Confessioni di una psicologa senza filtro

di Olimpia Parboni Arquati

La posta di Olimpia

Salve, rispondo subito all’invito a scrivere fatto dalla sua pagina. Sono una donna separata da quattro anni. Ho due figli grandi, entrambi all’estero per lavoro, dunque sono sola. Nella mia vita mi sono dedicata anima cuore e corpo prima alla mia famiglia di origine, poi al mio ex marito ed ai miei figli. Senza tirarla per le lunghe, ho dimenticato la persona più importante: me stessa. Sono vissuta in un mare di sensi di colpa sentendomi sempre sbagliata ed inadeguata. Insultata dal mio ex marito, con il quale peraltro lavoro, ho deciso di mettere fine alla relazione. Ho sofferto per questo, tantissimo. Perché ho pensato al fallimento e mi sono data la colpa di tutto. Ora, dopo tanto lavoro su me stessa, ho trovato un equilibrio, ma combatto ancora con la mia  solitudine. Ho cercato di conoscere altri uomini, ma disgraziatamente mi capitano tutti della stessa tipologia, e questo non lo capisco. Vede io sono una persona molto ingenua, non amo i giochetti, non mi nascondo, racconto tutto, anche la mia malinconia quando c’è. E basta una piccola attenzione da parte di un uomo per farmi cadere in trappola. Uomini che, dopo un po’, spariscono misteriosamente. Ora mi dirà, succede a tante…e sono d’accordo. Però, come si dice, ognuno di noi ha il suo dolore che non è mai inferiore a quello degli altri. Non credo troverò o crederò più ad uomo, l’ultimo l’ho mandato a quel paese pochi giorni fa, e non ho capito se lui lo sa. Perché, mi chiedo, la gente è così egoisticamente concentrata solo su se stessa e non pensa mai al dolore che può provocare agli altri? Mi scuso se ho fatto un po’ di confusione, ma in questi giorni sono abbastanza avvilita e forse il mio è uno sfogo inutile e senza senso. Quello che vorrei dire è che non è semplice ricostruire la propria vita dopo i fallimenti, almeno per me è così. Grazie mille. M.

Cara M. grazie per avermi scritto. Ricostruire la propria vita dopo un fallimento è come svegliarsi una mattina e scoprire che durante la notte c’è stato un colpo di stato e noi siamo il paese da riformare. Si tratta di uno degli eventi a cui la vita ci sottopone, più catastrofici e più edificanti. Non nello stesso esatto momento ma rimango convinta del grande potere rivoluzionario delle disfatte amorose. Le posso assicurare che non è lei ad essere fragile, è l’amore che è fragile. Più lungo è il nostro viaggio, meno ci è chiara la direzione, più pesante sarà lo zaino con cui ci relazioniamo con le nostre nuove conoscenze. In quel suo “raccontare tutto” ci vedo insieme un grande dono e un arma che può rivelarsi molto tagliente, perché così come noi abbiamo il nostro carico di partenze a vuoto e scivolate dalle cime, anche gli altri camminano per il mondo con il loro zaino ed è difficile, se non forse anche un po’ arrogante, pensare di ricominciare sempre tutto daccapo con la stessa purezza e la stessa energia che avevamo tre o quattro frequentazioni fa, o peggio (o meglio) ancora, qualche amore fa.

Essendo io una donna e sentendomi in empatia in qualità di essere umano più che di professionista, tenderei a convenire con lei sul fatto che gli uomini siano spesso dei mascalzoni (questa parola l’ho scelta con cura pensando a come li avrebbe apostrofati mia nonna) e magari invitarla a letture edificanti come Donne che amano troppo o Donne che corrono coi lupi, entrambe non da buttare per carità, ma entrambi deresponsabilizzanti di alcuni aspetti cardine necessari ad avere una visione realmente edificante del disastro che siamo capaci di ritrovarci intorno. Potrei anche dirle che certo, esiste una reale differenza biologica, sociale e psicologica tra l’essere umano donna e l’essere umano uomo. Siamo infatti tutti provvisti del cervello rettiliano (sì, perché in comune con i rettili, proprio quelli) deputato alla gestione di affari importanti ed animaleschi come la territorialità, la conquista, le reazioni di attacco e fuga, la competitività e altri mostri umani sebbene striscianti. Questo magari le potrebbe servire per accettare il fatto che tutti possediamo un nucleo ingovernabile che mira solo a non divenire preda e non soffrire. Con questo nucleo intenso e primordiale non permettiamo a nessuno di essere realmente più importante di noi o, se lo facciamo, ne paghiamo un costo. Come nel suo caso, in cui come mi racconta, si è sempre data da fare solo ed esclusivamente per gli altri e non è stata ripagata con la stessa moneta. Lo ha fatto, ci è riuscita, è stata senz’altro molto coraggiosa, però appunto ha dimenticato se stessa. Forse le sta capitando quello che capita a molte, forse a tutte, le persone quando si entra nel terreno sdrucciolevole delle cose dell’amore. Sta ripetendo un copione relazionale nel quale per motivi che non posso conoscere da qui, si sentirà da una parte sicuramente molto in difficoltà e frustrata, ma dall’altro è probabile che una parte di lei la spinga verso questa ripetizione per un motivo terribilmente semplice. Perché le è familiare. Già, siamo strani animali, per i quali il cambiamento è sempre auspicabile e temuto. Nel cambiare copione relazionale infatti siamo costretti a sacrificare qualche cosa, a leggere gli eventi passati sotto una luce diversa, e vedere ciò che siamo e facciamo sotto una luce diversa.

Solo attraverso questo compito amaro è realmente pensabile costruire delle modalità di selezione e reazione diverse da quelle che in passato non hanno funzionato e permetterci di essere felici in due. Glielo chiedo sperando di non risultare indelicata, ma è possibile, cara M., che in tutti questi anni lei si sia incastrata in un ruolo che le sta stretto ma che non riesce a cambiare? Sarebbe possibile anche pensare che finché cederemo alla dolce (e rabbiosa) tentazione di dare tutta la colpa alternativamente a noi stessi oppure al mascalzone di turno, rischiamo di finire condannati da noi stessi ad una sorta di auto compiacimento doloroso e cinico sulla non possibilità di redenzione o anche solo di miglioramento del benessere percepito quando decidiamo di dedicare il nostro cuore a qualcuno? Glielo chiedo e me lo chiedo, anche se me lo chiedo spesso, ma non è mai abbastanza.

Sarebbe possibile che io oggi qui dal mio pc sulla scrivania la inviti a provare a ridefinire il concetto di colpa secondo i termini di responsabilità? Come se dovesse essere madre severa ma giusta della sua parte bambina in cerca di un luogo sicuro in cui abbandonarsi ed essere se stessa e provare a individuare quali sono i nodi che sistematicamente le capita di affrontare. Come le capita di sentirsi e sopratutto qual è questa tipologia di uomini che poi la abbandonano. La invito a questa riflessione che avrà sicuramente fatto lei stessa innumerevoli volte, ma il punto di osservazione attraverso cui osserviamo gli eventi è più importante degli eventi stessi.

Forse ognuno di noi prova a riscrivere sempre la stessa storia che forse è iniziata nei rapporti che abbiamo avuto con i nostri genitori, che forse ci hanno condizionato, insieme a tante altre variabili, nella direzione dei nostri spostamenti, spingendoci a lottare per un finale felice di una favole che finisce sempre in modo triste. Forse se davvero pensa di non riuscire a uscire da questa che sembra a tutti gli effetti una trappola, può prendere in considerazione di raccontare la sua storia a qualcuno che faccia il mio mestiere e che le possa fornire una visione esterna di alcuni angoli che al nostro sguardo interiore rimangono sempre e per forza in ombra. Non si tratta di essere incompetenti con se stessi, piuttosto di arrendersi all’evidenza che l’amore è una forza troppo trasversale e troppo umana per sprecare le nostre energie vitali a cercare di combatterla o di farne a meno. Se c’è un invito che le posso fare, per quello che possa contare, è quello di non farsi trascinare dal cinismo ma di provare ad assumere una posizione più scettica nel momento dell’incontro. Con questo lungi da me la promozione della freddezza emotiva, ma un piccolo memorandum di auto protezione. Perché lei ha ragione, nessuno bada al nostro interesse più che al proprio, certe volte non lo facciamo nemmeno noi stessi, ma su noi stessi possiamo invertire rotte, sul timone degli altri è uno spreco di vita pensare di voler avere il controllo. Chi va via, va via per salvare se stesso, parti di se stesso, aspetti di se stesso, non per distruggere le nostre. Quella è soltanto una naturale e dolorosa conseguenza, non la conseguenza di un’azione malevola nei nostri confronti. Però l’amore è sempre una scacchiera, anche nella più dolce delle favole.

Forse c’è qualche altra situazione dalla quale non volendo si “distrae” tenendosi occupata in relazioni poco appaganti, qualcosa che le sta più a cuore risolvere, forse qualcosa che è più difficile da risolvere della nuova ultima sconfitta mascalzoniana. Sa, se lei fosse una mia amica le farei i miei più sentiti complimenti per aver cresciuto due figli indipendenti che saranno pieni di affetto per lei e con prospettive all’orizzonte, per essersi presa cura della sua famiglia, come la sua famiglia si sarà presa cura di lei quando lei non poteva farlo da sola, per essersi presa la responsabilità di compromettersi in un matrimonio e la lucidità per tirarsene fuori quando le faceva troppo male. E le direi inoltre, è proprio sicura che lavorare con il suo ex fallimentare marito non sia uno stillicidio quotidiano al quale non sarà di sicuro facile rinunciare visto che parliamo di lavoro, ma forse necessaria come mossa per ripartire più profondamente dai suoi desideri e da ciò che prima che la vita la deludesse pensava dell’amore. Le sembrerà sciocco, ma credo che sia sempre la parte più semplice e indifesa di noi quella che va sempre verso l’energia dell’amore, la stessa che viene ferita, la stessa che a volte non comunica con altre parti più adulte che ognuno di noi. Una parte che vuole essere abbracciata e rassicurata come in quei filmacci americani in cui qualcuno dice che andrà tutto bene, perché per quanta evoluzione, cultura, scienza e via dicendo all’infinito, tutti quanti abbiamo bisogno di qualcuno che ci abbracci e ci dica che andrà tutto bene.

Dalle ricostruzioni come si dice sempre, si comincia sempre con un passetto, un mattoncino, un minuto o anche tre minuti di una canzone che le piace molto. Si regali quei tre minuti e la possibilità di non tagliare fuori dalla sua vita un’emozione così bella, ma di regalarsi degli occhiali nuovi con i quali osservare il mondo, e l’amore.

P.S. Se dovesse fare un buon incontro me lo faccia sapere, sono sempre felice di sapere che lì fuori c’è gente che non si arrende al qualunquismo relazionale, anche e sopratutto, nonostante i fallimenti.

Olimpia

Come ci si riprende da un cuore spezzato?

Ciao Olimpia,

come sempre provo tanta gioia nel leggere i tuoi post e mi ispirano molto le cose che pensi. Spero che tu stia bene.

Sono quella che era stata un’infinità di tempo con un ragazzo meraviglioso ma che non amava davvero, e poi era riuscita a lasciarlo.

Dopo un anno, la situazione per fortuna è cambiata e mi sento più tranquilla e più aderente ai miei veri sentimenti, ma altri problemi sono sopraggiunti.

… Come ci si riprende da un cuore spezzato?

Mi sono innamorata per davvero stavolta… e lui mi ha ricambiato! Tanto quanto me. 

Ho vissuto la bellezza e le emozioni che avrei voluto vivere per una vita intera. Ho cambiato i miei piani per questo nuovo lui.

Lui è perfetto, veramente.

Tutto di lui è pieno di bellezza, dentro e fuori. E anche le cose che di lui sono imperfette, sono perfette abbinate ai miei difetti.

Sono stata talmente innamorata di lui che dopo anni di incertezza ho sentito per la prima volta di essere felice senza alcun compromesso, senza alcun dubbio, e che avrei dato tutto per lui, perché lui era ciò che volevo e mi sembrava incredibile anche solo poterlo immaginare. Ho sentito per la prima volta che tutto, tutto aveva un senso.

Wow.

Sai quelle intese perfette? Emotiva, mentale, fisica. Una roba mai vista prima.

Eravamo elettrizzati al solo incontrarci, al solo parlare. Non riuscivamo più a staccarci quando ci abbracciavamo. Trovavamo fuoco e sorpresa in ogni nostro incontro. Facevo viaggi mentali incredibili sul nostro futuro. Eravamo pieni di idee. Faremo questo, faremo quell’altro.

Ma lui appena mi ero illusa, mi ha detto che preferiva restare con la sua fidanzata di sempre. Che ha capito che insieme “vanno d’accordo” e che “ci tiene a lei”.

Sì perché il nostro amore è nato clandestinamente… Con una naturalezza che non poteva essere fermata.

E da allora, circa un mese fa, con una freddezza impressionante, è sparito.

E da quando se ne è andato la mia creatività si è bloccata.

Se faccio qualcosa per provare a fare stare bene gli altri, cerco di metterci molta cura. Ma non mi dà niente di così profondo, è una sorta di senso del dovere che mi dà una serenità leggera.

Mi circondo di attività ripetitive e razionali e discorsi asettici, tanto la gente è spaventata dalle passioni e non vuole parlarne più di tanto.

Passo il tempo senza riuscire a staccarmi da quel momento. Se riesco a pensare ad altro, prima o poi, la notte, o la mattina, il pensiero ritorna lì.

A volte ripenso anche al mio ex di sempre, perché l’intimità che ci legava era unica e vorrei potergli parlare. Ma è una cosa diversa. Lo rispetto e lo amo ancora, in una maniera diversa, a un livello diverso.

Penso sempre che lui -il nuovo- tornerà prima o poi perché so che lui era felice con me, ma è legato alla sua fidanzata anche se con lei non è così felice. Me lo diceva lui stesso.

Cerco di stordirmi di cose materiali e immateriali che possano ridarmi per un attimo quella sensazione così forte, ma alla fine mi ritrovo a fare in loop cose che so già che non mi daranno quella sensazione.

Fatico ad addentrarmi in nuove canzoni, nuove attività, nuove conoscenze. Mi manca la progettualità, la voglia di scoprire.

Si è bloccato tutto quando lui se ne è andato perché ho sentito che qualsiasi altra vita sarebbe stata uno spreco di tempo.

Fatico a progredire perché non voglio progredire.

Mi rivedo in lui, nell’incapacità di lasciare la persona a cui si è stati legati per anni. Ci è voluta la disperazione per lasciare il mio fidanzato di sempre e non mi aspetto che per lui sia diverso. Forse non la lascerà mai.

A volte riesco a pensare ad altro, è questione di tempo, e di scacciare via le nuvole.

Però io le voglio un pochino queste nuvole, perché mi ricordano che se le scaccio poi perdo qualsiasi speranza di riaverlo indietro.

Non voglio andare avanti, liberarmi dei suoi ricordi e della consapevolezza di essere ancora vivi, da qualche parte.

Non voglio ammettere la sconfitta, non voglio lasciare andare la cosa più bella e assurda che mi sia mai successa.

Come farò ad essere felice di una gioia minore?

Davvero si fa così? O dovrei in qualsiasi modo più o meno immorale convincerlo a ritornare?

Un abbraccio da un’anima solo apparentemente triste, ma ancora felice, se si ricorda di essere stata amata e di poter amare.

Vorrei vivere di amore, è mai possibile?

Vivere dando e ricevendo amore?

Sento che non c’è vita se non posso urlare TI AMO a qualcuno che amo davvero! E quel qualcuno è lui!

E se non è lui, avrei voluto disporre del tempo necessario per capirlo, anziché vedere tutto morire di colpo, sul più bello, prima ancora di iniziare davvero. Questa cosa mi dà tantissima frustrazione, la trovo inaccettabile, non riesco proprio a mandarla giù.

Perché due persone che si amano non possono stare insieme?

Grazie di cuore per aver ascoltato tutto questo.

L.

Cara L. nella mia piccola esperienza non credo di essere mai stata così colpita nel profondo e allo stesso tempo non mi sia sentita così povera di parole come davanti a questa circostanza. Ora è domenica pomeriggio, il tempo fuori è di quel grigio metà inverno, non penso pioverà, ma sono sicura che da qualche parte, in questo momento, forse nel nostro palazzo, nel nostro quartiere o forse saremo noi a farlo, e ci commuoveremo per la tenerezza che ci hai messo tu nel chiedere e spero anche per quella che proverò a metterci anche io nel risponderti. Uso questa parola dopo averci pensato un po’ e averla scelta tra alcune altre e dopo averla allontanata quanto più possibile da un’altra parola, insieme la più voluta e la meno trovata, la verità. Solo con coraggio e senza verità possiamo osare trasformare un momento in parola, sapendo che per un cuore spezzato non c’è e non ci sarà mai LA parola.

Sì, so di quelle intese perfette e sì, so anche di quelle intese perfette che poi si rompono e ancora sì, so anche una cosa più feroce, cioè che certe intese perfette che poi si rompono, si ritrovano in qualche altro luogo e spazio e con una persona diversa. Sono dispiaciuta e insieme contenta per te che tu possa fare parte di coloro che sentono il cuore spezzato. Non è un’esperienza per tutti, è uno stato di disgrazia così universale eppure sentito come se fosse estremamente unico ed esclusivo e che nessuno su questo maledetto orrendo pianeta, possa mai capire che cazzo stiamo provando e che nessun balsamo sempre su questo maledetto orrendo pianeta, possa mai lenire quella voragine, tranne l’amato che sentiamo perso. Qualche anno fa sono capitata nel Museo dei cuori infranti, si trova a Zagabria ed è il posto in cui ho visto più gente piangere tutta nello stesso momento. Si tratta di un posto piccolino in cui sono collezionati tanti oggetti arrivati da tante parti del mondo. Ogni oggetto è stato donato da qualcuno che ha avuto il cuore spezzato e aveva un valore simbolico speciale legato a quell’amore. Sotto ad ognuno una breve didascalia in cui chi l’ha mandato al museo racconta la sua storia e il perché di quell’oggetto. Qualche giorno dopo durante quel viaggio sono arrivata a Sarajevo e feci caso come in un altro museo, uno sulla guerra di quel paese così bello e così ferito, le persone mantenevano un austero silenzio composto. Attento, partecipe, riflettuto, ma composto. In quel momento ho realizzato che avere un cuore spezzato è un dolore che appartiene a una galassia diversa, nella quale anche i migliori tra noi umani, sebbene riusciamo a distinguere con tutta la ragione di cui siamo dotati, che non ne moriremo e che oh signore se esistono ben peggiori calamità che diamine, ecco in quel momento sentiamo nettamente che qualcuno ha spento la luce del mondo e che possiamo solo trascinarci lì dentro, ciechi, nudi nell’anima, soli. Le persone sono sempre morte e hanno ucciso per amore, per amore è stato fatto di tutto e di tutto è stato distrutto. Quando mi ci metto a pensare a quanto sia ovunque vorrei dire a tutti quelli che come te si chiedono se solo di amore si possa vivere, che certo, solo di amore si deve vivere. Il problema è che il sentimento è talmente tanto più grande di noi, che come diceva mi pare addirittura qualcuno di molto famoso, se vabbè adesso una vita, per capirla forse, nemmeno, chissà, settanta volte sette.

Domenica scorsa parlavo con degli amici proprio di questo argomento, perché a questo punto credo la domenica contenga una malinconia speciale da dedicare a coccolare certi pensieri e ti riporto in ordine a caso, qualche loro escamotage trovato in giorni che somiglieranno a quelli che vivi tu. Sono parole di persone a cui voglio bene e so che ognuno ha parlato raccontando momenti vissuti davvero e li ringrazio per essere qui a darci una mano.

-Sono andato a bere o per festeggiare o per deprimermi meglio. Il giorno dopo butto tutto tranne le foto perché sono pezzetti di vita

Vorrei dire di aver fatto subito qualcosa, ma la verità è che quando ho avuto il cuore a pezzettini sono rimasto per settimane nella zero voglia di vivere

– Quello che mi dà più soddisfazione è la disposizione dei mobili: stravolgendo casa ho come la sensazione di spostare la mia vita

– La cosa più nonsense fatta dopo è stata pensare che si sarebbe aggiustato e invece è ancora in millemila pezzettini

– Mi aiutò molto un’amica saggia con cui scambiavo messaggi saggi e un momento catartico fu una sbronza spettacolare che mi fece rischiare di essere arrestato tre volte in mezz’ora

– Ho più di 300 paia di scarpe

– Dopo una rottura in genere mi pongo degli obiettivi altissimi. Se non è vero che aiuta a dimenticare il dolore, perlomeno non perdo di vista la mia vita e posso essere soddisfatta di qualcosa

– Ero più giovane e portavo i capelli lunghissimi. Mi rapai a zero

-I capelli. Però sempre dopo un po’, l’inizio è sempre fatto di canzoni tristi e Nutella

-Mi sono cancellata da i social per un mesetto e sono andata una settimana nella mia città preferita, da sola

– Io mi sono segnato in palestra, ogni tanto ho paura di rimanere fermo anche se mi sto muovendo, ma ora sono qui e mi sento bene

-Cucinarmi cose non sane, ascoltare musica assordante in biblioteca, girare in bici all’alba, prendere un cucciolo

-Tinder gold

-All’inizio mi butto nel caos di tutte le feste e voglio perdermi tra gli sconosciuti, poi mi chiudo a riflettere sul senso della vita e ritorno piano a viverla

-Ho sfogato la mia rabbia distruggendo un mobile che avevamo preso insieme, ho fatto un viaggio in treno di un mese, ho fatto volontariato in carcere

– Musica classica è ottima ma roba importante tipo Mahler, Berlioz, Schubert, evitare le vecchie foto per almeno due mesi, leggere le poesie di Franco Arminio

-Andare a trovare gli amici lontani. Sono stata lasciata mercoledì, giovedì ho prenotato un volo

-Le pippe regà, ma proprio a perderci 2/3 diottrie a settimana

-Camminare, camminare, camminare

Come vedi le risposte a cosa ci si possa fare con un cuore spezzato ci sono e sono tante, però diciamocelo, nessuna tra queste ti ha risposto come avresti voluto, spero però ti abbiano strappato un sorriso anche se agrodolce. Io credo in poche cose in generale proprio nella vita, solo perché crescendo mi pare vedere che più io conosca, meno sappia. Quello che mi piace è pensare all’amore come appunto questa cosona gigantesca che permea la vita di tutti noi, anche degli apparentemente più intangibili alla questione, e in quanto cosona gigantesca, anche materia con la quale uno nella vita impara in tanti e vari modi, a vedere sempre diversa ma mai qualcosa di cui si possa fare a meno. Diciamo che se ci fosse un’accademia del saper avere a che fare con l’amore, ognuno di noi avrebbe il suo scudetto di bravura o di miseria. Qualcuno si ferma per sempre alle basi dell’asilo, in cui tu mi tiri i capelli, io piango, nessuno si spiega, oppure alle elementari in cui la grammatica non è così misteriosa ma ogni tocco è magico e se ti piace qualcuno ti piace per sempre, poi c’è il livello superiori in cui forse diamo addirittura il peggio, tutto il borderline dell’adolescenza, le urla telefoniche, i perché io perché tu, perché chi è quella mignotta o quel coglione con cui ti ho visto scambiare messaggi, c’è l’università in cui ognuno pensa di averci capito qualcosa perché ha spesso scelto il suo indirizzo, la sua storia seria diciamo e ogni tanto si fregia da buon consigliere al tavolo con gli amici, c’è chi decide che non è sufficiente e si spinge oltre, si masterizza in amori aperti, amori lontani, amori dolorosi ma intensi, dolori con problemi da adulti, con problemi di soldi di case. Amori che vogliono essere portati sul piano spirituale del diamoci a qualcosa che non sia l’amore ma mi trasformo in fiore di campo grazie al corso da mille euro al minuto e così starò meglio. Poi le storie ci sbattono e risbattono in qualunque punto del percorso accademico in meno di un secondo e allora tutto ci sembri ricominci. In realtà tutto ciò che si può prendere dalla questione, va avidamente preso, perché è un mistero che somiglia a quello della vita e della morte, in realtà un cuore spezzato una cosa soltanto può fare: può sanguinare.

Tu hai avuto il tuo tempo per vivere una storia che forse non era come la volevi, voi avete avuto il vostro tempo, loro hanno avuto il loro tempo. Il tempo è una variabile interessantissima, contiene la verità più delle parole. Il tempo, i giorni, i mesi i sempre forse in cui dovrai avere a che fare con qualcosa che manca ma che ha dato. Come preservare questo amore, non con metodi amorali, apriresti solo un altro problema e comunque non servirebbe. L’amore non è un pezzo di piombo ma un poliedro a mille facce fatto di acqua e cristallo che non si ferma mai.

Prima di salutarti di dico altre tre cose, come se fossero un abbraccio che poi è una di quelle cose che un cuore spezzato sa ricevere senza fare troppe storie.

Una è una cosa magistrale ma non mia, cioè la risposta di un amico, un giovane collega che non è poi così sicuro di voler fare lo psicologo ma è una di quelle persone che evidentemente dovrebbe perché è preparato, puntuale e appassionato. Quindi lo ringraziamo tantissimo e invitiamo a non mollare anche perché sarebbe un peccato:

Secondo me aiuta riflettere un po’ anche su cosa sia effettivamente una delusione. Una mancata corrispondenza con un’aspettativa, una mancata occasione di vedere il frutto di un proprio investimento, spesso affettivo. L’emergere del senso di colpa per “come sono andate le cose”. Insomma, riuscire ad astrarsi un po’ da tutti questi attributi o elementi così pesanti delle relazioni, aiuta molto. Ripercorrere all’indietro la strada, non per soffrire o per piangere sul latte versato, ma per capire dove nasce la crepa. Certo per fare questo bisogna essere consapevoli del proprio livello di resistenza rispetto ai rimorsi e ai rimpianti. Ma è sempre molto utile pensare a quanto sia plurale questa vita e agli infiniti universi possibili in cui possiamo imbatterci per capire che la nostra sofferenza è importante sì, a volte fa così male da togliere il respiro o la voglia di respirare ma è tanto parte della nostra vita quanto il sorridere o il capire o l’emozionarsi per una poesia. Guardarsi indietro, ricordare la strada compiuta non per vedere da dove si era partiti, ma per vedere dove si è arrivati. Una volta un noto terapeuta mi disse: io quando lavoro con qualcuno devo sempre partire dalla metà piena del bicchiere, con la parte vuota che ce ne faccio? Certo, noi nichilisti avremmo pure molto da ridire ma il senso è questo: esisterà sempre una risorsa positiva anche nell’ultimo degli stronzi, una sua capacità particolare, una sua peculiarità che lo distingue dagli altri o qualcosa in cui riesce abbastanza bene. Da quello si parte o si ri-parte. Tu Olimpia ad esempio sai far vibrare le persone semplicemente con le tue parole, le fai riattivare, riaddrizzi le loro vie quando queste si storcono, prendi le parole e i loro significati e li trasformi in dialoghi in discorsi in cui molti possono rispecchiarsi e questa è praticamente la base di tutto il nostro pensiero. In definitiva, il compito più strano e complicato, tra gli altri, della nostra breve permanenza qui è quello di fare chiarezza tra tutta questa confusione, trovare un luogo e un tempo in cui riusciamo a stare con noi stessi e con le nostre idee, percezioni, riusciamo a conoscerle ed accettarle. Compito arduo. Concludo: a na certa a 16 anni me prende la botta di matto e decido di leggere Michel Foucault, “L’Ermeneutica del soggetto”. In una delle tesi centrali trovai un senso di sollievo e un nuovo compito, e cioè quando Foucault evidenzia come il famoso gnothi seautòn socratico (conosci te stesso che poi sarebbe conosci i tuoi limiti ma qui servirebbe un altro post) che fu stata la massima che per millenni ha guidato lo sviluppo della filosofia e quindi dell’ideale, non era possibile o meglio era per forza riconducibile dentro qualcosa di più grande ovvero epimèleia heautoù, la cura sui, la cura di sé. L’essere prima concentrati, con la sana dose di egoismo, su ciò che ci fa stare bene non solo come semplice “relief” dai vari dolori dell’anima, ma proprio ciò che ci realizza in quanto esseri umani.

Due la mancanza è nelle cose infinitamente piccole, ci sono cioccolatini che non riesci a mangiare, strade che non puoi percorrere, respiri che finiscono molto prima di quando dovrebbero, immagini che colpiscono come mitra alle spalle, non dico canzoni che non riesci ad ascoltare perché sarebbe ovvio, ma non ho mai visto nessuno rivivere e ritrovare così tanto di se stesso come dopo una rottura di cuore. In fondo forse hai solo trovato uno specchio che ti ha ricordato come saresti potuta essere se non fossi stata coraggiosa nel lasciare una storia in cui non vedevi l’amore e ora però ti tocca esserlo fino in fondo.

Tre, se davvero tu pensi che questo incontro abbia avuto a che vedere con l’amore, comportati con amore anche se è troppo tardi o se ti sembra che sia così. La rabbia, le gelosie, l’ombra busserà tutti i giorni e tutti i giorni potrai decidere fino a dove lasciarla entrare. Però tieni sempre a mente le poesie e i libri e le cose belle che parlano dell’amore e anche quella poesia di Michele Mari che non è manco così bella ma dice una cosa bella sull’essere due imbecilli, cercala, tieni a mente il blues nei campi di cotone, ascolta Dark was the night cold was the ground, adesso e pensa che sei vicina a persone lontane, che non conosci, che non hai mai visto, ma che ognuna a modo suo ha dovuto osservare il proprio cuore spezzato e dire e adesso che cazzo faccio. Posso dirti soltanto questo mia cara L. quando ho paura della morte guardo i documentari sull’universo, quando ho paura che l’amore non sarà mai più per me per sempre, guardo le parole di chi ha parlato di amore e penso che un cuore spezzato è un cuore che soffre, ma un cuore che soffre è un cuore che può creare, perché nessuna bella frase è mai nata da nessun giorno perfettamente felice. Nel frattempo fatti cullare da questa malinconia come farebbe un piccolo tronco solido ma perso nella marea e sbattuto dalle onde che non si fermano nemmeno un secondo ma mentre ti sbattono, ti trasportano.

P.S. Sto pensando di organizzare delle riunioni per cuori spezzati, non so ancora i dettagli, so solo che c’è bisogno di un luogo per questi momenti, dove tutti capiscono quello che stai dicendo, come quel giorno in cui non volevo proprio uscire perché mi sentivo di merda e una mia amica di quelle care mi disse, ma che meraviglia, sto di merda pure io, ti passo a prendere tra 20 minuti. Quando sarà pronto sarai mia ospite.

Olimpia

Psicobiografie #3 Bruno Bettelheim

A questo giro ho pescato uno psi molto controverso, sulla cui vita esiste un mistero.

Se volete potete immaginare la voce della Leosini

Bruno Bettelheim (bettelaim) nasce a Vienna nel 1903, muore suicida a 87 anni. Di più, muore suicida dopo aver passato una nottata a bere whiskey e prendere medicine, asfissiandosi da solo con un sacchetto di plastica. Ebbene sì.

Su questa morte esistono varie versioni: qualcuno pensa fosse stremato dalle condizioni fisiche sommate alla scomparsa della moglie solo qualche mese prima, altri sostengono che nel gesto ci fosse una somiglianza con il suicidio di Primo Levi, circostanza a sua volta non così incontrovertibile. Di simile avevano di sicuro la disgrazia di essere rinchiusi nei campi di concentramento. Bruno nel ’38 passò un anno tra Duchau e Buchenwald, nel ’39 venne rilasciato sempre in circostanze non del tutto conosciute. Una volta libero riuscì a partire per l’America e ci rimase per tutta la vita.

Insegna Psicologia a Chicago per trent’anni, mentre lavora anche alla Orthogenic School, un istituto per bambini e ragazzi con disturbi autistici. Sarà proprio l’autismo l’argomento a cui dedicherà tutta la sua carriera, insieme allo studio in generale dell’età evolutiva. Nel ’67 pubblica il libro La fortezza vuota che diventa un caso editoriale. Espone la sua teoria sulla causa dell’autismo introducendo il nome di “madre-frigorifero”, ossia la strega maledetta che possiede ogni colpa. Il bambino si raggomitola su sé stesso lì dove trova un ambiente senza amore e quindi per migliorare deve essere allontanato dalla madrefrigo e fatto crescere in un ambiente confortevole e senza nessun regola particolare, tranne quella di non averne. I bambini dovevano crescere liberi da ogni forma di autorità genitoriale. Certo viene in mente che dopo l’esperienza dei campi di concentramento, i criteri di libertà non devono essere stati semplici da ritrovare, ma il punto misterioso non è tanto questo.

Nel ’97, sette anni dopo la sua morte, viene ne viene pubblicata una biografia di 500 pagine con il titolo “The creation of Dr. B” scritta da Richard Pollack. In questo librone vengono descritti crimini scellerati da parte di Bettelheim. Tanto per cominciare pare non si fosse mai laureato in Psicologia, non avesse mai e poi mai incontrato Freud nei circoli di Vienna, cosa che amava raccontare e addirittura non si era proprio occupato di autismo prima di arrivare in America, tranne una sola esperienza avuta con una ragazza di nome Patsy, che era stata affidata a lui e alla prima moglie e a quanto pare non fosse nemmeno autistica. Insomma ecco che Dr. B sembra diventare un mitomane di calibro. Secondo Pollack era stato tutto possibile nel momento della fuga in America dove il dottore aveva potuto reinventarsi un’identità senza il rischio di essere smentito. Nel libro si dicono cose anche molto più pesanti, cioè che l’apparente libertà offerta nell’istituto fosse in realtà molto spesso sostituita con un clima di violenze corporali forse anche sessuali e ancora che quasi nessuno dei ricoverati fosse di fatto autistico, ma si trattasse di persone con problemi comportamentali e di regolazione delle emozioni che miglioravano ma certo non si poteva gridare al miracolo della cura dall’autismo.

Sempre secondo l’autore la mitomania avvenne anche perché B era lui stesso stato dotato di una madrefrigo che, alla morte del padre, lo torturò con tanto silenzio e poco amore e anche perché era frustrato nella carriera, aveva scelto male e si era laureato con 12 anni di ritardo. Era dotato anche di un ammaliante uso del linguaggio e sapeva scrivere in maniera convincente, cose che lo aiutarono a rendersi credibile. Per sparare queste cartucce ci furono prima varie interviste alle persone che lo conoscevano, da cui l’unica verità su cui pare ci fosse accordo, era che sicuramente non era una persona a cui potevi credere su tutto e a cui piaceva romanzare le cose.

Bisogna anche dire che Richard Pollock aveva avuto un fratello internato nell’istituto, morto in un incidente misterioso. Pare che il Dr B avesse accusato tutta la famiglia di essere colpevole, dicendo che si era trattato di un suicidio. ORA, non credo di essere maliziosa nell’intravedere come un’ombretta di questione personale non ben risolta, dietro alla briga di 500 pagine. Ma si sa che spesso la verità è una bilancia che fatica ad assestarsi.

Forse è semplicemente stata una di quelle persone pazze in modo lucido, magari consapevole, magari di meno, che prese dalla loro visione hanno tirato castelli, o fortezze, di sabbia, che per un po’ sono andate bene finché qualcun altro non è arrivato a costruire con i mattoni.

Lo stesso giorno in cui lo trovarono morto in edicola usciva il Time con una copertina dedicata al servizio sul diritto alla morte. Ebbe tre figli con cui lui proprio lui che si era dato così da fare per la questione filiale, proprio non riuscì mai ad andare d’accordo.

Curiosità: compare nei panni di sé stesso nel film Zelig di Woody Allen, in cui il protagonista è proprio un uomo capace di prendere le sembianze di chiunque.

Eh sì, certe vite sono un po’ più strane di altre.

Olimpia

Psicobiografie #2 Carl Withaker

Sono stata contenta quando dal mazzo è venuto fuori proprio Withaker (uìtaker) perché è tra quelli considerati più pazzerelli e originali di altri. Nasce nella cittadina di Raymondville, nello stato di New York.

Viene da una famiglia numerosa e rurale, provenienza che gli rimarrà a lungo addosso, quella del topo di campagna. Infatti dirà di essersi sentito schizofrenico per tutto il liceo e aver passato circa 15 anni cercando di capire come adattarsi a una struttura sociale, dopo aver vissuto i primi 15 nella propria fantasia. Ed è proprio in materia di schizofrenia che gli partì quello che chiamerò Il ciavattone, o comunque la grande intuizione. Dopo aver studiato Ginecologia e Ostetricia, nel ’38 decide di studiare Psicologia e inizia a lavorare con gli schizo, rendendosi conto che i poverini qualche miglioramento in clinica lo portavano pure, ma poi tornavano a casa e ricadevano miseramente. Grazie a questa intuizione e al clima di importanza della famiglia che si cominciava a respirare in quegli anni tra gli psi, che Carletto diverrà noto con il nome di terapeuta della famiglia. Per lui il cliente è proprio tutta la famiglia, e non solo i genitori, ma tutta quella che si poteva invitare, si invitava. Nonni, fidanzati, vicini e se non ricordo male una volta fece addirittura portare in studio una teca con dentro il pitone di qualcuno, perché pure sto pitone aveva il suo ruolo all’interno del sistema. (Davvero non mi ricordo se è vero o no, ma nella mia testa è diventata una nozione e comunque rende l’idea).

Withaker è per me noto come il terapeuta da mic drops, infatti a lui sono riferite una serie di considerazioni ed episodi degni del miglior rapper. Ivi a breve ne elencheremo qualcuno.

Il nostro è diventato conosciuto per appunto questa storia della famiglia allargata, molto allargata e per l’uso della figura del co-terapeuta, ossia un collega con cui portare avanti la terapia. Questa scelta ho trovato potrebbe avere due diverse origini. Da una parte ho trovato che lo riprese dalla modalità utilizzata come consulente per i dipendenti di una centrale nucleare, durante la Seconda Guerra Mondiale in cui bisognava concentrare le forze e ridurre il tempo, da un’altra parte ho trovato che invece viene dall’esperienza personale di solitudine e di come aver fatto amicizia con due compagni di liceo, lo abbia davvero aiutato nel suo benessere. In un’altra intervista ancora ho trovato un suo commento su quanto alla fine sia meglio fare la Psicoterapia in compagnia perché da soli è troppo faticoso. E vorrei vedere chiunque ad arbitrare tutta una squadra di calcetto più il pitone, da solo.

La sua terapia viene chiamata anche Terapia dell’Assurdo, nel senso che faceva largo uso di sé stesso più che di vere e proprie tecniche, utilizzando la creatività come risorsa. Credeva nella logica emotiva delle cose più che in quella cognitiva e uno che fu un suo collaboratore per vent’anni disse che Cercare di dare giudizi su Withaker con il lato sinistro del cervello (quello non deputato alla creatività) è come cercare di fare l’analisi grammaticale di Joyce. Secondo questa logica fece varie cose appunto da mic drop, tra cui: mettere al tappeto un bambino per dimostrare che poteva stare calmo, addormentarsi durante una seduta per trasmettere il senso di divertimento che provava, cacciato via una coppia in cui ognuno aveva un amante, dicendo che avevano già ognuno il suo psicoterapeuta e che non gli piaceva l’infedeltà, minacciato di morte da un utente della comunità psichiatrica gli rispose che meno male così aveva un’altra scusa valida per farsela sotto già che gli capitava comunque per via della sua timidezza.

Eppure se i sui interventi funzionavano non sarà stato certo per questi interventi da mattatore, o comunque non solo. Immagino, come in tutte le cose, che una grande dose di passione e dedicazione, anche in questo essere così fuori dagli schemi. Per esempio diventato direttore del dipartimento di Psichiatria, faceva fare ai tirocinanti una terapia di gruppo di prova, in cui tutti i lunedì dalle 9 alle 10, si stava in silenzio. Punto. E tenne un gruppo di scrittura, per quasi 8 anni, con 4 colleghi, riunendosi ogni giovedì dalle 9 alle 12.

Sosteneva che l’obiettivo di ogni famiglia fosse quello di liberarsi dal passato e dal futuro, per tornare a essere. Non dava mai consigli perché pensava avrebbero ostacolato la crescita, perché ogni persona aveva le risorse necessarie per portare a termine il viaggio e che i membri di una famiglia hanno bisogno di sentire la disperazione prima di poter cambiare. Il malessere era spesso tutta una causa della difficile mediazione relazionale a cui siamo condannati in quanto persone. Malessere frequentissimo nelle famiglie e, ovviamente, nel matrimonio. Argomento su cui fece enorme spirito sostenendo cose sagacissime tipo Se non sopportate la solitudine, non sposatevi.

Scrisse varie cose, tra cui Il crogiolo della famiglia che vendette 100mila copie. A me però ne è sempre stato a cuore un altro che si chiama Considerazioni notturne di un terapeuta della famiglia, scritto verso gli 80 anni. Ci sono vari spunti molto saggi, molti riferimenti alla sua vita con tanto di foto illustrative, indicazioni per i giovani terapeuti, ha un titolo molto fico e contiene questa ouverture notevole: “Questo non è un manuale di istruzioni e non sono neanche sicuro che sia il manuale di quello che io ho fatto. Il problema è che dubitando di me stesso non mi fido neppure dei miei pensieri. Forse nel loro insieme queste considerazioni sono solo il racconto fantasioso di come sono riuscito a sopravvivere”.

P.S. In pensione tornò a vivere in una casa di campagna simile a quella in cui era nato con Muriel, sua moglie da cui aveva avuto 6 figli. Lui e Muriel avevano inventato un gioco, il ping-pong senza punteggio. Avevano deciso fosse la cosa giusta da fare per divertirsi un po’, senza dovere stare lì a tracciare confini di supremazia della loro storia.

Ecco Carl versione santino, non ho trovato di meglio, nelle altre aveva un doppio mento pazzesco e non mi è sembrato gentile.

I miei pazienti a.k.a. i supereroi

Questa qui la volevo dedicare ai pazienti, i miei, quelli dei colleghi e quelli che nella vita lo sono stati, pazienti. Perché non si pensi mai che gli psicologi non vi pensino. Noi vi pensiamo eccome, a ognuno di voi. Quando torniamo a casa, mentre ci parlate, quando parliamo d’altro, voi ci siete.

C’è il ragazzo che si presentò da me con la playlist che avrebbe voluto fosse suonata durante il suo funerale, quando tutti si sarebbero accorti di quanto è speciale, c’è la donna bellissima che non riesce a trovare proprio l’amore, c’è la mia quasi coetanea e collega che pensa io possa aiutarla nel diventare la psicologa che vuole diventare, c’è chi si strappa le vene per un matrimonio finito, chi la notte non dorme mai, chi si commuove pensando alla nonna, chi sa fare delle riflessioni così belle che dovrei ringraziarlo. Ogni cosa che ci date in mano non è solo un dono, è una responsabilità. Qualcosa ha vinto la vostra fiducia e vi fa dedicare a questo sporco gioco che è la psicoterapia, in cui le maschere andranno sbucciate e di sicuro si piangerà per poter ridere ancora.

Non tutti hanno questo coraggio barbaro di guardarsi dentro, un coraggio che io stessa ancora, a volte, fatico a ritrovare ogni giorno. Non tutti sono disposti a sporcarsi le mani e ricevere certo qualche pacca di comprensione, ma anche un occhio severo su certi aspetti su cui vi incasinate da soli e di cui vorreste fare tutti colpevoli tranne voi stessi.

Quando penso a cosa mi fa felice di questo lavoro la risposta è complessa ma in realtà anche semplice, è quando siete più felici che io sono felice e viceversa. Perché voi, meno male, non vedrete mai tornare a casa sorridendo e parlottando da sola sui vostri successi o insuccessi, però io mi vedo tutti i giorni continuare dialoghi nella mia mente, in cui cerco di portarvi più avanti di quanto sarebbe giusto perché i tempi sono i vostri, ma nella mia testa finite sempre tutti molto felici e molto innamorati di qualcuno o qualcosa.

Un’amica una volta mi ha detto che vuole bene al suo psicologo, anche se non glielo può dire. Beh, io lo capisco il sentimento che c’è lì, perché somiglia a quello che c’è qui. Con tutte le dovute delicatezze etimologiche della parola bene, anche io vi voglio bene. Voglio il vostro bene, probabilmente più di quanto voi vogliate il vostro, visto che spesso chi riconosce di avere un problema non si sente un’autostima grandiosa, sente che è la peggior cacca di questo pianeta. Per questo è importante da una prima piccola persona che in voi invece ci crede abbastanza. Crede nella vostra capacità di rinascita dalle ceneri, anche se prima bisogna appiccare l’incendio. Crede che se una volta a settimana o giù di lì vi prendete il carico di avere un appuntamento con voi stessi davanti a qualcun altro, allora siete già un po’ vittoriosi. Siete già un po’ dei supereroi.

Non ci sono scorciatoie in questa strana giostra che è la vita, ci sono solo emozioni che vanno osservate e capite e lasciate essere prima di poterle estirpare. Ci sono ere che sembrano non finire mai, lo so, lo so quanto possa far male non riuscire a essere felici, se fossi nata felice avrei fatto un altro lavoro. Lo so che ci sono giornate che sembrano non finire più e giornate che sembrano non arrivare mai. Cosa vuol dire farsi schifo e cosa vuol dire pensare che gli altri si accorgeranno di te soltanto quando sarà troppo tardi.

Insomma, due o tre cose sulla vita le so, ma tutte quelle che devo imparare alla fine le impariamo insieme, entrando nella grotta del dolore, ognuno con il suo caschetto con la luce puntata, ma camminando vicini.

Non potrei mai promettere a nessuno di voi che tutto ciò per cui state lottando e soffrendo e sperando, si trasformerà in qualcosa di buono e rassicurante, ma vi posso promettere che io, così come tanti come me, ci mettiamo tutto quello che abbiamo, che siamo, che sappiamo.

Dimenticatevi dello psicologo che bada solo alla nosografia, per incasellarvi in qualche categoria e placare, più che la vostra, la propria ansia di fronte all’infinito. Gli psicologi così ci sono ma sono pochi rispetto al resto, che più che curarvi cerca di avere cura di voi e della vostra visione del mondo. Cercando, come diceva un saggio, di vedere il mondo dal vostro finestrino.

Non siamo nemmeno cartomanti, cui basta una spolverata di informazioni per trasformare il brutto in oro. Siamo persone, che si impegnano a supportare altre persone e per farlo bene dobbiamo fare i compiti a casa, cioè pensarvi anche fuori dall’ora che vi dedichiamo. Abbiamo tante storie da custodire e tante ricchezze spesso inespresse o messe nell’ombra che dobbiamo imparare a leggere per continuare a scrivere il romanzo della vostra vita e i veri capitani di questa avventura coraggiosi siete sempre voi.

Senza di voi la psicoterapia non esisterebbe proprio, senza la vostra fiducia e il vostro tormento. Ciò non vuol dire che il tormento non lo possiamo addolcire, ma comunque siete fondamentali all’esistenza di questa cosa nel mondo che è fatta di parlare, parlare, parlare e cercare, cercare, cercare. Siete preziosi quando ci chiedete noi come andiamo, anche fosse per intermezzo comunicativo e non per vero interesse, però lo apprezziamo. Quando ci tenete a farci piccoli regali per il percorso fatto insieme, che se ha dato un senso alla vostra esistenza, vi assicuro anche alla nostra. E non perché ci compriamo la casa al mare con i vostri guadagni, davvero, gli psicologi non lo fanno per la ricchezza del portafoglio, ma perché se no non saprebbero che altro fare di loro stessi.

Insomma supereroi, in questo tragitto di strada che percorriamo vicini, che ogni giorno sia lodata la vostra capacità di sporcarvi le mani con il vostro stare male. Se avete già questo piccolo e grande coraggio nel guardarvi dentro, state diventando simili alle persone a cui volete somigliare. E fidatevi che per ogni vostra buona lacrima sulla questione, da qualche parte, quando ci regalate la vostra fiducia, ci sarà sempre uno psicologo che cammina mentre torna a casa e pensa a voi e a tutto quello che una persona può fare, quando decide di farlo, per se stessa.

Psicobiografie #1 Steve De Shazer

Raccomandazioni generali: la presente, sintetica descrizione dell’uomo non serva a sperimentare quelli che possono sembrare facili trucchi da soli in casa. Tutto ciò che sembra molto semplice è frutto di anni di studio e forti idee, le cui fondamenta possono essere ammirate o criticate, l’importante è non correre mai con le forbici in mano, ma prenderne spunto per libere riflessioni.

Che razza di vita sarebbe se me ne restassi a casa seduto tutto il giorno?” Così disse il protagonista della storia di oggi, pochi giorni prima di morire mentre si trovava a Vienna per un ciclo di conferenze.

Steve De Shazer (Stiv DeSceiser) nasce in Milwaukee, nello stato del Wisconsin (quanto mi piace dire Uisconsin) da padre ingegnere elettrico e madre cantante d’opera. Prima di diventare psico, si lancia nel mondo dell’arte e della musica, diventando pure un sassofonista pro. Di lui si dice pure fosse molto interessato alla cucina, io dico che è perché è uno di quei pochi momenti in cui noi psi proviamo gusto nello stare zitti e possiamo creare un buon risultato, ma insomma questo lo dico io, alla fine chissà perché, ma soprattutto perché no.

In questo clima di domandarsi è lecito, rispondere non sempre, entriamo a bomba in quella che sarà la sua creatura, la Terapia centrata sulla soluzione, di cui fu fondatore insieme alla moglie, psi pure lei, Insoo Kim Berg (di origini coreane, direi Insu kim berg), nel 1978.

Insomma a 38 anni suoi e qualcuno in più della moglie che era più grande, decidono insieme che basta con questo rivoltarsi a doppia panatura nella ricerca delle cause, piuttosto costruiamo una soluzione.

Qui vedo anche qualche profano infilarsi le mani tra i capelli e gridare all’eresia. Infatti come possiamo credere nella buona riuscita di una terapia che per definizione attacca il nocciolone duro di tutte le terapie. Su questo, da agnostica quale, sono, lascio a ognuno la libertà di interrogarsi a modo suo.

Io penso che fu in buona parte l’incontro con il ragionar del Mental Research Institute, luogo di Palo Alto che andava alla grandissima dagli anni ’60, luogo di cui riparleremo in riferimento ai vari psi che lì dentro hanno lavorato, luogo che la vostra Olimpia ha visitato nell’anno della sua laurea e scoperto trattarsi di una piccola casetta con fiorellini all’ingresso. Questo solo per fare la figura della giramondo, of course, e per dirvi che molto del progresso pare accadere non tra i blocchi di cemento delle enormi città, ma lì dove le strade sono piccole e i tetti bassi. Fu che ognuno sceglie ciò in cui preferisce credere e in alcuni casi lo porta avanti tutta la vita, ispirato dal sacro fuoco della giustezza. Forse è stato una sorta di folie à deux condivisa con la psicomoglie, forse il movimento degli Yuppies del decennio successivo che ci voleva tutti rampanti e presi a bene nel realizzare noi stessi, forse il non troppo vecchio ma legittimo emendamento americano nel diritto alla felicità. Davvero non possiamo saperlo e come direbbe Wittengstein (molto caro peraltro anche a Steve), di ciò di cui non si può parlare, è mejo stasse zitti.

Quindi torniamo ai fatti, l’obiettivo di Steve e Insoo era tutto centrato sulla costruzione di una soluzione al problema, senza pensare al problema o meglio pensando a come in altre occasioni la persona con quel problema lo avesse già risolto e a cose di buono sapesse fare quella persona. Ma per dirla meglio, per loro era importante andare sempre a caccia delle eccezioni e cercare di partire da quelle per costruire un futuro meno problematico. Per dire, a chi soffrisse di una terribile timidezza generalizzata, individuare se ci fosse un contesto in cui non si presentasse e cominciare a sbandolare da lì. O per fare un esempio più harderello, chiedere a qualcuno che si mostra meditabondo sul togliersi la vita, “Come mai ancora non l’hai fatto? Cosa ti ha trattenuto?” a una persona molto depressa “Come fai a portare avanti le tue giornate dal momento che non ci vedi alcuna speranza?” Ora detta così può sembrare molto banale, dal vivo è una questione diversa, non priva di insidie. Si può però certo dire che sia sofisticatamente semplice, questo sì. Per i curiosoni, online si trovano le 100 domande più gettonate dalla Terapia centrata sulla soluzione, con relativa spiegazione. Giusto per farvi vedere come quando una cosa un po’ funziona, i discepoli cercano sempre di costruirci sopra un Vangelo.

Tra le cose usate da Steve ce n’è una, anzi due che trovo molto carine. La prima è la così chiamata “Miracle question” che recita più o meno così: Metti che stanotte succede un miracolo e che una grande bacchetta magica ha risolto il tuo problema durante la notte. Ti svegli e da quale piccolo indizio ti accorgi che il tuo problema non c’è più?” A cui penso la maggior parte di noi risponderebbe “dal fatto che non mi sento sto cazzo di peso sul cuore che mi fa svegliare come se fossi la reincarnazione di Cesare Pavese”, giusto? E qui Steve avrebbe incalzato cercando di farci formulare una risposta più semplice, del tipo mi accorgerei che non ho più il peso sul cuore perché non rimando più la sveglia ma mi alzo a farmi un caffè. Ed ecco che si comincia a costruire questo quadro di noi che stiamo meglio e con piccole cose molto concrete proviamo a trasportare questo quadro immaginario, nella bieca realtà e ci ritroviamo a farci il caffè, con magari sottofondo di podcast poesie di Pavese, ma comunque in piedi.

Altra cosa che trovo carina è la fase dei complimenti, sì esatto, i ohhh ammazza che bravo che sei stato a farti il caffè questa mattina! Che venivano dispensati dopo una piccola pausa che lo psi si prendeva a metà seduta. Sempre secondo me perché magari pure lui sentiva il bisogno di farsi un caffè, buttarci in mezzo una sigaretta, prendere prospettiva come quando una parola non ci viene subito in mente e dobbiamo stare un momento in silenzio per capire la parola che volevamo dire.

Poi troviamo le scale, usate per monitorare l’andamento della terapia e, di nuovo, per costruire insieme alla persona in problemi, un cono di luce sul prossimo passo da compiere per arrivare a quella che lui considera la prossima tappa e così fino alla tappa 10, in cui si suppone che vada tutto come vorremmo.

Enumerando la questione (enumerare è importante per ricordarsi le cose e far sembrare che stai tenendo il punto), i presupposti della terapia creata da Steve e coniuge, sarebbero grossomodo che:

Le persone devono voler cambiare

Le persone sono le più esperte e devono sviluppare i propri obiettivi

Le persone hanno già tutte le risorse e le forze a disposizione per risolvere i loro problemi

La terapia deve esse breve

E deve esse focalizzata sul futuro

Chiaro?

A questo punto uno si immagina il nostro Steve come un simpatico mattacchione dedito al consumo di the verde e prodigo di sorrisi. Invece manco pe niente. O almeno così ho sentito raccontare in un’intervista a tal Louis Cauffmann, psicologo belga che ce lo ebbe come maestro. Pare fosse un tipo piuttosto taciturno, la cui espressione preferita fosse “mmm”, mentre teneva le gambe accavallate e nella mia testa diventa subito Sherlock Holmes. Louis racconta che una volta gli fece un intervento su un suo intervento in seduta, tirando in ballo tutta la teoria sistemica, la società, l’astrologia orientale e occidentale, finché Steve non lo guardò e gli disse “Louis tu ci pensi troppo, prossima domanda”.

A Steve piaceva controllare quello che si può controllare, gli piaceva dire cose come “Il punto da cui guardi le cose determina ciò che puoi vedere e ciò che non puoi vedere. Un cambiamento di prospettiva è tutto ciò che ci serve per cominciare a cambiare”, a Steve piaceva lavorare, gli piaceva sua moglie e si direbbe fosse ben ricambiato, dal momento che la poverina è morta solo qualche mese dopo il marito, e si sa come funzionano queste cose, a Steve piaceva il linguaggio, nelle sue risorse che creano mondi, chissà che non sia per questo che è morto proprio a Vienna, lì dove il filosofo era nato.

Bene, per oggi abbiamo terminato anche se in realtà abbiamo solo aperto una pagina, delle moltissime che si possono aprire per guardarci meglio dentro. Stanotte però magari provate a farvela quella domanda miracolosa, potrebbe sempre muovervi qualcosa di stimolante. Nel frattempo che i pensieri si muovono, vado a mettere su il caffè e chissà che non muova qualcosa anche a me, mentre ci penso, tra una luna e un falò.

Olimpia Parboni Arquati

L’ennesimo post su Chiara Ferragni & Co.

Amici, concittadini, connazionali, prestatemi occhio, se volete, se non volete non fa niente. Io vengo a lodare Chiara, non a disprezzarla. Perché Chiara è donna d’onore e anche gli altri, tutte donne e uomini d’onore. Tutti coloro che della loro fame ne hanno fatto una vita piena di soldi, complimenti, invidie, sogni rubati ai film. Credetemi, non sono una di quelle che si fomenta a tirare le pietre al primo peccatore, che si indigna quando qualcosa le sfugge, no. Io sono solo una che nella vita non sa fare infinite cose e, forse, proprio per questo, si diletta e si tormenta nel riflettere su quello che le accade intorno. Oppure sono sopratutto una che nella vita ha sempre faticato a schierarsi, sul credo politico, sulla fede, sulla psicologia di appartenenza, sulle questioni del buono e del cattivo. Per certi aspetti questa è la mia croce, per altri la ritengo la mia delizia. Alle manifestazioni andavo per capire non per urlare, i giornali li leggo sempre per capire, con le persone ci parlo non per giudicarle, diagnosticarle, infilarle in qualche anfratto dal quale poi mi posso distaccare e sentirmi liberata, come si fa col cambio di stagione e le sciarpe di lana e i costumi. Generalizzare è un po’ una pigrizia dello spirito, una scorciatoia, un cunicolo che dal non sapere mi porta al decidere e quindi al dimenticare. Per questo e per altri innumerevoli motivi non me la sento di prendere una posizione definitiva sulla questione di chi influenza chi, per quali ragioni e quanto. Però succede anche che io non riesca a smettere di pensare a certe idee, che si propongono e ripropongono (come i peperoni, i cetrioli, il cocomero e gli enigmi) e tra questi crucci labirintici della mia indisciplinata attitudine allo schieramento, c’è la questione di come la bellezza fisica e la ricchezza monetaria, si sparga nel mondo, elevandosi a potenza, trascinando nel vortice tanta gente che poi finisce per stare male perché non si sente abbastanza adatta.

Prima dell’estate sono andata dal mio parrucchiere di fiducia, dove una ragazza estremamente bella e anche molto simpatica si è occupata di tinteggiare i miei capelli con estrema cura e perizia. Durante l’opera, inevitabilmente data la mia natura chiacchierosa e la natura stessa del luogo parruccheria in quanto tale, siamo finite a parlottare tra di noi, su cose tipo la vita, i trucchi, i fidanzati. Ecco, lei così carina e giovane, venuta a conoscenza del mio mestiere di psi, si è sentita di raccontarmi come vivesse molto male alcuni aspetti dell’esistenza. Tra questi, su tutti, il confronto virtuale e poi anche reale, con le altre ragazze. Mi ha descritto il lungomare del posto in cui vive, una specie di percorso a ostacoli tra un tacco venti, un labbro a canotto e un glitter. Lei si sveglia alle 5 di mattina per sistemarsi in vista della giornata. Doccia veloce e poi al trucco. Due ore e mezza di preparativi per rendere la sua già bellezza, vicina agli standard del lungomare. Io dalla mia sediola mi sono sentita sprofondare, dal momento che, quando va di lusso, mi metto il burrocacao e il correttore e i tacchi ce li ho pure, ma sotto forma di scarpetta da signora, plantare comodo, base larga, una roba così e niente di più. Oh questo non vuol dire che non abbia i miei vezzi, sia chiaro, ma sicuramente i miei vezzi non mi torturano più di tanto. Però quando ero più giovane madonna se lo facevano. Non uscivo a buttare manco la monnezza senza l’eyeliner, se mia madre disgraziatamente mi faceva portare il carrello della spesa quando la accompagnavo al mercato, pregavo gli dei penati che la terra mi inghiottisse, almeno prima di incontrare il coattone di turno ossigenato di cui all’epoca ero invaghita. Poi vabbè, non dico che sia stato solo il passare degli anni a farmi passare le fisime, però sopratutto. Così senza troppo struggermi sono arrivate tutte quelle cose che tengono la mente impegnata, dalle bollette ai colloqui, alle naturali tristezze che naturalmente la vita ci infila dentro l’unhappy meal che ci viene servito. E l’eyeliner è schizzato in fondo alla classifica, il resto dell’esistenza in cima. Oggi a buttare la monnezza ci vado tranquillamente in ciabatte. Mica perché sono strafottente con la società, ma perché penso alla società non importi molto di stare a controllare Olimpia che scarpe s’è messa stamattina. Quindi sto forse cercando di dire che la questione è meramente, banalmente generazionale? Oddio, non credo, però anche. Quella ragazza soffre sul serio perché sente di essere fuori standard, soffre davvero perché il fidanzato l’ha mollata per una che non ha manco il canotto, ma proprio la nave da crociera in faccia. Lei, insieme a tante, a tanti, soffrono davvero. Non sono fragili, non sono stupidi, non sono roba da psicologi anche se poi finisce che ci diventano. Sono soltanto sottoposti notte e giorno, notte giorno, notte e giorno, a modelli che influenzano la loro realtà. Mi piacerebbe poter dire “sottoposti a persone influenti”, “vittime dell’intellighenzia”, ma non posso perché queste parole non c’entrano più. C’entra quanta invidia riesci a muovere nel cuore di chi se ne sta buono buono nella sua stanzetta a provare a sognare a che cazzo vorrebbe fare da grande, senza riuscirci tanto bene come potrebbe se fosse più libero da tutta questa costante pressione visiva che scorre incessantemente nei nostri piccoli apparecchi mobili sempre in mano. Insisto, non ne faccio una questione di causalità lineare, del tipo dato A quindi B, però che faccio? Evito di pensare che un po’ di causalità circolare non finisca per entrarci? Qualcosa, amici, cittadini, connazionali, qualcosa dovrà pure entrarci oppure sto delirando?

La parte più gattara di me vorrebbe urlare “Ao ma non lo vedete che in fondo in fondo, tutto questo esporsi non è da dive di Hollywood ma è proprio da mignottoni?” e ancora “Ao ma quanto delle mie chiappe devo mai esporre per sentirmi viva e sistemata?” Eppure ho sempre pensato che per vivere felici quanto basta servisse sopratutto farsi il culo, non sbandierarlo così voracemente. Sono una bacchettona che si avvia verso la vera vita adulta e perdendo tono muscolare e guadagnando rughe si mette a rompere le scatole su quanto sia vanesia la bellezza fisica? Certo, potrebbe anche essere, in fondo non sono mai stata la prima della sfilata, non sono bionda né dentro né fuori, non sono Miss niente. Mi starò difendendo dal mio essere così normale, cercando di aggredire con l’unica arma forse un po’ affilata del mio armadietto, cioè con quattro parole? Può essere, tutto ma proprio tutto può essere. Allora qualcuno mi spieghi perché mi sento così triste invece che così arrabbiata, cosa più congeniale alla natura che mi riconosco. Sono proprio dispiaciuta dentro, in fondo alla gola, in cima allo stomaco. La cosa che mi fa più male è che se c’è una cosa che mi lega alla vita in quanto luogo bello in cui vivere, sono le storie. Quelle che ho letto, quelle che ascolto, quelle che immagino, e nelle storie belle succede sempre che prima il protagonista soffre molto per qualche motivo, poi soffre ancora, e ancora, e ancora. Poi intravede un sentiero, lo prende, incespica, si rialza, incespica di nuovo e poi alla fine della fine, tutto graffiato ma pieno di avventura e gloria, arriva dove voleva arrivare. Io questo brivido della narrazione non sono disposta a sacrificarlo sull’altare della bellezza, non ancora. Ancora mi piacciono gli eroi, i modesti, i preoccupati, i dubbiosi e i coraggiosi. Ancora identifico in ciò che vorrei essere gesta che non somigliano per niente alla compulsiva esibizione di tutto quello che possiedo, ma di quello che sono. Paperino mi sta simpatico, Tina Modotti, il gatto con gli stivali, Tesla, Pavese, il radiofonista della Tenda Rossa, mio nonno che è tornato a piedi dalla Russia, i vecchietti che sorridono, Don Chisciotte, tutti i Giusti della poesia di Borges, Carver che scrive racconti nel suo garage di notte, Frida anche se se ne parla troppo, Giordano Bruno, Galilei, Robin Hood, il mio idraulico che non fa mai la cresta, Philippe Petit, Giovanna D’arco, Simenon, Moll Flanders, Rita Hayworth, Liz Taylor con tutti quei mariti, Steve Jobs con le sue magliettine, le mie amiche, i miei pazienti che sono supereroi, i miei genitori, me stessa quando ci provo fino in fondo. A me sta simpatica tanta gente. Però non ne posso più di vedere le solite quattro facce comparirmi davanti anche se io non lo scelgo e insieme a loro anche i loro parenti, i loro armadi, le assi delle loro tazze del cesso, poi ancora tette giganti e chiappe dappertutto e muscoli oliati e mai nessuno che sorride e se sorride sorride in maniera plastica ed esibizionista, sempre con i denti e mai con gli occhi.

Non è così leggero e semplice, non basta dire che qualcuno si è fatto da solo per dire che è stato intelligente, casomai è stato furbo, come gli spregiudicati, che poi del giudizio altrui non è vero che non se ne interessano perché vogliono piacere sempre, a tutti, a ogni costo. Io questa curva dell’eroe se non la vedo non mi emoziono perché non mi arriva niente, tranne un processo di identificazione forzata che mi ricorda le litanie delle sette, che a forza di sentirle finisci per crederci pure tu. Essere buoni venditori di se stessi, per me, che non sono nessuno se non quella che sono, vuol dire che a un certo punto smetti avere fame di avere e cominci a dare, ma a dare veramente, mettendoti da parte proprio perché sei stato così furbo e così avido e così al centro. Usque tandem abutere, Chiara Ferragni & Co., patientia nostra?

Perché se io fossi Chiara Ferragni & Co. e Chiara Ferragni & Co. Olimpia, qui ora ci sarebbe un’Olimpia che proverebbe ad abusare veramente di tutto quel potere, invitando ognuno di voi a non essere come loro, a essere quello che vi pare di essere, quello che sognavate sul serio di essere, prima che i sogni di qualcun altro coprissero i vostri con i loro, prima che tutta questa fame del possedere sempre di più vi facesse diventare ciechi e stronzi, prima di scordarci che tanta influenza, oh quanta influenza, potrebbe ancora servire a spingere verso la libertà, al posto di questa condanna alla tristezza eterna, visto che l’obiettivo è sempre spostato più avanti. Più cose, sempre più cose fino a seppellirvici sotto a tutte quelle cose e dimenticare qualsiasi altra ricchezza, qualsiasi altra bellezza. Io di quel potere ne approfitterei fino a sconquassare i vostri spiriti e a donare ad ognuna della vostre ferite una lingua così eloquente da spingere fin le pietre del mondo a sollevarsi, a rivoltarsi.

 

Olimpia Parboni Arquati

La posta di Olimpia – Vorrei arrabbiarmi ma non ci riesco

Cara Olimpia,

Ti scrivo perché questa sera nulla riesce a rendermi felice e in un loop di sensi di colpa (visto che non posso lamentarmi della mia vita) ti lancio un grido d’aiuto! Ti scrivo perché non riesco ad essere me stessa, non riesco ad “arrabbiarmi” come fai tu, perché sto sempre a pensare se è giusto o se no e che impressione farebbe agli altri…Quindi opto per una perenne calma gentile, mentre dentro mi sento bollire…Di ansia, rabbia, di tutto…Ma nascondo…Finché non esplodo ma sempre in privato! La verità è che da piccola non ero affatto cosi, ma col tempo mi sono scontrata con cosi tanti muri che ho imparato a moderarmi sempre di più, ma in questo modo è come se avessi una corazza di gesso che mi immobilizza!

Come devo affrontare questo disagio? Come posso riuscire ad essere me stessa con moderazione ma senza ingessarmi? Grazie mille e complimenti per la tua rubrica, per il tuo blog e per il tuo bellissimo lavoro!

S.

Cara S.,

è ormai da qualche anno che dico di voler fare anche a Roma quella che hanno chiamato “Rage Room“, cioè la stanza della rabbia. Forse ne avrai sentito parlare, o magari no. Ad ogni modo si tratta di un posto; pensato originariamente in Giappone, poi portato in Serbia, Stati Uniti e, se vado aggiornata, anche Milano, dove entri e spacchi tutto. Sì esatto, ci sono delle cose dentro tipo vecchie bottiglie, mobili da buttare e così via e tu entri con una mazza da baseball e appunto spacchi tutto. Nel mio progetto ognuno si può scegliere la colonna sonora che preferisce.

Personalmente poi provo sempre un certo senso di soddisfazione quando nei film il protagonista si ribella a qualcosa o qualcuno, facendo una scenata da vero capo retore e mettendo ognuno al suo posto, sfoderando un eloquio che guarda manco Gorgia con un copione di Shakespeare. Oh sì, ammettiamolo. Per quanto disdicevole sia alzare la voce e dire le parolacce e sbatacchiare varie ed eventuali oggetti presenti nella traiettoria della nostra ira, la nostra ira è una notevole fonte di energia, che racconta con meno pudore un nostro sentimento. Per quanto sappiamo non sia cosa giusta, se ci capita di imbatterci in una rissa, rallentiamo per vedere che succede. E così potrei farti vari altri esempi ma sento che ci siamo capite.

Alcune persone hanno una valvola di sicurezza come quella delle pentole a pressione, che funziona meglio di altre. Io penso alla mia bisnonna che era di poche e severe parole. Una signorona romana che a tavola il tovagliolo non te lo passava, te lo lanciava. Non l’ho mai conosciuta ma posso dirti con sicurezza che c’è qualcosa di lei che è arrivato fino a me. Ma genetica e alberi genealogici a parte, a volte succede come dici tu. Ci provi una, dieci, duecento volte, ma poi scegli la strada che ti costa meno fatica, anche se non è quella che preferisci. Come qualunque cosa, anche la rabbia se non la usiamo mai, dopo un po’ si atrofizza.

Probabilmente tendola tutta per te e vedendola scoppiare solo ogni tanto quando proprio non ce la fai più e lontano da occhi indiscreti che potrebbero giudicarti, hai piano piano cominciato ad avere paura tu stessa delle tue reazioni e pensi che se dovessi mai scoppiare in pubblico, sarebbe di sicuro un macello. La fregatura è che proprio conservando questa energia per i momenti in cui sei stremata, la vedi comparire in tutta la sua magnificenza.

Sì, se te lo stai chiedendo, questo è quello che si chiama circolo vizioso e appunto ci manda in loop. Che poi volersi lamentare di qualche cosa anche se formalmente ci sembra tutto a posto, non è un crimine, anzi. Magari invece andrebbe tutto meglio se ci mettessi un po’ più di quello che sei in quello che fai. Lo so, è dura pensare che per esprimere la nostra opinione dobbiamo correre il rischio di deludere qualcuno, di non piacere a qualcuno, persino a noi stessi ogni tanto. Ma ti assicuro che ogni perdita è commisurata a un guadagno, il guadagno di nuovi aspetti che non pensavamo di avere o di saper esprimere.

Come una gamba ingessata da tanto tempo, non possiamo pensare di fare subito la maratona. Bisogna iniziare a rimettere in movimento quella parte, ma con moderazione e con calibro. Per questo ti vorrei invitare a fare un esperimento e vedere come che ne viene fuori. Prima puoi caricarti pensando a tutte le volte che avresti voluto parlare ma non hai detto nulla e vedendo il monologo di Edward Norton ne La 25 esima ora e la scena al fast food di Micheal Douglas in Un giorno di ordinaria follia, oppure se preferisci va bene anche Verdone che fa l’italiano emigrato in Germania che ritorna per votare, sta zitto per tutto il film, fino all’ultima scena in cui manda tutti al tappeto.

Una volta che ti senti bella rinvigorita e con le mani che ti formicolano prendi un bel foglio e buttaci dentro tutte le invettive ingiuriose più scostumate che ti vengano in mente. Vale prendersela con chiunque e qualunque cosa, dallo stendino che col vento si chiude sempre, al vicino di casa che sente a palla Gigi D’Alessio. Scrivi senza badare alla forma, alla maiuscole e alla grammatica e sopratutto senza censura. Fermati solamente quando senti che hai finito le scorte di proiettili verbali.

Se ci dovessi provare gusto puoi anche farlo più volte, tutte le volte che ti senti bollire. Secondo me scoprirai che lì dentro c’è molta più capacità di incazzarti di quanto pensi ma meno rabbia di quanto temi possa esserci. Anche la rabbia, come tutte le tentazioni, ha bisogno di qualche concessione per fare sì che le si possa resistere. O comunque concedendotela in maniera libera e allo stesso tempo anche protetta, potresti capire meglio qual è la direzione in cui vorrebbe andare.

Una curiosità dal mondo Psi: esiste la Terapia dell’Urlo Primario, inventata da Arthur Janov, in California negli anni ’70. Secondo l’autore se ti tieni tutto dentro t’ammali (ovvio che qui potremmo annoverare una lista cospicua ma volevo essere severa e sintetica tipo la bisnonna) quindi devi urlare perché ti fa bene. Janov è diventato nome noto nella musica perché ebbe tra i suoi pazienti anche John Lennon (non so te ma io ce lo vedo che urla col gonnellino di foglie di castagno sulle scogliere del Big Sur) e la sua teoria ha ispirato il nome di ben due band degli anni ’80, I Primal Scream e Tears for Fears, ma pensa un po’.

Poi un’altra cosetta che magari può tornarti utile, se ti capita di voler dire una cosa per la quale pensi che qualcuno possa rimanerci male, prova a dire subito che ti dispiace pensare che quello che dirai farà dispiacere l’altra persona e che vorresti non dirlo, ma che lo dirai lo stesso così che casomai se ne possa parlare insieme. Può sembrare una sciocchezza, ma avvisare l’interlocutore che staremo per essere sgradevoli, è un modo per risultare meno sgradevoli, senza però rimanere in silenzio. Oh artifici della retorica, oh captatio benevolentiae, oh pizzico di paraculaggine se vogliamo!

Tante volte succede che smettiamo di dire di no perché ha i suoi vantaggi, però finiamo per occupare il ruolo degli accomodanti e non è per niente facile interrompere un copione che conosciamo a memoria. Se vogliamo costruire una nuova abitudine dobbiamo muoverci per passi così tanto piccoli che nemmeno noi ci accorgiamo di stare trasgredendo a quella parte più allenata di noi stessi, eppure così tediosa. Facendo piccoli variazioni sul tema disobbedienza alla gentilezza cieca, correrai non solo il rischio che qualcuno disapprovi, ma anche quello di finire in interessanti discussioni in cui ti riscopri ragionevole ma non indifferente.

Ti saluto con una frase di un altro autore del girone degli irosi, Emil Cioran, che diceva: Se obbedissi al primo impulso passerei le giornate a scrivere lettere di ingiurie e di addio. Le giornate tutte magari no, però quei cinque minuti quando ti prendono i cinque minuti, beh cara, secondo me sono tutti tuoi.

Un abbraccio,

Olimpia 

 

 

Contro il dominio della resilienza

La vita è quella cosa a cui per partecipare devi garantire l’iscrizione all’albo del dolore e pagare la tua quota, senza sapere a quanto ammonterà. Il dolore è quella cosa che ci cammina a fianco, senza sapere quando ci prenderà per mano e che ci rende fragili. Sì, fragili. Il contrario di resilienti.

Per chi ancora non lo sapesse, la resy, è un termine rubato all’ingegneria, per il quale certi materiali non si rompono con l’urto, ma incassano la botta, tornando alla condizione di partenza. Cioè se vogliamo rubare anche alla filosofia possiamo bussare anche alla porta di Cavallo Pazzo Nietzsche e tradurlo con ciò che non ti uccide troppo, ti fortifica. Oppure ancora possiamo fregarcene dei materiali e della filosofia, rimanendo fedeli all’etimologia, e dire che la resy è quella cosa per cui se casco dalla barca allora ci risalgo. Così, con nonchalance, praticamente da asciutto, senza scompigliare un capello, senza affogare un attimo, senza cagarmi sotto che magari non riesco a risalirci su quella dannata barca. Non c’è che dire, è una bella visione eroica questa che ci vede così granitici nel districarci dai dolori. Tutto un cadere da cavallo e risalirci graffiati ma intatti fuori e integri dentro, come se in pratica tutto il mondo ci dicesse che dobbiamo resistere alle disgrazie e uscirne fuori splendenti come coattissime fenici.

Ora io perché sono così contraria al diktat della resilienza, perché sono una rompicoglioni ()? Perché non sopporto i tatuaggi inneggianti al qualunquismo dai segni dell’infinito alle parole modaiole ()? Perché, sopratutto, mi dispiace, e mi dispiace in un punto molto profondo del mio cuoricino, che a botte di positivismo rischiamo di dimenticarci l’incredibile bellezza della vita, gloriosa proprio per il suo disordine, grandiosa proprio per la sua cavolo di caducità.

Tempo fa mi capitò un incontro con un eroe (i pazienti io li chiamo così) che venne da me dicendo che non aveva potuto dire a nessuno che sarebbe venuto da me perché se no avrebbero tutti pensato che era fragile (le parole precise furono in realtà “mezza pippa ar sugo“). E chiaramente non è stato e non sarà l’unico a paragonare una richiesta di aiuto a una dichiarazione di sconfitta. Ma la cosa vale ovviamente pure fuori dalle considerazioni sulla psicoterapia, vale in maniera trasversale, in tutti i contesti in cui la resy infesta la pianta della fragilità come ortica infestante.

Quello che rischia di succedere è che si avrà sempre più paura del dolore, anzi no, non del dolore, ma delle persone che lo provano. Si avrà sempre più paura dei tristi, dei piagnoni, degli scomposti, dei persi, degli scontrollati, dei perdenti. Paura di noi quando saremo simili a loro, quando saremo loro. Io credo che nel modo in cui sta resy ci viene prepotentemente proposta, si dimentichi sempre di onorare il momento di passaggio tra l’inizio e la fine di un problema. Come dire, una fiaba senza intreccio, obbligata al lieto fine.

Non è d’oro il finale, è d’oro ciò che sta in mezzo, la trama che al finale ti ci porta ma non ti ci catapulta come se il tuo dolore non avesse alcuna dignità. Tantissimo si può imparare dai momenti ardimentosi, ma non vedo come si possa pensare di arrivare alla cima senza prima aver scalato (nota del secchione, Cavallo Pazzo Nietzsche amava assai camminare sulle montagne e da sopra poi contemplare il panorama. Soprauomo, non superuomo perché aveva il pisello più lungo di tutti, così per amor delle parole).

Se non la finiamo di perdere interesse nel processo, rischiamo di demonizzare sempre di più i tempi del dolore, che sono lunghi come le ere, come tutte le cose che possono insegnare, dobbiamo prenderci il tempo per capirle. O per capire che non possiamo capirle e dagli stracci che ci sono rimasti, risalire sulla nostra piccola zattera di fortuna a navigare i tempi e le tempeste. Tenendo a mente che se mai usciremo dalla tempesta, non lo faremo rimanendo uguali a come ci eravamo entrati (semi cit del buon Murakami, che può piacere o non piacere, ma nel suo essere orientale, sicuramente smandruppa meno le palle con questa storia della fretta).

Abbiamoci pietà di come siamo fatti, portiamo rispetto ai tempi cupi, portiamo rispetto al modo in cui siamo fatti. Non di obiettivi aziendali da mettere sul tavolo a fine giornata, ma di carne, spirito e mestizia. E di fragilità, di morbidezza, di delicatezza. Siamo come gli scatoloni che trasportano cristalli con sopra l’adesivo, trascinati senza grazia da facchini troppo occupati per trattarci con i guanti.

Se ci togliamo anche la libertà di stare male e non vedere soluzioni, non ci togliamo solo l’occasione per parlare con noi stessi, ma ci tagliamo via proprio una fetta di vita. Anche da triste io posso sorridere ad un anziano che porta a spasso il suo cagnolino anziano pure lui, anche da triste io posso leggere una poesia e capirla, posso capire meglio il dolore del mondo, posso stufarmi di essere triste e cominciare a cercare il bandolo del matassone, tirando da varie parti, incontrando sempre nodi e ad ogni nodo fermarmi a riflettere o anche a piangere se è necessario.

C’è nel dolore sempre un momento di indicibile sconforto, di assoluto smarrimento. Ecco, credo che sia in quei momenti l’unica possibile rinascita. Più che dalle proprie ceneri, dalla foresta in cui ci perdiamo nella ricerca di nuova legna da ardere per tenere viva la fiamma dei giorni.

Fragile è chi pensa che essere fragili sia da deboli e chi vuole solo arrivare, senza prima concedersi di non conoscere la strada. Poi davvero non so voi, ma io preferisco essere nata fiore che essere nata acciaio.

 

Olimpia Parboni Arquati

Mai smettere di fumare

Quando finisce un grande amore non esistono messaggi per sapere come vanno le cose e non esistono caffè. Esiste solo la malinconia. 

Il primo giorno non è mai il più duro di tutti perché sei gonfio dell’adrenalina della grande scelta e sottovaluti il modo in cui le cose si svolgeranno. Pensi solo che hai smesso di fumare, come se non ci fosse né passato né futuro fuori dalla tua decisione. Al ciao come stai rispondi che hai smesso di fumare e se ti chiedi come stai, ti rispondi solo che hai smesso di fumare. Ma la verità è che stai di merda. O almeno io. Perché io è così che mi sento, come se il grande amore della mia vita mi avesse mollato, no meglio, come se io avessi mollato il grande amore della mia vita perché era troppo stronzo.

Sarà stato pure stronzo però…però ci amavamo. Sotto la pioggia e al mare, controvento e alle fermate degli autobus, dei treni, dei tram, della metropolitana quando ero molto triste, o felice. Ci amavamo nei bagni, sui divani, a tavola, ci amavamo in finestra. Ci amavamo quando faceva troppo freddo per amarci e troppo caldo. Prima degli esami, dopo gli esami, prima delle visite, dopo le visite. In mezzo agli amici e da più grande anche in mezzo ai parenti. Ci amavamo negli spazi piccolissimi degli aeroporti dove tutti si amavano tutti accalcati. La mattina presto, a metà mattina, a pranzo prima e dopo, a cena prima e dopo. Mentre bolliva l’acqua, per la pasta, per il tè. Ci amavamo quando avevo paura, quando non sapevo cosa fare della mia giornata, della mia vita, dei miei capelli, dei miei vestiti, delle mie scarpe, dei miei sensi di colpa e di quelli di responsabilità. Ci amavamo praticamente sempre, cazzo.

E allora perché ho smesso? Beh, ho smesso perché non ci amavamo e basta, ma ci odiavamo anche. Alle 3 di notte quando avevo solo 20 euro nel portafogli e finivo a fare la spesa al distributore, due Snickers, due pacchetti, un accendino Smoking. Per una sigaretta che poi sapeva solo di petrolio e fretta. Al risveglio quando facevo colazione con caffè e tosse, quando mi ammalavo e mi facevo i cicchetti di sciroppo solo per poter fumare. Ci odiavamo da morire quando fumavo solo perché stavo avendo una conversazione noiosissima e volevo distrarmi. Tutte le volte che volevo distrarmi, in generale. Dal lavare i piatti, stendere i panni, uscire di casa, tornare a casa, pulire casa, fare qualcosa, qualunque cosa, tutte le cose scandite da un adesso mi fumo una sigaretta e lo faccio. Un eterno ripetersi di ancora cinque minuti e poi mi alzo per andare a scuola.

Anni di ritardi, di accendini colorati, di sigarette fumate con persone di qualunque tipo che diventavano più amiche semplicemente perché ci stavi fumando insieme. Come è fatta una pausa adesso? Che cosa faccio, cosa devo guardare, cosa devo dire? Cosa faccio quando quello davanti a me al supermercato ha un spesa alta tre piani e sono incastrata lì a pensare a quanto mi rode il culo, cosa faccio quando finalmente esco se non mi fumo una sigaretta? Cammino e basta? Guardo le stelle, la gente, conto le macchine rosse? Entro dal tabaccaio e mi compro le Morositas e basta come alle elementari? Ma sopratutto, come lo scandisco il tempo se al tempo ho tolto le sigarette e mi rimane solamente il tempo?

Ero allo specchio, ho visto una ruga nuova, evidente, profonda, maleducata, all’ angolo della bocca. Ho pensato adesso mi compro una crema carissima, mi compro la Sisleya e vaffanculo, mi faccio tutti filler e arivaffanculo. Mi fumo una sigaretta mentre cerco i prezzi su Internet, me ne fumo un’altra quando li vedo. Posso compensare con la vitamina C, adesso scendo e mi compro le arance. I pompelmi, i limoni, me ne accendo ancora un’altra mentre cerco  dove altro sta la vitamina C. Mi metto a tossire, mi soffio il naso e mi vergogno da morire per gli ultimi venti minuti, per i quasi venti anni della mia vita in cui ho comprato un pacchetto di Camel celesti quasi tutti i giorni.

Non voglio essere la versione che vorrei essere di me stessa solo quando mi accendo una sigaretta e sogno. E non so fumare quando capita, non sono una tipa da grandi occasioni. Io sono un’esagerata, senza confini, senza moderazione. Senza più le sigarette in tasca. I soldi per fumare non li ho mai valutati, i rischi nemmeno. Chi fuma non valuta, fuma e basta. E se dovesse valutare allora si accende una sigaretta e poi lo dimentica. Chi fuma però perde una parte di attenzione che a qualcos’altro forse va pure data. I miei occhi dalla sigaretta con il tramonto al tramonto e basta. Dal dolore con la sigaretta al dolore e basta, alla felicità e basta. Basta. Vediamo com’è la vita e vediamo se mi basta.

Sono qui con una tisana alla liquirizia sul bracciolo della poltrona, adesso che chiudo tutto porto giù il cane, nel frattempo controllo se ai lampioni hanno rimesso le lampadine. Al ritorno prendo il volantino della Conad che ho visto stamattina nella posta, lo sfoglierò mentre cuociono le lenticchie. Chissà quanto costa il prosciutto crudo al chilo, chissà se c’è il tonno in offerta. E domani quando mi sveglio andrò fuori sul balcone a guardare i tetti delle case, tenendomi le mani sui fianchi come i signori di una certa età fanno in spiaggia guardando il mare.

Ho vinto del tempo e una dolce e feroce malinconia. Se vi rimane possibile, un consiglio, davvero, mai smettere di fumare.

 

 

Olimpia Parboni Arquati

Questo sito utilizza cookie tecnici e di profilazione propri e di terze parti. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la cookie policy. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie. Leggi la Cookie Policy.

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi