Confessioni di una psicologa senza filtro

di Olimpia Parboni Arquati

Come smettere di procrastinare

Buongiorno a tutti gli amici in ascolto, di seguito l’esperta vi fornirà alcuni preziosi consigli su come smettere di rimandare ogni cosa che vi mettete in testa di fare, a domani o al giorno dopo ancora. Quindi procedo a mettermi in cattedra, a lustrare gli occhialini che per un motivo misterioso si riempiono di ditate anche quando nessuno li tocca e, con i poteri conferitimi dallo studio mattissimo e disperato, dall’Ordine degli Psicologi del Lazio e dalla mia prozia MariaGiovanna che sono sicura faccia il tifo per me, vi farò sentire molto in colpa per le vostre pessime abitudini e per come vivete male la vostra vita, giornata dopo giornata, tentativo dopo tentativo, fallito.

Voi, a differenza mia che alle 6 di mattina di ogni giorno che qualcuno manda in terra mi alzo per tirare muretti a secco in giardino con la sola mano sinistra, non sarete mai persone di successo, non sarete mai felici e, cosa più importante tra tutte, non riuscirete mai a cambiare il mondo, sfigati.

Ecco, grosso modo la sensazione che provo quando incappo in qualche scrittura sulla costruzione di una routine vincente come scacco matto al dolore, è quella che ho provato a spiegarvi, impegnandomi per sembrare antipatica.

Perché quando leggo delle persone che dispensano dottrine su come vivere, io mi sento che non sto vivendo, sto solo trascinando me stessa verso gli impegni che mi fanno pagare le bollette. Mi sento come se ogni tentativo fatto sia uno sparo a salve nel cuore di una foresta disabitata. E penso anche che chi si permette questo piglio, senza alcun riferimento alle difficoltà, sta commettendo un piccolo grande crimine contro l’umanità, il crimine di essere disonesto.

Se vuoi avere successo e felicità devi per forza comportarti come un militante nelle fila dei doveri, alzarti non presto, prestissimo, procedere dunque con un’oretta di esercizio che manco i balilla, oppure meditazione profonda oppure yoga flow oppure sei un coglione. Espletata la colazione leggera a base di acqua e limone tiepida e fette di segatura e semi lino e nocciole del Kazakistan, gli esercizi di mantenimento gravitazionale della massa, indossato il tuo abito migliore, si procederà dunque al controllo della posta. E qui mi immagino di essere praticamente Churchill che la mattina apre la posta criptata per decidere le sorti della guerra. Solennemente apro gmail e imposto le mani a lavorare come scriba professionista e compito e rispondo alle potenze internazionali chiudendo ogni lettera con “cordialità” scritto bello grosso.

E, secondo loro, tutta questa immane fatica è solo quella delle prime due o tre ore del giorno, superate quelle con il massimo dei voti, dovremmo lanciarci nelle strade del mondo augurando buongiorno ai passanti, infilandoci con la 24h di pelle nel vagone della metro in perfetto orario senza nemmeno una goccia di sudore. Quando lavoriamo stiamo cambiando il mondo, noi stessi, il riscaldamento globale. Quando mangiamo siamo meglio di Luciano Onder in Medicina 33, solo frutta e verdura di stagione, solo un massimo due bicchierini di vino e solo a cena, solo prodotti non lavorati, niente schifezze, niente zuccheri, 5 litri d’acqua al giorno, tisane depuranti, radici di zenzero, omega3, niente fritti a meno che non sia un’occasione speciale e, anche in quel caso, meglio fritto ad aria, meglio fritto leggero, anzi, meglio che sembra fritto ma in realtà è al forno.

Per non parlare del sonno, daje a dire che dobbiamo dormire 8 ore, spegnere i telefoni, spegnere i computer, la luce, i pensieri. Eppure non conosco una persona che sia una, che ogni notte dorme 8 ore e che riesca a spegnere se stesso quando vuole. Per non parlare, e non ne parlerò perché lo considero un capitolo a parte, della disonestà del far intendere che se non credi abbastanza in te stesso, nelle tue capacità, nei tuoi sogni, allora non sei appunto solo uno sfigato, sei proprio un povero coglione. Non so di preciso voi, ma io più che andare a dormire, collasso sul divano ricoperta da apparati di bassa tecnologia, posacenere e forcine. Verso le due mi alzo di soprassalto con gli occhiali e la luna di traverso, mi infilo se va bene metà del pigiama e provo a trascorrere un secondo tempo che spesso diventa: curiosità sulle ginocchia dei pinguini, osservazione del soffitto, introspezione dolorosa sul passato e sul futuro, inevitabile arrivo delle prime ore dell’alba, inevitabile ansia correlata e profondissimo sonno quando ormai è tardi.

La verità, gentili amici in ascolto, sempre che parlare di verità sia qualcosa concesso agli esseri umani, è che ogni giorno è una scommessa con la vita. Ogni giorno è tutto uno scommettiamo a chi ce la fa di più, se la nostra volontà di fare batte quale del non fare. Ogni giorno è una probabile scadenza, ogni giorno un essere umano si sveglia al suono della decima sveglia rimandata e sa solo una cosa: che non ha nessuna voglia di correre. Sa che le gocciole non ti rimettono al mondo, che un caffè non basta, che sognare può fare male.

E io non sono qui a ricordarci che la vita uh com’è difficile la vita, no. Sono qui a provare a dirci che la routine, quella danza scomposta che si intraprende con i giorni, è una buona norma, ma le regole non possono essere imposte.

Se provassimo ad ammetterci che il primo pensiero non è “dio che bello eccoci di nuovo qui“, ma “dio come farò oggi“, credo ci sentiremmo tutti meglio. Se provassimo a essere inclusivi in questo senso invece che cazzeggiare solo con cosa non si può stigmatizzare perché pare brutto e provassimo a non colpevolizzare la volontà, ritenendola handicappata quando non rispetta i tempi dei capi della NATO, forse permetteremmo a più persone di avvicinarsi a qualche tipo di cambiamento stimolando sul serio la volontà a farlo, non facendo passare ogni tipo di azione impegnativa come una forma di piacere bensì come un possibile dovere che porta qualche soddisfazione.

Non si insiste abbastanza spesso sulle difficoltà del prendersi cura di se stessi attraverso le piccole abitudini, non si insiste abbastanza spesso nel raccontare quanto sia facile indulgere e quanto sia piacevole dirsi “lo faccio domani”, anche quando domani è sinonimo di “mai più”.

Non riuscire a trasformare ogni sogno in realtà non è invece sinonimo di non saper vivere, è il segnale che ci stiamo provando. La vita non è quella cosa che ti alzi e te la mangi, è un fenomeno delicato, fatto di tanti momenti silenziosi, fatto di immaginazione e ricordo, di invidie, di paure e di momenti di rabbia. La vita è quella cosa che ti svegli, sbuffi, eppure ti alzi lo stesso e provi a trascinarti attraverso le cose che devi fare, qualche volta bene, altre malissimo, altre non ti alzi affatto e continui a immaginare.

Non riuscire a superare sfide che probabilmente non ci appartengono nemmeno non fa di noi dei depressi, dei pigri, delle persone incapaci di concentrarci, fa di noi delle persone punto.

Prendete la routine che secondo voi dovete seguire, scrivetevi tutta la giornata nel dettaglio inondandovi di compiti impossibili, poi cancellate tutto e lasciate solo una cosa piccoletta. Oggi che è mercoledì forse stasera farò lo spezzatino, oggi che è mercoledì forse finirò di scrivere quello che sto scrivendo, oggi che è mercoledì, è mercoledì, fa freddo, sono passati altri mesi da quando ho detto che avrei pulito i vetri, eppure sono qui, forse non mi sento così felice, così soddisfatta e vincente, così invincibile e così arrivata, però mi sento viva, però mi sento, punto.

L’essenziale non è invisibile al cuore

Tutto inizia 10 anni fa, quando finisco nelle grinfie di un narcisista manipolatore. Riesce ad intortare me e purtroppo anche mia figlia. Quest’ultima, figlia del mio primo matrimonio, avendo una grande mancanza del padre (non si è mai occupato molto della figlia), si è affezionata moltissimo (grazie anche alle sue doti di manipolatore) a quello che sarebbe diventato il mio secondo marito. La proposta di matrimonio, avviene ovviamente, dopo il decesso dei miei genitori, peraltro molto benestanti.

Fino a quel momento, il mio “fidanzamento” andava molto bene. Complimenti, attenzioni di tutti i tipi, mazzi di fiori, cene al ristorante, etc. Preciso che sono non vedente. Dopo il matrimonio, inizia l’incubo. Mortificazioni, insulti, cercava di farmi credere di essere pazza. È stato capace di qualunque schifezza. Approfittando della mia disabilità, impedendomi di cucinare (ci tengo a precisare che sono una brava cuoca, ai tempi d’oro riconosciuta anche da lui). Solo col passare del tempo, mi accorgo che le gambe non mi reggono, perdo la percezione di ciò che mi capita attorno e dimagrisco 24 kg. Lei dottoressa può sicuramente immaginare il calvario che ho passato, visto che mia figlia continuava a difenderlo, dicendomi che non dovevo fare la stronza, rovinando un matrimonio e che avevo bisogno di una persona che pensasse a me.

Col passare del tempo ed anche con l’aiuto di alcune persone amiche, mi rivolgo ad uno psichiatra, per una visita approfondita e per concludere, una Relazione Medico-Legale. Salta fuori sia la mia sanità mentale di base, ma saltano anche fuori le scatole di psicofarmaci, nascoste in casa, che il caro marito, approfittando della mia disabilità, mi sbriciolava negli alimenti. Unitamente alla collaborazione con il mio Avvocato, riesco a separarmi ed ora attendo la sentenza di divorzio. Mi è costato molto riuscire ad allontanarmi da questo essere, anche perché ne ero molto innamorata e non riuscivo a capire come potesse avermi portato dalle stelle alle stalle.

La cosa più brutta, è che è comunque riuscito ad allontanarmi da mia figlia, che non mi vuole più vedere e non mi permette di vedere il mio nipotino. Lui, in compenso è sparito, grazie al cielo e spero di non rivederlo mai più. (Detta da una non vedente fa un po’ ridere…ma va bene così)

La ringrazio per avermi dato questa opportunità,

C.

Carissima C., tanto per cominciare ci tengo a dirle che la sua lettera mi ha commosso, inutile nasconderle che parte di questa commozione mi è venuta pensando a una mamma e nonna che non può vedere figlia e nipotino, dall’altra pensando a quella stessa donna che vive anni da incubo in cui cerca di svegliarsi ritrovandosi sempre però a occhi chiusi. Mi scusi se nomino così candidamente il fatto che lei non veda, mi sarebbe più faticoso evitare di includere un fattore così importante nell’idea che sto provando a disegnarmi. Quello che anche ci tengo a dirle è che sono felice al pensiero di sapere che c’è qualcuno, da qualche parte, che ha trovato un modo per allontanarsi da qualcosa che un tempo faceva così bene e poi così ma così tanto male. Non tutti ci riescono, sono sicura che lo sappia.

Ora veniamo al resto, di solito non rispondo o non rispondo particolarmente volentieri (dal vivo come qui) alle affermazioni sull’aver incontrato una persona con disturbo narcisistico, uomo o donna che sia. Questo non perché non fidi di ciò che mi viene detto, anzi mi fido senza ombra di dubbio del fatto che ogni sentimento è un sentimento reale e che esistano tante verità quante persone su questo mondo, quindi le chiedo di accogliere questa mia titubanza nel modo più gentile possibile, perché se mi mettessi a dare addosso a questo individuo che pare essersi comportato in maniera così scorretta, non penso che le porterei sollievo, o meglio in un certo qual modo sì. quando ci feriscono abbiamo bisogno di sapere che l’errore non stato nostro e che siamo stati vittime di qualcuno pieno di cattive intenzioni. Eppure la rabbia, per quanto possa proteggere, è un balsamo senza effetto prolungato.

Quello che mi piacerebbe lei potesse continuare a capire è come mai le è capitato di imbattersi in una persona del genere e che cosa succedeva durante quei momenti in cui vilmente le sbriciolava farmaci nel cibo a sua insaputa, in cui screditava ogni suo gesto e in cui innalzava barriere tra lei e sua figlia. Quale era il testo del vostro contendere e inoltre, se fossi ovviamente la sua terapeuta, vorrei sapere cosa è successo al suo primo matrimonio, in che modo è finito e se questa è la prima volta che si “affida” così tanto a qualcuno o se c’è una parte di lei che, durante questo tempo orribile, ha preferito non sentire certi campanelli di allarme che erano lì nascosti tra mazzi di fiori e promesse per il futuro. Le chiederei tutte queste cose, pur sapendo che potrebbero farla sentire in difficolta, ma gliele chiederei lo stesso. In ultimo le chiederei anche che cosa intendesse con non fare la stronza. Forse non sopportava di vedere andare via un altro “papà”, forse come succede purtroppo molto spesso in questi casi, i figli se la prendono con i genitori per non essere stati abbastanza “amabili” da far rimanere l’altro. Lei se lo chiede mai se è meritevole di un amore tutto intero, in cui nessuno accudisce gli aspetti dolorosi dell’altro ma entrambi si prendono cura uno dell’altra.

Lo so che molto probabilmente non era certo questa la riflessione che si aspettava, mi dispiace tanto, è che anche se questo è un mezzo piccolino e di nessun ma dico nessun valore clinico, cerco sempre di comportarmi come faccio il resto del tempo, sollevando domande, cercando di costruire insieme una soluzione che non solo possa rendere più morbido il passato, ma possa aiutare a evitare che il passato si riversi tutto nel presente, mangiandosi il presente, mangiandosi il futuro.

Io vorrei non solo che lei cercasse un aiuto per costruire il modo di riparlare con sua figlia, perché se gli amori possono passare, i figli accidenti no, ma vorrei anche che con un enorme sforzo, provasse a riconsegnare tutto il male al mittente, delegando la questione ad uno scioglimento legale e pensando che anche se quel futuro che avevate costruito insieme, fatto di molte promesse e pochi fatti, non esiste più, ne esistono alcuni che aspettano soltanto lei per poter essere costruiti.

La mia titubanza sul disturbo narcisistico come capo d’accusa è dovuta a due motivi, da un lato penso che in moltissime occasioni non si tratti di un vero disturbo di personalità, ma di un carattere di merda, accompagnato a una scarsissima maturità relazionale e molta paura, dall’altro, anche quando si tratta di un disturbo conclamato, purtroppo la considerazione non cambia. Noi spesso immaginiamo che dall’altra parte ci sia una persona che nulla sente e nulla soffre, assetata di potere sigli altri e sempre in controllo, eppure è proprio in quei casi clinici che si riscontra la miseria più nera, fatta di persone continuamente in lotta con la loro essenza, anzi privi di un essenza, incapaci di amare perché incapaci di costruire un’immagine delle altre persone dotata di coerenza, continuamente perseguitati da un perfezione che ricercano altrove perché nel loro tormento non c’è spazio per il dubbio, non c’è spazio per gli altri, ma dagli altri sono ossessionati. Narciso non si uccide perché specchiandosi finalmente scopre la sua bellezza, Narciso si uccide perché specchiandosi finalmente si vede, e impazzisce per l’orrore.

Mentre lei, lei mia cara, nonostante tutto e tutti, finché riuscirà a sentire il modo in cui è fatta, come vero specchio delle sue emozioni, allora vedrà molto ma molto più lontano di qualunque stronzo le capiterà di incontrare. Consideri gli aspetti di questo per fortuna quasi ex marito come la vera disabilità, perché sono sicura lei non abbia avuto una scelta, mentre chi sceglie di fare male può provare a fare meglio e un’anima disabile e presuntuosa, il mondo non offre nessun rimedio.

La abbraccio,

Olimpia

Il diritto di essere tristi

Tutte le felicità si somigliano, mentre la tristezza di ognuno ha un colore diverso. La mia somiglia al colore dei pomeriggi di Agosto in città, è un gomitolo di fili di ferro giallo acceso e asfalto, ed è tutta la vita che provo a non farci il nido dentro. Eppure senza quelle spine io non saprei che fare, e non saprei chi sono.

Sembra che nessuno perda anche solo un secondo per alzarsi in piedi e mettersi a difendere diritti. Il diritto di amare chi vogliamo, di metterci addosso quello che vogliamo, di pesare come vogliamo, mangiare, parlare, scopare, lavorare, respirare, viaggiare, tutto come vogliamo. Anche il diritto di potersi sentire depressi, la lotta allo stigma dei poveri pazzi che vanno dagli psicologi. Possiamo essere quasi tutto, ma non possiamo essere tristi. Se sei triste devi per forza alzarti e andare a fare una passeggiata, devi per forza fare la conta delle cose preziose che ti sono capitate e accendere un cero alla Madonna, devi pensare a chi sta peggio e devi pensare a te quando sei stato peggio. Puoi addirittura appellarti alla ricerca di una diagnosi che ti metta in pace con gli altri, da sventolare quando le cose iniziano a mettersi male o anche solo faticose. Eppure, se sei triste, te la fai passare e basta.

Il pregiudizio per cui una persona triste o una persona ingrata è prima di tutto incrollabile per la persona stessa, poi il resto del mondo. Stiamo tutti lì con questa idea per cui bisogna, a tutti i costi, arrivare alla felicità. Come se la tristezza fosse la Salerno Reggio Calabria e la felicità il mare. Con questo non voglio dire cagate tipo godiamoci il viaggio, la vita fa schifo quindi tanto vale puntare sulla buona musica di sottofondo o anche solo la vita fa schifo, accontentiamoci delle piccole cose, tipo quella folatina di vento tra i capelli che arriva tra un tir e quello dopo. Non volevo dire questo ma perché non è che sappia qualche segreto sulla vita, di merda o meravigliosa che sia.

Quello che so, o meglio quello che sento tra i rumori di friggitrice lontana fatta di asfalto e la luce delle 15 che esplode tra le fessure della persiana del salotto, è che dobbiamo imparare a starci in modo più costruttivo, nel nido di fili di ferro. Quello che penso, o sempre quello che sento, è che lottare con tutta questa ferocia contro qualcosa di ineliminabile, è quasi come buttarla, la vita, nella ricerca che la vita inizi.

Ogni tristezza è un pensiero che prende le scale per andare in cantina, rovista tra gli scatoloni, si fa luce con poco, teme il mondo fuori e si accanisce con il mondo dentro. Una vita a sentirci dire che dobbiamo chiudere via le emozioni scomode e non recuperarle mai, nemmeno una volta l’anno come le palle dell’albero. Sì, d’accordo, in qualche modo siamo arrivati a concederci che possono essere giorni in cui non siamo supereroi, in cui vorremmo restare a letto e in cui ci coglie la malinconia, ma l’idea è che uno debba stare o lì a farsela passare, o fare una bella passeggiata in montagna che ti distrae. NO. NO E POI NO. Io non mi voglio sempre distrarre dalle cose che sento, ogni tanto vorrei anche cercare di farmene qualcosa, come sedermi qui con la ventola che porta la temperatura del polso a 100 gradi e la vicina che ascolta Sapore di mare (l’ha mollata pure l’ultimo fidanzato) e la mia dolcissima tristezza al pizzico di zanzara e cocomero.

Non è un tentativo di glorificare il dolore in quanto tale, solo un tentativo di cercare di darlo un po’ per scontato e quindi di costruire lì sopra, su quello che c’è. Se c’è sabbia, sulla sabbia, se c’è pietra, sulla pietra, se non c’è un cazzo, sul nulla, ma come se fosse comunque un castello. Le persone muoiono, si abbandonano, si tradiscono, si umiliano, si fanno del male. Ogni traguardo è anche un limite e se cerchiamo di pulire ogni millimetro del caos, tempo qualche secondo, al caos si ritorna.

Se la smettessimo di chiedere a noi e a tutti di battersi indefessi per questa spasmodica ricerca, spesso fatta di cose che possiamo possedere, nomi, cose, case, chissà che cosa inizieremmo a cercare. Forse smetteremmo di soffrire per l’inutile e cominceremmo a farlo per l’essenziale.

Cosa fa di un essere umano, un essere umano felice? La mancanza di tristezza? Secondo me no, secondo me le cose che fanno di un essere umano, un essere umano felice, sono le attese, è il venticello che senti quando sei in traghetto anche se va tutto male, sono i momenti misti che ci fanno felici, quelli in cui c’è spazio anche per la parte che invece di riflettere la luce, la assorbe.

Nella vita forse la dobbiamo smettere di cercare un segreto, o peggio IL segreto, quell’unico piccolo momento che sancisce un prima e un dopo, quell’unico grande incontro, quell’unico grande tramonto, quell’unico grande rimpianto.

Pensare al dolore non equivale a produrre dolore, pensare al dolore è mettersi allo specchio e dire questo, questo, questo e quest’altro non mi piacciono, eppure qualcosa lo voglio salvare. Siamo sempre più quello che rimane che quello che mettiamo in mostra.

Pretendere che la vita sia fatta di perfezioni ci fa pretendere che tutto sia fatto di perfezione, che le persone vengano decapitate, categorizzate e chiuse, al primo errore; che le cose stesse che vogliamo fare siano perfette al primo tentativo, perché se causano fallimento causano tristezza e quindi non vanno bene; che, in ultimo, pure il mondo non vada bene visto che di cose poco perfette, signora mia, ne abbiamo a tonnellate.

Voi che cosa fate quando siete tristi, cercate di correre più veloce dei pensieri e di farli smettere o vi sedete a prendere il the con le tristezze per cercare di sentire che cosa hanno da raccontare?

Ci piace così tanto salvare tutto, perdonare tutto, capire tutto, sentirci liberi di dire tutto e ancora non abbiamo imparato a stimare la luce anche per il buio che la rende possibile.

L’era dell’ansia

Ciao Olimpia, mi chiamo M. e ho 23 anni, seguo il tuo blog e mi “intrippo” un sacco sulle cose che posti, e ho deciso che volevo farti una domanda perché ho visto che sei molto diretta con le risposte e questa cosa mi piace un sacco. Secondo te, si guarisce mai dall’ansia? O è un qualcosa di cronico che ci portiamo a vita? Il mio ‘psicodottore’ dove vado da qualche mese, mi dice che l’ansia è una parte di me di cui forse ho bisogno, senza sapere perché. Eppure io la sento come una presenza esterna che governa silenziosamente la mia vita (che poi silenziosamente mica tanto..) e che quando riesco a fregare in qualche modo e a fuggire mi prende con il doppio della forza e mi rimette al posto mio, un po’ come una molla in tensione. Leggo su internet che l’ansia è una risorsa, è una cosa bella, un’energia che nasce da dentro, eppure per me è solo un incubo che si ripete giorno per giorno. Ma questi che dicono ciò, l’hanno mai provata? Come fa a essere un qualcosa di positivo se a me sembra di morire pure solo se mi sposto di 10km da casa? Perché non si può dire che l’ansia è una merda e che nessuno la vorrebbe? Io non capisco o forse non voglio capire, ma mi sento come se mi avessero fatto una maledizione e mi fossi svegliato un giorno con questa palla al piede che non posso più togliere , e quindi cammino con sta cosa attaccata e dove vado sbatte ovunque distruggendo qualsiasi cosa io abbia intorno. Sono anni che non mi posso permettere di godermi un’emozione pura, una cosa libera da qualche pensiero che subito è lì, dietro di me che mi osserva e mi ricorda che non posso essere libero, mi fa sentire così in trappola che certi giorni non mi sopporto da solo e vorrei scappare da me stesso, finisce che ovviamente non ci riesco e quindi mi trovo in questo stato di lotta tra me stesso continuo, fin quando non mi viene un bell’attacco di panico di quelli che ti stroncano la giornata e finisce tutto con un questo senso di impotenza fin quando non vado a dormire, per poi ricominciare il giorno appresso con la stessa manfrina. È tutto un fuggire dalle situazioni di pericolo, evitare così sfacciatamente tutte le occasioni che mi creano anche il minimo timore senza vedere che così mi privo quasi in totale della vita, una cosa del tipo non faccio niente perché ho paura di tutto ma poi mi lamento del fatto che non faccio niente perché ho paura di tutto.
Vorrei tanto svegliarmi e lasciarla a casa la mattina, nel comodino, lì ferma e dirle sinceramente “ansia, m’hai rotto il cazzo”. Le persone che mi stanno intorno fanno viaggi, si divertono, fanno sport estremi vanno di qua, di là, al mare in montagna fanno gesta eroiche e io per andare nel comune di fianco al mio devo prepararmi mentalmente per 3 giorni, devo calcolare gli eventuali pericoli e poi mi devo sentire pure un coglione perché mi sento di essere ridicolo.
“L’ansia è una cosa da accettare, accettandola passa via da sola”.
Perché mi dovrei accettare così come sono, se non mi vado bene per niente? Io non voglio essere così, vorrei essere più libero, mi sento in trappola con me stesso.
Perdonami per questa mail, e anche per il fatto che forse avrei dovuto darti del lei e mi sono permesso questa confidenza, ma grazie grazie di aver ascoltato, passa una splendida giornata 🙂

Ciao carissimo, ma si figuri, quale del lei che la prima volta che mi hanno dato del lei era alla discussione della tesi e quando hanno detto “Sentiamo lei cosa ne pensa“, dopo 3 minuti pieni ho detto “Ma lei chi?“, quindi va benissimo così.

Ma veniamo a lei, lei l’ansia. Ah l’ansia, uh l’ansia, ma quale accettarla che poi passa, io direi piuttosto cercare di significarla. Cioè proprio cercare di capire che cazzo vuole questa corda al collo da te e dalla tua vita, anzi forse addirittura più che significarla, cercare di capire che cosa vuole per sentirsi sazia e andare a dormire per lasciarti dormire.

Sì, sono spesso diretta e un po’ indisponente come un gavettone alle spalle con la camicia appena stirata, per questo ti dico che secondo me è proprio il termine che non rende giustizia all’anima. Come dici tu, ed è uno dei tanti motivi che mi hanno fatto volere subito bene alla tua lettera, è l’era dell’ansia. Pare come se non ci fossero più sinonimi utili o giri di parole o colori per raccontare come uno si sente, tranne che dire c’ho l’ansia. Come stai? C’ho l’ansia. Ti piaccio? Madò che ansia. Vieni al cinema mercoledì? Il mercoledì mi fa venì l’ansia. Come si chiama tua sorella, come ti vedi tra dieci anni, che ore sono? Ansia, ansia, ansia.

Ecco, quando mi sembra tutto molto complicato per essere capito, come i semplici, provo a tenermi semplice. Se invece di ansiaatuttospiano, ti chiedessi ma di che cos’é che hai paura, secondo me sapresti farmi una lista molto lunga e soddisfacente (che qualcuno leggendola direbbe “madò che ansia), anzi, provaci anche subito se vuoi e vedi quanto ci metti a finirla. Perché io è così che la vedo, l’ansia, come quella palla di paure che se non affrontiamo mai, ci lasciano stare mai. La mia personale ansia è fatta di tutte quelle cose che non ho fatto durante la giornata, di tutte quelle che devo fare domani, di tutto quello che dovevo diventare, di tutto quello che posso diventare, di tutto quello che è tardi per diventare, della ricevuta della lavanderia che sta sul tavolo da Maggio e che da Maggio vedo e dimentico ogni mattina, dal giudizio di me stessa su me stessa, da quello di tutti su me stessa, dal giudizio in generale, dagli sconti sugli yogurt Muller che scadono domani, dal ventilatore che devo prendere in garage, da quella volta che feci la corsa campestre e non la vinsi perché a volte voglio così tanto vincere che mi siedo e dico che non mi interessa manco partecipare. E la tua, che contiene, di che paure è fatta, a parte quella di non farcela mai a fare cose eroiche, andare in posti esotici, andare anche solo in vacanza a Ladispoli, andare senza per forza dover tornare?

A quale promessa inconsapevole stai cercando di essere fedele? Che succede se poi ce la fai, chi tradisci se poi ci riesci, qualcuno che prima di te non ce l’ha fatta oppure è solo il fatto che una volta che ce l’hai fatta poi ti tocca pure mantenerla? Qual è il pensiero più asfissiante che ti viene a prendere ogni volta che provi a prendere sonno? Insomma, l’ansia o Concetta che tu la voglia chiamare, a qualcosa serve, non possiamo solo odiarla, ma per questo non dobbiamo giusto accettarla e sperare di allenare un’autoironia alla Woody Allen così almeno con st’ansia un po’ ce rimorchiamo. Stare sempre più vicino che lontano, crediamoci o no, ti protegge da qualcos’altro, magari anche solo dai fallimenti, magari dall’allontanarti di casa e da coloro che ci stanno dentro, magari dal vedere una cosa che più che paura, fa proprio male.

Famme esse un po’ professionale così poi gli psicodoc mi sgridano di meno, “Il candidato si interroghi sull’utilità del sintomo e si chieda a cosa starebbe pensando se per magia l’ansia, nottetempo, finisse sul Alfa Centauri invece che dritta in faccia“.

Non sei condannato, non lo sarai mai almeno finché ti fai tutte queste domande, sei giovane (sì lo so, lo so, è odioso quando te lo dicono però sei giovane per me, o meglio per il momento in cui io ho cominciato a fare i conti con me stessa, quindi l’altro ieri) e quindi io non me li immagino altri tuoi 5 anni a farti domande senza risponderti. Davvero, ne vedo forse al massimo altri due, magari proprio quelli in cui decidi cosa fare da più grande, dove vivere e con chi, sull’amore manco mi esprimo ma insomma dai, vuoi che non ci sia anche lui nelle paure. Io ti vedo piuttosto a fare a cazzotti con tante cose, come molte persone non fanno in realtà non nei loro vent’anni, ma proprio mai, e uscire da quel ring sapendo che però non hai fatto a botte col nemico invisibile, hai fatto a botte col nome e cognome delle cose animali città e persone.

Caro M., come negli esorcismi, sti diavoli non li levi se non li nomini col loro vero nome.

Fammi provare, prima di salutarti con un abbraccione, a fare di nuovo quella che fa la professionale: con l’ansia e le distanze è meglio ragionare costruendo mappe specifiche, entro cui ti puoi muovere e oltre alle quali poi ti tocca incollarti l’attacco di panico di fine giornata. Prendi una carta della zona, vedi fino a dove arrivi, metti una crocetta lì dove comincia il mal di mare e la prossima volta fai un passo in più. Uno solo, l’altro domani, il terzo per adesso non importa, tutti i demoni si scardinano una piccola vite per volta, in fondo siamo solo esseri umani, non abbiamo le ali, nessuno in particolare ci salva il culo da lassù, però ce lo possiamo proteggere forgiando con la pazienza un anellino dell’armatura dopo l’altro, uno per volta.

Visto che in effetti gli abbracci a distanza fanno un po’ schifo, ti invito a leggere una poesia che rileggo ogni tanto quando ho paura, si chiama Paura, di Carver, uno fico che sicuramente c’aveva l’ansia ma non ci ha costruito dentro, ci ha costruito sopra.

Olimpia

Un depresso contro il mondo

Ciao Olimpia,  

per me sei un po’ come un’amica a cui chiedere un abbraccio quando ti manca il fiato e oggi che sono particolarmente triste, dovevo scriverti.
Da qualche mese non sto bene, soffro di ansia e depressione per una roba che la mia psicologa chiama dipendenza affettiva. Un dolore enorme che prende a braccetto la paura e la vita di ogni giorno che fino a poco fa tutto sommato non era accia, ora è un’agonia sfiancante. Il punto però non sono solo io, il punto è la relazione tra me e il mondo intorno. Il punto cara Olimpia è che il pianeta non sa che spesso la depressione non è una condizione fine a se stessa, vuol dire tutto e non vuol dire nulla, se non indagata. Dentro però c’è tanto. Tanto vuoto, tanto dolore, tanta vita irrisolta. Nessun depresso con attacchi di panico si impegna affinché lo sia e questo alle persone sembra sfuggire. Sto male perché sto capendo per la prima volta in 31 anni che altro non siamo che individui profondamente soli, dopo una lunghissima storia sto facendo i conti con il concetto di appartenenza, l’amore infinito della mia vita non è più mio e non lo sarà più, il mio cuore è in cenere, sto cercando di perdonare i miei genitori per i tanti errori che mi hanno resa così disfunzionale nei rapporti e soffro infinitamente perché vorrei un abbraccio caldo e trovo invece intorno a me tanto scetticismo, incomprensione e giudizio. La mia migliore amica mi dice “devi distrarti”, “fai sport”, “amati!”. Mia madre “Devi ringraziare per ciò che hai”. Ed è frustrante perché la mia vita ha perso tutto il suo valore e le persone mi offrono come soluzione, proprio la causa dei miei dolori. O come hai scritto te “come se volersi bene fosse un punto di partenza e non la condizione di arrivo“. Non voglio dilungarmi, vorrei solo confessare a te e dire al mondo che fa male. Che forse dovremmo esserci e basta. Non giudicare. Non pretendere di capire. Che non siamo tutti uguali e che dispensare stizziti ovvietà non è una risorsa, ma anzi può lentamente logorare.

Chissà te che ne pensi Olimpia, io nel mentre continuo a cercare risposte.

Ti stringo forte.

N.

Carissima N., adesso ti deluderò. Sì perché per volersi bene sul serio prima bisogna correre il rischio di deludersi, così tutto quello che rimane è più plausibilmente reale. E ti deluderò perché anche io, come tutta quella gente che ti dice le ovvietà, te ne dirò qualcuna. Cominciamo dalla fine: le risposte a che cosa? Come mai quando una storia d’amore importante finisce sembra di vivere negli incubi? Come mai i tuoi genitori non sono stati capaci di fare meno errori e renderti meno sbagliata di quanto ti senti? Come mai forse nemmeno a loro è toccato un buon modello e quindi fanno quello che per loro è la sola cosa giusta da fare? Come mai spesso gli amici ci sono per le cazzate e per le cose che ti riguardano sembra abbiano sempre di meglio da fare o da di dire? Qual è la tua domanda? Quando finisce la tristezza, quando finisce la rabbia, quando finisce tutto quanto così puoi dormire almeno una notte intera? Quanto bisogna forzarsi quando si è tristi di lavarsi i denti e di mangiare comunque la frutta?

Adesso ti faccio quelle che per me sarebbero importanti: quanto te ne stai approfittando nel dare la responsabilità a tutti tranne che anche a te? Quanto hai paura che questa sia una condanna e non una fase? Quanto hai paura della solitudine? Quanto hai paura di te stessa? Quando eri così innamorata, eri veramente così innamorata o questa storia ti faceva galleggiare su una patina sottile che non ha mai nascosto alcuni impegni con la vita che forse hai sempre trascurato e ora sono tutti esplosi tutti quanti insieme e quindi più che ritrovare il senso ti tocca affrontare il fatto che quel senso lo hai sempre scansato? Quanto sei stata bravissima a capire che di questo tema penso tante cose perché mi ci sono fatta qualche girone anch’io? Quanto posso dirti che mi dispiace tantissimo ma che mi sarebbe dispiaciuto molto di più saperti a non provare a ragionare mai su questioni che ti tormentano da sempre.

Il dolore fa male e nessuno si dovrebbe permettere di dire il contrario, ma le pacche sulle spalle, la pietà negli occhi, il darsi addosso e il dare addosso al mondo, fanno anche più male. La comprensione di certi momenti è un cammino solitario perché la materia è intima, la tragicità di certi momenti è totale perché l’impegno è stato totale e non si può avere un rinculo minore del culo che ci siamo fatti in una storia. Uscire troppo presto dall’abisso sarebbe dimenticare, dimenticare non è concesso come punto di ingresso ma come processo (grandissimo mazzo esagonale) in cui metti in in discussione ogni cosa quindi senti di averle perse tutte. E te persa insieme a loro, persa per sempre, triste per sempre.

Quanto è giusto parlare di depressione dopo la fine di un amore e non è più giusto parlare di fine dell’amore come giustificazione sufficiente per non alzarsi sempre a mille e per fottersene della frutta? Quanto è giusto parlare di dipendenza emotiva quando si sta vivendo un lutto? Quanto altro dobbiamo lasciare che le persone piangano i loro morti prima di concedere loro di poter piangere senza dover rompere loro il cazzo e quanto è giusto rompere il cazzo affinché quella persona a cui vogliamo bene si stacchi dalla crisalide e vada farsi il giro del palazzo? Quanto mi sono spaventata quando m’è preso er panico mentre facevo la spesa e sono dovuta uscire a gomitate? Quanto è necessario combattere il dolore degli altri e il dolore che sentiamo, anche se spesso è come dicono, proprio come dicono, che il tempo annacqua i pensieri, che il tempo annacqua i dolori?

Quanto mi credi se ti dico che passerà anche se ti permetti di stare così senza dimenticarti del perché stai così, prendendo seriamente al parola depressione ma pensando pure che uno, a un certo punto, pure alla depressione le può dire ao bella mia se semo visti? Perché secondo me tu sei una che ce la fa a fare quello che gli altri con te non stanno sapendo fare, a mettersi nel punto di osservazione giusto, anche se tira vento e si sta scomodi, per guardarti tutta quanta, nella tragedia più che nella depressione, nella gloria del tentativo più che nella disperazione della condanna. Sì, secondo me sei una che ce la fa, anzi, che ce la farà, che forse ce la sta anche già facendo ma che non vuole ancora dimenticare.

Non lo so se siamo soli, non penso, non tutto il tempo. Quello che penso è che ognuno di noi ha dei tempi riservati all’esplorazione del proprio abisso e, laggiù, c’è spazio soltanto per una persona, perché la tristezza, come la felicità, è un luogo strettamente personale in cui nessuno tranne che noi da soli potrà mai usare i nostri occhi per guardarci dentro. Non lo so se siamo soli, però so che siamo unici.

Ti abbraccio forte forte pure io, come mi ha insegnato a fare una mia amica perché io non ero tipo e lei ha deciso che doveva insistere e volte gli amici devono farlo.

Niente passeggiate, niente stronzate, sono d’accordo, però te lo ricordi che buono che è l’odore dei gelsomini nelle sere dell’estate?

Olimpia

P.S. l’immagine è la Fossa delle Marianne perché sono appassionata di racconti di persone che hanno fatto cose strane, tipo andare negli abissi e, negli abissi, anche negli abissi, ci sono tante cose.

A-MORS

Olimpia buondì! Mi fa sorridere il tuo nome perché per me ha un significato ben più grande di quello che c’è dietro al nome. C’è una storia d’amore. Dietro a quel Olimpia, c’è l’uomo che ora non ho più ma le cose vanno così e non ci si può fare niente. Senza corna, senza niente. Ho 25 anni, e come dicono “hai tutta la vita davanti per riprenderti“, la vita comincia adesso. A me la vita sembra solo che si sia fermata, proprio ora. Ho perso l’uomo che amavo e che con il tempo mi sono accorta essere l’unico che veramente ho mai amato. Ho perso gli amici, quelli che credevo tali ma a quanto pare non lo erano, ho perso una casa, quattro mura sì ma tutto il mio mondo. Sola terribilmente sola per la prima volta in vita mia. Sono una ragazza tostissima, lo sono sempre stata ma stavolta forse per la prima volta in vita mia non riesco a rialzarmi. È come se stessi navigando in una pozzanghera con degli stivali alti fino alle ascelle senza mai uscirne. È devastante perché è come se tutto il mio mondo si fosse spento e non so cosa fare.

Cara M. come mi dispiace.

Non sei in uno di quei momenti in cui le cose sembra come se si siano fermate, sei in uno di quei momenti in cui le cose si fermano proprio. Tutto fermo tranne il tuo dolore. Questo te lo dico non perché sono una stronza ma perché penso sia da stronzi cecare di incoraggiare qualcuno che soffre per amore solo perché ha 25 anni e tutta la vita davanti. A 25 anni hai di sicuro molte cose davanti però hai pure un quarto di vita indietro. Ogni mese, ogni giorno dei tuoi giorni ha il suo peso perché l’unico tetto che conosciamo e che dobbiamo conoscere fino in fondo è il tetto del nostro dolore, e dell’età che abbiamo nel momento in cui abbiamo a che fare con quel tipo di dolore lì.

Hai perso effettivamente moltissime cose e, parliamoci chiaro, quella sensazione starà lì finché non ne troverai di diverse. Se mi stai chiedendo come fare a rialzarsi adesso la mia risposta è adesso lascia perdere, adesso piangi, arrabbiati, non dormire, mangia poco, non parlare quasi con nessuno, non fare quasi niente, mettiti scomoda e incassa la realtà, un grammo alla volta in tutta la sua pesantezza.

Mi piacciono molto le etimologie, mi danno sempre un’illusione di conforto che però mentre la vivo è vera, quindi continuano a piacermi. Eppure se vai a cercare l’etimologia di “amore” troverai che intorno ci ruotano molti enigmi. Ad alcuni piace scegliere la versione alfa privativo, per cui l’amore è il contrario della morte. In effetti potrebbe avere senso se consideriamo come ci si sente quando ce lo portano via. Così, proprio così come ti senti tu. Come se avessero desaturato di vari toni tutti i colori del mondo. Un’altra cosa che mi piace è provare a far sentire le persone meno imbecilli quando hanno a che fare con il dolore. Perché se non possiamo scansare il dolore stesso, possiamo scansare quella sensazioni di essere incapaci a soffrire in maniera più dignitosa, più controllata, in qualche modo anche meno dolorosa. Invece no, chi tutto mette tutto perde.

L’unica cosa che possono creare certi momenti è lo spazio. L’immenso spazio vuoto sarà il tuo peggiore amico e il tuo migliore alleato. Perdere finiti amici, finte case, finti amori, passato quel cumulo di tragedia, diventerà acquistare libertà che avevi dato per non più necessarie, e ritrovarsi con delle possibilità di allargare la vita che pensavamo fosse già svolta e tornarci ad avere a che fare. Non come se avessi 25 anni, come se ne avessi di nuovo 5 e insieme 105.

Io, te, tutti quelli che conosciamo ignorano tutto dell’amore, tranne che una parte consistente di ciò che ci fa alzare gli angoli della bocca verso il cielo, ha a che fare con le cose che hanno a che fare con l’amore.

L’unica cosa che mi sento di dirti come se ne fossi certa, è che queste catastrofi ci chiamano a raccogliere una sfida: visto che ho sofferto prenderò il mio cuore e lo metterò per sempre in soffitta, lo ricoprirò con degli strati di cinismo, lo darò in mano a chiunque, lo trasformerò in pensieri razionali che mi terranno a distanza da altre catastrofi, farò finta che non sia importante. Oppure permetterò al futuro di avere altri spazi, altri nomi, altri amori, altre facce, altre mani e altre parole.

Non oggi mia cara, non domani e forse nemmeno il mese prossimo, ma solo quando sarà giusto, non buttare via la sfida come se non la potessi mai vincere, è una sfida di una vita e in questo senso sì, hai tutta la vita davanti, ma solo perché hai anche molta vita indietro.

Ti abbraccio,

Olimpia

Ho messo da parte me stessa

Da sempre mi dicono che sono ermetica, penso di aver capito, arrivata alla mia età, di essere un carattere introverso e questo ha da sempre condizionato la mia vita. Non ho mai spiccato quando mi trovavo insieme ad altre persone e non ero/sono certo la tipa che in una situazione di incontro porta a casa chissà quanti contatti. Sotto un certo punto di vista questo l’ho anche superato ma le scelte che ho fatto nella mia vita mi hanno portato ad avere un po’ di rimpianti. Dopo la laurea mi sono trasferita aiutando il mio ragazzo ad avviare la sua attività e da qui non mi sono più spostata. Ho messo da parte me stessa, sono passati degli anni ed ho costruito una famiglia con due figli (avuti uno dopo L’altro). I miei rimpianti sono diventati macigni sommati alla insicurezza che ho accumulato. Non so se dare proprio tutta la colpa a me stessa, ma sono sicura che questa situazione voglio cambiarla. Uno dei miei costanti pensieri è che devo e voglio dimostrare qualcosa ma non ci riesco. So di esserne capace ma c’è qualcosa o qualcuno che mi blocca. Grazie,

F.

Cara F.

Non so quale sia la tua età e non sono di quelle convinte che ci sia sempre tempo, però i momenti in cui pensiamo di non poter fare niente, non sempre corrispondo a quelli in cui non possiamo effettivamente fare niente. Eppure tu lo dici già, chissà se conoscendo oppure no, uno dei tanti grandi punti difficili di questo mestiere, che riflette molti dei grandi punti difficili della vita: sei sicura di voler cambiare questa situazione, ma c’è qualcosa o qualcuno che ti trattiene.

Secondo l’idea che ti sei fatta finora, chi o che cosa pensi ti trattenga? Perché sul cambiamento se ne dicono tante, come se fosse una porta pronta da attraversare, e l’unica fatica fosse mettere un piedino dall’altra parta, come se dovessimo intingerci un lago tiepido e accogliente. No, il cambiamento terrorizza, a volte così tanto che il solo guardare troppo il là ci fa venire il mal di mare, proprio come se fossimo barchette nell’oceano.

Cambiare qualcosa vuol dire rinunciare a tanto altro che ci ha accompagnato per migliaia di giornate, tanto altro che, piacendoci o meno, definisce chi siamo. Quando siamo pronti a immaginare il cambiamento, non sempre siamo pronti ad affrontarne le conseguenze e a dover rinunciare a quelle parti che ci hanno tenuto compagnia. Essere sbagliati è più tollerabili che non essere, essere quello che gli altri ci chiedono di essere è più semplice, sebbene non meno doloroso, che essere tutto quello che tutte le nostre aspettative ci chiedono di essere. Se vuoi capire come mai non cambi prova a chiederti cosa di buono ti trattiene. Per capire l’irrequietezza del cambiamento dobbiamo provarne a capirne l’ambiguità.

La libertà in quanto tale è piena di insidie, piena di angosce e di ripensamenti, piena di galere e di solitudini, piena di vuoti.

Se tu fossi una donna che ha rinunciato a dei sogni ma questo facesse di te una donna generosa? Se fossi una donna che ha messo in secondo piano la carriera ma fossi una donna che è diventata un’ottima madre? Se fossi più attiva nelle tue decisioni di quanto potrebbe far sembrare questo aver lasciato a qualcuno o qualcosa il testimone dei tuoi giorni? Perché è sbagliato pensare che chi non sceglie non scelga, chi non sceglie, sceglie di non scegliere.

Con questo non sto criticando il punto che mi porti, voglio però invitarti a ragionare sulle difficoltà del cambiare e sulla superficialità con cui a volte si pretende che scegliere per se stessi sia il bene più grande, trascurando il fatto che nelle nostre scelte ci sono centinaia di miriadi di motivazioni, a volte nascoste nelle pieghe delle famiglie, che limitano molto l’ampiezza del nostro orizzonte, ma questo non ci rende meno partecipi del mondo.

Io non mi considero un’introversa, mi considero una paurosa. Tante cose che penso rimangono nel mio pensiero perché ho paura di deludere una lunga lista di persone tra cui me. Ho paura di fare sogni così grandi che mi sento scema e torno a chiudermi nel mio girone della colpa e della pena. A volte dimentichiamo le emozioni in favore di etichette che ci tornano più comode perché ci danno meno responsabilità.

Cara F. se vuoi andare in fondo alla questione ricorda come sei fatta, i tuoi schemi e la tua natura. Tutto, o quasi, si può scalfire in qualche punto, a patto che non pretendiamo da noi stessi di essere tutt’altro rispetto alla persona che con gli anni siamo diventati. Se non vuoi che questo sia l’ennesimo sogno di cambiamento sappi che sarà difficile, non avere timore a chiedere aiuto durante il cammino, metti in conto vari scivoloni e ricordati che tifo per te, anche se non dovessi riuscirci, anche se dovessi capire che il posto in cui volevi andare somiglia molto a quello in cui sei già, soltanto con le pareti di un colore più brillante.

Olimpia

Ma l’amore quando arriva?

Buongiorno dottoressa,

Seguo spesso il suo blog e non credo sia un caso che mi sia deciso di scriverle proprio a San Valentino. Sono un ragazzo di quasi 23 anni e non mi sono mai innamorato. Ho provato un “coinvolgimento emotivo” per qualche ragazza, ma l’amore credo sia proprio un’altra cosa, non capisco se abbia idealizzato io tutta la questione o se effettivamente non abbia solo trovato la persona giusta. Tutti mi dicono che non è un problema che è meglio aspettare ecc… ma tutto questo sta diventando pesante perché mi sento sbagliato e in ritardo. Forse ricorderò col sorriso tutte queste paranoie tra qualche anno, ma adesso non riesco a prenderla così, non riesco a pensare che sia normale. Ho cercato in lungo e in largo il nodo del problema, ho messo in dubbio il mio orientamento sessuale, ma dopo mesi di scervellamenti sono arrivato alla conclusione che non penso che quella sia la risposta, ho messo in dubbio la mia persona fisica e non, ma per quanto non sia un grande estimatore di me stesso devo ammettere che sono una persona nella media e che non credo sia neanche questo il punto. Forse non è solo il mio momento e sicuramente alla base c’è una mia grossa difficoltà nel recepire le emozioni, argomento su cui sto lavorando da più di un anno con una sua collega, però, secondo lei, questo basta per spiegare a un ragazzo di 23 anni, nell’era della “corsa al bruciare ogni tipo di tappa”, che vada bene così? La ringrazio per il suo tempo, la stimo molto.

G.

Caro G.

Oddio mi è venuto un leggero prurito perché ho pensato: “E mo’ come glielo dico che anche se la starà vivendo come la corsa alla luna, una volta allunato, è lì che la faccenda inizia a farsi complicata. Come glielo dico che capiti quando capiti, probabilmente finirà anche. Poi penserà che si stava meglio prima e passerà del tempo a piangere con le canzoni e passerà del tempo a scrivere cose che sembrano fondamentali ma di cui poi si vergognerà e si darà alla lettura, forse alle birre annacquate, e gli verrà voglia di partire per la via francigena, forse per l’India. Insomma come faccio a dire a un ragazzo di 22 anni sul fatto che questa che sente come un’enorme mancanza, diventerà presenza di un mistero ingombrante con cui tutti, prima o poi, dobbiamo avere a che fare?” Capisci il prurito, la psicosomatica mi indica sempre quando sto per entrare in un argomento spinoso.

Non so se chi ti raccomanda di non avere fretta si ricorda che Romeo e Giulietta avevano tipo 14 anni e che non c’è era che tenga. Di solito le risposte che si danno sull’amore dipendono molto dalle esperienze che ha avuto con quella questione la persona che ti risponde. Per questo da psicologi ci tocca buttarla sulle emozioni, sul significato che dai alla domanda, sulle mamme, sui papà, perché se dovessimo veramente rispondere ci vorrebbe nella maggior parte dei casi qualcuno che ci contesse a nostra volta, ma contenesse tipo Anthony Hopkins che fa Hannibal Lecter appena sbarcato dall’aereo. (Ok G. non è proprio così, quello che facciamo lo facciamo perché di solito pensiamo sia il modo giusto di fare quello che facciamo, ma fidati che dietro ogni terapeuta c’è una persona che ha sicuramento pianto almeno una volta per cose relative all’amore e spesso è proprio difficile dire qualsiasi cosa).

Sei stato molto coraggioso a farti tutte queste domande su te stesso, a mettere in dubbio cose date per ovvie e ancora di più a cercare di capirci qualche cosa in più sulle emozioni, in questo senso posso dirti che sono sicura ne gioverai per aspetti anche diversi dall’amore. In questo senso sei in anticipo rispetto a molti tuoi coetanei, ma mica perché andare dallo psicologo sia tappa obbligatoria, però esplorare se stessi può essere utile per il futuro quindi se si presentano le condizioni, provarci è pur sempre un modo di provare a volersi bene.

Il meglio di quello che penso di riuscire a dire é che l’amore è una faccenda personale, come la felicità e che nella felicità c’è una parte in cui c’entra l’amore. Quella parte non è l’intero, ma non ci sono interi diversi da quella frazione che possano ricoprire quella parte scoperta per intero.

Prova intanto a capire dove sta per te la felicità, che cosa ti fa ridere, che cosa ti fa piangere, che musica ti piace e se pensi mai a qualcuno ascoltando la musica, di che cosa ti piace parlare, quali sono i tuoi difetti, che cosa ti riesce bene, chi sono i tuoi amici, che cos’è che ti annoia e che cos’è che ti diverte. Insomma, in che modo ti leghi al mondo che hai intorno. E poi magari anche che cosa ti aspetti dall’amore, in che modo ti aspetti che rivoluzioni la tua vita, quante altre volte ti è capitato di sentirti in ritardo e che cosa succede se sei in ritardo. San Valentino, mi spiace, è morto decapitato, quindi per entrare nella faccenda è bene predisporsi a poter perdere la testa, e per predisporsi, magari non è male capire se siamo disposti a perderla per qualcosa in generale.

Caro G. non sempre abbiamo il potere di fare sì che qualcosa accada, certe volte dobbiamo solo metterci comodi e aspettare che la vita ci svolga. Ti auguro di farti trovare, sapendo però che l’amore non è proprio un incontro, più un viaggio su Marte, più una capacità personale che deve incastrarsi con un’altra capacità personale e che spesso richiede tantissimi tentativi prima di funzionare perché spesso le cose più importanti sono anche le più difficili.

P.S. Tra i 12 e i 13 anni, di ritorno dalle vacanze estive, mi inventai un fidanzato immaginario in occasione del consueto resoconto tra amiche. Me ne sono sempre vergognata ma non me ne sono mai pentita, ogni tanto è lecito avere solo voglia di sentirsi come tutti gli altri.

Olimpia

E tu, e lei, e lei, fra noi.

Cara Olimpia, in realtà non so nemmeno perché ti scrivo però tento la fortuna. Ho 26 anni e frequento una laurea magistrale e ho un ragazzo con cui sono serena da 3 anni e mezzo; ma c’è una cosa che mi assilla: lui stava prima che ci conoscessimo con una ragazza che era mia amica al liceo e che poi ho perso in università. Ora io mi sento in colpa per lei perché all’inizio loro si erano lasciati maluccio (lui era apatico col mondo) e lei dall’essere indifferente a lui alla fine lo amava (ed erano stati insieme 3 anni e mezzo)… ma continuavano a scriversi, come amici.. Ad ogni modo lei è diventata triste e metteva storie tristi su Instagram e non sapevo come comportarmi con lei. Il problema è che ora è passato del tempo e ogni volta che mette un like ancora si riferisce a lui e io non so come prenderla. Mi dispiace tanto per lei e io, cerco di trovare tracce di lei su tutti i social (l’ho tolta da Ig e lei ha il profilo chiuso)… so che tutto questo può sembrare una cavolata, ma ogni giorno controllo più volte cosa fa e come sta…. volevo parlargliene quando ci siamo iniziati a sentire e lei ha voluto evitare. Non so sinceramente… cosa ne pensi? Ti ringrazio se leggerai la mail, sicuramente sono cavolate, però volevo scriverlo a qualcuno per avere un’idea esterna e non condizionata. Un abbraccio, G.

Cara G. quando ero bambina avevo tra i vari poster in cameretta, uno che mi piaceva particolarmente e sul quale passavo parecchio tempo: l’albero genealogico della famiglia dei Paperi. L’avevo trovato come gadget di qualche fumetto e ritraeva almeno 6 generazioni tra bisnonni di Paperino e Qui, Quo, Qua. La cosa che mi faceva intrippare erano tutti quei collegamenti, chi era stato con chi e aveva fatto cosa. Se vuoi non era niente di più che una qualsiasi telenovela, anche se poi le telenovelas sono sempre qualcosa in più di quello che sembrano. Diciamo pure che sono qualcosa che persino Shakespeare avrebbe in qualche modo apprezzato. Sogghignando sicuramente, ma apprezzato. Fanno leva, come i paperottoli, su qualcosa di atavico ben radicato nelle nostre mappe dell’anima: quel gusto del gossip e del sentirsi salvi dagli innumerevoli tradimenti che ci infilano sempre dentro. (Lasciamo per ora stare tutti gli altri ingredienti ben più rocamboleschi come gemelli mai visti che tornano dall’aldilà) .

Personalmente mi ritengo una persona piuttosto gelosa, ma devo dire che da quando mi sono concessa di esserlo, mi ci struggo un pochino meno. Prima passavo tutto il tempo a dire che non me ne fregava niente di niente e invece manco per niente. Posso dire che è una “dote” che mi è rimasta spesso in ombra, nascosta sotto una copertina misto orgoglio e buon senso, ma nei momenti in alcuni momenti è venuta fuori così prepotentemente che una volta mio padre mi prese da parte nel suo studio e passammo due ore intere a confrontare con photoshop le proporzioni del muso del mio cane con le proporzioni del muso di un cane che avevo visto nella foto di una vicina di uno mio ex amore, perché ero convinta che fosse lo stesso cane e che si vedessero di nascosto da me per andare al parco. E non ti dico quanto fosse diventato un lavoro a tempo pieno controllare tutto ma proprio tutto quello che succedeva su ogni social di un altro ex amore che mi aveva fatto rimanere tanto male. Mi mettevo a fare il detective più o meno 20 minuti ogni ora ed ero riuscita a rintracciare resti di antiche civiltà etrusche, foto delle comunioni di almeno 7 persone, una dozzina di donne avvenentissime con le quali di sicuro aveva già fatto stampare le partecipazioni, likes scolpiti a mano su antiche tavolette di cera e pergamene del neoltico informatico, ma nemmeno un grammo di pace per me. Quando ripenso a quei mesi, perché furono interi mesi e a come a volte mi nascondevo cinque minuti in bagno per dei veloci controlli incrociati, mi verrebbe un po’ da prendermi a ceffoni e un po’ da abbracciarmi. Ogni notte già insonne di suo dovevo anche scacciare via dall’orizzonte delle mie immagini mentali, tutte quelle che avevo collezionato durante la giornata. Credimi tra tutti i lavori che ho fatto, il momento detective è stato di sicuro il peggiore. Ogni tanto mi chiedevo su quale piano di realtà stessi cercando di vivere e ogni tanto mi pareva che la risposta fosse che non ero su nessun piano di realtà, ero semplicemente su tutti i piani che riuscivo a immaginare, compreso quello dove Paperino diventa una gangster, sposa Minnie e fa a botte con Pluto.

Non credo di poterti dare un reale parere in merito alla situazione che stai vivendo, ma penso di poterti dire che i resti degli amori passati non vengono mai sepolti completamente. Questo non vuol dire che sia più importante ciò che abbiamo perso rispetto a ciò su cui stiamo costruendo, piuttosto che si tratta di due binari paralleli di cui uno appartiene soltanto a noi, l’altro appartiene al presente e a chi ci accompagna. Ricordare non è volere indietro e le malinconie sono in parte dolci proprio perché sono lontane. Qualcun altro forse al mio posto parlerebbe di questi dannati social e via dicendo, io dico che tutto sommato è uguale a come era anche mille anni fa. Come il presente non spazza via i ricordi, la tecnologia non crea emozioni, le mette solo sotto torchio più di quanto farebbe il non poter più vedere o sapere.

Mi sembra che ci siano due forze diverse nel tuo racconto, una che si chiede se questa amica sia ancora un’amica e se valga la pena cercare un confronto con lei e l’altra che si chiede se questo ragazzo con cui sei serena, non sia segretamente popolato di torbide passioni. In verità non capisco se hai più voglia di sapere se lei sta male o di prenderla a capellate e lo stesso vale per lui. In caso fossi anche tu confusa come tra il senso di dispiacere e la sete di arrabbiatura, tranquilla, mi sembra più che normale. Non saprei se valga la pena percorrerle entrambe con lo stesso vigore, se fossi al tuo posto forse raccoglierei il coraggio per sedermi a parlare di questo Otello interiore con la persona che meglio di tutte lo può far ragionare. Candidamente, ammettendo pure che ti senti un po’ ridicola a sentirti minacciata, ma condividendo questo peso con chi i pesi li divide con te ogni giorno. Se poi pensi che anche costruire un chiarimento di amicizia con questa ragazza possa essere cosa utile per sentirti meno minacciata, allora prova anche quello, ma attenzione a non cercare per forza il nemico fuori dalla relazione tra voi due che poi corri il rischio di trovarlo, ma perché lo hai costruito così bene che la paura è finita per diventare vera dentro di te.

Considera anche la noia, mia cara, nella sua accezione più pura e pesante, è anche pensabile che in tutti questi mesi con tanto tempo a disposizione fare il piccolo detective sia anche un modo per tenere qualche spazio occupato. In effetti non ho mai conosciuto nulla che riempia più di quanto riesca a fare un’ossessione. Prima di salutarti ti faccio la domanda che spesso faccio in studio quando incontro qualcuno che è tanto preso da qualcosa in apparenza leggero: “A cosa staresti pensando se non fossi tutta occupata nella tua indagine?”. Una domanda apparentemente scema, lo so, ma ecco io quei Paperi li guardavo così tanto perché non avevo tanta voglia di guardare il resto della mia vita in quel momento, perché mi faceva un po’ male farlo e allora decidevo di infilarmi in un dolore che mi pareva di poter controllare, anche se poi alla fine era lui che controllava me.

Ti mando un abbraccio grande,

Olimpia

Don’t you want me, baby?

Quel giorno in cui mi ha rivolto solo frasi “di servizio”. Quel giorno come quei giorni in cui mi interrogo su cosa ho fatto di male, ma non trovo risposta, perché davvero non ho fatto niente, e la risposta converge in un :”Esisto”. “Esisto”, come risposta a: “cosa ho fatto di male”, ma anche come invocazione di una condizione, io esisto, cazzo, e non posso essere invisibile agli occhi della persona che dice di amarmi. Che magari mi ama, a modo suo, ma quel modo non è il mio. Dopo essermi abituata ai suoi rimproveri del “Cerchi sempre conferme, cerchi sempre amore, non ti basta mai”. E allora ho imparato a non chiedere più, a tenere tutto nascosto e taciuto, perché altrimenti non andavo bene. Che tanto, poi, non vado bene comunque. Quella lontananza che sentivo, che non erano i chilometri, ma erano i battiti del cuore e la loro forza. Quella necessità che ho di parlare, di ridere, di abbracci, che si scontrano con l’aridità di una persona che queste cose non le vuole, non le ha. E non mi rimane altro che scrivere, perché anche dirlo ormai, ha stancato le orecchie di chi ascolta. Stanchezza che si traduce in un: “Ma che ci stai a fare? Perché credo sempre troppo, perché misuro il mondo con il mio metro e non vorrei fare diversamente, per ritrovarmi con un metro più corto. E disastrosamente più leggero. Quella rabbia che ha lasciato spazio alla rassegnazione, che mai arriverà da quella parte qualcosa che non sia tiepido. Quanto è forte lo schiaffo dell’indifferenza, dell’invisibilità? Perché mi vedono tutti, tranne lui? Ciao Olimpia, volevo condividere con te questo pensiero, chissà hai qualcosa da dire in merito, un abbraccio.

Oh cara, accidenti quante cazzo di cose avrei da dire in merito. Mi sembrano così tante da non essere abbastanza. Chi non ci vuole non ci merita, direbbero i più, ma noi che ce ne facciamo? Non è mica la pubblicità della L’Oréal che finisce con “perché io valgo“, è la vita e il nostro valore lo misuriamo proprio anche e soprattutto in base al valore che gli altri ci danno. Giusto, ingiusto, stupido o saggio, è così. Se la testa può permettersi certe conclusioni razionali, il cuore no. E allora finiamo un po’ tutti a rincorrere chi non ci vuole perché in quel rifiuto c’è una parte di noi che vorremmo ci venisse restituita. Proprio come nella pubblicità abbiamo tutti bisogno di sapere che il nostro modo di amare funziona, come se senza quella conferma non solo non esistesse il nostro modo di amare, ma proprio, come dici tu, il nostro modo di esistere. C’è forse una quantità fissa, un tetto massimo che ne so, di amore che possiamo chiedere al mondo? Al mondo no, ma a chi non ne ha o non ne può avere per noi forse sì.

Lo so che quando faccio questi discorsi, da qualche parte nel mondo, un romantico mi darebbe un ceffone, ma io li faccio lo stesso. Oltre a qualsiasi romanticismo esistono delle regole, non precise ma onnipresenti, secondo cui si muove l’attrazione tra le persone. Tra queste una importante è che più cerchiamo di convincere qualcuno del nostro valore e del valore del nostro amore, meno quel qualcuno sarà interessato a confermarcelo. Questo vale ovviamente anche per noi. Quando qualcuno ha fatto di tutto per me, io ero altrove, quando qualcuno ha fatto niente per me, io ero sul pezzo come un cane rabbioso attaccato al polpaccio. Per amore? Per amore della verità? Per amore dell’amore? Ma va. Per orgoglio, solo e sempre per orgoglio. Non che lo percepissi sul momento ma a distanza dai disastri l’ho visto eccome. Ho spesso voluto conferme da qualcuno che di me non ne voleva sapere mezza proprio perché non ne voleva sapere mezza. A riprova di questo forse condannabile ma umano atteggiamento, quando è capitato che i ruoli si scambiassero, ero di nuovo altrove e lontana lontana.

Cercare conferme è sano e naturale, avere dei bisogni è sano e naturale, volere di più è sano e naturale. Quasi tutto è sano e naturale se pensi al modo folle in cui siamo fatti. Il punto non è cosa, ma dove. Il punto sarebbe raccogliere i coriandoli del nostro cuoriciotto frantumato e levarci dal cazzo. Ma non perché “Io valgo”, semplicemente perché più tempo passiamo in balia di chi non ci vuole, più tempo regaliamo al nostro orgoglio travestito da amore. Ti faccio una domanda e ti invito a risponderti togliendo il velo di lacrime e speranze: Se davvero costui è qualcuno di cui hai un’immensa stima, una grande ammirazione per il modo in cui è fatto, se è qualcuno da cui hai da imparare segreti profondi sulle verità del mondo, qualcuno con cui faresti un viaggio a piedi di ottomila km, qualcuno con cui faresti mattina a chiacchierare senza fatica. E non dico di pensare a quel qualcuno ideale che esiste solo nella tua testa, ma a quel qualcuno reale che esiste già. Perché tutte le volte che mi sono incastrata in un pensiero di amore non corrisposto, quando ho avuto le forze e il coraggio di guardarlo bene, non era mai nessuno che amavo sul serio, anzi erano perlopiù persone che umanamente mi risultavano intollerabili, però non tolleravo il fatto che non tollerassero me. E questo non è amore, è una forma di dolcissimo egoismo strappalacrime. Nessuno che non mi abbia amata come io avrei voluto sarebbe stato l’uomo che avrei sposato volentieri, eppure tutti hanno ferito il mio orgoglio e parte di quello che sono. Certi dolori sono esclusivamente personali, certi dolori sono nostri ed è con noi che li risolviamo sebbene tutto dentro di noi sembri farci pensare il contrario.

Una ragazza veramente tanto in gamba che ho avuto modo di incontrare nello studio, mi raccontò che aveva così tanta voglia di essere amata che aveva fatto un grande collage di occhi di ogni tipo. È qualcosa che non dimenticherò mai.

Don’t, don’t you want me?
You know I can’t believe it when I hear that you won’t see me
.”

Un abbraccio grande a te,

Olimpia

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