Confessioni di una psicologa senza filtro

di Olimpia Parboni Arquati

L’era dell’ansia

Ciao Olimpia, mi chiamo M. e ho 23 anni, seguo il tuo blog e mi “intrippo” un sacco sulle cose che posti, e ho deciso che volevo farti una domanda perché ho visto che sei molto diretta con le risposte e questa cosa mi piace un sacco. Secondo te, si guarisce mai dall’ansia? O è un qualcosa di cronico che ci portiamo a vita? Il mio ‘psicodottore’ dove vado da qualche mese, mi dice che l’ansia è una parte di me di cui forse ho bisogno, senza sapere perché. Eppure io la sento come una presenza esterna che governa silenziosamente la mia vita (che poi silenziosamente mica tanto..) e che quando riesco a fregare in qualche modo e a fuggire mi prende con il doppio della forza e mi rimette al posto mio, un po’ come una molla in tensione. Leggo su internet che l’ansia è una risorsa, è una cosa bella, un’energia che nasce da dentro, eppure per me è solo un incubo che si ripete giorno per giorno. Ma questi che dicono ciò, l’hanno mai provata? Come fa a essere un qualcosa di positivo se a me sembra di morire pure solo se mi sposto di 10km da casa? Perché non si può dire che l’ansia è una merda e che nessuno la vorrebbe? Io non capisco o forse non voglio capire, ma mi sento come se mi avessero fatto una maledizione e mi fossi svegliato un giorno con questa palla al piede che non posso più togliere , e quindi cammino con sta cosa attaccata e dove vado sbatte ovunque distruggendo qualsiasi cosa io abbia intorno. Sono anni che non mi posso permettere di godermi un’emozione pura, una cosa libera da qualche pensiero che subito è lì, dietro di me che mi osserva e mi ricorda che non posso essere libero, mi fa sentire così in trappola che certi giorni non mi sopporto da solo e vorrei scappare da me stesso, finisce che ovviamente non ci riesco e quindi mi trovo in questo stato di lotta tra me stesso continuo, fin quando non mi viene un bell’attacco di panico di quelli che ti stroncano la giornata e finisce tutto con un questo senso di impotenza fin quando non vado a dormire, per poi ricominciare il giorno appresso con la stessa manfrina. È tutto un fuggire dalle situazioni di pericolo, evitare così sfacciatamente tutte le occasioni che mi creano anche il minimo timore senza vedere che così mi privo quasi in totale della vita, una cosa del tipo non faccio niente perché ho paura di tutto ma poi mi lamento del fatto che non faccio niente perché ho paura di tutto.
Vorrei tanto svegliarmi e lasciarla a casa la mattina, nel comodino, lì ferma e dirle sinceramente “ansia, m’hai rotto il cazzo”. Le persone che mi stanno intorno fanno viaggi, si divertono, fanno sport estremi vanno di qua, di là, al mare in montagna fanno gesta eroiche e io per andare nel comune di fianco al mio devo prepararmi mentalmente per 3 giorni, devo calcolare gli eventuali pericoli e poi mi devo sentire pure un coglione perché mi sento di essere ridicolo.
“L’ansia è una cosa da accettare, accettandola passa via da sola”.
Perché mi dovrei accettare così come sono, se non mi vado bene per niente? Io non voglio essere così, vorrei essere più libero, mi sento in trappola con me stesso.
Perdonami per questa mail, e anche per il fatto che forse avrei dovuto darti del lei e mi sono permesso questa confidenza, ma grazie grazie di aver ascoltato, passa una splendida giornata 🙂

Ciao carissimo, ma si figuri, quale del lei che la prima volta che mi hanno dato del lei era alla discussione della tesi e quando hanno detto “Sentiamo lei cosa ne pensa“, dopo 3 minuti pieni ho detto “Ma lei chi?“, quindi va benissimo così.

Ma veniamo a lei, lei l’ansia. Ah l’ansia, uh l’ansia, ma quale accettarla che poi passa, io direi piuttosto cercare di significarla. Cioè proprio cercare di capire che cazzo vuole questa corda al collo da te e dalla tua vita, anzi forse addirittura più che significarla, cercare di capire che cosa vuole per sentirsi sazia e andare a dormire per lasciarti dormire.

Sì, sono spesso diretta e un po’ indisponente come un gavettone alle spalle con la camicia appena stirata, per questo ti dico che secondo me è proprio il termine che non rende giustizia all’anima. Come dici tu, ed è uno dei tanti motivi che mi hanno fatto volere subito bene alla tua lettera, è l’era dell’ansia. Pare come se non ci fossero più sinonimi utili o giri di parole o colori per raccontare come uno si sente, tranne che dire c’ho l’ansia. Come stai? C’ho l’ansia. Ti piaccio? Madò che ansia. Vieni al cinema mercoledì? Il mercoledì mi fa venì l’ansia. Come si chiama tua sorella, come ti vedi tra dieci anni, che ore sono? Ansia, ansia, ansia.

Ecco, quando mi sembra tutto molto complicato per essere capito, come i semplici, provo a tenermi semplice. Se invece di ansiaatuttospiano, ti chiedessi ma di che cos’é che hai paura, secondo me sapresti farmi una lista molto lunga e soddisfacente (che qualcuno leggendola direbbe “madò che ansia), anzi, provaci anche subito se vuoi e vedi quanto ci metti a finirla. Perché io è così che la vedo, l’ansia, come quella palla di paure che se non affrontiamo mai, ci lasciano stare mai. La mia personale ansia è fatta di tutte quelle cose che non ho fatto durante la giornata, di tutte quelle che devo fare domani, di tutto quello che dovevo diventare, di tutto quello che posso diventare, di tutto quello che è tardi per diventare, della ricevuta della lavanderia che sta sul tavolo da Maggio e che da Maggio vedo e dimentico ogni mattina, dal giudizio di me stessa su me stessa, da quello di tutti su me stessa, dal giudizio in generale, dagli sconti sugli yogurt Muller che scadono domani, dal ventilatore che devo prendere in garage, da quella volta che feci la corsa campestre e non la vinsi perché a volte voglio così tanto vincere che mi siedo e dico che non mi interessa manco partecipare. E la tua, che contiene, di che paure è fatta, a parte quella di non farcela mai a fare cose eroiche, andare in posti esotici, andare anche solo in vacanza a Ladispoli, andare senza per forza dover tornare?

A quale promessa inconsapevole stai cercando di essere fedele? Che succede se poi ce la fai, chi tradisci se poi ci riesci, qualcuno che prima di te non ce l’ha fatta oppure è solo il fatto che una volta che ce l’hai fatta poi ti tocca pure mantenerla? Qual è il pensiero più asfissiante che ti viene a prendere ogni volta che provi a prendere sonno? Insomma, l’ansia o Concetta che tu la voglia chiamare, a qualcosa serve, non possiamo solo odiarla, ma per questo non dobbiamo giusto accettarla e sperare di allenare un’autoironia alla Woody Allen così almeno con st’ansia un po’ ce rimorchiamo. Stare sempre più vicino che lontano, crediamoci o no, ti protegge da qualcos’altro, magari anche solo dai fallimenti, magari dall’allontanarti di casa e da coloro che ci stanno dentro, magari dal vedere una cosa che più che paura, fa proprio male.

Famme esse un po’ professionale così poi gli psicodoc mi sgridano di meno, “Il candidato si interroghi sull’utilità del sintomo e si chieda a cosa starebbe pensando se per magia l’ansia, nottetempo, finisse sul Alfa Centauri invece che dritta in faccia“.

Non sei condannato, non lo sarai mai almeno finché ti fai tutte queste domande, sei giovane (sì lo so, lo so, è odioso quando te lo dicono però sei giovane per me, o meglio per il momento in cui io ho cominciato a fare i conti con me stessa, quindi l’altro ieri) e quindi io non me li immagino altri tuoi 5 anni a farti domande senza risponderti. Davvero, ne vedo forse al massimo altri due, magari proprio quelli in cui decidi cosa fare da più grande, dove vivere e con chi, sull’amore manco mi esprimo ma insomma dai, vuoi che non ci sia anche lui nelle paure. Io ti vedo piuttosto a fare a cazzotti con tante cose, come molte persone non fanno in realtà non nei loro vent’anni, ma proprio mai, e uscire da quel ring sapendo che però non hai fatto a botte col nemico invisibile, hai fatto a botte col nome e cognome delle cose animali città e persone.

Caro M., come negli esorcismi, sti diavoli non li levi se non li nomini col loro vero nome.

Fammi provare, prima di salutarti con un abbraccione, a fare di nuovo quella che fa la professionale: con l’ansia e le distanze è meglio ragionare costruendo mappe specifiche, entro cui ti puoi muovere e oltre alle quali poi ti tocca incollarti l’attacco di panico di fine giornata. Prendi una carta della zona, vedi fino a dove arrivi, metti una crocetta lì dove comincia il mal di mare e la prossima volta fai un passo in più. Uno solo, l’altro domani, il terzo per adesso non importa, tutti i demoni si scardinano una piccola vite per volta, in fondo siamo solo esseri umani, non abbiamo le ali, nessuno in particolare ci salva il culo da lassù, però ce lo possiamo proteggere forgiando con la pazienza un anellino dell’armatura dopo l’altro, uno per volta.

Visto che in effetti gli abbracci a distanza fanno un po’ schifo, ti invito a leggere una poesia che rileggo ogni tanto quando ho paura, si chiama Paura, di Carver, uno fico che sicuramente c’aveva l’ansia ma non ci ha costruito dentro, ci ha costruito sopra.

Olimpia

The big ansia

La psicologia non è un paese democratico. Si parla di un territorio in cui a governare sono sempre i quattro soliti stronzi e a tutti gli altri tocca il gusto amaro delle conseguenze e pagare le tasse per esserci capitati dentro.
Se succede che ascoltiamo sempre gli stessi discorsi in giro finisce che li prendiamo per l’unica verità possibile. La moda, oh abitanti di questo mondo e non di un altro, è una presenza che incombe e non possiamo mica fare finta di esserne immuni al 100%. Perché alla fine pure quando gli vai contro ci sei comunque dentro, se odi qualcosa ci pensi lo stesso numero di minuti che se la ami, giusto?

Ecco, a noi ci è capitato l’impero dell’ansia. Una vita a pane&ansia, ragazzi miei. La parola che se la cerchi su google la definizione di wikipedia ti compare solo per seconda, al primo posto la trovi già in comunella con “Disturbo“. E questo succede alla maggior parte delle parole che prende in prestito la Psicologia dal linguaggio comune, prima la malattia della parola e poi il dizionario. Come i più polemicotti tra di voi potranno intuire, è anche così che si costruisce un linguaggio comune malato, mancante di qualcosa, che soffre. Io se estendo lo sguardo all’orizzonte, mi si prende tutta una cosa dentro la pancia e mi chiedo, ma che dovemo sta male pe’ forza?  La felicità è una passione a volte quasi noiosa, lo so, ma se solo potesse andare di moda ci sembrerebbe diversa e più fica.

Se c’è tra di voi qualcuno che non dice ansia almeno una volta al giorno, ti giuro che ti voglio conoscere il più presto possibile. Io ci provo e ci provo a non farlo, ma non ci riesco. Il fatto è che non riesco a trovare un sinonimo adatto a buona parte dei miei stati d’animo. Praticamente tutto ciò che devo fare e che in qualche modo non mi va per niente di fare mi sembra che mi faccia venire l’ansia. E tutto il mondo che sta intorno a me mi parla di ansia. Se ne parla così tanto che alla fine ci spaliamo badilate di sarcasmo addosso, sulle nostre ansie che hanno l’ansia pure loro. Ci fanno le magliette stampate, ci sia accusa di provocarci ansia l’un l’altro praticamente ogni volta che  c’è un punto interrogativo alla fine.

Ed è solo una parola, una sola parola che prende il posto a mille parole. Se l’ansia fosse veramente un tiranno, uno di quelli in carne e ossa, ma che non vi ribellereste in qualche modo? Non vi verrebbe la voglia di dire basta e rovesciare questa prepotenza che vi consuma? 

Siccome il confine tra quello che è normale e quello che invece è pazzo, fuori dal solito, fuori come un balcone, è quasi sempre una questione di quantità invece che di qualità, anche per la grande regina ape ansia vale lo stesso. Se io ogni tanto sono così triste che chiedo a me stessa se poi questa vita avrà mai tanto senso, non solo va bene, va benissimo. Tutto quello che sta nei manuali di psi, è un nostro diritto averlo ogni tanto. Così come è un diritto magnasse na fritturina de calamari ogni tanto, bere troppo ogni tanto, sbagliare alla grande ogni tanto, piangere etcetcetc, ma ogni tanto. Ma se c’è qualcosa che invece dovremmo e forse dobbiamo fare, è quello che mi ha detto una volta uno che scrive bene, non ti innamorare delle parole, se vuoi farlo bene l’importante è che togli, invece di mettere e mettere e basta. Allora non ne abusiamo, che poi prende ma perde di significato e la realtà diventa tutta solo un enorme casino.

Signora ansia amica fedele di mille momenti, io ti volevo chiedere scusa a nome di tutti quanti per essercene approfittati. Ci siamo dimenticati che tu sei una delle energie più importanti che ci permette di fare le cose. Sei quella che quando eravamo tutti scimmioni ci hai salvato dai pericoli dei fulmini e da… boh vabbè un sacco di cose feroci. Sei quella sensazione di caldo nello stomaco che ci viene quando qualcuno ci piace, sei l’attesa della mattina del natale di un bambino, sei  la torta in forno che ancora non è pronta. Sei il mio specchio quando penso di non essere all’altezza e il tuo ricordo rende più grande la soddisfazione quando ce la faccio. Ansia, io ti voglio bene perché tu sei la paura che mi aiuta a diventare chi non vorrei mai essere e sei quella che mi fa svegliare quando svengo sul divano senza mettere la sveglia. 

Ma vogliamo farti una promessa, una di quelle da esseri umani però, quindi oggi prometto, domani chissà ma lo spero.

Durante i prossimi 7 giorni ci divertiremo a trovare altri nomi per te. Ogni volta che ci sta per scappare ci fermeremo un attimo e giocheremo a trovare un’alternativa. Esempio, devo andare dal dentista e non mi va per niente, che paura che ho! Le vacanze sono finite e devo tornare a lavorare, che dispiacere che ho! Devo correre a prendere un treno e sono in ritardo, che agitazione che ho! Vale tutto tranne il tuo nome, quindi vanno bene anche: che palle, che coglioni (per i più vivaci), che noia, che noia incurabile (per gli esistenzialisti) e via sclerando.

Proveremo allora a fare questo esperimento con le parole per vedere se per caso non finissimo per sentirci meno preoccupati e più occupati di quello che facciamo di solito durante le nostre giornate. Tu però dicci, oh grandissima, che non te ne approfitterai se ti sentirai trascurata, facendoci scambiare tutto quello che ci muove qualcosa dentro che non è proprio bellissimo e facilissimo per sintomi di te. 

Tuoi per sempre,

ma in una relazione aperta.

Ogni tanto mi fermo davvero a guardare l’orizzonte e spesso trovo il muro di un palazzo. Non tutti i giorni mi va di superare quel muro e dirmi che tutto in fondo va bene e quel muro finisce per essere l’unica cosa che vedo. La verità è che per cambiare le cose ci tocca sempre fare le scale e che a volte ti rimandano pure indietro e poi ancora e ancora. D’accordo, che ansia. Un’ansia e un’angoscia pazzesca vedere quante cose per niente, quanto tutto per così poche cose.

La vita è davvero una cosa da pazzi, ma non provare a scendere prima di esserti regalato un orizzonte più grande e più bello, quello che trovi solo all’ultimo piano, anche solo per non rimanere con l’ansia di non sapere come sarebbe andata se davanti a quel muro non ti fossi arreso.

Olimpia Parboni Arquati