Confessioni di una psicologa senza filtro

di Olimpia Parboni Arquati

L’ennesimo post su Chiara Ferragni & Co.

Amici, concittadini, connazionali, prestatemi occhio, se volete, se non volete non fa niente. Io vengo a lodare Chiara, non a disprezzarla. Perché Chiara è donna d’onore e anche gli altri, tutte donne e uomini d’onore. Tutti coloro che della loro fame ne hanno fatto una vita piena di soldi, complimenti, invidie, sogni rubati ai film. Credetemi, non sono una di quelle che si fomenta a tirare le pietre al primo peccatore, che si indigna quando qualcosa le sfugge, no. Io sono solo una che nella vita non sa fare infinite cose e, forse, proprio per questo, si diletta e si tormenta nel riflettere su quello che le accade intorno. Oppure sono sopratutto una che nella vita ha sempre faticato a schierarsi, sul credo politico, sulla fede, sulla psicologia di appartenenza, sulle questioni del buono e del cattivo. Per certi aspetti questa è la mia croce, per altri la ritengo la mia delizia. Alle manifestazioni andavo per capire non per urlare, i giornali li leggo sempre per capire, con le persone ci parlo non per giudicarle, diagnosticarle, infilarle in qualche anfratto dal quale poi mi posso distaccare e sentirmi liberata, come si fa col cambio di stagione e le sciarpe di lana e i costumi. Generalizzare è un po’ una pigrizia dello spirito, una scorciatoia, un cunicolo che dal non sapere mi porta al decidere e quindi al dimenticare. Per questo e per altri innumerevoli motivi non me la sento di prendere una posizione definitiva sulla questione di chi influenza chi, per quali ragioni e quanto. Però succede anche che io non riesca a smettere di pensare a certe idee, che si propongono e ripropongono (come i peperoni, i cetrioli, il cocomero e gli enigmi) e tra questi crucci labirintici della mia indisciplinata attitudine allo schieramento, c’è la questione di come la bellezza fisica e la ricchezza monetaria, si sparga nel mondo, elevandosi a potenza, trascinando nel vortice tanta gente che poi finisce per stare male perché non si sente abbastanza adatta.

Prima dell’estate sono andata dal mio parrucchiere di fiducia, dove una ragazza estremamente bella e anche molto simpatica si è occupata di tinteggiare i miei capelli con estrema cura e perizia. Durante l’opera, inevitabilmente data la mia natura chiacchierosa e la natura stessa del luogo parruccheria in quanto tale, siamo finite a parlottare tra di noi, su cose tipo la vita, i trucchi, i fidanzati. Ecco, lei così carina e giovane, venuta a conoscenza del mio mestiere di psi, si è sentita di raccontarmi come vivesse molto male alcuni aspetti dell’esistenza. Tra questi, su tutti, il confronto virtuale e poi anche reale, con le altre ragazze. Mi ha descritto il lungomare del posto in cui vive, una specie di percorso a ostacoli tra un tacco venti, un labbro a canotto e un glitter. Lei si sveglia alle 5 di mattina per sistemarsi in vista della giornata. Doccia veloce e poi al trucco. Due ore e mezza di preparativi per rendere la sua già bellezza, vicina agli standard del lungomare. Io dalla mia sediola mi sono sentita sprofondare, dal momento che, quando va di lusso, mi metto il burrocacao e il correttore e i tacchi ce li ho pure, ma sotto forma di scarpetta da signora, plantare comodo, base larga, una roba così e niente di più. Oh questo non vuol dire che non abbia i miei vezzi, sia chiaro, ma sicuramente i miei vezzi non mi torturano più di tanto. Però quando ero più giovane madonna se lo facevano. Non uscivo a buttare manco la monnezza senza l’eyeliner, se mia madre disgraziatamente mi faceva portare il carrello della spesa quando la accompagnavo al mercato, pregavo gli dei penati che la terra mi inghiottisse, almeno prima di incontrare il coattone di turno ossigenato di cui all’epoca ero invaghita. Poi vabbè, non dico che sia stato solo il passare degli anni a farmi passare le fisime, però sopratutto. Così senza troppo struggermi sono arrivate tutte quelle cose che tengono la mente impegnata, dalle bollette ai colloqui, alle naturali tristezze che naturalmente la vita ci infila dentro l’unhappy meal che ci viene servito. E l’eyeliner è schizzato in fondo alla classifica, il resto dell’esistenza in cima. Oggi a buttare la monnezza ci vado tranquillamente in ciabatte. Mica perché sono strafottente con la società, ma perché penso alla società non importi molto di stare a controllare Olimpia che scarpe s’è messa stamattina. Quindi sto forse cercando di dire che la questione è meramente, banalmente generazionale? Oddio, non credo, però anche. Quella ragazza soffre sul serio perché sente di essere fuori standard, soffre davvero perché il fidanzato l’ha mollata per una che non ha manco il canotto, ma proprio la nave da crociera in faccia. Lei, insieme a tante, a tanti, soffrono davvero. Non sono fragili, non sono stupidi, non sono roba da psicologi anche se poi finisce che ci diventano. Sono soltanto sottoposti notte e giorno, notte giorno, notte e giorno, a modelli che influenzano la loro realtà. Mi piacerebbe poter dire “sottoposti a persone influenti”, “vittime dell’intellighenzia”, ma non posso perché queste parole non c’entrano più. C’entra quanta invidia riesci a muovere nel cuore di chi se ne sta buono buono nella sua stanzetta a provare a sognare a che cazzo vorrebbe fare da grande, senza riuscirci tanto bene come potrebbe se fosse più libero da tutta questa costante pressione visiva che scorre incessantemente nei nostri piccoli apparecchi mobili sempre in mano. Insisto, non ne faccio una questione di causalità lineare, del tipo dato A quindi B, però che faccio? Evito di pensare che un po’ di causalità circolare non finisca per entrarci? Qualcosa, amici, cittadini, connazionali, qualcosa dovrà pure entrarci oppure sto delirando?

La parte più gattara di me vorrebbe urlare “Ao ma non lo vedete che in fondo in fondo, tutto questo esporsi non è da dive di Hollywood ma è proprio da mignottoni?” e ancora “Ao ma quanto delle mie chiappe devo mai esporre per sentirmi viva e sistemata?” Eppure ho sempre pensato che per vivere felici quanto basta servisse sopratutto farsi il culo, non sbandierarlo così voracemente. Sono una bacchettona che si avvia verso la vera vita adulta e perdendo tono muscolare e guadagnando rughe si mette a rompere le scatole su quanto sia vanesia la bellezza fisica? Certo, potrebbe anche essere, in fondo non sono mai stata la prima della sfilata, non sono bionda né dentro né fuori, non sono Miss niente. Mi starò difendendo dal mio essere così normale, cercando di aggredire con l’unica arma forse un po’ affilata del mio armadietto, cioè con quattro parole? Può essere, tutto ma proprio tutto può essere. Allora qualcuno mi spieghi perché mi sento così triste invece che così arrabbiata, cosa più congeniale alla natura che mi riconosco. Sono proprio dispiaciuta dentro, in fondo alla gola, in cima allo stomaco. La cosa che mi fa più male è che se c’è una cosa che mi lega alla vita in quanto luogo bello in cui vivere, sono le storie. Quelle che ho letto, quelle che ascolto, quelle che immagino, e nelle storie belle succede sempre che prima il protagonista soffre molto per qualche motivo, poi soffre ancora, e ancora, e ancora. Poi intravede un sentiero, lo prende, incespica, si rialza, incespica di nuovo e poi alla fine della fine, tutto graffiato ma pieno di avventura e gloria, arriva dove voleva arrivare. Io questo brivido della narrazione non sono disposta a sacrificarlo sull’altare della bellezza, non ancora. Ancora mi piacciono gli eroi, i modesti, i preoccupati, i dubbiosi e i coraggiosi. Ancora identifico in ciò che vorrei essere gesta che non somigliano per niente alla compulsiva esibizione di tutto quello che possiedo, ma di quello che sono. Paperino mi sta simpatico, Tina Modotti, il gatto con gli stivali, Tesla, Pavese, il radiofonista della Tenda Rossa, mio nonno che è tornato a piedi dalla Russia, i vecchietti che sorridono, Don Chisciotte, tutti i Giusti della poesia di Borges, Carver che scrive racconti nel suo garage di notte, Frida anche se se ne parla troppo, Giordano Bruno, Galilei, Robin Hood, il mio idraulico che non fa mai la cresta, Philippe Petit, Giovanna D’arco, Simenon, Moll Flanders, Rita Hayworth, Liz Taylor con tutti quei mariti, Steve Jobs con le sue magliettine, le mie amiche, i miei pazienti che sono supereroi, i miei genitori, me stessa quando ci provo fino in fondo. A me sta simpatica tanta gente. Però non ne posso più di vedere le solite quattro facce comparirmi davanti anche se io non lo scelgo e insieme a loro anche i loro parenti, i loro armadi, le assi delle loro tazze del cesso, poi ancora tette giganti e chiappe dappertutto e muscoli oliati e mai nessuno che sorride e se sorride sorride in maniera plastica ed esibizionista, sempre con i denti e mai con gli occhi.

Non è così leggero e semplice, non basta dire che qualcuno si è fatto da solo per dire che è stato intelligente, casomai è stato furbo, come gli spregiudicati, che poi del giudizio altrui non è vero che non se ne interessano perché vogliono piacere sempre, a tutti, a ogni costo. Io questa curva dell’eroe se non la vedo non mi emoziono perché non mi arriva niente, tranne un processo di identificazione forzata che mi ricorda le litanie delle sette, che a forza di sentirle finisci per crederci pure tu. Essere buoni venditori di se stessi, per me, che non sono nessuno se non quella che sono, vuol dire che a un certo punto smetti avere fame di avere e cominci a dare, ma a dare veramente, mettendoti da parte proprio perché sei stato così furbo e così avido e così al centro. Usque tandem abutere, Chiara Ferragni & Co., patientia nostra?

Perché se io fossi Chiara Ferragni & Co. e Chiara Ferragni & Co. Olimpia, qui ora ci sarebbe un’Olimpia che proverebbe ad abusare veramente di tutto quel potere, invitando ognuno di voi a non essere come loro, a essere quello che vi pare di essere, quello che sognavate sul serio di essere, prima che i sogni di qualcun altro coprissero i vostri con i loro, prima che tutta questa fame del possedere sempre di più vi facesse diventare ciechi e stronzi, prima di scordarci che tanta influenza, oh quanta influenza, potrebbe ancora servire a spingere verso la libertà, al posto di questa condanna alla tristezza eterna, visto che l’obiettivo è sempre spostato più avanti. Più cose, sempre più cose fino a seppellirvici sotto a tutte quelle cose e dimenticare qualsiasi altra ricchezza, qualsiasi altra bellezza. Io di quel potere ne approfitterei fino a sconquassare i vostri spiriti e a donare ad ognuna della vostre ferite una lingua così eloquente da spingere fin le pietre del mondo a sollevarsi, a rivoltarsi.

 

Olimpia Parboni Arquati

Mai smettere di fumare

Quando finisce un grande amore non esistono messaggi per sapere come vanno le cose e non esistono caffè. Esiste solo la malinconia. 

Il primo giorno non è mai il più duro di tutti perché sei gonfio dell’adrenalina della grande scelta e sottovaluti il modo in cui le cose si svolgeranno. Pensi solo che hai smesso di fumare, come se non ci fosse né passato né futuro fuori dalla tua decisione. Al ciao come stai rispondi che hai smesso di fumare e se ti chiedi come stai, ti rispondi solo che hai smesso di fumare. Ma la verità è che stai di merda. O almeno io. Perché io è così che mi sento, come se il grande amore della mia vita mi avesse mollato, no meglio, come se io avessi mollato il grande amore della mia vita perché era troppo stronzo.

Sarà stato pure stronzo però…però ci amavamo. Sotto la pioggia e al mare, controvento e alle fermate degli autobus, dei treni, dei tram, della metropolitana quando ero molto triste, o felice. Ci amavamo nei bagni, sui divani, a tavola, ci amavamo in finestra. Ci amavamo quando faceva troppo freddo per amarci e troppo caldo. Prima degli esami, dopo gli esami, prima delle visite, dopo le visite. In mezzo agli amici e da più grande anche in mezzo ai parenti. Ci amavamo negli spazi piccolissimi degli aeroporti dove tutti si amavano tutti accalcati. La mattina presto, a metà mattina, a pranzo prima e dopo, a cena prima e dopo. Mentre bolliva l’acqua, per la pasta, per il tè. Ci amavamo quando avevo paura, quando non sapevo cosa fare della mia giornata, della mia vita, dei miei capelli, dei miei vestiti, delle mie scarpe, dei miei sensi di colpa e di quelli di responsabilità. Ci amavamo praticamente sempre, cazzo.

E allora perché ho smesso? Beh, ho smesso perché non ci amavamo e basta, ma ci odiavamo anche. Alle 3 di notte quando avevo solo 20 euro nel portafogli e finivo a fare la spesa al distributore, due Snickers, due pacchetti, un accendino Smoking. Per una sigaretta che poi sapeva solo di petrolio e fretta. Al risveglio quando facevo colazione con caffè e tosse, quando mi ammalavo e mi facevo i cicchetti di sciroppo solo per poter fumare. Ci odiavamo da morire quando fumavo solo perché stavo avendo una conversazione noiosissima e volevo distrarmi. Tutte le volte che volevo distrarmi, in generale. Dal lavare i piatti, stendere i panni, uscire di casa, tornare a casa, pulire casa, fare qualcosa, qualunque cosa, tutte le cose scandite da un adesso mi fumo una sigaretta e lo faccio. Un eterno ripetersi di ancora cinque minuti e poi mi alzo per andare a scuola.

Anni di ritardi, di accendini colorati, di sigarette fumate con persone di qualunque tipo che diventavano più amiche semplicemente perché ci stavi fumando insieme. Come è fatta una pausa adesso? Che cosa faccio, cosa devo guardare, cosa devo dire? Cosa faccio quando quello davanti a me al supermercato ha un spesa alta tre piani e sono incastrata lì a pensare a quanto mi rode il culo, cosa faccio quando finalmente esco se non mi fumo una sigaretta? Cammino e basta? Guardo le stelle, la gente, conto le macchine rosse? Entro dal tabaccaio e mi compro le Morositas e basta come alle elementari? Ma sopratutto, come lo scandisco il tempo se al tempo ho tolto le sigarette e mi rimane solamente il tempo?

Ero allo specchio, ho visto una ruga nuova, evidente, profonda, maleducata, all’ angolo della bocca. Ho pensato adesso mi compro una crema carissima, mi compro la Sisleya e vaffanculo, mi faccio tutti filler e arivaffanculo. Mi fumo una sigaretta mentre cerco i prezzi su Internet, me ne fumo un’altra quando li vedo. Posso compensare con la vitamina C, adesso scendo e mi compro le arance. I pompelmi, i limoni, me ne accendo ancora un’altra mentre cerco  dove altro sta la vitamina C. Mi metto a tossire, mi soffio il naso e mi vergogno da morire per gli ultimi venti minuti, per i quasi venti anni della mia vita in cui ho comprato un pacchetto di Camel celesti quasi tutti i giorni.

Non voglio essere la versione che vorrei essere di me stessa solo quando mi accendo una sigaretta e sogno. E non so fumare quando capita, non sono una tipa da grandi occasioni. Io sono un’esagerata, senza confini, senza moderazione. Senza più le sigarette in tasca. I soldi per fumare non li ho mai valutati, i rischi nemmeno. Chi fuma non valuta, fuma e basta. E se dovesse valutare allora si accende una sigaretta e poi lo dimentica. Chi fuma però perde una parte di attenzione che a qualcos’altro forse va pure data. I miei occhi dalla sigaretta con il tramonto al tramonto e basta. Dal dolore con la sigaretta al dolore e basta, alla felicità e basta. Basta. Vediamo com’è la vita e vediamo se mi basta.

Sono qui con una tisana alla liquirizia sul bracciolo della poltrona, adesso che chiudo tutto porto giù il cane, nel frattempo controllo se ai lampioni hanno rimesso le lampadine. Al ritorno prendo il volantino della Conad che ho visto stamattina nella posta, lo sfoglierò mentre cuociono le lenticchie. Chissà quanto costa il prosciutto crudo al chilo, chissà se c’è il tonno in offerta. E domani quando mi sveglio andrò fuori sul balcone a guardare i tetti delle case, tenendomi le mani sui fianchi come i signori di una certa età fanno in spiaggia guardando il mare.

Ho vinto del tempo e una dolce e feroce malinconia. Se vi rimane possibile, un consiglio, davvero, mai smettere di fumare.

 

 

Olimpia Parboni Arquati

La posta di Olimpia

“Quindi tu da piccola devi aver detto un sacco di bugie”, questo il commento meraviglioso del figlio di un’amica che all’epoca aveva 5 anni, quando gli raccontai brevemente la storia di Pinocchio e del suo naso. In realtà è una cosa che mi riesce veramente male e devo dire che negli anni si è rivelato un gran difetto e un discreto pregio insieme. Ve lo accenno perché scrivere queste righe è per me un gesto molto difficile, adesso vi spiego come mai. Alcuni mesi fa, forse un annetto ormai, mi è venuto in mente di introdurre questo spazio qui delle letterine perché oh, è una rubrica dei giornali che ho sempre letto con grande interesse e nel mio piccolo volevo fare lo stesso. Evitando quelle risposte stracciapalle da psicologa in cattedra o quelle stile forum degli ipocondriaci in cui ti dicono “non abbiamo informazioni sufficienti per risponderle, si rivolga al suo medico”, ma provando veramente a rispondere qualcosa che potesse essere utile per qualcuno.

Non mi ricordo chi mi disse di non fare come Natalia Aspesi che a un certo punto si scriveva le lettere da sola e io risi molto promettendo che non l’avrei mai fatto e poi comunque non saprei scrivere con uno stile troppo diverso quindi mi avrebbero sgamato subito. Le cose sono andate in un altro modo, che di lettere ne ho ricevute tantissime, lunghissime, bellissime, personalissime. E allora io che ho fatto, mi sono sentita felice come il coniglio Pasqualone per parecchi mesi, mi sono rimboccata le maniche della tuta da casa e ho risposto a qualcuno. Poi però ho smesso. Ho smesso perché sono stata pigra e forse anche un pochino stronza. Ho smesso perché mi sono spaventata di tutte quelle parole e ho smesso perché ho avuto paura di non saper rispondere.

In questi mesi non ho mai smesso di pensare che il giorno dopo l’avrei fatto, ma quel giorno non è arrivato mai. Ho pensato anche di rispondere con enorme ritardo, inventandomi scuse varie, dalla cartella spam che me le aveva nascoste, al virus, al braccio ingessato. Ma la verità è soltanto quella che ho raccontato. Quindi vorrei chiedere scusa, se per caso lo stessero leggendo, a quelle persone che mi hanno detto tanto e sono rimaste con niente. So che non vi avrebbe cambiato la vita, ci mancherebbe, però che scorrettezza in ogni caso.

Se quel giorno non è mai arrivato, è arrivato questo in cui mi e vi propongo di ricominciare da dove eravamo rimasti e di permettere ad altre storie di trovare uno spazio. E anche se non è nella mia natura, vorrei mettere delle condizioni perché so che possono aiutare a non farmi ritrovare a chiedere di nuovo scusa tra un altro anno.

  • Che mi diate l’ok a renderle pubbliche, ovviamente togliendo tutti i dati personali a meno che non vogliate metterci il nome. In questo modo vinciamo entrambi. Se avessi due o tre vite una la passerei a rispondere a chiunque su qualunque tema, ma le ore della giornata sono poche quindi il regalo deve essere reciproco.
  • Che siano brevi abbastanza da poter essere pubblicate per intero. Non perché la lunghezza sia cosa da temere, ma devono poterle leggere tutti, anche i meno allenati a leggere e non vorrei mai fare un lavoro di editing in cui taglio io parole vostre.

Le condizioni sono solamente queste due, per quanto riguarda la fiducia vi do la mia parola personale e anche professionale che non ne farò mai e poi mai nessun utilizzo diverso da quello che vi ho detto e che il vostro nome rimarrà un’informazione segreta come fosse della CIA.

Come ogni regola, anche in questa ci sono delle eccezioni e per spiegarlo userò un esempio di una scrittore che mi piace tanto, Goffredo Parise, che per un anno tenne sul Corriere della Sera, una rubrica del genere. Di norma non rispondeva mai a quelle anonime, nel mio caso risponderei anche senza pubblicare nulla, a lettere come quelle di un tale Michele, che si firmò soltanto con il nome a cui Parise rispose lo stesso perché in quelle righe gli parlò della sua voglia di scendere dal mondo, dando una delle risposte più semplici e belle ed eleganti che io abbia mai letto: «Mi dispiace molto che lei non abbia firmato la sua lettera. Avrei tenuto nascosto il suo nome ma l’avrei cercata, per telefono, una mattina presto, all’alba, per chiederle che tempo fa nel luogo dove lei abita e per farmelo descrivere nei dettagli. Quei dettagli che, messi insieme, fanno le ore, il giorno, gli anni e la vita che ci è dato da vivere (qualunque essa sia, sempre bella appunto perché imprevedibile come il tempo) e che è tutto, dico tutto, quello che abbiamo».

L’indirizzo è questo: olimpiaparboniarquati@gmail.com

A presto,

Olimpia

I buoni propositi sono sempre una cattiva idea

Nell’ultima domenica del primo mese dell’anno, circondata da tazze di Nescafè e sigarette lasciate a metà, mi siedo al solito posto e vi racconto quello che volevo dirvi da un sacco di giorni: i vostri buoni propositi mi stanno tremendamente sul cazzo. I miei personali forse ancora di più. Sono su questa terra da 33 anni e non ho ancora mai visto nessuno portare a termine tutte quelle cagate che si scrivono i primi giorni dell’anno nel diario mentale fatto a forma di cuore che ci portiamo dentro. In quello dei miei 16 anni invece ho trovato una lista che faceva più o meno così: Caro anno che stai per arrivare ti volevo chiedere giusto due o tre favori per i prossimi trecento e rotti giorni di cui sei fatto. Caro anno che stai per arrivare, per favore fammi trovare un fidanzato bellissimo e bravo, fammi diventare a me bellissima e ancora più brava, fai che i miei genitori stiano bene sempre e fammi avere un milione di amici. Ovviamente in quell’anno non è successa manco mezza cosa di quelle che avevo chiesto e ci ho messo tutta l’altra metà della vita che ho a capire come mai queste intenzioni non funzionano mai.

Ditemi voi se mi sto sbagliando o sto delirando o forse sto solamente sognando. È che lì fuori è pieno ma pieno pieno tipo la metro B prima che arrivi a Termini la mattina alle 8, di gente che da domani in poi vuole: mangiare sempre sano, sempre pure a Natale, portarsi il maledettissimo pranzo da casa invece di mangiare tramezzini al bar nella pausa pranzo. Io vi vedo ragazzi, non vi nascondete che tanto non ci riuscite. Vi vedo che cercate di organizzarvi le verdurine del cazzo da preparare la sera prima o meglio ancora la domenica per poi surgelare tutto e avercelo pronto in piccoli pacchettini perfettamente simmetrici. Vedo gente che il lunedì a colazione si sveglia vegana manco fosse un’apparizione della madonna durante il sonno e il lunedì a cena tutta pizza e mortazza. Vedo gente che vuole smettere con le relazioni tossiche, con i narcisisti, con l’alcol, le sigarette, le canne, anche in questo caso cercando contorni più da santo che da essere umano. Donne che quest’anno la dieta come si deve ma per pensarla a fondo, affondano macine nel barattolo della nutella. E poi scattano gli abbonamenti annuali in palestra del pago tutto prima così sono obbligata ad andarci e invece manco per niente che il 3 Febbraio avete già buttato il pantalone di lycra insieme alle verdurine del cazzo. Vi vedo che vi volete impegnare a essere senza macchia e senza peccato, così perfetti che pare vi abbiano fatto una lobotomia. Rigidi, imbalsamati e ottusi di fronte alla grande, grandissima, sublime imprevedibilità contenuta nei giorni.

Poi ci sono quelli che invece spingono forte sul senso delle possibilità e del positivismo, quelli che va sempre tutto bene, quelli che l’importante è che stai nel tuo tempo perché non è mai veramente tardi e ogni giorno può essere giusto per cominciare qualcosa. Insomma, quelli che sono rimasti sotto all’invocazione di Steve Jobs buonanima e che si sentono così hunry e così foolish in ogni momento perfino al cesso e in fila alle poste. Ma basta con questa cosa che la vita va mangiata in due o tre bocconi, quando mai? Dico non lo sentite come pesa il mondo certe volte? Non la vedete e sentite questa malinconia, venite venite andiamo via, come canta Guccini. Anche il vostro proposito di non avere propositi ma pensare sempre al lato buono di tutto quanto, mi sta tremendamente sul cazzo. E non fa eccezione il mio personale ottimismo buttato lì per fare sostanza tipo la panna sulla carbonara.

Vorrei che vivessimo tutti con disordine quasi ovunque, spettinati e liberi da tutte queste cose stupide che ci ingabbiano l’anima. Perché non sarò io e non sarai nemmeno tu quello che porterà il logos perfetto lì dove c’è il caos, né tua zia né la mia né tuo cugino quello che vive a Londra. Non sarà mai nessuno di noi il profeta che farà del proprio corpo un tempio, della propria casa una pagina da rivista d’arredamento, del proprio amore un campo di fiori invece di un campo minato. Nessuno. Mai.

Vorrei che facessimo tutti soltanto cattivi propositi e intanto vi dico i miei: Caro anno che sei già cominciato, per i mesi che verranno io non voglio trovare nessuno che mi salvi da niente, non voglio essere bellissima e tanto brava, non voglio imparare a truccarmi come si deve perché il mondo si è abituato a vedermi così e ogni tanto a volermi anche bene così, non voglio aggiornare questo posto prezioso per me in cui scrivo le mie cosette ogni giovedì come mi ero promessa, non imparerò a farmi le trecce francesi come quelle di Instagram e mi metterò il mollettone chissenefrega , non mi berrò la spremuta tutte le mattine perché io la mattina non so manco come mi chiamo, non chiederò scusa a tutti quelli che devo, non sarò sempre buona con i miei genitori, i miei amici e il mio cane, non ordinerò le cose nell’armadio secondo sfumature cromatiche che nemmeno conosco, ma sopratutto non vivrò mai ogni giorno come se fosse l’ultimo. Perché mettiamo che oggi fosse veramente il mio ultimo giorno, vorrei essere ricordata per la persona disordinata che sono, circondata da tazze mezze finite e sigarette mezze spente.

Vorrei che facessimo tutti soltanto propositi pazzi perché d’accordo che la vita fa un po’ cagare, ma alla fine è pure bellissima. E come dice quel signore dell’oroscopo che ci piace a tutti, Apocalypse is now, so let’s dance. Quindi se volete proprio fare una lista di regole che romperete continuamente allora cerchiamo di sceglierle bene, come se fossimo liberi dalle catene strette del dover essere per forza qualcuno che non ci somiglia per niente. Caro anno che mi cammini a fianco, quest’anno sarebbe carino se riuscissi a crescere una piantina con i fiori invece dei soliti cactus, sarebbe carino se decidessi di fare una parete di un bel colore e poi cambiassi idea. Sarebbe carino se fossi chi sono sempre, continuando a sbagliare a casaccio ma con tanto gusto e tanta incoscienza. Perché ragazzi, tutti siamo quello che siamo e anche un po’ quello che potremmo essere, ma sopratutto quello che siamo. Non ci dobbiamo amare senza condizioni ma nemmeno torturare senza cognizione e allora basta con questi buoni propositi che in realtà non sono buoni per niente, sono solo buonisti. Schemi rubati all’idea di felicità più in voga del momento, etichette strappate e ricucite con la spillatrice che ci fanno sembrare soltanto più goffi e fallimentari.

Cos’è la vita a parte quella mezza merda e mezza meraviglia? Proprio quella cosa che ti capita mentre sei tutto intento a fare propositi di quello che dovrebbe essere. Per cui siate come vi pare, l’importante è cercare di essere. E dite a voi stessi che in un giorno qualunque vi impegnerete a fare una carezza a un cane randagio, un sorriso al casellante in autostrada, un pensiero a un vostro amico lontano, una piccola parola in più alla vostra mamma che è sempre preziosa. Che non ballerete il tip tap sul cuore di nessuno, che non ruberete a meno che non sia necessario farlo, che non offenderete a meno che non sia necessario farlo. In un giorno qualunque da qui al prossimo anno farete una torta di mele in un pomeriggio vuoto, vedrete un film che la gente ritiene palloso, abbraccerete di più, farete un piccolo viaggio in qualche parte vicina che avete sempre ignorato, leggerete un libro mentre fuori piove, curerete di più il vostro basilico, mangerete le vostre verdurine del cazzo ok, ma come contorno a qualcosa di buono sul serio, vi guarderete un momento allo specchio, magari solo di sfuggita e farete un bell’occhiolino a quella bella faccetta che vedete lì dentro e le sorriderete e la ringrazierete di starvi sempre accanto in tutti i momenti. Non amatevi mai per partito preso ma dio mio non diventate ostaggi di voi stessi, perché tutto quello che siete e sarete è bellissimo perché è vostro e perché quei centimetri di pelle, occhi e sorriso che avete è proprio tutto ma tutto quello che abbiamo, quindi lasciatevi perdere e lasciatevi liberi di perdere, che fallire i piani è un gesto di umiltà e non di stupidità.

Adesso vi mando un abbraccio, qui dal mio solito posto in mezzo alle mie cose lasciate a metà come queste parole che vorrei non finissero mai, invece siccome oggi è domenica e domani di nuovo lunedì ho una lista di preghiere da scrivere che domani infrangerò, come le onde del mare infinito si rompono sugli scogli senza farsi male.

 

Intervento mezzo secchione sulla fine del Postmoderno

Non ho sempre avuto un buon rapporto con le cose che riguardano la cultura generale. Fino ad un certo punto scappavo dai libri come si scappa dallo sciroppo per la tosse, ero la tipica da 7 in condotta che se la passava spedita fuori dalla classe a conteggiare le mosche e ogni volta che si rischiava di entrare in argomenti vagamente impegnati, liquidavo la cosa con un accoratissimo “ammazzachepalle”Mia madre che cercava di spiegarmi i tempi verbali era ammazzachepalle, la biografia di Ungaretti era ammazzachepalle, le introduzioni a qualsiasi cosa, un ammazzachepallissime.

Poi verso i 15 anni, dopo aver preso un N.C. (non classificabile) ad una versione di latino, credo che mi vergognai talmente tanto di essere un sottozero che iniziai a smettere di prendere a capocciate i libri e cominciai a vedere che avevano da raccontare. Diciamo che ci tenevo tanto a fare la diversa fuori dalla mischia che avevo vinto il cappello da asino ed ero stata liberata dai vincoli dell’essere considerata un numero, ma spedita lì dove stanno quelli cacciati via dal gruppo, non quelli che se ne stanno fuori perché l’hanno deciso loro. E pure questo, devo ammettere, era una cosa che tutto sommato mi rompeva parecchio le palle.

Vi parlo della mia redenzione da un certo tipo di ignoranza perché, come per tante altre cose, non sopporto chi ti dice che studiare è importante perché sì e basta. Studiare non è importante, è semplicemente fighissimo. Ti darà sempre cose a cui pensare se ti ritrovi alla fermata dell’autobus senza lo smartphone, ti accompagnerà durante le ore di insonnia con riflessioni interessanti e mai inutili, in pratica ti permette un miglior monologo interno ma, sopratutto, ti faciliterà nella sottile arte del rimorchio durante gli aperitivi, le feste , le cene e quello che vi pare. Perché se stiamo ancora a pensare che per vincere servono soltanto i muscoli o soltanto le tette, allora rimane sicuro che continueremo a perdere.

Torniamo all’ispido argomento domenicale che mi è venuto in mente: Er Postmoderno. Anche se qualcuno di voi si starà dicendo si vabbè ma  che è er Postmoderno, se magna? Se magna, se magna. In qualche modo se magna e tra poco ci ritorno.

Questa strana bestiola la possiamo definire come una sfumatura di colore particolare che è andata di moda per un certo periodo. Un po’ come la moda del capello grigio o di quello rosa o di quello arcobaleno. Ecco, questa moda, come tutte le mode, nasce come risposta a quella che c’era prima, che in questo caso si chiamava Modernismo (ah però che fantasia sti acculturati), che a sua volta era nato dopo il Romanticismo (non quello delle rose rosse, mi raccomando). In pratica ogni trend nasce e cresce perché ci appalliamo di quello che c’era prima e proviamo a fare il contrario. Se questo è vero nella cultura, meno vero è nelle nostre biografie. Infatti lì, la maggioranza di noi rimane incastrata tutta la vita in un unico trend che ripetiamo fino all’ultimo respiro. Il perché magari una volta ce lo raccontiamo ma non oggi. Oggi fatemi fare la mezza secchiona della domenica invece della psicologa.

Er Postmoderno è quella cosa che ha fatto sì che, passati i momenti storici delle grandi dittature e della grandi guerre, potessimo finalmente esprimere le nostre volontà in tanti modi quanti riuscissimo a immaginare. Questa libertà si vedeva un po’ tutto intorno, prima di tutto nell’arte perché gli artisti so sensibili, si sa. Allora gli architetti, i pittori, gli scrittori, iniziano a fare le cose senza curarsi di rispettare nessun regola tranne quella di non averne nessuna e lo fanno con ironia. Si sperimenta tutto perché questo è il trend del momento e la moda vuole che si distruggano gli ordini costituiti e si giochi con la tavolozza dei colori a più non posso. A questa grande libertà di espressione corrispose, dopo un lungo periodo festoso, un grande senso di incertezza, esistenziale, politica, familiare, generale. Per tornare al nostro esempio dei capelli, se l’hanno scorso andavano tanto i capelli tutti colorati, quest’estate la storia continua ma è affiancata da un grande ritorno al colore neutro, 5O mila sfumature di castano naturale, magari con l’hashtag davanti. La prossima estate chiunque avrà una ciocca fucsia sarà ormai etichettato come “antico“.

Lo so che starete pensando che confondere i temi da parrucchiere con le grandi condizioni della cultura nel pensiero occidentale è una cosa da persona superficiale o forse un peccato grave, non lo so. Però so che se aveste anche voi un parrucchiere come il mio allora lo fareste. Ogni volta che vado a fare una “seduta” da lui, finiamo sempre per ripercorrere gli stili adottati dalla Bertè negli ultimi 20 anni e parallelamente toccare spunti esistenziali. Le cose mezze secchione si annidano nei luoghi comuni, non solo nelle aule delle università o nei convegni.

Eppure che Er Postmderno sia finito lo hanno deciso proprio con un convegno, 7 anni fa e quasi nessuno se n’era accorto. Ah, vi ricordo che alcune volte gli esseri umani hanno fatto convegni per decidere cose molte peggiori di queste, tipo a quale sesso appartenessero gli angeli, terribile dubbio che deve aver tolto il sonno a qualcuno, a un certo punto, tanti anni fa. Diciamo pure che nessuno se n’era accorto perché di certe cose, si parla in modo talmente tanto difficile da capire che nessuno se ne interessa. E, mannaggia a noi, la cultura è proprio una di quelle cose che si tratta con parole incomprensibili ai più e spesso è usata solo per darsi un tono in ipotetici salotti con altre persone che a loro volta si esprimono in modo astruso e forse nessuno ci capisce niente ma tutti si vergognano a dirlo, quindi si continua a parlare a monologhi invece che a dialoghi.

A me invece piace essere dialogica, o almeno provarci spesso, e mo’ vi dico da cosa si vede che Er Post è finito e sta iniziando una nuova era (sta iniziando pure quella dell’Acquario secondo gli astrologi acculturati ma non saprei esprimermi, in comune hanno il fatto che si manifestano lentamente). La libertà di ieri è diventata un leggero ammazzachepalle e pare come che abbiamo bisogno di nuove verità. Ieri la verità non la cercavamo più, oggi cominciamo a preferire il castano naturale. Ieri ci piaceva la Nouvelle Cuisine, oggi ci piacciono di nuovo le tagliatelle come la faceva nonna, i cibi a km 0, gli orti autoprodotti, il fatto in casa e il fatto semplice. E poi il vintage, il vintage e ancora il vintage. Ecco la parola che sta tornando: semplicità. O autenticità o genuinità o zero olio di palma, fate vobis.

I giovani si ricominciano a sposare e fare figlioli, i grafici lasciano il lavoro e vanno a vivere in campagna, le bellone di Instagram cominciano a farsi le foto senza filtro, senza trucco, senza troppo inganno. Si rispolverano le borse della nonna e si riprendono i libri in mano, alla faccia di chi dice che in mano abbiamo sempre e solo il telefono. Abbiamo ancora una volta bisogno di cercare “dio”, non più nel nulla (Nietzche, buonissima anima), ma in qualcosa. Ed ecco lì che spuntano i vegani estremisti, gli estremisti e basta, quelli che vanno in giro per il mondo scalzi, quelli che si danno allo sport come missione. Vale tutto basta che sia qualcosa che somigli ad un regola. (E basta non esagerare se no poi diventate ammazzachepalle).

Voi direte, ma quando mai? Hai presente il mare di Internet, la globalizzazione, il filtro bellezza? Olimpia ma di che cosa stai parlando?! Eh, lo so, lo so, avete ragione. Ma ho ragione pure io, lo sento in fondo al mio animo da mezza secchiona della domenica. E comunque ho detto che queste cose ci mettono un po’ a mostrarsi, molto più di quanto ci mettano le cose della passerella ad arrivare sulle stampelle di H&M.

Il Realismo, così l’hanno chiamato, si sta facendo sentire. Ci vuole meno armati e più buoni, meno ribelli e più comunicativi. Ci sta chiedendo di essere quello che siamo, qualsiasi cosa siamo, e di smetterla di fare finta di non voler essere niente e perdere la vita a chiederci dove stiamo andando. Se er Postmoderno è l’Opera House di Sidney, quella tutta curve metalliche che pare un veliero, il Realismo è una casetta come quelle casette che disegnano i bambini sui quaderni.

Adesso la mezza secchiona della domenica vi saluta, augurandovi di trovare il vostro modo di cavalcare il trend del momento senza troppa paura e con il desiderio di cercare voi stessi e il vostro vero colore.

L’insopportabile violenza nei social network

Augurare la morte a una persona è sempre una brutta cosa, ma augurarla a qualcuno che non abbiamo mai visto in faccia è una di quelle cose, e sono veramente poche, che scriverei sulla lavagna sotto la voce “voi siete tutti quanti pazzi”.

Sì perché la violenza non è una grande novità, è solo l’altra faccia dell’amore. O ti accetto perché siamo d’accordo, oppure ti devo distruggere fino a che non mi diventi polvere tra le mani. Ce l’avevano i greci, ce l’avevano i romani e ce l’aveva tutta quella gente che troviamo sui libri di storia di ieri, di oggi e di dopodomani. Una di quelle robe alla mors tua vita mea, homo homini lupus, o li mortacci tua e basta. Insomma signori, su questo tema ci si scrivono i trattati, non pretendo di fare un ottimo riassunto sull’utilità dell’odio, mi voglio limitare a ricordarci che la funzione del capro espiatorio è una cosa importante perché permette alle persone di unirsi per un obiettivo comune, fornisce una continua fonte di dialogo e ci fa sentire migliori perché sotto sotto ci piace coprire le nostre travi, sottolineando le pagliuzze negli occhi di tutti gli altri.

Però se pensate che io stia qui a portare parole di pace allora vi sbagliate. Non sono il tipo. Ho sempre pensato che la pace sia più difficile delle bombe, i cazzotti più facili degli abbracci e i rimproveri dei complimenti. Non sopporto Imagine di John Lennon eppure una volta, a Firenze, ho ballato con un Hare Krishna in mezzo alla strada, ma solo per allentare i limiti della mia timidezza. Spesso divento un drago sputafiamme e sento crescere in me lo spirito di Charles Bronson, assumendo le vesti da giustiziere della notte ma col dialetto di una della Garbatella.

Vi confesso anche due episodi di gioventù (più gioventù di adesso) che a ripensarci mi lasciano ancora attonita, ma servono solo per rassicurarvi del fatto che non sto qui a sventolare bandiere bianche e dire che offendere gli altri è brutto e cattivo quindi non si fa. Il primo episodio mi è successo in un bagno della stazione di Parigi in cui bisognava versare un contributo di 2 euro per poter entrare. Lo verso in una soluzione unica con monetona singola ma il tornello non gira, allora chiedo all’inserviente cosa potesse essere successo. Sbuffando mi dice che se non metto i soldi non funziona, io dico che li ho messi, lui dice di no, io insisto, lui pure, io peggio, lui mi dice italiana bugiarda di merda come tua madre e tua nonna e come tutti gli altri, mi volta le spalle e se ne va. A quel punto interviene un signore che lo comincia a insultare perché il tipo è scuro di pelle, una ragazza che invece se la prende col signore perché è razzista, io non ci capisco niente ma sopratutto vorrei andare in bagno. Mentre tutti urlano con tutti, scavalco il tornello, infilo le mani nel portafoglio, raccolgo tutte le monete in un solo pugno e con la peggiore faccia da Charles Bronson, tiro tutto il malloppo contro il muro del bagno ed entro come un cowboy dicendo in mente una frase tipo “tieniti pure il resto“. Ah, che personcina terribile quella volta. E anche quell’altra volta che mi trovavo al mare e il barista mi disse che ero una grande rincoglionita perché non avevo preso in cassa, oltre allo scontrino, pure i gettoni per le cose da bere. Gettoni che non mi avevano mica dato e glielo dico. Ma anche stavolta lui non ci crede e mi dice di togliermi di mezzo che stavo intasando la fila. Io, che vi ho detto sono sempre Charles, insisto sulla mia posizione, lui insiste sulla sua e la cosa prende una brutta piega perché oltre che della rincoglionita mi regala insulti peggiori che non ripeto nemmeno io che sono grande fanatica delle parolacce. A quel punto mi si annebbia la vista e scavalco il bancone, afferrandolo per la camicia e dicendogli che la prossima volta tutte quelle cose poteva pure dirle a sua sorella (o zia, non lo so, comunque la mamma no). Come vedete, quando mi incazzo non mi risparmio e scavalcherei di tutto se qualcuno mi offende oltre certi limiti.

Ebbene sono stata una testa calda e ogni tanto anche un po’ una testa di cazzo e basta. E che vuol dire allora, che ho smesso di saltare ostacoli e di rispondere agli insulti? Sì, ho smesso. E non l’ho fatto perché è una cosa brutta e cattiva, ma perché quando mi incazzo forte per delle ragioni stupide, poi rimango incazzata per tutto il giorno e certe volte anche per quello dopo. Mentre se ai vaffanculo rispondo salutando con la mano come la regna Elisabetta, ho scoperto che mi viene così da ridere che mi passa subito e mi rende libera dalla bile che poi mi intasa lo stomaco e mi fa venire le rughe. Certe volte bisogna smettere certi comportamenti perché costano troppa fatica e basta, senza cercare di darsi un giudizio o le frustate sulla schiena per aver sbagliato.

E allora belli miei, ma che cosa ci succede su questi social? Come ci viene in mente di insultare madri, figli e intere generazioni? Come ci viene in mente di sentirci tanto progressisti e mettere invece tutti alla gogna come si faceva nel Medioevo, tirando la frutta in faccia a qualcuno solo perché qualcun altro l’ha tirato in mezzo alla piazza? Lo sapete che oltre alla frutta, quelli alla gogna si prendevano pure delle palate di sterco sugli occhi e in bocca? Ecco, noi facciamo la stesso cosa. Esattamente la stessa cosa.

Ogni volta che spargiamo odio sopra le idee di qualcun altro diventiamo proprio come i terroristi che tanto odiamo, ciechi e sordi per ideali che forse nemmeno esistono. Spietati come grande inquisitori, imitando goffamente il povero Cicerone e tutti gli oratori che si dilettavano a distruggere il prossimo con le parole, ma almeno lo facevano con stile. Non siamo i principi del foro, non siamo dei grandi retori, non siamo mica Torquemada, quindi quando ci viene voglia di fare a pezzi qualcun altro, andiamoci a fare una bella corsa oppure puliamo le mattonelle in bagno o facciamo un bell’urlo dentro all’armadio invece che agli sconosciuti.

Se poi vi capita di dover tirare fuori il vostro personale Charles dalla vostra anima, allora fatelo. Ogni tanto è pure giusto fare i primitivi e ricordarci che siamo pur sempre figli degli scimmioni, ma fatelo quando è proprio giusto e non c’è nient’altro che si possa fare. In tutti gli altri casi ma lasciatela correre questa vita, lanciare merda sugli altri non vi farà sentire sul piedistallo dei giusti, ma su quello dei rancorosi che non hanno nient’altro di meglio da fare che dire agli altri che cosa è meglio. O se siete personcine dal prurito alle mani facili, che una parola devono lasciarla sempre e zitti non ci sanno stare, allora prendetevi del tempo prima di insultare. Leggetevi le Catilinarie del vecchio Cicero, leggetevi L’arte di insultare di quel bel depre intellettuale di Schopenhauer. 

Se volete la gloria del vincitore, se volete che tutti vi riempiano di pollici all’insù per come mettete insieme le vostre pallottole, allora fatelo pure cazzo, però fatelo per bene. Fatelo con grazia e con pazienza, perché anche l’antipatica ha la sua eleganza e fare i tamarelli di borgata siamo bravi tutti, compreso il mio Charles interno quando viene a trovarmi.

L’odio paga pochissimo e raramente, proprio come fa l’amore. Anzi, pensateci un attimo, regalereste mai tutto il vostro amore a qualcuno che non avete mai visto? Ma no che non lo fareste, allora perché dovreste regalare tutto il vostro odio così alla cieca? Sono entrambe energie preziose ed entrambe vanno meritate. E poi, come si dice qua alla Garbatella, se te devo mandà affanculo, bisogna che te guardo nell’occhi mentre lo faccio.

 

Combattere il male di vivere in poche mosse e senza uscire di casa.

Spesso il male di vivere ho incontrateccetera eccetera eccetera. Lo so, io lo so che anche tu sei un po’ come me e anche tu tendi a svegliarti con quella sensazione di amaro nel cuore almeno una volta ogni settimana. Non sai come si chiama, non c’è sempre un motivo ma che ti capiti di aprire gli occhi con quella morsetta tutta stretta intorno al petto, rimane una verità incontrovertibile. Ora qui potremmo pure chiamare in causa l’universo intero cercando di motivare l’origine di tale malessere, ma finiremmo per perderci in una galassia di significati che ci allontanerebbero da quello che voglio dirti.  L’esistenzialismo, il capitalismo, il buddismo, il menefreghismo, il qualunquismo, il femminismo, il veganismo, tutti. Sono tutti colpevoli del fatto che qualunque cosa succeda, qualunque cosa ci passi tra le mani, non troviamo comunque il modo di starcene zitti e contenti a godercela, senza doverci dare ogni tanto una bella ripassata nel male di vivere come le cotolette nel pangrattato.

Quindi se te sei un po’ come me le cose sono due: o decidi che una spiegazione la devi trovare e allora ti imbarchi in questa crociata tempestosa e non ti arrendi fino a che non hai trovato un nome abbastanza adatto. Scorri le possibilità e vedi cosa ti convince meglio, se fermarti nel girone dei depressi, dei bipolari, degli ignavi, degli incompresi, degli eremiti, del dopolavoro ferroviario o del circolo bocce, le possibilità sono infinite, l’importante e che ti ci senta a casa. Oppure fai come me e questa crociata non la combatti, ma la accogli con un abbraccio come si fa con un vecchio amico.

Non lo so se questa è una cosa giusta oppure sbagliata, però ti giuro che a lungo andare, risparmi un sacco di tempo utile. Quel tempo che prima investivi a cercare il bandolo della saudade, lo puoi passare a fare altre cose, perché tanto lo sai che poi domani passa, giusto? Quindi, come dice il mio astrologo di fiducia, se l’apocalisse è adesso, tanto vale ballare o come ha detto qualcuno ma non so chi, visto che stai nel tunnel, a questo punto arredalo.

Negli anni mi sono affinata parecchio, giorno di saudade dopo saudade, a trovare dei modi semplici che mi fanno arrivare alla fine della mia giornata di merda, un po’ meno avvilita, un po’ meno malinconica e con un po’ meno voglia di rispondere che va di merda se qualcuno dovesse chiedermi come sto. Adesso ti faccio una breve lista che tante volte hai visto mai ti possa aiutare pure a te. Insomma, la verità è che ci raccontano che per stare bene dobbiamo sempre fare chissà che, scalare montagne, perdonare torti, abbandonare rancori, invece secondo me ogni tanto dobbiamo solo rimboccarci le maniche e cercare di prendere il mal de vivre come un momento in cui la vita ti ricorda che per poterla vivere, la cosa che ti devi allenare a fare, è a diventare molto creativo. 

Le giornate di merda sono come un frigorifero quasi vuoto, ti costringono a dare qualcosa anche quando da dare ti è rimasto soltanto il peggio e una coccia di parmigiano.

E quando mi tocca quella minestra, io di solito me la cucino sempre così:

  • Risveglio muscolare con i Wu Tang Clan. Ebbene sì, niente grandi classici della canzone italiana, niente romanticherie smielate ma soltanto loro a tutto volume. Tu mi chiederai perché ma la verità è che non lo so perché ma con questa colonna sonora non puoi mai essere veramente triste. Fanno troppo casino, fanno troppo ritmo e ti fanno sentire lontano da tutto il resto e vicino a un realtà che sta soltanto nei telefilm. Quindi se ti svegli male prova a farlo anche tu, prima del caffè, prima di tutto. Scommetto una stecca di sigarette che dopo cinque minuti corri a prendere gli occhiali da sole e te ne vai in bagno alzando le mani in aria.
  • 3 caffè e 7 sigarette dopo sono pronta per affrontare il resto del mio disagio e quindi decido che, per darmi un bello spintone che mi fa reggere fino al pomeriggio, anche solo contemplando le foglie muoversi fuori dalla finestra, il meglio che posso fare è mettere le mani in quello che più odio tra tutte le cose di questo mondo: la burocrazia. Ed ecco che, soffrendo come se stessi facendo 100 flessioni, comincio ad aprire cassetti, sistemare due o tre bollette, aprire la posta e scrivere una di quelle risposte che rimandi da mesi e mesi. Se riesci a fare soltanto una di queste cose, ti prometto che anche solo per un momento, proverai un sollievo così tanto grande che ti verrà quasi voglia di comprare un raccoglitore colorato pieno di cartelline e farlo diventare un esercizio zen.
  • Superato il pranzo comincio l’ispezione delle geometrie di casa, ripasso gli angoli e individuo punti che non mi piacciono. Prendo il metro in mano e misuro i mobili, fino a che nella testa non sento un click e allora parto con il tetris. Ti giuro che non so da dove tiro fuori così tanta forza da riuscire a spostare gli armadi a muro, ma devo dire che ci riesco. Ho l’abbonamento dall’osteopata ma ci riesco. Questo qui posso dirti che si tratta di un vecchio vizio, anche a 6 anni, quando non dormivo, mi alzavo di notte e spostavo il letto. Per molti anni ho pensato di avere qualche problema (grazie al cielo ne ho ancora e me li tengo stretti) ma poi ho scoperto che questa cosa si chiama Feng Shui, chiedi a Google se non mi credi. L’idea è che in qualche modo muovi le energie, non so quali e non so perché, ma siccome la casa è una cosa così importante che metà dei nostri sogni ce l’hanno sempre come protagonista, evidentemente se sposti il comodino a destra invece che a sinistra, è un po’ come prendere a gomitate la tua saudade e farle capire meglio chi comanda.
  • A questo punto della giornata, senza avere mai spento la musica, mi ritrovo davanti un paesaggio un po’ cambiato, anche solo un angolino piccolo piccolo che però adesso è diverso. La musica continua a suonare alta e ormai ho messo al collo tutto l’oro che ho trovato in casa. Il tramonto è vicino e allora, siccome non ho niente per cui brindare, brindo al niente come se niente fosse. Ma lo faccio al tramonto, come un rituale. Mi siedo sul primo gradino del mio giardino e aspetto che il sole cambi colore, per ricordarmi che, se anche domani non è un altro giorno ma soltanto un altro uguale uguale a questo, io comunque non sarò mai senza risorse. Avrò sempre con me le mie orecchie, la mie braccia e i miei occhi, occhiali da sole compresi, per vedere meglio come anche il giorno peggiore non è mai il peggiore se solo provi a volergli bene invece che a litigarci.

Ah sì, poi c’è un’altra cosa che faccio quando la vita mi fa un po’ maluccio, mi siedo qua davanti e scrivo. E provo a trasformare un niente in qualcosa che abbia un po’ di senso, il grande caos in un piccolo logos, il male di vivere in una lotta attiva contro le tenebre, a colpi di basso e a colpi di martello.

Allora facciamo così, mio caro e malinconico amico, tu accendi le casse e io vado a prendere le birre e le metto in fresco. Oggi basta combattere, oggi siamo stati bravissimi e ci siamo arresi ma col sorriso.

 

 

7 lavori orrendi che mi è capitato di fare

Non scriverò di alcuni lavori di merda che ho fatto per lamentarmi di quanto sia stato difficile fare la psicoblablablabla…no. È stato difficile ma magari ve lo racconterò un’altra volta.

Stasera mi va solamente di fare un memorandum di umiltà a me stessa e a chiunque si senta arrivato oppure snobbi senza nozioni di causa lo sporcarsi, più volte, le mani.

Ogni riferimento a cose o persone non è puramente casuale ma ovviamente non c’è niente di personale. Ho cercato di imparare da tutto quello che mi è successo e spero di non smettere mai, però rimane il fatto che in alcuni momenti durante quei momenti di merda, ho sognato intensamente di imbarcarmi su un cargo battente bandiera qualsiasi e dire addio a tutti quanti per sempre e per un giorno in più. Però, e il però è grandissimo, di ognuno di quei momenti ringrazio moltissimo tutti quelli che c’erano perché alla fine è la gente che hai intorno che ti salva le giornate, anche nel lavoro peggiore di questo mondo così tanto infame.

1- Prima di compiere l’età legale dissi di sì a distribuire copie di un giornale sportivo che visse pochissimo. Ogni mattina alle 5:30 uscivo di casa e alla stazione metro Piramide un tipo che non mi ha mai salutata mi lanciava da un furgone in corsa un pacco gigante tipo cadavere in un film di mafiosi. Le due ore successive erano tutta una lotta con due zingarelle e qualche signore anziano che cercava di rubarmi le copie e poi rivendersele o portarsele a casa per farci chissà che cosa. Indossavo un gilet giallo fluo così, giusto per essere sicura che mi si potesse notare anche dalla Tiburtina. Poi andavo a scuola facendo finta di niente, con le mani tinte di nero e in testa tutta la classifica fino alla serie C.

2- A 18 anni comincio a lavorare nel peggior bar di Caracas-Testaccio e per peggiore intendo che rimaneva aperto fino alle 6 di mattina e c’erano almeno 4 o 5 turni di vomitate generali nei bagni che a turno bisognava ripulire. La prima volta tenevo i mignoli alzati, dopo 4 anni lanciavo lo scottex da due metri di distanza e ricoprivo tutto sponda per sponda come un campione di biliardo e senza sporcarmi nemmeno un dito. Verso le 11 arrivavano gli americani che si erano bevuti pure l’acqua della Fontana di Trevi, all’una e mezza ballavano tutti dovunque compreso il bancone, alle 3 partivano le prime risse. Una volta che si era fatta mattina e io non tornavo venne a prendermi mia madre e mi trascinò a casa per un orecchio dopo aver fatto il sermone pure al meccanico a fianco che ormai aveva riaperto.

3- Al terzo anno di psicologia mi ritrovo vestita come un dottore nel più grande e massiccio ospedale della capitale. Non posso dire che fosse un lavoro perché non mi pagavano ma alzarsi tutte le mattine e stare 8 ore nello stesso posto a fare cose per cui di solito ti danno due spicci, è comunque un lavoro. Reparto di psichiatria di cui ricordo con affetto ogni persona che allora mi attaccò la pippa su quanti omini verdi vedesse o qualunque altra cosa perché non lo sapevano ma io li ascoltavo sempre con attenzione e senza giudicare. Cosa che invece mi toccò fare con la capo sala, donna cattiva come la sete nel deserto che trattava malissimo persino il dispensatore dell’acqua. Io passavo le giornate a cercare di ritrovare la strada tra i corridoi lunghissimi e a chiacchierare con un simpatico vecchietto infermiere che ci regalava i panini avanzati a patto che dessimo una rapida occhiata ai calcoli renali che teneva in un carrello con cui passeggiava. In 12 mesi non sono mai riuscita a prendere l’uscita giusta ma sbagliavo sempre ascensore prendendo quello per il trasporto salme, cercando di scomparire schiacciata contro le pareti per la vergogna. Quando hai 19 anni certe cose sono troppo grandi, come quel maledetto camice che mi dovevo mettere senza averne la stoffa.

4- Finiti i cinque anni di università mi ritrovo in una scuola superiore ad aiutare i ragazzi con problemi. Quelli che una volta si chiamavano duri di comprendonio, oggi di tutto e di più ma di solito handicappati. Non prendetemi per buonista se vi dico che loro erano anche e spesso un gioia e si cercava di dare al massimo anche quando sembrava esserci niente. Ma la scuola in sé era completamente fuori di testa. Ci tenevano tutti in una stanzetta in fondo a un corridoio, chiamata appunto Aula H, ma vi pare cosa da fare? E lì dentro sembrava un circo, nessuno sapeva che fare e intanto volavano pennarelli, fogli, quaderni, scarpe, orecchini, bestemmie. Poi c’era il momento del bagno e a quel punto scomparivano tutti o si litigava talmente tanto su chi dovesse portarci i ragazzi, che ogni tanto i poverelli si pisciavano sotto e fine dei giochi. Se non ce l’ho fatta non è perché sia una vigliacca ma perché per certe cose non serve una vocazione, ma un sistema che ti aiuti a farlo senza rischiare di impazzire non per i disturbi ma per il contesto.

5- Un’estate ho lavorato in un call center, ma non in uno qualunque, eh no. Niente coretti motivazionali a inizio giornata e medaglie al valore a fine mese. Un sottoscala caldissimo e senza finestre tranne una piccoletta in fondo in fondo. Una caposquadra che passava il tempo alle macchinette del corridoio a fare controlli qualità sulle merendine in ricambio e un colloquio fatto da un tipo pieno di forfora che non mi aveva neppure guardato in faccia. Al netto si prendevano 0 euro l’ora e il compito era rompere i coglioni a povera gente che viveva in Spagna per chiedere loro quanto contenti fossero delle rate della loro macchina, tramite un semplice questionario che durava 40 minuti. Io non so se vi è mai venuto in mente, ma tenere la gente a fare i controlli qualità, pagandoli zero e pure senz’aria non dovrebbe darvi il diritto di pubblicare certi dati come se fossero scientifici che sono fatti alla cazzo di cane. Nel migliore dei casi.

6- Ho passato un buon annetto e mezzo a fare la cameriera in un ristorante a gestione familiare. Cioè mamma, papà, figlio capricciosetto di 13 anni e amante della mamma che frequentava tutte le sere. Signori, mi hanno davvero trattata come una figlia e ho mangiato mille cose buonissime. Però il contesto familiare voleva dire che ogni giorno stavo sotto il tiro incrociato di uno che odiava l’altra, l’altra che si lamentava di uno, il figlio che urlava cose a caso, il padre che gli lanciava gli zoccoli dalla cucina, l’amante che si piazzava al bancone a fare gli occhioni alla signora che nel frattempo mi tirava il braccio. E lì fuori 70 coperti che aspettavano soltanto me, tranne il sabato che c’era anche un’altra ragazza che aveva impicci con non so chi e beveva mentre lavorava come nemmeno il più incallito dei clienti al tavolo, lasciando la sala piena di cose sparse per terra e dovunque. Tutto questo succedeva nel mio completo e assoluto silenzio generale perché i problemi erano sempre tutti già prenotati peggio dei tavoli.

7- Un inverno decido con un’amica di provare a vendere dei vestiti con un’Ape Car, ignara del fatto che la proprietaria del mezzo e degli abiti avessi i permessi diciamo a metà. Quindi la mattina ci incontravamo in un punto lontanissimo di questa città e con grande e immensa fatica cercavamo di far uscire l’apetta demmerda dal suo garage. Ecco, io non so se qualcuno di voi l’ha mai guidata ma non è una macchinina a scontro, è più come un dannato traghetto. Per ingranare la retro dovevamo essere in due e comunque pregare prima e pure un po’ dopo. Poi facevamo i chilometri con la gente che ci mandava madonne di tutti i colori perché il faceva fumo come un incendio ed era tutto uno smontare e rimontare maglioni e magliette o perché pioveva o perché c’era la municipale. La notte mi sognavo i clacson e le marce e poi, di nuovo, quel cargo battente una bandiera qualunque ma senza la retro.

Non mi pento di niente ma non rifarei tutto e so benissimo che è pieno di gente che è costretta ogni giorno a fare un lavoro orrendo per forza. Vi dico tenetevi strette le persone migliori che avete intorno perché quando tutto il resto fa schifo voi e loro potrete sempre non farlo. E ridere come a scuola nei banchi quando non c’era proprio un cazzo da ridere.

La riflessione è più lunga, larga e dolorosa. Non sono capace a dire tutto quello che penso ma il lavoro di merda può farci diventare di merda anche a noi e questo non dovrebbe succedere mai. Sarà un pensiero ingenuo, senz’altro ma non mi voglio arrendere e anche a costo di perdere molto cercate sempre di dire no quando le cose non vanno bene per niente.

Qualche hanno fa lessi un articolo su un manager andato in disgrazia che si era ammazzato. Aveva moglie e figli e migliaia e migliaia di debiti. Nella stanza dove lo trovarono c’era un biglietto e il biglietto diceva: “Quando ero piccolo sognavo di cambiare il mondo, ora vorrei soltanto uscire da questa stanza con dignità”.

Anche se suona vuoto e forse disperato, che questo possa non succedere mai a nessuno, mai più.

 

Olimpia Parboni Arquati

Roma bastarda

Ti odio da troppo tempo e quindi non riesco a lasciarti, maledetta Grande Pesca. Tu con il tuo arancione dappertutto, tu che ti infuochi a ogni tramonto, tu che quando piove diventi Atlantide anche se dopo duemila anni potresti anche imparare a reagire quando il cielo lacrima, maledetta tu che mi togli un sacco di cose e poi qualcuna me la dai pure, così io non me ne vado mai ma ci penso sempre.

Itaca piena di buche, piena di macchine, piena di stronzi.

Mi hanno portato via da te quando non sapevo ancora parlare e sono 32 anni che mi manchi anche quando stiamo vicine. Più ti vedo, meno ci capiamo. Meno ci capiamo, più non ti sopporto.

Roma è tanti paesi uno dentro l’altro, Roma non è la capitale dell’impero, Roma non è nemmeno una città, è una giostra che gira al rumore dei clacson e degli insulti.

In questa città non siamo tutti uguali, qui dovunque vai ti guardano ancora le scarpe. Roma cafona, Roma parvenue, Roma vecchia ma adolescente. Roma che ancora si rifugia nel nome dei Parioli ma anche Roma che cerca di riscattare il nome delle borgate. Qui si imita il futuro rimanendo incastrati nel passato. Roma sei solo un centurione con la scopa in testa al posto delle piume, Roma te la tiri senza motivo, Roma coatta de paese vestita a festa fuori dalle chiese.

Qui capita pure che sulle strisce ti facciano passare, ma te lo devi merita’. Capita pure che con te siano gentili, ma te lo devi suda’. Ogni volta che esco di casa ho paura di litigare con qualcuno o che qualcuno litighi con me. Quando pago e mi chiedono gli spicci, mi guardano male se non ce li ho. Eh no, infatti, ce li ho ma mi piace camminare sotto un cielo di insulti, con le tasche piene di monete. Quando ho aperto la partita iva e ho chiesto “Tutto qui?” mi hanno risposto “E non lo so, che vole pure un caffè?“. Quando sono entrata zoppicando al pronto soccorso mi hanno detto “Ao ma come cazzo cammini?“.

Roma si discute e non si ama, facciamola finita con queste glorie antiche e immobili. Città sporca, città mortificante, città mafiosa, città che mi ha insegnato tutte le parolacce che conosco e me le fa sgranare come le palle del rosario.

Roma ti prego, proteggi questi figli tuoi che ti riempiono di cicche spente e di rancori. Roma che farai la stupida anche stasera e non mi darai mai una mano a famme dì de sì.

Pesca maledetta ma tu te lo chiedi mai che cos’è la gentilezza e cos’è la felicità? Tu ti rendi conto che qui la gente si spara per i parcheggi? Ma non hai guerre migliori da metterci tra i piedi? Ma tu, tu che vedi starci male, ma perché non ci lasci andare via?

Saranno i tuoi pini che ti portano fino al mare e l’idea del mare che alla fine ti accompagna. Saranno quei vecchi che fortunatamente ancora incontri, seduti sulle panchine, a borbottare in un dialetto che si è praticamente perso. Tutto quel verde delle ville e quello del tuo fiume pieno di ponti pieno di statue.

Deve essere l’odore delle pizzette rosse dei forni, l’odore dell’asfalto a forma di groviera quando piove e quando arriva Luglio. Saranno tutte quelle canzoni che in mezzo ci mettono il tuo nome e noi che le cantiamo, come una serenata a una che alla fine non te la darà mai ma ti ci fa credere perché è bella. Sporca ma bella, disordinata ma bella, pericolosa ma bella, bella, bella li mortacci tua.

Se io non me ne vado è solo perché quando l’estate torna voglio esserci sempre, a trovare parcheggi impossibili sotto il sole di agosto e a cercare sorrisi impossibili sotto il grigio della tangenziale. Non me ne vado perché per troppo tempo mi sono chiesta come saremmo state insieme e anche se non ci ameremo mai, io lo so che ci vogliamo bene come si può volere a un vecchio amico dell’asilo che non sopporti ma senti il dovere di rispettarlo perché ti riporta a come eri e a come volevi essere.

Io ti odio perché mi stai facendo diventare uguale a te, cattiva ma mai fino in fondo, aggressiva ma mai fino in fondo e bella solo sotto la luce dei tramonti.

E forse in qualche modo io ti amo anche perché amore è cercarsi senza trovarsi mai e volersi senza capirsi mai. Mai fino in fondo.

Continuerò a inciampare sui marciapiedi e a far sbranare le gomme dalle tue strade. A prendermi gli insulti che non mi merito e farmi squadrare i vestiti dai tuoi figli stronzi e cafoni come ho imparato a essere anche io, nelle ore di punta e nelle ore morte. Raccoglierò i fazzoletti sporchi che la vicina di sopra mi lancia nel giardino tutti i santi i giorni, senza dire un fiato, perché ai romani basta una guardata storta per fare male. Starò sempre senza monete per potermi sentire in colpa con i cassieri e tornare sempre a casa con la voglia di sbatterti al muro e dirti tutto quello che penso.

Anche adesso che non so più che cosa sto dicendo, che i termosifoni sono spenti e sto morendo di freddo anche se qui l’inverno vero non arriva mai.

Forse è questo che non me ne fa mai andare, il tuo essere quasi un sacco di cose ma non schierarti mai da nessuna parte. Se fuori da qui sento parlare male di te io metto in pratica tutto quello che mi hai insegnato e infamo tutti perché non si devono permettere. Forse solo noi ti possiamo trattare male e dirti tutto quello che pensiamo perché siamo tutti prepotenti come ci vuoi tu.

Se anche alle madri si deve parlare dell’odio allora oggi lo sto facendo e non so dirti se sarà la prima volta o l’ultima ma posso dirti che io non me ne vado e lo faccio solo perché sei tu che cerchi sempre di mandarmi via e ti dimentichi che so’ de coccio come le anfore, dura come i sanpietrini, solida come il marmo.

Roma tu mi levi la vita, ma io che so’ coatta come mi hai voluto tu, io ti guardo negli occhi, te lo dico in faccia e no che nun te lascio.

Quando non ne potrai più allora fammelo sapere che t’aspetto fuori nel cortile e vediamo chi vince sta rissa. Mi levo tutti gli anelli e ti do tante di quelle botte perché prenderti per il collo è l’unico modo per abbracciarti ancora.

Il bello di essere sfigati

Quando avevo sette anni i miei genitori fecero una grande festa per il mio compleanno e io la passai nascosta dentro l’armadio a guardare gli altri che si divertivano in giardino. A dodici, se stavo male, spiavo il ragazzino che mi piaceva col binocolo mentre giocava nel cortile della nostra scuola che era proprio lì di fronte. Due anni dopo tornavo dalle vacanze e mi inventavo nomi di piccoli principi azzurri che mi avevano voluto bene durante l’estate perché tutti avevano una storia da dire, tranne me.

All’alba del giorno dopo la mia festa di diciott’anni mi svegliavo sul divano di casa dove mi ero addormentata prima di mezzanotte, camminavo facendo lo slalom tra vari amici distesi ovunque che avevano fatto l’alba nel mio salotto, mi mettevo la giacca, uscivo in terrazza, mi accendevo una sigaretta e confessavo a me stessa di essere nient’altro che una grandissima, ma grandissima, sfigata del cazzo.

Da quando avevo memoria non ne avevo azzeccata manco una, non mi ero mai sentita nel posto giusto al momento giusto, mai detta la frase giusta alla persona giusta, niente. Un’attrice non protagonista nel cinema della mia vita, praticamente una comparsa che sparava qualche parola che nessuno si sarebbe ricordato mai tipo quella che serve gli hamburger in Pulp Fiction. Ma quale? Appunto.

Passavo ore infinite a pensare quanto sembrasse meglio tutto ma proprio tutto quello che capitava agli altri. Tutto più felice, tutto più fico, più facile, più bello.
Tutto molto di più di quanto avessi o sapessi o potessi fare io.
Non mi ricordo quanto spesso mi ammazzassi di pianti in camera, con la porta chiusa a chiave e la faccia dentro al cuscino, ma comunque stavamo tra le due e le duecento volte al mese.

Ma volete sapere la parte peggiore di tutta questa cosa qual era? La parte peggiore è che forse non lo sembravo nemmeno una grandissima sfigata del cazzo, sembravo normale. Avevo le scarpe che avevano tutti e tutti gli accessori che avrebbero fatto dire a tutti “toh, niente di meno, niente di più“. Al massimo qualcuno avrebbe detto che ero giusto un po’ strana. Aggettivo che oggi amo più di qualsiasi complimento e vorrei pure vedere, co’ tutta la fatica che faccio per stare lontana dalle cose normali. Ma rimane il fatto che quel cuscino sempre umido mi teneva sempre sul pezzo e mi ricordava quanto fossi sfigata almeno nell’anima se non nell’abito.

Poi è successo quello che succede a tutti: il tempo. A 19 anni inizio a lavorare come cameriera, più che altro per avere sempre una risposta pronta quando si trattava di avere piani per il fine settimana. E allora comincio a fare le 5 di mattina per forza, a conoscere gente per forza, a sorridere prima per forza e poi addirittura per piacere. Due anni dopo cambio città per continuare a studiare e mi ritrovo in un posto molto piccolo dove imparo una delle lezioni più grandi che ho mai imparato. La imparo anche qui, più per forza che per amore ma alla fine non cambia niente perché la imparo sul serio.

Eravamo pochi, pochissimi. Niente a che vedere con l’idea che mi ero fatta degli splendidi anni di college che avevo rubato dai film. Sembravamo i superstiti di Lost costretti insieme dalle contingenze e scopro il grande paradosso della maggior parte degli sfigati nell’anima: scopro che non solo mi sentivo sempre fuori da tutto ma io per prima tenevo sempre tutti fuori. Ero diventata una miscela letale, quella che si sente un’imbecille ma finisce per sembrare una stronza. Non raccontare mai quasi niente a nessuno, convinta che tanto non si sarebbe capito o non mi sarei spiegata, mi aveva fatto diventare snob, una grandissima snob del cazzo.

A quel punto avevo capito abbastanza per cominciare a parlare sul serio con gli altri diversi dal mio cuscino e posso dire di non avere mai smesso. Ovviamente non è una cosa che ho finito di imparare e mi capita spesso di ritrovarmi ancora ingabbiata nell’abbraccio della sfiga. Tutte le volte che gli altri mi sembrano migliori o diversi ci ricasco sempre e per un attimo mi rimetto la tutina da supersfigata con la faccia da stronza ma poi me la faccio passare semplicemente sorridendo per prima, parlando per prima e riscoprendo ogni volta che certe malinconie ci vengono sopratutto perché siamo pieni di pregiudizi su noi stessi. Così pieni che non prendiamo nemmeno in considerazione tutti i pregiudizi che possono avere gli altri, non su di noi, ma su loro stessi.

Forse ogni essere umano che si guarda allo specchio oppure dentro trova sempre un seme di sfiga e forse raccontarcelo è uno dei modi migliori per stare attenti durante tutte le prossime volte ad essere noi quelli che fanno il primo passo perché sì, va bene lo specchio, ma anche le facce degli altri ci raccontano come siamo. E allora diamoglielo questo sorriso, pronti a correre il rischio di essere un po’ meno niente di quello che ci racconta il nostro cuscino.

E poi, la cosa veramente bella di essere un po’ sfigati è che nel frattempo che la sfiga ti invade, tu comunque in qualcosa ti devi impegnare per stare a galla e sentirti più pieno. Io non ho mai avuto quello stesso appetito per le cose belle che avevo quando piangevo. Mi sono circondata di musica e libri e frasi e saggezze e cose importanti scritte con la bomboletta spray sulla porta del bagno. E poi ancora sogni, tantissimi sogni.

Molto prima di sentirmi una sfigata del cazzo leggevo sempre una storia. Quella di una bambina a cui un mago regalava 3 noci, dicendo che dentro c’erano cose che le avrebbero salvato la vita in momenti diversi. Lei gli dà ascolto e se le porta in tasca fino a che succede davvero che ogni cosa nascosta lì dentro finisce per salvarle la vita. Quindi tutto quello che fate e imparate mentre vi sentite sfigati, non lo buttate, tenetelo in tasca e abbiate pazienza ma abbiate anche il coraggio di parlare per primi.

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