla storia di moltissime storie.

 

Non rimpiangete la vostra generosità e non accanitevi mai a cercare l’acqua nel deserto però cercate sempre di uscire dalle situazioni con dignità, perché quello sarà il vostro ricordo più bello quando sarete di nuovo liberi di guardare indietro e contenti di essere andati avanti. Ho provato ad essere simpatica, ho provato ad essere sincera, ho provato a non essere pesante, ho provato a non essere invadente. Oggi l’unica cosa che mi importa è sapere di averci provato. (E la vaga sensazione di aver avuto fortuna a non esserci pure riuscita).
Come iniziare una lettera per il tuo batticuore estivo il primo giorno d’autunno
Cara amica settembrina, sei caduta in uno di quei trappoloni dialettico-relazionali come un fico secco. Avresti tanto voluto esprimerti con la stessa eleganza persuasiva dell’Antonio di Shakespeare ma poi sei finita per sembrare più un rugbista al placcaggio che cerca di venderti l’ultima offerta della Wind. Bene, bravissima. Imparare a sbagliare meglio è comunque segno di progresso e poi è bene avere una certa profondità di repertorio.
Adesso ti chiedi se lasciare correre i fatti come fossero macchine rosse che hai contato sull’autostrada, oppure fare una foto al momento, chiedendo ai fatti di stringersi nella cornice di quello che mi piace chiamare lo spiegone.
Qui te ne propongo vari stili, se dovessi ritrovarti in uno di questi, sentiti libera di selezionarlo con una X, copiaincollarlo sulla tua bacheca, chiedere il parere di tua nonna oppure trascriverlo dietro la porta del bagno della tua discoteca preferita.

Telegrafico

informoti dispiacere nostra concordanza sbrindellata
Saluti
Musica di sottofondo:

Contenuto non disponibile
Consenti i cookie cliccando su "Accetta" nel banner"

Machissei

Machissei? Machevvoi? Mallevateva’.
MdS:

Contenuto non disponibile
Consenti i cookie cliccando su "Accetta" nel banner"

Hipster e fatalista

Ciao…, quello che è successo tra noi è solo un altro frammento che ci ricorda l’inevitabile insuccesso di ogni tentativo di relazione. Siamo esseri finiti costretti ad avere a che fare con l’infinito, quindi ogni definizione scioglie i cerberi messi a guardia del nostro sudatissimo cinismo, unico bene veramente e candidamente nero in un mondo altrimenti grigio e fumoso.
MdS: https://www.youtube.com/watch?v=UNRghlld8HU

Psicorazionale

Ciao…, quello che è successo tra noi né più né meno di quello che doveva succedere tra due persone che non si conoscono ma si idealizzano perché non si possono vedere. Qualunque fantasma avessimo paura di incontrare, siamo stati abbastanza in gamba da evocarlo. Al clacson del primo semaforo, ci siamo svegliati e abbiamo pensato che sopravvivere a noi stessi nel mondo è già tre quarti del culo che dobbiamo farci, l’ultimo quarto meglio spenderlo con un bicchiere di vino.
MdS:

Contenuto non disponibile
Consenti i cookie cliccando su "Accetta" nel banner"

Kleenex sul comodino

Ciao …, quello che è successo tra noi non mi fa smettere di pensare all’ingiustizia di chi pare che se vole bene ma poi non sa che deve fa. Che esistenze aride in fin dei conti, non ci si può scoprire che subito vieni menato. Le parti tenerelle andrebbero messe sotto naftalina come i capotti, non stiamo al festival del cioccolato, questa è la giungla baby, se ti guardo negli occhi è solo per sapere se spari per primo.
MdS:

Contenuto non disponibile
Consenti i cookie cliccando su "Accetta" nel banner"

Telenovela

Hola…,Paquito me duele la cabeza de lo que estoy aturdida de lo que fue. Hablè con Dolores y ella hablò con Angustias y con Soledad.
Seguimos hablando y llegò también Decepciòn. Hemos hablado todo el dìa. No hemos llegado a nada.
MdS:

Contenuto non disponibile
Consenti i cookie cliccando su "Accetta" nel banner"

Cane arrabbiato

Ciao il cazzo, quello che è successo tra noi è di una banalità disarmante. Le tende di mia nonna in cantina sanno più di fresco che questa ennesima sveltina del cuore. Questo vorrei pure ma sai…mi fa pensare più a Verdone con la voce nasale che dice ravanelli, piselli e patate che ai grandi idoli con la nevrosi. Anzi, toccherebbe ad un certo punto stare attenti a chi ci scegliamo come idolo, che poi diventiamo la caricatura di qualcuno che fa la caricatura di se stesso. (Mi sento tutto un Nanni Moretti nevrotico dentro, n.d.r) Se la fine dell’estate (Forse ti volevo solo perché era estate e che palle quello de I Giornalisti, n.d.r.) non vuole dire niente, tranne meno sudore, allora perché criticare il melodramma e poi fare una puntata da soap di Retecapri? Il limite dello struggimento è un muro fatto di noia.
MdS:

Contenuto non disponibile
Consenti i cookie cliccando su "Accetta" nel banner"

Stile libero                                                                  X

Ciao…, quello che è successo tra me e te ma che ne so.

Muoio dalla voglia di dire scusa, dire che rispetto tutto, capisco tutto e sono buonissima. No. Sono pazza, cambio idea su tutto ogni cinque minuti. Ero confusa quando ti ho conosciuto, ero confusa prima e domani farò errori peggio di quelli che ho fatto ieri, dico dico ma sono la prima che scappa, lasciando che il tempo annacqui le cose.
A sto punto mi sa voglio anche io l’analista e poter dire “il mio analista ha detto che” quand’è il mio turno nel giro di racconti tra amici.
Non so nemmeno perché sto scrivendo tutte queste fregnacce quando invece vorrei passare sei mesi in Groenlandia a meditare sul senso di vattelapesca.
Io non ho illuminazioni né spiegoni da fare. Vorrei saper dire mi manchi e basta ma ho un brutto rapporto con le cose semplici.
Sto qui per l’unica vera nostalgia che può capitare anche a me, quella di avere delle cose da dire che però direi a te.

Cose piccole, come chissà se quelli che la domenica mattina corrono, ai semafori si fermano o continuano sul posto e se le femministe che vanno ai corsi di ceramica fanno anche la spesa oppure hanno un orto verticale nel box doccia. Cose che c’erano prima e ci saranno dopo, negli oceani dei ciao come stai, se non ricordo male ti piacciono i gatti, posso invitarti per un caffè?
Prima ci inciampo sugli scalini (sono un po’ goffa, n.d.r.) ma credo che la mia natura sia quella di sedermici e commentare il mondo vicino al ginocchio di qualcuno con cui posso stare anche zitta. O magari questa è la natura del mondo e io non me ne accorgo.
Se un giorno usciamo da questo autolavaggio mi piacerebbe incontrarti ancora dall’altra parte perché mi hai fatto ridere come se fossi felice.
MdS: —

O.

Per te che stai sempre con il telefono in mano come me

Non sopporto tutte quelle cose che ci trattano come se fossimo stupidi, perché poi finisce che lo diventiamo.
Quindi non sopporto tutti quelli che dicono che non dobbiamo stare sempre con i telefoni in mano semplicemente perché non ci dobbiamo stare. E basta.

E’ un po’ come quelli che ti dicono che fumare fa male, bere troppo fa male, tradire è sbagliato, il parmigiano sul pesce no, la doppia fila no, le bugie no, rimanertene a casa a capodanno no, il nero con il blu no. Sappiamo da centinaia di anni che spiegare le cose senza spiegarle è inutile e ti fa venire solo più voglia di farle, e invece niente, sempre la stessa storia. Nessuno che almeno provi ad argomentare la questione senza prendere per buono che tu, a livello teorico, sappia distinguere il bene dal male quanto la destra dalla sinistra. E’ nella pratica che sembriamo stupidi, ma tutto il resto lo capiamo tutti bene abbastanza.

Io a questa cosa ci penso sempre, e penso ai come mai, ai dipende, ai segreti nascosti ma poi penso pure che non va tanto bene non provare a vedere le cose come se fossimo quello che siamo: strani animali a due piedi, vestiti chi  meglio chi peggio, tutti attenti a scrutare gli altri che fanno perché è giusto che sia così. Perché è tra me e te che ci dividiamo lo spazio che abbiamo intorno e succede che ci modelliamo al contenitore in cui stiamo, perché animali vabbè, ma pure relazionali, se no non parleremmo nemmeno, o no?

Per questi motivi che ho appena spiegato malissimo, io non ci riesco a dire che i telefoni sono cattivi e nient’altro ma penso a 3 ragionevoli punti che potremmo considerare prima di allungare la zampa per andare a vedere chi non ci ha scritto, né cercato né niente, negli ultimi cinque minuti ogni cinque minuti. E ve lo dico per un motivo soltanto, perché c’è un’altra cosa che sopporto ancora di meno di tutte le altre: quando qualcuno per strada mi urta mentre io cerco di camminare tranquilla nelle mie giornate del cavolo, che già per natura mi offrono una serie di ostacoli, e ci mancate solo voi che mi date spallate mentre smanettate su Whatsapp o vi leggete Paolo Fox. E a voi, vi ci manco solo io.
1. La posizione del telefonista incallito non è una posa studiata che dà il meglio di noi, come quando ci impegniamo fortissimo prima di farci una foto e tiriamo su il collo come Timon, il cane della prateria che c’è nel Re Leone. La posizione del telefonista incallito tira fuori una cosa che invece vogliamo sempre nascondere: IL DOPPIOMENTO. Fateci caso, per favore fateci caso.
2. Fissare la pentola aspettando che bolla l’acqua rende l’attesa uno strazio. Quando nel frattempo fai qualcos’altro,  invece il tempo aumenta la marcia ed è subito toh, butta la pasta. Per questo mi piace ogni tanto lasciare il telefono dove non lo posso vedere e poi tornare e dire toh, quanti messaggi. Troppo semplice? Ma va, cambiare il ritmo del tempo è qualcosa che somiglia al miracolo ma senza intervento divino.
3. Nessuno vuole essere banale ma quasi nessuno vuole essere strano, però secondo me vale la pena provarci e vedere che cosa succede. Perché la capacità di cambiare la moda è una cosa che puoi fare anche tu e la puoi fare quando ti pare. E corrilo sto rischio di essere diverso dagli altri, se no sarai sempre una pecora mascherata da leone tosto e gajardo.
L’altro giorno ho bucato l’ennesima ruota e quindi, con la spocchia del romano che la macchina la prende pure per andare in edicola, ho preso I MEZZI. Madonna mia i mezzi.

Per dare più senso alla sfiga ho deciso di fare le cose in modo diverso: niente telefono, voglio andare a guardare la gente che mi sta seduta davanti. Ero così arrugginita che non riuscivo più a uscire di casa. Ce l’ho fatta dopo buoni 40 minuti e sembrava davvero che stessi partendo per il fronte in Siberia: biglietto, musica, cuffiette, libro, sciarpa e bottiglia d’acqua che fa tanto persona sana e che si vuole bene.

I 40 minuti seguenti li ho passati in piedi, ingessata nel mio armamentario, promettendo a me stessa che mi sarebbe bastato. La verità, mi è avanzato. Ho scambiato parole con una persona, due mi hanno chiesto cosa stessi leggendo, tre o quattro mi hanno dato una gomitata ma solo per scendere e forse tutto il vagone si è chiesto che cazzo stesse facendo sta tipa, piena di cose in mano che fissa le gente e sorride.

Non ribellatevi alle regole che dicono gli altri se prima non ve le spiegano, ma ribellatevi a voi stessi quando seguite delle regole che in fondo non avete nemmeno capito.

Be smarter than your smartphone.

Olimpia Parboni Arquati

Ventimila volte grazie

Ventimila è un numero più grande di quanto sappia contare, dopo il due ci sono quattro zeri ma ho dovuto controllare su Google. La prima maestra di matematica che ho avuto diceva sempre che le penne rosse erano state inventate apposta per me.
Quando c’erano le lire non avevo l’età per averne in tasca così tante, al massimo quelle per un ghiacciolo e un paio di Goleador. Oggi se devo spenderne 200 per cambiare le gomme della macchina ho bisogno di un business plan per essere sicura di farcela a fine mese, figuriamoci se ci aggiungo altri due zeri ancora.

Io non so come dirvelo, che voi siate diventati così tanti mi ha mandato il cervello in corto circuito, come se fossi una calcolatrice trovata nell’uovo di pasqua che deve contare il debito pubblico di una nazione. Signore, signori, grazie per essere dall’altra parte di questo schermo. La possibilità che qualcuno leggesse quello che scrivo non era scritta da nessuna parte ma non posso nascondervi quanto sia felice e quanto sia commossa.

Era una sera di fine maggio, i primi tiepidi entravano dalle finestre e io decidevo che non sarei uscita da quella stanza se prima non avessi provato a fare quello che volevo fare da tanto tempo: provarci. Provarci senza vergogna, provarci senza tornare indietro e senza sapere come andare avanti. Oggi è un pomeriggio di inizio novembre, le finestre sono tutte chiuse e questa stanza è sempre la stessa. Io invece no, perché a maggio non avevo voglia di commuovermi, adesso invece non so più dove nasconderla e allora ve lo racconto.

Ogni notifica che compare è il segno che qualcuno, da qualche parte, sta regalandomi un pezzetto della sua fiducia. Per ogni cosa che vi è piaciuta, qui ci sono sempre io a stupirmi che sia successo. Nessun click vale più di un altro e nessun click passa inosservato. Non importa se so spiegarla bene, questa sorpresa che mi fate tutte le volte, quello che importa è provare a dirvelo. E allora, cazzo, grazie Anna, grazie Angie, grazie Ambra, Anna Rita, Jenny, Luana, Antonio, Niko, Eliana, Roberta, Fatima, Monica, Sara, Mariella, Leonardo e Alina. Grazie Francesco, grazie Elena, grazie Vittorio, grazie Federica, grazie Roberta, grazie Katia, grazie Matilde, Debora, Andrea, Fabrizio e Marta. Grazie a tutti quelli che non nomino perché è proprio il fatto di non riuscire a farvi entrare tutti qui dentro che mi fa venire voglia di commuovermi e sopratutto di dirvi grazie.

E siccome è una delle due parole più difficili in assoluto, ci metto dentro anche la seconda: Scusa. Scusatemi se non abbondo, se non esagero, se sparisco e non scrivo niente, scusatemi se non ho risposto a tutti i messaggi e scusatemi se ero rimasta senza parole.

Succede. Succede sul serio che le cose belle poi ti fanno paura, perché ti sembra che non siano vere, che non te le meriti e che non riuscirai mai a mantenere quella felicità con lo stesso ritmo. Per un momento ma anche per due e per tre io ci ho pensato a dire basta, abbandono tutto, lascio la nave perché ho perso il timone, che rimanga una pagina tra un milione, persa negli oceani delle parole come una barchetta di carta nell’acqua infinita.

Ma se è vero che spesso mi cago sotto, i vostri nomi sono più veri del coraggio che a volte non trovo e più veri di tutte le paure tutte quante insieme. Io tra 10 minuti mi alzo e apro tutte le finestre e poi mi metto a cantare anche se non so farlo e a dire al mondo e alle macchine in corsa su questa strada, che io non sono mai stata così contenta di aver provato a fare qualcosa e vorrei tantissimo che se vi capitasse di rinunciare a un’idea prima di aver provato a farla vera, vi sentiste come me adesso: scemi ma non arresi.

Mi chiamano psicoterapeuta, ma io preferisco Olimpia e dire che mi piace vedere le persone tristi diventare felici e allora per favore fatelo pure voi. Non datemi del Lei, non dite esperta e non scusatevi mai se avete voglia di chiedermi qualche cosa. Io non mi disturbo, io mi emoziono e basta se qualcosa di quello che dico io serve a sciogliere anche solo un grammo di quello che qualcuno di voi vive come un nodo dentro.

Sono troppe le volte in cui diamo per certo che le nostre parole siano solo granelli di sabbia nel deserto e sono troppe le volte in cui non è vero. Me l’avete fatto capire talmente bene che non potevo più aspettare per restituirvi questo regalo che scarto ogni volta che i miei occhi vedono i vostri nomi.

Grazie. Grazie ventimila volte.

Olimpia

Questo sito utilizza cookie tecnici e di profilazione propri e di terze parti. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la cookie policy. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie. Leggi la Cookie Policy.

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi