Confessioni di una psicologa senza filtro

di Olimpia Parboni Arquati

Odio gli psicologi

Odio gli psicologi che mentre tu parli di quello che hai mangiato a cena, loro si chiedono quanti conflitti irrisolti ti porti dentro. Quelli che se arrivi in ritardo ad un appuntamento di cui non te ne frega niente, ti dicono che si tratta di una resistenza inconscia.
Quelli che per difendersi da una scelta cattiva danno del narcisista patologico alla persona con cui stanno uscendo ultimamente. Odio gli psicologi che incasellano il dolore della gente dentro le definizioni statistiche che trovano sui libri, perché denominare le cose fa stare meglio loro, e non la gente. Quelli convinti che se non riescono ad incasellare niente mica pensano che l’esistenza quando fa male non ha confini, ma che gli esperti stanno lavorando su come chiamarti quando sei triste in un certo modo. Quelli che parlano sempre di depressione e mai di tristezza, sempre di dipendenza e mai di cattivo amore, sempre di disturbo bipolare e mai di carattere di merda, sempre di ansia e mai di paura.

Odio  gli psicologi che fanno certe diagnosi ai bambini e a leggerle sembrano il curriculum di Vallanzanska, perché si dimenticano che sono bambini ed è normale che non ci vogliano stare zitti e muti seduti al banco per ore, spesso perché gli insegnanti sono annoiati e quindi annoiano, non perché sono deficienti nell’attenzione. Gli psicologi mica ci pensano a quanto fa male essere piccoli, che mica lo sai com’è essere grandi, e la vita che hanno è tutta quella che conoscono. E allora chiamiamoli deficienti, così crescono sempre con la stampella e quando la vita arriva davvero, loro davvero si sentiranno indietro. Speciali mai, solamente strani.

Odio gli psicologi che dicono che i vecchi di 90 anni soffrono di duemilacinquecento cose, ma come fate a dimenticarvi che se hanno campato fino ad oggi si possono permettere il lusso di svalvolare come cazzo vogliono. Ma chiamiamola come si chiama, si chiama paura di morire, che cazzo. E questo a che pagina sta del tuo manuale, eh?

Odio gli psicologi che pensano che per fare gli psicologi bisogna vestirsi da tristoni senza personalità, che ai convegni vagano come pecore in cerca del pastore e poi si invaghiscono del primo venditore di fumo. Tra tutti, odio quelli che si attaccano a falsi idoli imbevuti di presunzione e ignoranza ma li chiamano capi carismatici, mentre si fanno scucire migliaia di euro per avere qualcuno che ti infarcisce di ovvietà. Attaccati come le calamite di cattivo gusto al frigorifero, come una tribù di cozze attaccate allo scoglio. Rendetevi conto che sembrate i proseliti di una setta, più interessati alla scalata sociale che a fare di questo mestiere un’arte.

Odio gli psicologi che pensano ancora che la psicologia la possono chiamare scienza e non si concedono un minuto di umiltà che sia uno solo, cazzo, per rendersi conto che nel migliore dei casi è, appunto, un’idea di arte. Quindi non va copiata, va prodotta creativamente. Quelli che si affezionano ad un approccio, che nel mondo, di approcci di psicoqualcosa, ce ne sono centinaia. Ma come pensate di sceglierne uno che sia sempre valido sopra a tutti gli altri mentre lì fuori le persone non ne hanno centinaia di colori, ma migliaia e migliaia. Quelli che non capiscono che a furia di incasellare tutte le tristezze dentro a un nome che finisce per -patologia, producono il risultato opposto, invece di curare, lanciano esche di nomi altisonanti a cui la gente si affeziona per amore dell’identità e quindi alla fine il dolore lo creano invece che alleviarlo.

Odio quelli che non si leggono mai un libro che non sia di psicologia, che sottovalutano l’antropologia, la sociologia, l’etologia, la fisica, la filosofia, che non conoscono l’etimologia di nessuna parola, che la poesia non insegni niente sulla vita, che Shakespeare, la musica e le saggezze di tuo nonno non siano importanti per saper parlare.

Vi odio perché mi fate pensare che ho sbagliato tutto. Mi fate dimenticare di quello che sognavo quando ho scelto di fare il mestiere più folle del mondo e venire voglia di andare a costruire tutti muri di mattone dove servono, per il resto della vita, invece delle armature sterili con cui vi difendete dall’incertezza. Vi odio perché togliete la libertà a voi stessi e pensate di essere tanto fichi invece siete solo dei burocrati. Esattamente. Siete i peggiori di tutti perché vi sentite grandi esploratori dell’animo umano ma ogni mattina vi mascherate da impiegati e timbrate un cartellino che un giorno o l’altro vi farà sentire secchi dentro. Vi odio perché ve ne approfittate, siete come giovani reclute con il porto d’armi, abusate della vostra divisa e invece di pallottole sparate cazzate, che possono fare male come un colpo al cuore. 

Vi odio perché è per tutti quelli come voi che la gente coltiva i pregiudizi per cui, quando ci presentiamo, pensano tutti troppo male o troppo bene. Non siamo quelli che capiscono senza parole, non siamo quelli che leggono nei pensieri, non siamo nemmeno i cani che danno del malato a chi è solo fuori dalla norma. I malati siete voi tutte le volte che applicate alle vite degli altri le regole rigide del positivismo, in cui tutto deve per forza essere spiegato e se non ci riuscite vi sentite male.

Odio gli psicologi che raccontano ad altri psicologi di quanti pazienti hanno e raccontano ad altri psicologi di quanto sono matti i loro pazienti, applicando solo sarcasmo e nessuna pietà oppure applicando solo compassione da quattro soldi e manco mezzo grammo di ironia. E quelli che nello studio ci mettono l’enciclopedia Treccani ereditata e mai aperta, ma ce la mettono perché fa lusso e fa cultura. Ma metteteci una pianta piuttosto e cominciate a vedere se sapere prendervi cura di lei, ovviamente senza senza fare diagnosi di mutismo selettivo e raccontarle che sicuramente è verde perché è verde di rabbia irrisolta. Odio quelli che nello studio invece ci mettono tutti i pezzi di carta che hanno collezionato negli anni, religiosamente inquadrettati  e rendono la parte così gonfia e pesante che sembra il catalogo punti Conad quando è fine stagione e il cassiere ti da il via libera per arraffare il set di pentole e coltelli. Ma porca puttana, si tratta pur sempre di una stanza, l’obiettivo è quello di arredarla e farla sentire accogliente. Siete come quelle famiglie che in salone tengono solo l’argenteria, tutto da mostrare e niente da raccontare.

Le persone che vi danno da lavorare non sono pazienti, sono degli eroi. Io li chiamo sempre eroi perché considero eroico alzare il culo dalla sedia e alzare il culo dai propri problemi, attraversare una città, trovare parcheggio, spendere dei soldi, tutto per risolvere problemi che alla fine tengono pure compagnia e non è mica facile dire addio. Eroe è chi fa tutto questo sapendo che dovrà parlare di cose che fanno male, davanti ad uno sconosciuto, in un ambiente chiuso, dove tutto pesa doppio e lo fa sapendo che molto probabilmente gli verrà voglia di piangere. I pazienti a volte potremmo essere noi, perché la pazienza è una virtù che serve quando tu vedi una soluzione ma il tuo eroe non è ancora pronto a scambiare un antico dolore con una nuovo capitolo tutto da scrivere.

Se avessi voglia di regalare a me stessa più tempo per odiare e meno per amare e fumare sigarette, allora credo che vi odierei di più ma lì fuori c’è un sole che scalda e io voglio imparare da lui che cosa vuol dire sentirsi tiepidi dentro, quindi oggi non ho più tempo per i vostri modi agghiaccianti.

Olimpia Parboni Arquati

L’insostenibile pesantezza dei vostri selfie

Primi piani di pizze mezze mangiate, primi piani di tette completamente strizzate, panoramiche mal tagliate comprensive di alone di dito fronte obiettivo, carrellate del vostro animale domestico stile shooting di Kate Moss, cataloghi da arredamento d’interni su come procede l’agghindamento della vostra nuova cucina a gas e ognuno di voi aggiunga mentalmente a questa lista ciò che di più inutile e invadente vi capiti davanti durante i vostri virtual tour nei social network, tanto la mia domanda sarà sempre la stessa: ma che cazzo state a fa?

Dico sul serio, ma non sentite quel sottile sapore della vergogna ogni volta che esagerate con l’esposizione world wide dei cazzi vostri? O almeno, avete presente quei momenti in cui vi capita di sentirvi in imbarazzo per qualcosa che qualcun altro sta facendo? Io dico che ce l’avete presente tutti ma che quando ognuno pensa a se stesso trova scuse incontrovertibili sul perché abbia dovuto condividere una fetta di banale intimità sulla pubblica piazza. Ma le scuse non bastano, qui c’è bisogno di un richiamo all’eleganza. C’è chi esagera per quantità e chi esagera per vanità, comunque sia state esagerando.

Avete presente quella tizia che ha fatto i soldoni facendosi fotografare dal proprio fidanzato boccalone mentre gira il mondo? Dai quella inquadrata da dietro che lui gli tiene la manina. Ok, un’amica tempo fa mi espresse la profonda invidia che provava verso costei, sta fica, sta stronza, roba così. Allora io andai a cercare che facce avevano mai questi due che di lei si vedeva solo il capello lungo e biondo, di lui il braccetto peloso ma saldo. E insomma i due sono tipi normalissimi o addirittura bruttini. La mia sensazione fu simile a quando scoprii le facce di quelli di Mai Dire Gol, il signor Carlo pare mi zio e io mi aspettavo Superman, la verità toglie sempre qualche grammo alla magia. E sì, girano il mondo insieme e pare che facciano solo quello. Alzarsi, andare in Thailandia e scattare foto invidiabili della schiena di lei. Ma nessuno ci pensa che quella roba che vediamo è soltanto un quadratino di verità, non è il puzzle intero.

Ok, lo ammetto, una quantità X di selfie me li so sparati pure io. In effetti lo facevo già quando c’erano ancora i rullini e allungavi il braccio sperando di riuscire a beccare sul serio la tua faccia. Però una cosa era profondamente diversa e non parlo dello sviluppo dal fotografo straight from the 90’s, ma del fatto che prima nelle foto che ti scattavi da solo ridevi sempre, perché era una cosa da imbecilli e quindi il sorriso da imbecille era né più né meno di quello che dovevi fare. Adesso invece no.

Adesso c’è una serietà imbarazzante in queste facce da papera che non riescono a fare a meno di inquadrare anche il cesso sullo sfondo e nei tizi che se ne sparano duecento tutte le volte che vanno in palestra. A proposito di quest’ultimo gruppo, io una volta ci sono uscita con un selfiepalestrato e, regà, ve giuro, almeno una volta al giorno ricevevo una foto in canotta. Senza didascalia, senza un accompagnamento musicale che so, un commento qualunque sul meteo, niente. Solo un book di fotografie in canotta ed espressioni zoolanderesche. E io, che in fondo sono una frescona, provavo a rispondere con cose ironiche tipo il selfie davanti alle gocciole in offerta, ma va da sé che nei meandri del circolo canottiere, l’ironia non è un membro ben accetto. E però fatevela una cazzo di risata, ma mamma non ve l’ha mai detto quanto siete belli quando sorridete?

Nella mia fresconità ogni tanto penso di voler fare un profilo instagram con i selfie tagliati invece che con quello che casualmente si ottiene al duecentesimo scatto. Senza ritocchi, senza filtri ma anche senza scrivere #nofilter eh, solo le scene tagliate. Quelle che avete pure voi sui vostri telefonini. Sì, anche tu, non sgranare gli occhi di scettica sorpresa. Anche tu hai una sfilza di quadratini in cui somigli a Slimer dei Ghostbuster, col doppiomento da cattiva inquadratura e il colorito verdognolo. Poi ci rifletto e penso che la concorrenza di donne papera mi straccerebbe in pochi istanti. Va bene signore, per adesso avete vinto voi, non parteciperò alla pubblica piazza con la mia faccia da buffona. Vi lascio tutto lo spazio per le vostre serissime pose, non vi dico che a volte sembra più l’espressione di una persona che soffre di stitichezza, non vi chiederò dove diavolo ci andate truccate così tanto alle 9 di mattina, non vi chiederò dove nascondete il tutone grigio che ha fatto i pallini di cotone e che tutte le persone che conosco possiedono in qualche angolo dell’armadio, ma sopratutto, non vi chiederò di smettere.

Però vi vorrei chiedere di riflettere e pensare si sia necessaria quest’abbondanza. Voi non ci pensate ma facendo così diventate mainstream e il mainstream non è la moda, è solo la media della normalità. E voi, volete essere normali oppure volete essere eccezionali? Non vi andrebbe per caso di farvi desiderare dal pubblico e che tutti si chiedano Oh ma chissà che avventure sta vivendo mai in questo momento? Guardate che è molto fico non abusare di se stessi, lasciare un alone di mistero e far pensare che magari anche voi siate partiti per chissà dove a fare chissà che cosa, invece di regalarci quotidiani quadratini di foto scattate male in cui forse siete pure venuti bene, ma il rotolo di carta igienica, i peluches sullo sfondo e l’eterno ritorno dell’uguale tolgono un sacco di poesia alla vostra bellezza. 

A quanta gente dovete piacere prima di piacere a voi stessi? Quanti pollici, quanti ve ne servono per ricordarci che non è bello ciò che piace ma è bello ciò che stupisce, come le onde quando stai sul bagnasciuga, che sembrano tutte uguali e invece non lo sono perché ti fanno sorridere il cuore senza fare nessuno sforzo, ed è per questo che le guarderesti per ore ed ore.

Olimpia Parboni Arquati

Attacchi di panico o vita di merda?

La sveglia suona e tu non sei manco sicuro di esserti addormentato sul serio. Ti alzi con la stessa grinta di un ciccione agli ultimi metri di una maratona.
La macchinetta del caffè è sepolta sotto sette strati di ruvidezza e piatti sporchi che non hai ancora lavato perché di lavori non ne fai uno, ma tre o, contando i fine settimana, pure quattro.

I soldi sono comunque pochi e quindi quella storia di mettere lo scaldabagno a gas è un capitolo di un futuro non scritto, allora a metà doccia l’acqua diventa tiepida e a fine balsamo la brutta copia della pubblcità brrr brancamenta. Esci di casa in ritardo perché l’unica verità è che non hai nessuna fretta di correre a sederti per fare il tuo lavoro numero 2, sottopagato e avvilente. Il traffico si mangia l’ultima fetta di buonumore residuale perché lì fuori è pieno di gente come te che corre verso una fetta di pane secco mentre sogna le aragoste.

Dopo due km di spossatezza e bestemmie lo senti che arriva, ti pompa dentro come una cassa a 4/4. Sudarella, cuore in gola, tremori q.b. e quella maledetta paura di impazzire morendo, di morire impazzendo, di svalvolare come un hooligan nudo in mezzo a uno stadio pieno senza poter scappare. Taaac, è fatta. Ti pietrifichi come se la medusa t’avesse appena guardato dritto nell’anima e rimani lì inchiodato al sedile, i clacson ti risuonano nel cervello tipo derby della capitale e tu decidi che tutto sommato se arrivasse ET e ti portasse via su una navicella forse forse riusciresti pure a ricominciare. Invece ti arrendi all’inarrestabile condanna, come se ti fossi beccato un’epatite, come se non potessi farci proprio niente se non soccombere inginocchiato e sempre fedele al dio PANICO.

Secondo le mirabolanti statistiche, quelle che io considero false verità, rassicuranti perché mascherate da linguaggio matematico, un essere umano occidentale su tre oggi soffre di so called attacchi di panico. Nemmeno la peste bubbonica, la SARS,  l’AIDS e il colera tutti insieme hanno mai mietuto tante vittime. Ma può mai essere davvero così che stanno le cose?

Ogni volta che devo fare un esame all’università e non ho studiato, mi vengono gli attacchi di panico.

Ogni volta che devo vedere quello che mi piace ma che mi caga poco, mi vengono gli attacchi di panico.

Ogni volta che vado al supermercato e c’è una fila che pare il casello della A1 a ferragosto, mi vengono gli attacchi di panico.

Ogni volta che vado a ballare in mezzo a mille persone tutto fatto, in uno spazio chiuso e senza ossigeno, mi vengono gli attacchi di panico.

Ogni volta che, come un pecorone, decido di andare al centro commerciale la domenica pomeriggio, mi vengono gli attacchi di panico.

In generale, ogni volta che devo fare una cosa orribilmente pesante per la salute della mia testa e del mio fisico, mi vengono gli attacchi di panico.

Grazie al cazzo mon ami, come dicono a la Sorbonne, grazie al cazzo che ti senti così.

Ma tu lo sai che gli animali, quando si trovano davanti a un pericolo, possono fare solo due cose? Attaccare e sperare di sopravvivere, oppure paralizzarsi come fa il mio cane quando lo ciocco che vuole salire sul letto e pensa che se rimane immobile allora diventa anche invisibile. E noi, scimmioni nudi che non siamo altro, per quale motivo al mondo dovremmo avere una modalità più fine ed evoluta quando tutto ciò che abbiamo intorno delinea a chiari tratti l’autoritratto della perfetta vita di merda?

E però la verità è che quello scoppio di fronte alla tremendissima vida loca in qualche modo ti salva anche il culo. Ti protegge dall’ipertensione, dalla possibilità di un colpo al cuore, dal rischio di trombosi e in qualche misterioso modo magari pure dalla cellulite o dalla caduta dei capelli.

Quando una cosa funziona un pochino noi ci prendiamo tutto il braccio. E allora giù ad attacchi di panico per fuggire da tutto il peso della vita e dalle responsabilità. Perché errare è casuale, perseverare è umano.

Un attacco di panico può diventare la scusa perfetta per non fare proprio più un cazzo. Non vado a lavorare perché oh mio dio se poi succede? Non mi infilo in discussioni ad alta tensione emotiva o intellettuale perché oh mio dio se poi succede? Non esco più perché là fuori il mondo è roulette russa e da un momento all’altro mi toccherà avere a che fare con le ferite che necessariamente mi capiteranno. Perché sì, la vita è na battaglia, tanto vale perdere la guerra rinunciando a combattere o limitandomi a fare una passeggiatina giusto prima del coprifuoco, affrontando solo le situazioni in cui sono sicuro che non potrà capitarmi mai niente, con le spalle coperte e il culo parato.

E allora, mon ami che adesso mi odierai perché pensi che io ma che ne so, che nessuno lo può capire, ti chiedo scusa per essere stata così brutale ma qualcuno doveva pur dirtelo che la paura degli attacchi di panico è niente se la paragoni a quella di rimboccarsi le maniche fino alle orecchie e farsi un gran culo per costruire intorno a te un vago dipinto impressionista di qualcosa che somiglia alla felicità. E qualcuno doveva pur dirtelo che ogni volta che rinunci alla vita alimenti la paura di vivere, perché i mostri nel cassetto possono diventare enormi se non ti decidi mai ad aprirlo e sistemarli come si fa col cambio stagione.

Quindi, mon panic’s ami, domattina indossa il tuo vestito migliore e prometti a te stesso che non userai le tue paure come scudo per le responsabilità e comincerai a colorare la tua vita di merda con pennellate di coraggio, come arcobaleni timidi dopo anni di tempeste.

Olimpia Parboni Arquati

Manifesto

Questo è il posto dove parlerò di psicologia

Questo è il posto dove parlerò di psicologia secondo me

Questo è il posto dove parlerò delle cose che riguardano le persone

Cosa NON troverai qui dentro:

Non troverai manuali rapidi per capire quanto sei matto

Non troverai consigli magici per essere più felice

Non troverai un muro del pianto per lamentarti in compagnia

Non troverai tante altre cose che pensavi di sapere per sentito dire

Tu, qui, non troverai la chiave

Non troverai te stesso

Ma se saprò raccontartela bene

potrebbe darsi che ti venga voglia di cambiare casa

invece di sbattere la testa sempre contro la stessa porta

E ci saranno invece

Storie

Tante storie

Tanti esempi

Riflessioni

Riflessioni polemiche

Polemiche e basta

Falsi miti

Dialetto

Parolacce

Qualche verità

tantissime ironie

Ma soprattutto ci sarà la psicologia

Che di logico ha solo il nome

E per questo è ora di parlarne con parole comprensibili

Con le parole che useresti anche tu se fossi me.

Olimpia Parboni Arquati

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