Confessioni di una psicologa senza filtro

di Olimpia Parboni Arquati

Quel messaggio che non devi proprio mandare

L’abbiamo fatto tutti e lo faremo ancora, però che palle. Non c’è forza che ci fermi dallo scrivere inutili messaggi alla persona che ci piace nei momenti meno opportuni. Cioè, ovviamente tutti sappiamo benissimo cosa si deve o non si deve fare, in teoria. In pratica invece pare sempre che qualche energia oscura ci prenda a padellate in testa, trasformandoci nella versione peggiore di noi stessi con un solo colpo di acciaio inox.

Passate un attimo in rassegna voi stessi e ditemi se non è vero che in almeno dieci occasioni vi è capitato di fare quella mossa da cretini di mandare il messaggino maledetto, nel cuore della notte, del giorno, della mattina fa lo stesso, in cui vi siete presi paura e, cercando rassicurazione, avete trovato un muro ancora più solido del padellone d’acciaio.

La voglia di spiegoni arriva così, alle spalle come un ladro, incontrollabile come la marea e si porta via il buon senso peggio del vento con le piume. Incontrollabili prendiamo i nostri dannatissimi telefonini e giù come pazzi in picchiata per il pendio dello sfacelo. Poi non so tra uomini se succede nello stesso identico modo, ma tra donzelle abbiamo un gusto super speciale per riunirci intorno ai tavoli cosparsi di sigarette, a leggerci a vicenda gli spiegoni del secolo che abbiamo inviato al povero stronzo di turno. E questo capita a colpi di “Ao senti che j’ho scritto, senti come l’ho sistemato ao”, a questo punto si crea un attimo di silenzio quasi solenne e lì può finalmente partire l’esposizione dell’arringa con la stessa verve con cui i bambini recitano la poesia ai parenti sotto Natale.

Per quell’attimo, solamente per quell’attimo, creiamo l’illusione di aver messo tutto quanto a posto con le nostre parole. Di aver dato finalmente un significato al mondo tutto quanto intero tramite l’elenco dettagliato dei difetti dell’altro. Come se dando a qualcuno dell’egoista malsano bastardo potessimo veramente sentirci meglio noi. No ragazzi, fatevelo dire, questa cosa pare figa ma non serve a un cazzo. Anzi sì, serve a perdere tempo, a mettere a dura prova le nostre coronarie e ci lascia addosso un rinculo di rabbia che non se ne va più.

E allora come si fa vi chiederete voi, giusto? Eh ma io mica lo so bene, però qualcosina l’ho capito, ovviamente a suon di monologhi di accusa in cui una parte di me si sentiva in gamba come Marco Antonio che fa le scarpe a Bruto, l’altra invece iniziava già a capire che stava sbagliando tutto. In confidenza vi racconto questa, quando avevo grosso modo 16 anni mi presi una cottarella estiva per uno che al secondo appuntamento mi diede buca. All’epoca non è che c’era tutto sto telefonismo in giro e della mia cotta avevo soltanto il numero fisso. Insomma questo non si presenta, io dopo un’ora salgo a casa infuriatissima e mi attacco al telefono come una cozza si attacca allo scoglio, a telefonare like crazy a costui che non mi rispondeva nemmeno, ma io volevo farlo nerissimo e quindi daje con il tastino “ripeti” fino ad arrivare forse a 67 tentativi e niente. A un certo punto mia madre entrò in camera e fece una cosa splendida, foderò il telefono con mille strati di pellicola trasparente e mi disse:

” Così ti fai passare la smania di risposta, bella de mamma”. Crudele? Forse sì ma nessuno ha mai detto che l’educazione sia fatta soltanto di carezze.

Ora, nel momento in cui vi viene pure a voi la smania di risposta, lasciate stare. Fatelo perché altrimenti sarà inevitabile salire sulla navicella del paradosso, in cui più vuoi una cosa e meno ci riesci. Pensi che il tuo batticuore non si stia comportando bene, non ti voglia abbastanza bene, se la faccia con altri più splendidi di te? Bene, cioè malissimo ok, però prima di tutto accettiamo il nostro turbamento e diamogli un po’ di spazio. Nella pratica questo vuol dire varie cose, tanto per cominciare non state lì a fissare il telefono perché anche se non ne siete convinti, guardarlo intensamente non farà comparire messaggi d’amore all’improvviso. Alzatevi proprio dal posto in cui state seduti e fatevi il giro del palazzo. Prendetevi due birre, spegnete il telefono per qualche ora, fatevi una doccia. Cantate tutto il vostro album preferito, fate una corsa sul posto o sempre intorno al palazzo fino a che non vi è scesa un pochettino la botta della smania. Solo in quel momento sarete lucidi per rispondere qualcosa di sensato invece della solita arringona da battaglia.

Una frase tagliente e ben assestata vale più di qualunque modo vi sembri adatto a spiegare il vostro turbamento. E per essere sintetici sulle cose bisogna prima pensarci a lungo, quindi via quel telefono e fate entrare un po’ di silenzio nella vostra testa smaniosetta. Ma lo sapete perché vi conviene prendervi del tempo? Non perché i vostri sentimenti non valgano un’arringa o perché magari non abbiate a che fare davvero con una persona che non vi vuole, semplicemente perché quella dignità che possono acquistare le parole non merita di essere sprecata per un momento di profonda insicurezza e di paura.

Dalle situazioni si può uscire in tanti modi, belli miei, e se deve succedere che dall’altra parte non si ricorderanno di noi, beh, sti cazzi, poi ce le dimenticheremo pure noi. Però la dignità con cui usciamo dalle situazioni invece si ricorda sempre e vi posso assicurare che il dolore ricevuto è niente rispetto a quello che possiamo farci da soli. Perché dagli stronzi si può pure scappare, ma se lo stronzo abita dentro di noi allora come potremmo correre via veloce? Davvero, non è tanto figo fare il bagno di merda alle persone, nemmeno quando se lo meritano. Non è tanto figo mandare messaggi vocali che durano come un film di Scorsese, non è tanto figo offendere persone che alla fine nemmeno conosciamo veramente e non è tanto figo fare la figura dei disperati bisognosi d’amore quando, detto solo tra noi, quello che facciamo in certi momenti è solamente uno stupido capriccio della nostra vanità.

Se non ti vuole lo sai che cosa gli puoi dire? Una cosa che dicono gli argentini prendendo spunto da quella cosa molto romantica che è il tango: “Io e te abbiamo già ballato abbastanza” e così, leggeri e taglienti potete tornare sulla giostra ad aspettare il prossimo giro di danze. Oppure facciamo un’altra cosa, ditemi se vi può piacere, facciamo che ognuno di noi si tiene in saccoccia il messaggio maledetto che non deve mai mandare fino alla mattina successiva. Se lo stato d’animo è esattamente uguale a quello della sera prima, allora chi sono io per fermarvi dalla figura di merda. Ma se fosse un po’ diverso vi propongo di farne una bella raccolta, dal nome “Gli spiegoni che non ho mai voluto spiegare” o una cosa del genere. Poi ci ritroviamo tutti intorno a un tavolo cosparso di sigarette e ce li leggiamo ridendo. 

Perché il bisogno di essere amati è una cosa di cui sorridere e non vi dovete vergognare se ogni tanto l’abisso vi guarda dentro e chiede di essere accontentato. In quei momenti di smania ci mettiamo tutte le nostre mancanze, tutta la nostra tenerezza. Quindi non copriamolo con la rabbia solo perché ci sembra che non funzioni, copriremmo di rabbia la cosa più preziosa che abbiamo dentro.

E poi, se invece fosse proprio amore, provate a pensare se Romeo avesse mandato un letterone alla povera Giulietta dicendole “Ao amò, che c’hai? Te sento fredda”, che storia di merda sarebbe diventata? Quei due si amavano tantissimo proprio perché si sapevano aspettare, desiderare e mancare. Tenetevi stretti il vostro silenzio come la pellicola stretta intorno al mio telefono adolescente, perché il silenzio è l’unico posto al mondo dove puoi pensarci dentro.

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