Confessioni di una psicologa senza filtro

di Olimpia Parboni Arquati

Ho messo da parte me stessa

Da sempre mi dicono che sono ermetica, penso di aver capito, arrivata alla mia età, di essere un carattere introverso e questo ha da sempre condizionato la mia vita. Non ho mai spiccato quando mi trovavo insieme ad altre persone e non ero/sono certo la tipa che in una situazione di incontro porta a casa chissà quanti contatti. Sotto un certo punto di vista questo l’ho anche superato ma le scelte che ho fatto nella mia vita mi hanno portato ad avere un po’ di rimpianti. Dopo la laurea mi sono trasferita aiutando il mio ragazzo ad avviare la sua attività e da qui non mi sono più spostata. Ho messo da parte me stessa, sono passati degli anni ed ho costruito una famiglia con due figli (avuti uno dopo L’altro). I miei rimpianti sono diventati macigni sommati alla insicurezza che ho accumulato. Non so se dare proprio tutta la colpa a me stessa, ma sono sicura che questa situazione voglio cambiarla. Uno dei miei costanti pensieri è che devo e voglio dimostrare qualcosa ma non ci riesco. So di esserne capace ma c’è qualcosa o qualcuno che mi blocca. Grazie,

F.

Cara F.

Non so quale sia la tua età e non sono di quelle convinte che ci sia sempre tempo, però i momenti in cui pensiamo di non poter fare niente, non sempre corrispondo a quelli in cui non possiamo effettivamente fare niente. Eppure tu lo dici già, chissà se conoscendo oppure no, uno dei tanti grandi punti difficili di questo mestiere, che riflette molti dei grandi punti difficili della vita: sei sicura di voler cambiare questa situazione, ma c’è qualcosa o qualcuno che ti trattiene.

Secondo l’idea che ti sei fatta finora, chi o che cosa pensi ti trattenga? Perché sul cambiamento se ne dicono tante, come se fosse una porta pronta da attraversare, e l’unica fatica fosse mettere un piedino dall’altra parta, come se dovessimo intingerci un lago tiepido e accogliente. No, il cambiamento terrorizza, a volte così tanto che il solo guardare troppo il là ci fa venire il mal di mare, proprio come se fossimo barchette nell’oceano.

Cambiare qualcosa vuol dire rinunciare a tanto altro che ci ha accompagnato per migliaia di giornate, tanto altro che, piacendoci o meno, definisce chi siamo. Quando siamo pronti a immaginare il cambiamento, non sempre siamo pronti ad affrontarne le conseguenze e a dover rinunciare a quelle parti che ci hanno tenuto compagnia. Essere sbagliati è più tollerabili che non essere, essere quello che gli altri ci chiedono di essere è più semplice, sebbene non meno doloroso, che essere tutto quello che tutte le nostre aspettative ci chiedono di essere. Se vuoi capire come mai non cambi prova a chiederti cosa di buono ti trattiene. Per capire l’irrequietezza del cambiamento dobbiamo provarne a capirne l’ambiguità.

La libertà in quanto tale è piena di insidie, piena di angosce e di ripensamenti, piena di galere e di solitudini, piena di vuoti.

Se tu fossi una donna che ha rinunciato a dei sogni ma questo facesse di te una donna generosa? Se fossi una donna che ha messo in secondo piano la carriera ma fossi una donna che è diventata un’ottima madre? Se fossi più attiva nelle tue decisioni di quanto potrebbe far sembrare questo aver lasciato a qualcuno o qualcosa il testimone dei tuoi giorni? Perché è sbagliato pensare che chi non sceglie non scelga, chi non sceglie, sceglie di non scegliere.

Con questo non sto criticando il punto che mi porti, voglio però invitarti a ragionare sulle difficoltà del cambiare e sulla superficialità con cui a volte si pretende che scegliere per se stessi sia il bene più grande, trascurando il fatto che nelle nostre scelte ci sono centinaia di miriadi di motivazioni, a volte nascoste nelle pieghe delle famiglie, che limitano molto l’ampiezza del nostro orizzonte, ma questo non ci rende meno partecipi del mondo.

Io non mi considero un’introversa, mi considero una paurosa. Tante cose che penso rimangono nel mio pensiero perché ho paura di deludere una lunga lista di persone tra cui me. Ho paura di fare sogni così grandi che mi sento scema e torno a chiudermi nel mio girone della colpa e della pena. A volte dimentichiamo le emozioni in favore di etichette che ci tornano più comode perché ci danno meno responsabilità.

Cara F. se vuoi andare in fondo alla questione ricorda come sei fatta, i tuoi schemi e la tua natura. Tutto, o quasi, si può scalfire in qualche punto, a patto che non pretendiamo da noi stessi di essere tutt’altro rispetto alla persona che con gli anni siamo diventati. Se non vuoi che questo sia l’ennesimo sogno di cambiamento sappi che sarà difficile, non avere timore a chiedere aiuto durante il cammino, metti in conto vari scivoloni e ricordati che tifo per te, anche se non dovessi riuscirci, anche se dovessi capire che il posto in cui volevi andare somiglia molto a quello in cui sei già, soltanto con le pareti di un colore più brillante.

Olimpia

Ma l’amore quando arriva?

Buongiorno dottoressa,

Seguo spesso il suo blog e non credo sia un caso che mi sia deciso di scriverle proprio a San Valentino. Sono un ragazzo di quasi 23 anni e non mi sono mai innamorato. Ho provato un “coinvolgimento emotivo” per qualche ragazza, ma l’amore credo sia proprio un’altra cosa, non capisco se abbia idealizzato io tutta la questione o se effettivamente non abbia solo trovato la persona giusta. Tutti mi dicono che non è un problema che è meglio aspettare ecc… ma tutto questo sta diventando pesante perché mi sento sbagliato e in ritardo. Forse ricorderò col sorriso tutte queste paranoie tra qualche anno, ma adesso non riesco a prenderla così, non riesco a pensare che sia normale. Ho cercato in lungo e in largo il nodo del problema, ho messo in dubbio il mio orientamento sessuale, ma dopo mesi di scervellamenti sono arrivato alla conclusione che non penso che quella sia la risposta, ho messo in dubbio la mia persona fisica e non, ma per quanto non sia un grande estimatore di me stesso devo ammettere che sono una persona nella media e che non credo sia neanche questo il punto. Forse non è solo il mio momento e sicuramente alla base c’è una mia grossa difficoltà nel recepire le emozioni, argomento su cui sto lavorando da più di un anno con una sua collega, però, secondo lei, questo basta per spiegare a un ragazzo di 23 anni, nell’era della “corsa al bruciare ogni tipo di tappa”, che vada bene così? La ringrazio per il suo tempo, la stimo molto.

G.

Caro G.

Oddio mi è venuto un leggero prurito perché ho pensato: “E mo’ come glielo dico che anche se la starà vivendo come la corsa alla luna, una volta allunato, è lì che la faccenda inizia a farsi complicata. Come glielo dico che capiti quando capiti, probabilmente finirà anche. Poi penserà che si stava meglio prima e passerà del tempo a piangere con le canzoni e passerà del tempo a scrivere cose che sembrano fondamentali ma di cui poi si vergognerà e si darà alla lettura, forse alle birre annacquate, e gli verrà voglia di partire per la via francigena, forse per l’India. Insomma come faccio a dire a un ragazzo di 22 anni sul fatto che questa che sente come un’enorme mancanza, diventerà presenza di un mistero ingombrante con cui tutti, prima o poi, dobbiamo avere a che fare?” Capisci il prurito, la psicosomatica mi indica sempre quando sto per entrare in un argomento spinoso.

Non so se chi ti raccomanda di non avere fretta si ricorda che Romeo e Giulietta avevano tipo 14 anni e che non c’è era che tenga. Di solito le risposte che si danno sull’amore dipendono molto dalle esperienze che ha avuto con quella questione la persona che ti risponde. Per questo da psicologi ci tocca buttarla sulle emozioni, sul significato che dai alla domanda, sulle mamme, sui papà, perché se dovessimo veramente rispondere ci vorrebbe nella maggior parte dei casi qualcuno che ci contesse a nostra volta, ma contenesse tipo Anthony Hopkins che fa Hannibal Lecter appena sbarcato dall’aereo. (Ok G. non è proprio così, quello che facciamo lo facciamo perché di solito pensiamo sia il modo giusto di fare quello che facciamo, ma fidati che dietro ogni terapeuta c’è una persona che ha sicuramento pianto almeno una volta per cose relative all’amore e spesso è proprio difficile dire qualsiasi cosa).

Sei stato molto coraggioso a farti tutte queste domande su te stesso, a mettere in dubbio cose date per ovvie e ancora di più a cercare di capirci qualche cosa in più sulle emozioni, in questo senso posso dirti che sono sicura ne gioverai per aspetti anche diversi dall’amore. In questo senso sei in anticipo rispetto a molti tuoi coetanei, ma mica perché andare dallo psicologo sia tappa obbligatoria, però esplorare se stessi può essere utile per il futuro quindi se si presentano le condizioni, provarci è pur sempre un modo di provare a volersi bene.

Il meglio di quello che penso di riuscire a dire é che l’amore è una faccenda personale, come la felicità e che nella felicità c’è una parte in cui c’entra l’amore. Quella parte non è l’intero, ma non ci sono interi diversi da quella frazione che possano ricoprire quella parte scoperta per intero.

Prova intanto a capire dove sta per te la felicità, che cosa ti fa ridere, che cosa ti fa piangere, che musica ti piace e se pensi mai a qualcuno ascoltando la musica, di che cosa ti piace parlare, quali sono i tuoi difetti, che cosa ti riesce bene, chi sono i tuoi amici, che cos’è che ti annoia e che cos’è che ti diverte. Insomma, in che modo ti leghi al mondo che hai intorno. E poi magari anche che cosa ti aspetti dall’amore, in che modo ti aspetti che rivoluzioni la tua vita, quante altre volte ti è capitato di sentirti in ritardo e che cosa succede se sei in ritardo. San Valentino, mi spiace, è morto decapitato, quindi per entrare nella faccenda è bene predisporsi a poter perdere la testa, e per predisporsi, magari non è male capire se siamo disposti a perderla per qualcosa in generale.

Caro G. non sempre abbiamo il potere di fare sì che qualcosa accada, certe volte dobbiamo solo metterci comodi e aspettare che la vita ci svolga. Ti auguro di farti trovare, sapendo però che l’amore non è proprio un incontro, più un viaggio su Marte, più una capacità personale che deve incastrarsi con un’altra capacità personale e che spesso richiede tantissimi tentativi prima di funzionare perché spesso le cose più importanti sono anche le più difficili.

P.S. Tra i 12 e i 13 anni, di ritorno dalle vacanze estive, mi inventai un fidanzato immaginario in occasione del consueto resoconto tra amiche. Me ne sono sempre vergognata ma non me ne sono mai pentita, ogni tanto è lecito avere solo voglia di sentirsi come tutti gli altri.

Olimpia

E tu, e lei, e lei, fra noi.

Cara Olimpia, in realtà non so nemmeno perché ti scrivo però tento la fortuna. Ho 26 anni e frequento una laurea magistrale e ho un ragazzo con cui sono serena da 3 anni e mezzo; ma c’è una cosa che mi assilla: lui stava prima che ci conoscessimo con una ragazza che era mia amica al liceo e che poi ho perso in università. Ora io mi sento in colpa per lei perché all’inizio loro si erano lasciati maluccio (lui era apatico col mondo) e lei dall’essere indifferente a lui alla fine lo amava (ed erano stati insieme 3 anni e mezzo)… ma continuavano a scriversi, come amici.. Ad ogni modo lei è diventata triste e metteva storie tristi su Instagram e non sapevo come comportarmi con lei. Il problema è che ora è passato del tempo e ogni volta che mette un like ancora si riferisce a lui e io non so come prenderla. Mi dispiace tanto per lei e io, cerco di trovare tracce di lei su tutti i social (l’ho tolta da Ig e lei ha il profilo chiuso)… so che tutto questo può sembrare una cavolata, ma ogni giorno controllo più volte cosa fa e come sta…. volevo parlargliene quando ci siamo iniziati a sentire e lei ha voluto evitare. Non so sinceramente… cosa ne pensi? Ti ringrazio se leggerai la mail, sicuramente sono cavolate, però volevo scriverlo a qualcuno per avere un’idea esterna e non condizionata. Un abbraccio, G.

Cara G. quando ero bambina avevo tra i vari poster in cameretta, uno che mi piaceva particolarmente e sul quale passavo parecchio tempo: l’albero genealogico della famiglia dei Paperi. L’avevo trovato come gadget di qualche fumetto e ritraeva almeno 6 generazioni tra bisnonni di Paperino e Qui, Quo, Qua. La cosa che mi faceva intrippare erano tutti quei collegamenti, chi era stato con chi e aveva fatto cosa. Se vuoi non era niente di più che una qualsiasi telenovela, anche se poi le telenovelas sono sempre qualcosa in più di quello che sembrano. Diciamo pure che sono qualcosa che persino Shakespeare avrebbe in qualche modo apprezzato. Sogghignando sicuramente, ma apprezzato. Fanno leva, come i paperottoli, su qualcosa di atavico ben radicato nelle nostre mappe dell’anima: quel gusto del gossip e del sentirsi salvi dagli innumerevoli tradimenti che ci infilano sempre dentro. (Lasciamo per ora stare tutti gli altri ingredienti ben più rocamboleschi come gemelli mai visti che tornano dall’aldilà) .

Personalmente mi ritengo una persona piuttosto gelosa, ma devo dire che da quando mi sono concessa di esserlo, mi ci struggo un pochino meno. Prima passavo tutto il tempo a dire che non me ne fregava niente di niente e invece manco per niente. Posso dire che è una “dote” che mi è rimasta spesso in ombra, nascosta sotto una copertina misto orgoglio e buon senso, ma nei momenti in alcuni momenti è venuta fuori così prepotentemente che una volta mio padre mi prese da parte nel suo studio e passammo due ore intere a confrontare con photoshop le proporzioni del muso del mio cane con le proporzioni del muso di un cane che avevo visto nella foto di una vicina di uno mio ex amore, perché ero convinta che fosse lo stesso cane e che si vedessero di nascosto da me per andare al parco. E non ti dico quanto fosse diventato un lavoro a tempo pieno controllare tutto ma proprio tutto quello che succedeva su ogni social di un altro ex amore che mi aveva fatto rimanere tanto male. Mi mettevo a fare il detective più o meno 20 minuti ogni ora ed ero riuscita a rintracciare resti di antiche civiltà etrusche, foto delle comunioni di almeno 7 persone, una dozzina di donne avvenentissime con le quali di sicuro aveva già fatto stampare le partecipazioni, likes scolpiti a mano su antiche tavolette di cera e pergamene del neoltico informatico, ma nemmeno un grammo di pace per me. Quando ripenso a quei mesi, perché furono interi mesi e a come a volte mi nascondevo cinque minuti in bagno per dei veloci controlli incrociati, mi verrebbe un po’ da prendermi a ceffoni e un po’ da abbracciarmi. Ogni notte già insonne di suo dovevo anche scacciare via dall’orizzonte delle mie immagini mentali, tutte quelle che avevo collezionato durante la giornata. Credimi tra tutti i lavori che ho fatto, il momento detective è stato di sicuro il peggiore. Ogni tanto mi chiedevo su quale piano di realtà stessi cercando di vivere e ogni tanto mi pareva che la risposta fosse che non ero su nessun piano di realtà, ero semplicemente su tutti i piani che riuscivo a immaginare, compreso quello dove Paperino diventa una gangster, sposa Minnie e fa a botte con Pluto.

Non credo di poterti dare un reale parere in merito alla situazione che stai vivendo, ma penso di poterti dire che i resti degli amori passati non vengono mai sepolti completamente. Questo non vuol dire che sia più importante ciò che abbiamo perso rispetto a ciò su cui stiamo costruendo, piuttosto che si tratta di due binari paralleli di cui uno appartiene soltanto a noi, l’altro appartiene al presente e a chi ci accompagna. Ricordare non è volere indietro e le malinconie sono in parte dolci proprio perché sono lontane. Qualcun altro forse al mio posto parlerebbe di questi dannati social e via dicendo, io dico che tutto sommato è uguale a come era anche mille anni fa. Come il presente non spazza via i ricordi, la tecnologia non crea emozioni, le mette solo sotto torchio più di quanto farebbe il non poter più vedere o sapere.

Mi sembra che ci siano due forze diverse nel tuo racconto, una che si chiede se questa amica sia ancora un’amica e se valga la pena cercare un confronto con lei e l’altra che si chiede se questo ragazzo con cui sei serena, non sia segretamente popolato di torbide passioni. In verità non capisco se hai più voglia di sapere se lei sta male o di prenderla a capellate e lo stesso vale per lui. In caso fossi anche tu confusa come tra il senso di dispiacere e la sete di arrabbiatura, tranquilla, mi sembra più che normale. Non saprei se valga la pena percorrerle entrambe con lo stesso vigore, se fossi al tuo posto forse raccoglierei il coraggio per sedermi a parlare di questo Otello interiore con la persona che meglio di tutte lo può far ragionare. Candidamente, ammettendo pure che ti senti un po’ ridicola a sentirti minacciata, ma condividendo questo peso con chi i pesi li divide con te ogni giorno. Se poi pensi che anche costruire un chiarimento di amicizia con questa ragazza possa essere cosa utile per sentirti meno minacciata, allora prova anche quello, ma attenzione a non cercare per forza il nemico fuori dalla relazione tra voi due che poi corri il rischio di trovarlo, ma perché lo hai costruito così bene che la paura è finita per diventare vera dentro di te.

Considera anche la noia, mia cara, nella sua accezione più pura e pesante, è anche pensabile che in tutti questi mesi con tanto tempo a disposizione fare il piccolo detective sia anche un modo per tenere qualche spazio occupato. In effetti non ho mai conosciuto nulla che riempia più di quanto riesca a fare un’ossessione. Prima di salutarti ti faccio la domanda che spesso faccio in studio quando incontro qualcuno che è tanto preso da qualcosa in apparenza leggero: “A cosa staresti pensando se non fossi tutta occupata nella tua indagine?”. Una domanda apparentemente scema, lo so, ma ecco io quei Paperi li guardavo così tanto perché non avevo tanta voglia di guardare il resto della mia vita in quel momento, perché mi faceva un po’ male farlo e allora decidevo di infilarmi in un dolore che mi pareva di poter controllare, anche se poi alla fine era lui che controllava me.

Ti mando un abbraccio grande,

Olimpia

Don’t you want me, baby?

Quel giorno in cui mi ha rivolto solo frasi “di servizio”. Quel giorno come quei giorni in cui mi interrogo su cosa ho fatto di male, ma non trovo risposta, perché davvero non ho fatto niente, e la risposta converge in un :”Esisto”. “Esisto”, come risposta a: “cosa ho fatto di male”, ma anche come invocazione di una condizione, io esisto, cazzo, e non posso essere invisibile agli occhi della persona che dice di amarmi. Che magari mi ama, a modo suo, ma quel modo non è il mio. Dopo essermi abituata ai suoi rimproveri del “Cerchi sempre conferme, cerchi sempre amore, non ti basta mai”. E allora ho imparato a non chiedere più, a tenere tutto nascosto e taciuto, perché altrimenti non andavo bene. Che tanto, poi, non vado bene comunque. Quella lontananza che sentivo, che non erano i chilometri, ma erano i battiti del cuore e la loro forza. Quella necessità che ho di parlare, di ridere, di abbracci, che si scontrano con l’aridità di una persona che queste cose non le vuole, non le ha. E non mi rimane altro che scrivere, perché anche dirlo ormai, ha stancato le orecchie di chi ascolta. Stanchezza che si traduce in un: “Ma che ci stai a fare? Perché credo sempre troppo, perché misuro il mondo con il mio metro e non vorrei fare diversamente, per ritrovarmi con un metro più corto. E disastrosamente più leggero. Quella rabbia che ha lasciato spazio alla rassegnazione, che mai arriverà da quella parte qualcosa che non sia tiepido. Quanto è forte lo schiaffo dell’indifferenza, dell’invisibilità? Perché mi vedono tutti, tranne lui? Ciao Olimpia, volevo condividere con te questo pensiero, chissà hai qualcosa da dire in merito, un abbraccio.

Oh cara, accidenti quante cazzo di cose avrei da dire in merito. Mi sembrano così tante da non essere abbastanza. Chi non ci vuole non ci merita, direbbero i più, ma noi che ce ne facciamo? Non è mica la pubblicità della L’Oréal che finisce con “perché io valgo“, è la vita e il nostro valore lo misuriamo proprio anche e soprattutto in base al valore che gli altri ci danno. Giusto, ingiusto, stupido o saggio, è così. Se la testa può permettersi certe conclusioni razionali, il cuore no. E allora finiamo un po’ tutti a rincorrere chi non ci vuole perché in quel rifiuto c’è una parte di noi che vorremmo ci venisse restituita. Proprio come nella pubblicità abbiamo tutti bisogno di sapere che il nostro modo di amare funziona, come se senza quella conferma non solo non esistesse il nostro modo di amare, ma proprio, come dici tu, il nostro modo di esistere. C’è forse una quantità fissa, un tetto massimo che ne so, di amore che possiamo chiedere al mondo? Al mondo no, ma a chi non ne ha o non ne può avere per noi forse sì.

Lo so che quando faccio questi discorsi, da qualche parte nel mondo, un romantico mi darebbe un ceffone, ma io li faccio lo stesso. Oltre a qualsiasi romanticismo esistono delle regole, non precise ma onnipresenti, secondo cui si muove l’attrazione tra le persone. Tra queste una importante è che più cerchiamo di convincere qualcuno del nostro valore e del valore del nostro amore, meno quel qualcuno sarà interessato a confermarcelo. Questo vale ovviamente anche per noi. Quando qualcuno ha fatto di tutto per me, io ero altrove, quando qualcuno ha fatto niente per me, io ero sul pezzo come un cane rabbioso attaccato al polpaccio. Per amore? Per amore della verità? Per amore dell’amore? Ma va. Per orgoglio, solo e sempre per orgoglio. Non che lo percepissi sul momento ma a distanza dai disastri l’ho visto eccome. Ho spesso voluto conferme da qualcuno che di me non ne voleva sapere mezza proprio perché non ne voleva sapere mezza. A riprova di questo forse condannabile ma umano atteggiamento, quando è capitato che i ruoli si scambiassero, ero di nuovo altrove e lontana lontana.

Cercare conferme è sano e naturale, avere dei bisogni è sano e naturale, volere di più è sano e naturale. Quasi tutto è sano e naturale se pensi al modo folle in cui siamo fatti. Il punto non è cosa, ma dove. Il punto sarebbe raccogliere i coriandoli del nostro cuoriciotto frantumato e levarci dal cazzo. Ma non perché “Io valgo”, semplicemente perché più tempo passiamo in balia di chi non ci vuole, più tempo regaliamo al nostro orgoglio travestito da amore. Ti faccio una domanda e ti invito a risponderti togliendo il velo di lacrime e speranze: Se davvero costui è qualcuno di cui hai un’immensa stima, una grande ammirazione per il modo in cui è fatto, se è qualcuno da cui hai da imparare segreti profondi sulle verità del mondo, qualcuno con cui faresti un viaggio a piedi di ottomila km, qualcuno con cui faresti mattina a chiacchierare senza fatica. E non dico di pensare a quel qualcuno ideale che esiste solo nella tua testa, ma a quel qualcuno reale che esiste già. Perché tutte le volte che mi sono incastrata in un pensiero di amore non corrisposto, quando ho avuto le forze e il coraggio di guardarlo bene, non era mai nessuno che amavo sul serio, anzi erano perlopiù persone che umanamente mi risultavano intollerabili, però non tolleravo il fatto che non tollerassero me. E questo non è amore, è una forma di dolcissimo egoismo strappalacrime. Nessuno che non mi abbia amata come io avrei voluto sarebbe stato l’uomo che avrei sposato volentieri, eppure tutti hanno ferito il mio orgoglio e parte di quello che sono. Certi dolori sono esclusivamente personali, certi dolori sono nostri ed è con noi che li risolviamo sebbene tutto dentro di noi sembri farci pensare il contrario.

Una ragazza veramente tanto in gamba che ho avuto modo di incontrare nello studio, mi raccontò che aveva così tanta voglia di essere amata che aveva fatto un grande collage di occhi di ogni tipo. È qualcosa che non dimenticherò mai.

Don’t, don’t you want me?
You know I can’t believe it when I hear that you won’t see me
.”

Un abbraccio grande a te,

Olimpia

Si può guarire dall’abbandono?

Cara Olimpia, è un po’ che leggo il tuo blog e volevo un tuo parere spassionato. Sono due anni e mezzo che è morto mio padre, improvvisamente, era uscito per lavorare e dopo mezz’ora arriva la chiamata, e da allora mi sento… vuota. Sono sempre stata una persona che ama ridere e ama vivere ma ora ho dei periodi di nulla totale, come se non sentissi più nulla nei confronti della vita, come se ogni cosa andasse avanti e io sia rimasta lì, persa da qualche parte indefinita. Come ha detto Luigi Tenco, “sono fuori di me e sto in pensiero perché non mi vedo rientrare”. Si alternano con periodi di tristezza e dolore infiniti. È come se il mio corpo andasse in una direzione, la mia mente in un’altra e il mio cuore in un’altra ancora. Mi sento letteralmente a pezzi. Sono una persona che non ama far preoccupare gli altri quindi questa parte di me, divisa, è rimasta dietro la facciata di una persona forte a cui non serve aiuto… finché non è successo la prima volta, un’attacco di panico. Mi sentivo impazzire. Nel mentre ho conosciuta una persona che sembrò quasi ricompormi, ero pazza di lui, mi è sembrato quasi avere un respiro di vita, come se fossi rimasta sott’acqua un’infinità e fossi finalmente riemersa per un respiro, ma alla fine poi mi ha solo dato il colpo di grazia. E gli attacchi di panico sono aumentati, peggiorati. Sono seguita da un terapista da circa due mesi, perché sentivo che con quelle crisi una parte di me moriva ogni volta, finché mi sono detta “Che rimarrà di me alla fine?”.  La diagnosi è stata “Sindrome da Stress Post-traumatico”: tutto coincide, insonnia, incubi, ricordi e pensieri ricorrenti, flashback, evitamento di situazioni, sentimenti negativi… e mi sono difesa con il vuoto. È poco che ho iniziato il percorso ma il mio cruccio è “Si può guarire realmente dall’abbandono?” Si può guarire dalla sensazione di essere state abbandonate, in modo volontario o in modo involontario, perché non si è abbastanza? O una parte di me sarà sempre divisa e continuerò a difendermi annullando ogni sensazione?Perché questo vuoto è assordante e non lo tollero più.

Un saluto affettuoso
A.

Cara A.

Ti ringrazio per avermi fatto conoscere questa frase di Tenco che non conoscevo, è davvero meravigliosa e non la dimenticherò mai.

Mi dispiace tantissimo ma da me è difficile ricevere un parere spassionato, io mi appassiono sempre, quindi prendi il parere che ti darò per quello che è: solo il modo in cui mi sembra di riuscire a vedere le cose che mi racconti da una piccola finestrella attraverso cui vedo il mondo.

È morto tuo papà da un tempo non abbastanza lungo perché tu possa considerare il tuo lutto lontano. O se preferisci lontano, lontano. E mi dispiace anche tu senta il bisogno di identificarti con una diagnosi che non dice nulla di quello che sei, dice soltanto qualcosa sul fenomeno, cioè su come certe cose appaiono fuori di te, rispetto a quello che senti dentro. Lungi da me muovere critiche ad un collega di cui non conosco nulla, ma vicino a me dirti che il disturbo etc etc, nasce nella sua definizione dopo la guerra del Vietnam, per provare a spiegare che cosa succedeva a questi poveretti che ritornavano da un conflitto ferocissimo durato venti anni. Venti anna mia cara A. Venti anni di ferocia e rumori di proiettili e morti ovunque e bombe ovunque e paura sempre. Con questo non voglio sminuire il tuo sentire, anzi, lo vorrei nobilitare. Perché non c’è niente di più nobile che soffrire sconfinatamente per la morte di un genitore e non c’è niente di più umano che provare a sostituire un vuoto con un pieno qualsiasi e non c’è niente di più classico che scoprire che non puoi riempire un oceano con un bicchiere d’acqua e non c’è niente di più frequente che vedere il nostro corpo ribellarsi come cazzo può al male che sente.

Di attacchi di panico si parla così tanto senza a volte dire quasi niente, o meglio senza dire che ogni attacco di panico ha un motivo di essere, sono segnali che il motore è in panne, come una di quelle spie del cruscotto che tendiamo a ignorare. Pensa, un mio amico si è fatto scollegare tutti i cavi delle spie così sta tranquillo, dice lui. Io dico speriamo che non gli si fermi la macchina in mezzo all’autostrada di notte. L’attacco di panico è brutto, ti toglie il respiro e ti fa sentire che quel guscio che è quasi tutto ciò che abbiamo, non risponde più ai comandi, ma non colpisce mai a caso, colpisce per ricordarci qualcosa che stiamo cercando di non vedere. In fondo il panico è “solo” una paura che ha preso un sacco di integratori, è un fiume che ha troppa acqua e rompe gli argini. E se tu non avessi paura di tutto in questo momento, mi sembrerebbe ancora più strano. Paura che non sarai mai più felice e che niente su questo mondo potrà mai rimetterti in ordine, paura che ogni persona che amerai ti lascerà sola, paura, paura, paura, panico. Anche a me capita che mi vada in panne il motore, quando sento che sono una e le cose che mi assediano duemilatrecentonovantatre, anche a me capita di rivivere proiettili e bombe e rumore di lamiere e dialoghi che si ripresentano nei sogni e che non vogliono lasciarmi stare, quando qualcosa di terribile mi è capitato, quando sono stata lasciata, quando un pitbull ha aggredito la mia povera bastardella che è grande più o meno quanto una bottiglia di Ferrarelle, quando sono stata triste come mai prima e quando sono andata a sbattere con la macchina e si è accartocciata tutta quanta con me dentro. Ho passato notti a scansare suoni e brividi, giorni a cercare di annaspare come una che non sa più come si nuota nell’aria, giorni in cui ho mandato giù mezze compresse di ansiolitici solo per attraversare la strada e giorni in cui non mi vedevo più tornare.

E poi sono tornata, anzi, sono cambiata. Così tanto che mi pare la vita mi si sia allungata anche se nel frattempo è passata e quindi è diventata più corta. Ma mi sono seduta sulla cima di questa montagna di merda e ho pensato, però, che bel panorama che c’è da qui, prima non lo vedevo.

Tuo papà non è morto perché tu non sei abbastanza ma perché la natura ha deciso per questa ingiustizia, al posto suo e al posto tuo, questo uomo non ti ha lasciata perché tu non sei abbastanza, ma perché le leggi dell’amore sono altrettanto ingiuste. Le tue diagnosi non ti stanno accompagnando perché sei fragile o perché sei malata, ma perché il confine di quello che un essere umano può contenere non è illimitato.

Vorrei, se potessi esprimere un desiderio, che tu ti possa concedere di soffrire e basta senza sentirti anche colpevole di non saperlo fare meglio di così, che andassi in un prato bello e guardassi come il vento sposta i fili d’erba, che chiamassi un’amica che non vedi da tanto e che vi poteste abbracciare senza dire niente, che prendessi le foto di quando sei stata piccola e ritrovassi le espressioni che hai sempre avuto e sicuramente hai ancora anche se non avrai voglia di guardarti allo specchio, che metessi per un attimo da parte il nome delle cose che fanno male e pensassi alla malinconia come qualcosa di prezioso. Ci ricorda tutte le passioni che sappiamo avere, ci ricorda i ricordi, ci ricorda che non tutto quello che perdiamo poi torna, ma che tutto quello che sentiamo ci appartiene.

L’abbandono non è una malattia e si guarisce solo dalle malattie, ma ci si può prendere cura delle piante anche se sembra che siano secche perché non è vero che lo sono, sono solo state trascurate per tanto tempo. Le case abbandonate dopo che le hai ricominciate ad amare, dopo che le hai colorate di nuovo, sono molto ma molto più interessanti di quelle che non lo sono mai state. Sono speciali.

Di te non lo so che cosa rimarrà, nemmeno di me, non lo so di nessuno. Però so che sei sicuramente fatta anche di questo tempo triste che vivi e sei fatta di tutti i pezzetti smembrati come un puzzle lanciato per terra. Qualcuno troverà posto vicino a qualcun altro, altri si incastreranno con forza, altri non serviranno nemmeno, altri ancora non li vorrai tu. Tu sei la tua colla migliore.

Altri pieni riempiranno questo abisso, però prima bisogna concedersi di sentirsi completamente persi in un paese nuovo, mai visto, in cui nemmeno volevamo andare. Il tuo corpo ti lascerà stare, i tuoi incubi diventeranno di nuovo sogni, datti il tempo di sentirti persa per sempre, altrimenti come farai ad accorgerti che qualcuno che ti somiglia e che allo stesso tempo è diverso da come ti ricordavi di essere sta bussando alla tua porta?

Aspettai domani
per giorni e per giorni
col sole nei campi
e poi con la neve

Chiedevo alla gente
quando torneranno
la gente piangeva
senza dirmi niente

Ma una sera ad un tratto
chiusi gli occhi e capii
e quella notte in sogno
io li vidi tornare

Ciao cara, ciao. Ti abbraccio forte forte.

Olimpia

Pensare al suicidio non ha mai ucciso nessuno

Questa mattina mi sono svegliata presto ma non mi volevo alzare perché sono triste. Ho allungato il lenzuolo sopra la testa come se fosse un casco integrale e non un pezzo di stoffa, poi ho visto la luce delle sette che entrava dalle persiane abbassate, ho sentito il rumore del mare qui sotto, ho intravisto la coda del cane che prendeva velocità, ho pensato a quanto è buona la prima sigaretta dopo il caffè e con la faccia gonfia di sonno e sgonfia di voglia, me lo sono andato a preparare.

Le vite degli altri sono tutte invidiabili se non le guardi da dentro. Gli altri sembra sempre sappiano cavarsela meglio di te a grinta e volontà, ad ambizioni e progetti di viaggio. Gli altri sembra sempre che possano vivere a due passi dal suolo senza sbucciarsi mai le ginocchia. Invece ci sono giorni, mesi, periodi, ere, in cui la vita non è quella festa piena di colori che si racconta in giro.

Non sarà mio compito scrivere quattro cazzate su quanto sia assurdo suicidarsi, anche se tra le varie cose che mi sarebbe piaciuto fare da grande ci stava pure il negoziatore, o come si chiama, insomma quello dei film che convince i criminali a non fare qualcosa di brutto solo con le parole o che tira giù dal grattacielo qualche povero uomo sfinito. Non lo sarà perché se ci penso bene, a fondo, in certe mattina specialmente, sono io la prima a non capire perché dovremmo sottoporci a questa tortura in cui perdiamo chi amiamo, in cui non otteniamo quasi mai quello che vogliamo, in cui c’è comunque molta più rabbia che amore per le strade. Io penso invece che chi si interroga ogni tanto sulla reale convenienza e il reale valore della vita, mettendo in conto anche di poter fermare la giostra, abbia più rispetto dell’esistenza di chi ci mette in guardia sul fatto che togliersela, l’esistenza, sia pura follia ed egoismo. Il valore della vita non può essere dato in maniera tautologica, deve essere trovato o peggio ancora, costruito.

Uno dei primi libri che ho letto di cui non ricordo il nome, era la storia di una ragazza che veniva uccisa e però la sua anima non moriva e andava al proprio funerale e guardava gli altri dispiacersi per lei. Secondo me è questo che tanti vorremmo quando pensiamo al suicidio, non esserci più ma esserci lo stesso per capire quanto gli altri ci amassero e pensassero bene di noi. Far volare quei 21 grammi in giro per il mondo e sentirci soddisfatti di quanto gli altri sappiano finalmente cosa si sono persi. Morire per essere vivi, sparire per stare al centro della questione.

Dire che vogliamo morire è dire che stiamo soffrendo più di quanto riusciamo a soffrire e avere paura che questa sensazione non cambierà mai. Che mai più ci interesserà un tramonto, una barzelletta, un abbraccio, scartare un regalo.

Personalmente ho smesso da qualche anno di pensare al suicidio, però ho guardato a lungo il lastricato di travertino dal quinto piano quando ero più giovane. Credo che dentro la mia testa ci fossero dei cori da stadio che dicevano “fallo smettere, fallo smettere adesso, qualunque cosa sia, ti prego fa che smetta.” Ho smesso non perché abbia smesso di avere voglia di fissare il lastricato ogni tanto, ma perché mi sono arresa al fatto che la malinconia è la mia lente di ingrandimento sul mondo e non posso rinunciarci senza rinunciare anche a certe dolcezze e altre cose che mi abitano. Se dovessi trovarmi in una malinconia così grande da dimenticarmi per sempre il resto, allora partirei in un posto lontano, farei qualcosa di molto ma molto più matto che suicidarmi, camminerei scalza, mi farei i capelli corti e fucsia, affitterei le barche su un’isola, andrei a vivere in mezzo ai gorilla, non rinuncerei al colore delle sette mattina nemmeno se vincessi ogni cosa e la perdessi il giorno dopo. Il dolore non mi fa più paura, mi ricorda che sono viva e solo i morti non soffrono.

Se qualcuno mi dicesse che si vuole suicidare (e capita, capita, ma spesso è una provocazione) gli direi che ok, perché no, è una scelta, forse quell’ultima scelta di libertà che ci rimane come ha detto mi pare qualche sociologo. Gli chiederei come pensa di farlo, se pensa di lasciare una lettera, se saprebbe cosa scriverci e a chi, se ha delle cose di valore e cosa pensa di farci, gli chiederei qual è il suo piatto preferito, la sua canzone, il suo ricordo preferiti. Sarebbe forse tutto poco utile perché chi vuole ammazzarsi ad un certo punto lo fa e basta. Come quel racconto di Foster Wallace in cui un uomo è in piedi sul cornicione e tutti sotto gli dicono ma non lo fare ma sei matto, solo che non riescono a vedere l’incendio dentro la casa. L’uomo non vuole sdraiarsi sul marciapiedi per sempre, vuole solo scappare dall’incendio.

Se qualcuno mi dicesse che vuole ammazzarsi e me lo dicesse come si dicono le cose serie, gli direi datti 6 mesi, se tra 6 mesi ti senti ancora in questa merda, vai, ma l’ipotesi che tra 6 mesi tu non ci sia è una cosa che mi fa impazzire. Come Romeo e Giulietta che si ammazzano per niente se non per un pessimo tempismo.

Poi c’è l’altro grande punto, che tutti quelli che ci pensano con vigore dovrebbero tenere a mente e l’altro punto sono gli altri. Se per te la tua vita non vale più nulla, non puoi pretendere che non valga per nessun altro. Tu ti puoi pure togliere il problema, ma devi sapere che agli altri non glielo togli, glielo crei. E no, non sto qui nemmeno a far venire sensi di colpa, ma a dire quanti sensi di colpa rimangono alle persone che non muoiono.

Eppure molti a cui voglio bene della letteratura lo hanno fatto, molti la cui vita me la sarei presa di corsa, molti di cui né io né nessuno conosciamo nulla se non una produzione di parole bellissime, ma chissà a quale prezzo lo sono diventate. “Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Non fate troppi pettegolezzi.” No Cesare, tranquillo, nessun pettegolezzo, ti si vuole tanto bene in ogni caso ma sei stato uno stronzo però grazie per le tue parole.

Se vi viene voglia di ammazzarvi, non vi spaventate, non vuol dire che lo vogliate fare, non vuol dire quasi niente tranne che avete perso la mappa, che vi sentite molto soli e che probabilmente avete anche smesso di provare a spiegare sul serio come vi sentite. Voglio morire è un riassunto povero di una gamma di emozioni enorme, è un riassunto della paura di vivere.

Ecco mi è venuto in mente il titolo di quel libro, “Ricordati di me”. Le cose che dimentichiamo tornano così, quando ci distraiamo. Ricordati di te, di quanto fa schifo la tua vita adesso, di quante vite interessanti abbiano fatto davvero schifo in tanti punti, ricordati delle albe, ricordati di tua mamma, delle mattine di Natale di tanti anni fa e di quelle che puoi ancora costruire, di quanto è buona l’acqua quando hai sete, di quanto è bella la felicità quando l’hai data per scomparsa, di quanto si può ritrovare, di quanto ognuno di noi cammini con un grande dolore su una spalla, dell’odore del basilico, di un gatto acciambellato, dell’odore dei biscotti nel forno. Ricordati che nessuno è qui per essere perfetto per se stesso e per gli altri, siamo solo tutti camminanti senza mappa e senza cammino. Ricordati che pensare alla morte non ha mai ucciso nessuno, ma che nessuno dovrebbe morire prima di aver girato quell’angolo oltre al quale c’è qualcosa di diverso. Quale angolo non lo possiamo sapere, ma siamo camminanti, continuiamo a fare quello che sappiamo fare, quello che ha permesso a tutto il mondo di fare le migliori scoperte, l’unione dell’inquietudine e del camminare, per favore fai ancora un altro passo.

Sono ossessionata dall’amore

Cara Olimpia,

Ho 26 anni e mi sento in un vortice di emozioni. Mi sento su una giostra che non si ferma mai, oggi sono su e domani sono giù. Senza dei motivi realmente concreti. Alla ricerca di un po’ di sana serenità ho deciso di prendermi qualche giorno per stare con me stessa, farmi compagnia e prendermi cura di me. Quindi eccomi qua a scriverti sono sulla riviera ligure e penso ai miei ultimi mesi di vita…io sono un’infermiera, in questi ultimi tempi la mia vita è stata completamente ribaltata, il mio lavoro mi piace tantissimo, ma a volte sono così stanca che faccio fatica a stare sveglia quando torno a casa dal turno. Io non so in che modo, ma anche se sono così stanca la mia mente sembra così produttiva, è un flusso continuo…in particolare non riesco a togliermi dalla testa il desiderio di trovare l’amore, sta diventando quasi un’ossessione, sai? Io in realtà sono single da tanti anni e mai ho avuto questo desiderio così impellente e impaziente di essere realizzato…come posso fermare per un po’ il mio cervello che fa tutte queste richieste così difficili da realizzare? Visto che lo stesso cervello mi spinge ad uscire con diversi ragazzi ed a eliminarli automaticamente dopo pochissime uscite?

Grazie già per la tua dolcissima risposta spero di essere stata abbastanza chiara.

Un abbraccio

F.

Cara F.

Ti proverò a rispondere prendendo in considerazione la tua lettera da due diversi punti di vista. Uno che sta dalla parte della legittimità di questo tuo forte desiderio, l’altro che lo ritiene comunque legittimo ma che forse ci si nasconde un po’ dietro.

Non saprei davvero dirti da che parte pende di più la bilancia, ma diciamo permettimi di andare un po’ a occhio. Mi ha incuriosito come tu abbia nominato il tuo lavoro come fonte di grande amore e allo stesso tempo fonte di grande stress. In effetti fare quello che fai necessita di una grande vocazione e anche con i turni di riposo che sono concessi a tutti gli infermieri, non credo avanzi tempo realmente utile per trovare riposo. Mi verrebbe da chiederti in che modo è stata scombussolata così tanto la tua vita, se hai cambiato luogo in cui lavori, se hai preso insomma qualche grande decisione e, sempre a occhio, verrebbe da pensare di sì. Quindi penso ti trovi ancora in una fase di assestamento da momento A a momento B dell’esistenza e in quei momenti, come nelle vacanze, come a Natale, come (quasi) ogni maledetta domenica, lì dove c’è spazio, c’è spazio per pensare. A quello che abbiamo combinato con quello che siamo, a quello che siamo diventati, a quello che abbiamo perso, a quello che ci manca.

Se sei senza amore da tanto tempo, bontadidio, ci sta che tu ne abbia desiderio! Non conosco una sola persona sana di mente che dopo un po’ che se ne sta senza, non si chieda come si starebbe con. Sarebbe bello pensare di poterne fare a meno, per certi aspetti, per altri sarebbe terribile, quindi non sentirti ossessiva se nel silenzio della sera, quando il dovere è stato fatto e tutti tornano a casa da qualcuno, ti viene voglia di entrare e trovare un abbraccio. O qualsiasi sia la tua fantasia romantica che ti censuri da sola dicendo che è un’ossessione. Un desiderio grande di certo ci può assediare al punto da sembrare un’ossessione, ma è solo un desiderio grande. Se mi avessi detto che ti stai ossessionando con la compravendita di yatch ti direi beh, forse ma forse non è un giro di pensiero così produttivo. Se però parliamo di amore, lo avrai capito sono una romantica, come posso dirti come fare a smettere? Piuttosto preparati un bel rituale per concederti questi pensieri: musica jazz soft, del vino, un par de candele e una scatolina di kleenex già che ti trovi. Come lo vorresti questo prossimo, che qualità dovrebbe avere, che difetti non gli perdoneresti, com’è andata con l’ultimo in modo da non ripetere gli stessi errori ma casomai perfezionarli?

E poi ti chiederei anche di chiederti, ma questi qui con cui esci, hanno qualcosa di vagamente simile all’idea che ti sei fatta della persona che vorresti conoscere e che ti conosca? Perché magari proprio perché presa dalla fretta stai andando un po’, come diciamo a Oxford, a cazzo nelle scelte e poi ti trovi che non ne vuoi più sapere niente. Nel senso, se sto morendo di fame rischio di fare una spesa balorda al supermercato, quindi non vedo perché non dovrebbe applicarsi lo stesso criterio alle più alte sfere.

Poi c’è l’altro punto di vista, che mi richiama una cosa letta tempo fa, anche se non mi ricordo bene da quale autore ma puoi fidarti che l’ho letta da qualcuno che consideravo saggio altrimenti non me lo sarei mai ricordato fino a qui, e che comunque diceva una cosa tipo “Se non stessi pensando adesso all’ossessione amorosa, a cosa dovresti pensare?”

Ecco, tolto il romanticismo e tutto ciò che gli sta intorno, rimane questo strano potere della cotta e ancora di più della super cotta, cioè quello di portarci via da dove siamo, in un posto migliore in cui gli impegni con noi stessi possono aspettare o essere sostituiti da un bel contratto a tempo indeterminato con il cuore di qualcuno. Se lo avessi sentito anni fa mi sarei sicuramente incazzata a morte, mi sarebbe sembrato un parere cinico e freddo, invece devo dire che con il senno del poi, quello delle rughe, quello degli errori, posso affermare che in effetti succede. Succede che l’amore ci porti via da noi, via dai sogni che avevamo e via dalle cose che non riusciamo a fare.

Tempo fa una ragazza mi disse preoccupata che la notte non sapeva come fare perché da quando aveva memoria si addormentava solo pensando a qualcuno per cui aveva qualche cottarella. Lì per lì mi è sembrato un sentimento come di bambini, ma in tutta verità io non mi sento così diversa. Se non penso a qualcuno, nel vuoto della mia stanza, nel vuoto della mia vita, mi tocca pensare a me. A qui fantasmi che mi bussano da tutte le parti, che mi dicono che devo fare di più, devo fare meglio, devo devo devo. Ignorarli? Non fino in fondo perché mi dicono delle cose che hanno senso, non sono solo severi, sono anche giusti. Ogni volta che mi sono innamorata ho buttato un pezzo di me per cercare di riappiccicare il pezzo di qualcun altro e poi mi sono ritrovata con tantissimi piccoli pezzi dappertutto, dentro e fuori. Cosa porta l’amore, ma cosa toglie. Cosa toglie sembra brutto da dire ma forse lo si deve dire. Toglie qualcosa, toglie certe angosce o forse le ricopre solo, forse le mette in freezer ma non le uccide.

Questi sono i miei due istintivi punti di osservazione sulla tua questione e per questo ti invito da una parte a concederti senza vergogna quei momenti al ritorno del lavoro, come se fossi una ricercatrice che sta studiando qualcosa, non come una scappata dalle telenovelas. Dall’altra parte ti invito a chiederti, con coraggio e con paura, se c’è qualcosa che vorresti o dovresti fare, di molto importante, da cui questo pensiero sognante ti protegge tenendoti lontana.

I 26 anni sono bellissimi, cominciano a essere giusti per crescere e non sono troppo pochi per non sentirsi cresciuti. Non fare mai a meno del desiderio d’amore, non fare mai a meno di guardarti dentro regolarmente per vedere come sta quella persona speciale che abita insieme a te tutto il tempo.

Un abbraccio,

Olimpia

Penso sempre alla morte

Cara Olimpia, ho avuto spesso il desiderio di scriverti ed eccomi qua. Spero tu stia bene, che stia passando una felice estate e di non annoiarti con la mia “lettera”. Penso sempre alla morte, Olimpia. Non come desiderio di farmi male o di privarmi della vita. Penso alla morte con terrore e con rifiuto. Fin qui niente di strano, dirai. Chi non ha paura della morte? Chi non ci ha pensato almeno una volta con profonda tristezza? Il punto è proprio questo. Io amo la vita in ogni suo capriccio, l’abbraccio e ci faccio a botte e la difendo, ricoprendola di libertà e baci. Ed ogni giorno, seppur faticoso, mi dona tanto. Anche quando sembra mi tolga tutto. Ci sono volte(molto frequenti) però in cui questo pensiero mi invade e mi colpisce alla schiena. Può durare un’intera giornata, molti pianti e crisi di panico. “Il mio cane non può morire, deve vivere 100 anni, io lo amo troppo ed è così meraviglioso!” e via col pianto. (Il mio cane sta benissimo) “Certo che ho un uomo meraviglioso al mio fianco , non so cosa farei se domani lo perdessi!” (Porello, aggiungerei. Immagino scenari non rosei. Quanto si gratterebbe, se ne venisse a conoscenza!) Divento tristissima, fobica. Faccio pensieri persino sulla mia morte! Mi ritrovo a parlarne e disperata a dire” OH, MA IO NON VOGLIO MORIRE! IO VOGLIO VIVERE, EH! ” come se qualcuno potesse evitarmi la morte, un giorno. Io vorrei solo che questo pensiero non condizionasse le mie giornate, non mi creasse paranoie invalidanti. Perché ti giuro che lo fa. Ricordo ancora quando da piccola controllavo che mia madre respirasse, mentre dormiva. Mi mettevo lì e trattenevo il fiato, così potevo vederla meglio respirare. Sì, vederla, non sentirla. Vedere il suo stomaco gonfiarsi in un bel respiro. Mi sento molto stupida anche solo a ricordarlo! Ed ecco che mi ritrovo a diagnosticarmi cose brutte, ogni volta che ho un dolore strano e a pensarci per ore e ore come se non ci fosse un’altra possibile spiegazione. Dando per certa la previsione più brutta. Si, faccio parte del 99% della popolazione mondiale che si diagnostica malattie su google, ma poi mi fermo ad immaginare la mia vita con quelle malattie e via di nuovo al circolo vizioso. Sono patologica? Boh. Io vorrei solo non pensarci più. O magari leggermente meno. Non sentirmi matta, ecco.Vorrei tanto che questa paranoia si ridimensionasse, ma non so come aiutarmi. Ti ringrazio, Olimpia, anche solo per avermi letta. Scrivere è una gran medicina e certa che dall’altra parte ci sia un cuore attento ed eccezionale, già mi sento meglio.

A

Cara A,

Tra le persone che mi ha fatto conoscere il mio lavoro mi è rimasto impresso un ragazzo molto giovane che il primo giorno in studio si presentò con la playlist che avrebbe voluto mettessero nel giorno del suo funerale, giorno in cui tutti si sarebbero finalmente accorti di quanto fosse speciale. Devo dire era una selezione affatto male.

I vivi pensano alla morte a volte tanto quanto pensano alla vita. Alla propria, a quella di qualcuno che amano, alla morte di un lavoro, di una pianta, di un oggetto. I vivi pensano alla fine delle cose anche quando sono appena iniziate, anche quando ancora non sono iniziate proprio. Non te lo so dire perché i vivi siamo così, credo perché la paura è un’emozione antica e spesso funzionale, o forse perché il numero delle cose difficili o dolorose supera statisticamente quello di quelle felici e facili. In effetti la felicità non è poi così interessante, ha poco da dire e molto da vivere, però viverla vuol dire esporsi alla delusione e spesso la fatica del solo pensiero ci rende cecchini dell’auto sabotaggio, così possiamo tornare a sentire le canzoni d’amore struggenti che sono sempre più belle di quelle sole cuore e ma vaffanculo dai. Ecco questo per dire che la parte oscura e scura del mondo va un po’ per la maggiore, nonostante tutta quella fila di ultra fomentati dopati indemoniati che ci inondano di stay positive e vivi ogni giorno come fosse l’ultimo. Cosa che se ognuno di noi provasse a fare anche solo per un giorno finirebbe infartuato entro le undici del mattino.

Tutto va bene eppure tutto può finire. Non è una paranoia, è la verità.

Secondo me i pensieri che fai sono pensieri su cui vale la pena piangere, nel senso che potresti essere benissimo la protagonista di un dialogo di Platone così come di un romanzo, c’è così tanto dentro a questi pensieri su cui pensare, c’è così tanta vita nei tuoi pensieri sulla morte. Hai mai pensato che invece di cercare di mandare via per forza un pensiero su cui per forza ci dobbiamo fermare, in qualche momento, in qualche modo, a pensare, potresti approfondirlo come fa bene fare con tante cose che ci fanno paura?

Cioè dedicare un po’ di tempo a cercare di capire cos’è la morte per le diverse culture e religioni, quali sono gli epitaffi più poetici e più sarcastici mai scritti, a sentire qualche stand up piena di black humour, a vedere che abitudini strane abbiamo avuto nel corso dei secoli per i nostri morti, a vedere qualche video della festa dei morti in Messico e poi un giorno magari andarci anche, a scoprire qualche libro che ne parla, qualche canzone che ne parla. A parlare di questa cosa con te apertamente perché mi pare di capire che ti sta chiedendo di darle spazio. Dagliene così tanto che ti troverai a essere passata avanti e indietro sugli stessi pensieri almeno tre o quattro volte, e andare avanti senza tornare tutte le volte indietro.

Perché dico proprio sulla morte ti sei fissata, te lo sei mai chiesto? Hai perso qualcuno di molto importante all’improvviso e senza che ci potessi fare niente? Ti serve un pensiero ingombrante per distrarti da altri pensieri meno ingombranti ma più fastidiosi e quotidiani? C’è qualcuno a cui vuoi molto bene che non riesce a prendersi bene cura di se stesso, o forse questo capita a te? Sei contenta della tua vita, mia cara A? Ti restituisce davvero anche nei giorni in cui sembra che ti tolga?

A me capitarono dei mesi, anni fa, in cui mi presi una cotta per questa ossessione. Chiedevo sempre a tutti che cosa ne pensassero e come vivessero la questione. Per meglio dire chiedevo ma come si fa a fare una cosa, qualsiasi cosa, fatta bene, fatta con cura, fatta che duri, se tanto poi tutti quanti dobbiamo morire? Nella mia testa non faceva una piega e anzi mi parevano matti tutti gli altri che si facevano in mille per il regno dei vivi.

Dopo altri mesi, parecchi mesi con momenti di riposo e ritorni di fiamma, mi è sembrato di intuire che mi facevo questa domanda perché non avevo ancora trovato il modo di diventare quello che volevo essere da grande e le mie giornate non avevano senso e niente aveva senso e a quel punto allora che il tutto di tutti anche non abbia senso. Adesso ci penso ancora, ogni tanto, penso che non sarò abbastanza forte per superare niente e che dovrò fuggire su una montagna insieme alle capre e alle stalattiti per rendere il mio tempo così noioso e fermo da farlo sembrare infinito ed essere tutto sommato ok con la decisione quando toccherà di morire a me.

Mi concedo di pensare strano come mi concedo due bicchieri di vino (uno se lo concedono quelli veramente matti), come mi concedo di non capirci niente di niente sul che cosa stiamo facendo tutti quanti, su che che cosa, per favore la verità vi prego sulla vita. Mi piacerebbe che tutti ogni tanto se lo concedessero per dare importanza alle giornate, che poi sono un po’ l’atomo della vita. Concediti proprio una mezz’ora di orologio al giorno in cui a questa cosa ci pensi come se non facesse così paura e non più di una ricerca al giorno su Google perché tanto lo sappiamo tutti benissimo che finché non si fa ipotesi di brutto male non si chiudono le pagine dicendo ecco vedi lo sapevo io lo sapevo. Per poi riaprirle una sigaretta, forse l’ultima, dopo.

Sono dissacrante, sono scorretta e superficiale? Certamente sì a tutte e tre. Le questioni di massima rilevanza vanno trattate come se ce lo dovessimo fare amiche per sempre, che anche se non le puoi fregare, magari è meglio trovare il modo che non ti freghino più o prima del dovuto.

Per sempre, bello dire per sempre, suona bene. A me piace e mi piace anche se non può essere vero mai, è vero finché lo riesci a dire. Mi piace molto anche quello che dice il tizio dell’oroscopo dell’Internazionale: Apocalypse it’s now, so let’s dance.

P.S. Quella cosa sul respiro della tua mamma è molto bella, non stupida.

Olimpia

Sto iniziando a smettere di credere nell’amore

Cara Olimpia,

onestamente non so da dove cominciare e spero di riuscire a farti capire. Non riesco a formulare quello che sento in una domanda breve e concisa da farti, quindi mi limiterò a scrivere, seguire il flusso e sperare di farti arrivare una storia che può avere una risposta, un parere o quello che riterrai più opportuno. Sono una donna di ventisei anni. Una donna per niente perfetta, munita sì di pregi, ma anche di difetti e di vulnerabilità. Insomma: quello che ti sta scrivendo è un essere umano in piena regola. Essere umano che ha sempre avuto una caratteristica per la quale è stato preso in giro per molto tempo: credere spassionatamente nell’amore, nell’esporsi quel tanto che basta e nel correre i rischi quando lo si ritiene necessario, insomma quando sente che ne vale la pena. Nella mia breve vita ho avuto solo una storia. Storia durata poco, storia piena di sfaccettature e contraddizioni, difficile da raccontare nei dettagli (più che altro è per alleviarti dalla sofferenza di farti leggere un romanzo di 567 pagine), storia con una persona che posso dire  ho amato davvero, in un modo che, riconosco, probabilmente mi ha precluso la possibilità di ricominciare da capo per un po’ di anni dopo la sua conclusione. Passato il mio periodo di lutto, sono tornata nel mondo alla ricerca dell’amore, dell’altra metà che ero certa starmi aspettando da qualche parte. Beh, fiasco totale. Cotte sfumate davanti alla realizzazione delle vere persone che mi stavano davanti, rifiuti, porte in faccia da gente che mi conosceva e anche che non mi conosceva. Quest’anno è arrivato il mio punto limite. Un po’ di tempo fa ho incontrato un ragazzo che mi ha letteralmente sconvolta (non sono fatalista, ma credo bisogna ammettere che in rarissimi casi certe cose la vita te le fa cadere addosso con una premeditazione chirurgica). Questo ragazzo è straniero. Ho lavorato per un anno e messo i soldi da parte per andarlo a cercare. Non avevo il minimo dubbio. Tutti mi dicevano di lasciar perdere, che dove dovevo andare, che sicuramente lui era andato avanti con la sua vita, ma io ero sicura che fosse lui. Così quest’anno sono andata a cercarlo, sono partita per una settimana, mentendo a tutti su dove stavo andando per proteggermi dai commenti cinici degli altri. Versione breve della storia: è andata male. Sapevo di star correndo un rischio, ma dal momento che a me le cose non sono mai andate particolarmente bene, pensavo di essere forte e preparata all’eventualità che andasse male. Mi sbagliavo. Nessuno sa di questa storia. Solo io e lui. Mi chiedo se valga la pena di continuare a credere nell’amore tra due persone. Se esiste davvero o se se lo sono inventato. Se la nostra generazione sia capace ed abbia il coraggio di amare in un certo modo. Mi chiedo perché c’è questa moda dell’essere cinici, scettici e “sessualmente impotenti” parlando a tutti, anche ai passanti, della propria “brillante vita sessuale“. Mi chiedo perché solo i ragazzi possono correre dei rischi e le ragazze “Oddio per carità NO!”. Un’altra cosa che mi chiedo- e so che è vittimista- è cosa ho fatto per meritare questi lieti fini mai accaduti.

Grazie della lettura e buon lavoro.
Romantica spezzata.

Cara la mia Romantica spezzata, con questa tua firma hai finalmente esaudito il mio sogno di sentirmi la protagonista di una vera posta del cuore, grazie.

La tua lettera mia ha intenerita e innervosita allo stesso tempo, proverò a spiegarti il perché. Mi ha intenerita perché la tua ultima riflessione è tanto vera e tanto puntuale.
Forse in altre generazioni si amava in maniera diversa, o per meglio dire ci si concedeva meno la possibilità di rompere una relazione, con tutti i benefici ma anche i problemi che questa difficoltà ha comportato. Se ci pensi ancora in molti rimangono con qualcuno che non amano, che amano poco, che odiano meno di altri, per non rimanere da soli, e questo dal mio punto di vista è un crimine atroce contro l’umanità di se stessi, contro l’insormontabile questione per cui la vita una è, una rimane e solo con una vita abbiamo a che fare. Se ci pensi credo sarai d’accordo con me che sia meglio cercare per una vita qualcuno che ci faccia sentire a casa, che fare casa con qualcuno per una vita intera senza sentirsi mai a casa.

Ecco, sicuramente l’amore è diventato più liquido e più rapido. Come un supermercato con troppe scatole di cereali in cui alla fine ne usciamo che non ne abbiamo comprata manco una ma comunque speso un sacco di soldi e di energie. (Per questa parte ti consiglio, se non lo avessi già letto, Amore liquido di Bauman, davvero ma davvero illuminante). Insomma più possibilità, più socialità, più mezzi, più chirurgia per essere belli, più estetica in tutte le salse e potrei andare avanti ma rischierei di sembrare banale, non corrispondono a una più alta probabilità di innamorarsi, solo a una maggiore quantità di tentativi fallimentari o come dici benissimo tu, di lieti fini mai accaduti.

Su questa parte stai pur sicura che ricevi tutto il mio migliore consenso, così come su questa pudicizia nel mostrare le emozioni come fossero qualcosa di cui vergognarsi. In effetti io esco sempre un po’ pazza quando sento qualcuno, ancora di più se più giovane di me, dire che dell’amore non se ne interessa, che alla fine si sta bene da soli, che viva er poliamore, er polisesso er poliqualchealtracosachedetestopronunciaretantoquantoapericena. A regà, penso, ma che cazzo state a dì? Senza amore dove andiamo, DOVE? Non sono una di quelle persone che crede che ognuno sia già completo, per carità, ma sono una di quelle che crede che non esistano metà perfette, esistono percentuali più o meno consone che partecipano alla grande torta a spicchi di cui è fatta una felicità.

In qualche modo mi ritengo una romanticona pure io, affezionata alle favole e ai lieti fini, sempre pronta a non rinunciare anche quando la vita mi ha mostrato i denti affilati della delusione abbaiandomi in faccia.

Però, c’è un però, quel però che cercherò di dirti rischiando di essere infilata nel mucchio di quelli che hanno cercato di metterti in guardia in tutti i modi e tu niente, caparbia e appassionata come Icaro, ti sei schiantata. Mia cara spezzata, l’amore non si insegue. Non si insegue mai.

Che tu sia donna che tu sia uomo, giovane o vecchio, scemo e intelligente, bello o brutto, l’amore non si rincorre e neanche lo si può pretendere dal mondo. L’amore come si fa, come si vive, io non lo so, ma sento che se ti dessi una pacca sulla spalla in questo senso, non farei del bene a nessuno.

Probabilmente l’amore si impara (ti consiglio anche L’arte di amare di Fromm da cui sto rubando questo pensiero) si impara che cosa è per noi e si impara come andarselo a cercare fuori di noi. La definizione di amore è talmente tanto personale, un po’ come quella della felicità, che ti inviterei a diffidare di chiunque provi a dartene una. Quello che sappiamo è che è inevitabile e che se lo evitiamo per tutta la vita ne pagheremo sempre il conto. Non basta essere pieni di amore per essere amati, altrimenti rischia di diventare una prepotenza. Come a dire eccomi mi vedi, guarda com’è grande il mio cuore, guarda com’è forte il mio sentimento, guardami che cazzo, mi vuoi dire di sì oppure no, eh? Qui mi è venuto in mente un tal Antonio che anni fa si arrampicò sul tetto della chiesa del paese solo per chiedere in sposa la mia amica. “SPOSAMI STRONZA, SPOSAMI!” così per una mezz’ora finché qualcuno non chiamò un’ambulanza e qualcun altro il parroco.

Bada bene che te lo sto dicendo con affetto, alla maniera un po’ brusca di noi romani della Garbatella, ma con affetto. Prima di partire in sesta verso qualsiasi cosa che possa sembrare un miraggio di amore, prima di un grande rischio, ci vuole sempre un piccolo calcolo. Quanta affinità c’è con questa persona, quanto mi ha dato e quanto ho dato, come sono i nostri caratteri, come sono le nostre vite e ti dirò, pure come sono le nostre famiglie, la musica che ascoltiamo, le cose in cui crediamo, quello che ci piace mangiare, bere, vedere al cinema, leggere, qual è il grado di intesa sessuale, qual è il numero e la qualità dei baci e di tutte le altre cose che fanno di un sentimento, un sentimento amorevole e reciproco. Se tu ignori questo piccolo grande calcolo delle probabilità, non stiamo giocando una bella partita di scacchi, ci stiamo buttando dal dirupo senza corda. E infatti ci sfracelliamo. Non esistono solo i nostri sogni d’amore romantici, esistono anche i sogni d’amore romantici di tutte le altre persone e se i nostri non combaciano con i loro, fa male, ma è nell’ordine delle cose possibili.

L’amore forse è un arte, forse un po’ come la psicoterapia, non hanno bisogno di credenti, ma di persone che provano a farlo al meglio e solo quando qualche fiore spunta dal ramo, allora possono dire è vero oppure è tutta una invenzione.

Finché non tutelerai per prima te chiedendoti senza fronzoli con che tipo di persona vorresti condividere la tua idea di amore, troverai tante porte in faccia e tanti rifiuti, perché, banalmente, forse anche troppo banalmente, nessuno trova nulla se non sa che sta cercando e, devo dirtelo, cercare l’amore non è abbastanza specifico come da poter diventare reale.

La fantasia va conservata sempre che se no ci perdiamo i sogni e perdere i sogni è un peccato, ma almeno metà di quei sogni d’amore devono essere passati al vaglio da un senso concreto di realtà. Non sprecare quella cosa che hai dentro che chiami amore, non buttarla via così, custodiscila e crescila e studiala come si fa con le cose preziose e intime. Non farla calpestare, non farla funzionare come fosse una pesca a strascico perché poi nella rete ci trovi scarpe vecchie e copertoni insieme a qualche traccia di paranza. Dalle storie si impara moltissimo, una volta attraversata la palude di fango di lutto, quello che spero non si impari mai e a diventare cinici. Invece spero insegnino a tutti a diventare più scettici, di se stessi e degli altri, più prudenti, più maturi, più fanatici anche della ragione, più capaci di pazientare, più in grado di tollerare il fatto che gli incontri d’amore sono come gli spermatozoi, se ci aspettiamo che ogni contatto faccia gol, stiamo aspettando male. I tentativi falliti possono essere solo i gradini della scala che ci porta dove abbiamo deciso che vorremmo andare, e stare.

Quando ero molto giovane mi innamoravo sempre di tutti, anche di persone con cui non avevo mai scambiato manco una parola. Nella mia testa matrimoni, carrozze e un esercito di bambini biondi. Ogni volta, tutte le volte. Poi sono arrivate le persone in carne, ossa e difetti, e ogni volta invece mi tocca smussare un po’ l’idea che mi ero fatta prima di che cosa fosse amore, per aggiungere elementi che non avevo mai considerato. Buttando via qualche illusione ho trovato i miei limiti, i limiti di quello che voglio sopportare e quelle quattro cazzate, imprescindibili, che mi fanno stare bene. Non così diverse da quelle che cerco in un’amicizia, non così diverse da quello che sono anche io.

Mi dispiace tanto tanto che ti si siano spezzate le ali, però mi fa piacere che tu ti sia solo scottata con il sole e non finita dentro e carbonizzata per sempre. Aggiusta la tua rotta signorina, punta a un pianeta diverso, uno con un buon habitat per come sei fatta tu e conserva le tue perle, che un giorno avrai un appuntamento romantico molto importante a cui andare e sarà bello che tu abbia la tua collana intatta da indossare col sorriso.

Olimpia

Ho perso mio figlio

Ho trovato per caso il tuo blog e ho adorato il tuo modo di scrivere perché sento che tu percepisci le emozioni di chi sta dietro quelle parole. Non cerco conforto, ma solo di capire.

Noah mi ha lasciato al suo sesto mese e diciottesimo giorno di vita. Era già un bel pacioccone e mangiava tanto. Eravamo inseparabili anche perché non aveva nessun altro che me e sembrava davvero felice.

Disse la sua prima parola proprio quel suo ultimo giorno di vita. Io mi sento sempre triste anche se il tempo passa io continuo a tenerlo dentro di me e non riesco a lasciarlo andare. Lo amo più di ogni cosa al mondo, solo che non posso riaverlo.

Morte in culla l’hanno chiamata ma il mio cuore non ha pace. Nessuna spiegazione, nessun perché, solo il mondo intorno che continua e tu che pensi solo a come smettere di respirare, ma il tuo cuore continua a battere e ti senti assolutamente niente.

Essere mamma è stata l’esperienza più bella della mia vita. Vorrei soltanto capire perché.

Grazie anche se non risponderai come mille altre lettere che ho scritto.

La verità è che non ce la faccio proprio più a vivere e non esiste medicina per questo.

Tania

Ciao Tania, il tuo nome lo voglio lasciare perché è proprio bello come è bello il nome di tuo figlio. Ho fatto passare tanto, troppo tempo prima di risponderti perché sono stata vigliacca e intimorita davanti a un dolore così assoluto. Così come credo lo siano stati tutti quelli che hanno mancato nella risposta. Però vorrei tanto che mi credessi se ti dico che non c’è stato un giorno dal giorno in cui ho letto le tue parole, in cui non ci abbia pensato. Vorrei anche che mi credessi se ti dico che mentre provo a farlo sto piangendo ma non voglio lasciare che mi fermi dal provare a farlo lo stesso.

Non piango spesso per il dolore degli altri, lo faccio solo quando penso che quel dolore sia troppo intenso per essere svilito con le parole e ti giuro non è pietà, non è compassione, è la migliore umiltà che conosco.

Tu lo sai vero che hai già detto l’unica cosa che si può dire? Non c’è medicina.

Questa frase la disse il dottore a mia madre quando la sorella perse la sua bambina di tre anni. Io non c’ero ma me l’ha raccontato e non l’ho mai dimenticato. “Dottore per favore faccia qualcosa per mia sorella, per favore faccia qualche cosa.” Il dottore ha guardato il pavimento e le ha detto signora per questo non c’è nessuna medicina.

Tanti anni dopo ho trovato non so più dove ma ora è nel mio cuore, una storia di quelle credo zen in cui un padre che aveva perso il figlio prova a chiedere a tutti i più saggi del paese il perché e ognuno tira fuori una risposta. Perché questo era il destino, perché la vita è fatta anche di morte, perché adesso è una costellazione, perché ognuno ha la sua croce. Questo padre sconsolato continua a camminare fino a che arriva alla fine del villaggio dove c’è un vecchio vagabondo, che lo guarda e senza che lui dica niente, gli dice “Fa male. Fa molto male.” E lui un po’ si sente meglio non per la risposta ma perché si sente capito. E io decidevo che la psicologa l’avrei fatta così e non in un altro modo. Quindi scusami due volte, per l’attesa e per non saperti dire niente tranne che fa male, non me lo posso realmente immaginare, ma fa tanto, tantissimo male.

Voglio dirti di queste lettere, da dove viene questa idea. Da una lettera che ho letto di uno scrittore che mi piace e che per qualche anno ha tenuto una rubrica simile su un giornale. Ogni lettera fu sempre pubblicata anonima per scelta dell’autore, tranne una, la lettera di Michele, un persona che parlava di suicidio, che non si firmò, ma i genitori resero noto il suo nome tempo dopo. Ti metto qui la risposta perché nella sua incredibile semplicità mi emoziona tutte le volte.

«Mi dispiace molto che lei non abbia firmato la sua lettera. Avrei tenuto nascosto il suo nome ma l’avrei cercata, per telefono, una mattina presto, all’alba, per chiederle che tempo fa nel luogo dove lei abita e per farmelo descrivere nei dettagli. Quei dettagli che, messi insieme, fanno le ore, il giorno, gli anni e la vita che ci è dato da vivere (qualunque essa sia, sempre bella appunto perché imprevedibile come il tempo) e che è tutto, dico tutto, quello che abbiamo».

Tania, anche io vorrei tanto fare questo e dirti di trovare un telescopio e di cercare i pianeti perché pensare all’universo è davvero l’unica cosa di cui mi fidi quando sento che tutto il resto non lo capisco più.

Una donna è madre ancora prima di avere un figlio, lo è quando comincia a volerlo e quando si pensa madre e quando desidera esserlo come non ha mai desiderato niente. Una donna è madre anche senza un figlio ma vorrei con tutto il mio cuore che potessi esserlo di nuovo, per sentire che se hai perso Noah, non hai perso la tua capacità di saper amare in quel modo che un figlio non può capire. Lo so che questa è un’ingenuità terribile da parte mia, lo so davvero. Non so nient’altro di te oltre a quello che mi hai scritto, non so se questo baratro di male sarà mai una cicatrice, ma vorrei che tu non fossi sola, che parlassi con altre donne che sono state vittime di questa esperienza e che vi possiate abbracciare e sentirvi capite guardando negli occhi una dell’altra e sapere che quel posto è il posto giusto in cui fermarsi per un po’.

Sai, sono qui quasi per miracolo e cerco di non dimenticarlo. Erano gli anni ’80 e mia mamma ci aveva provato tante tante volte, per dieci anni interi, perdendone anche uno che era quasi ma proprio quasi pronto e che aveva già un nome. La cosa strana è che l’ho saputo quando avevo l’età giusta per saperlo, ma anche prima ho sempre pensato di essere una da fratello maggiore. Contro ogni aspettativa, contro l’età, contro la religione, contro tutti, un giorno di Aprile la mia mamma ha deciso di giocarsi l’ultima carta senza nessuna garanzia, il giorno dopo Natale di quello stesso anno nascevo io e usciva sui giornali la notizia che la prima bambina nata a Roma con la fecondazione in vitro, sgambettava felice nella sua tutina e si sarebbe chiamata Olimpia.

Per favore Tania non perderti per sempre, sono le madri come te, le madri di cui ha bisogno questo mondo e ricordati che alla morte si può rispondere soltanto in un modo, le si risponde vaffanculo brutta stronza e poi le si risponde con la vita.

Aspetto di sapere ancora di te, una mattina presto di un qualsiasi giorno da qui a per sempre e che tu possa tornare a pronunciare quella prima e ultima parola, in un alfabeto nuovo, che non dimenticherà mai il resto ma che parlerà per sempre.

Olimpia

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