Confessioni di una psicologa senza filtro

di Olimpia Parboni Arquati

La presa a male

Uno dei miei capricci è quello di poter rispondere che sto di merda quando sto di merda e qualcuno mi chiede come sto.
L’etichetta vuole che se inciampi per la strada, con rapido scatto felino e nonchalance a pacchi, tu ti rialzi, ti sistemi il ciuffo come Sgarbi, ti spolveri il brecciolino dalle ginocchia e acciaccato ma sorridente ti rimetta a camminare con il mento alto verso il sole e lo sguardo all’orizzonte. Ma la verità è che a volte prendi certi pali che ti fanno passare pure la voglia di pettinarti e che se solo si azzarda a smettere di piovere sigilli tutte le tende. Perché la presa a male, quando arriva, arriva forte e scura, e quel panettone Motta ti sembra che te l’abbiano tirato in faccia con tutta la scatola.

Sono quei capitoli delle nostre storie in cui veniamo avvolti da un senso di malessere che non somiglia ai soliti rodimenti della domenica. Quando per esempio ti si rompe lo sciacquone del bagno e passi tutto il pomeriggio a strizzare il pavimento senza risolvere il problema. No, io ti sto parlando di quei capitoli in cui ogni parola sembra una salitona in bici. Quelli in cui lo sciacquone ti si rompe, ma di lunedì mattina; il problema non lo risolvi, però ne crei uno più grande usando uno dei tubi come liana; il giorno prima ti eri perso gli occhiali da vista, il giorno dopo trovi un bell’orzaiolo; hai bucato una gomma e anche il parafango sembra volerti dire qualcosa. E poi baby, questo comunque è solo lo strato che riguarda gli oggetti. La vera guerra è quella che ti tiene sveglio tutte le notti e che è fatta di un disordine molto profondo a livello di tutte le voci dell’oroscopo. Tranne un bel raffreddore, ma per fortuna i primi freddi stanno alle porte.

Durante quelle pagine trovi sempre un sacco di gente che ti dice coraggio, ti dice fatti forza che così non va bene, iscriviti a un bel corso creativo, vai a correre, vatti a fare una vacanzetta che ti vedo così giù, oppure vai da uno psicologo, no?  Ma tu non sei giù, oh no, tu ti senti che cammini bendato in un campo minato fatto di inquietudini. Ogni passo è falso e a ogni mossa c’è qualcosa che scoppia.  Non è mai davvero importante ostinarsi a trovare il motivo unico e solo di questa notte tutta nera, o comunque non è lì che sta l’uscita. Quando capisci che in una parte che pesa sul totale, sei proprio tu lo stronzo che si spara sui piedi, l’ultima cosa che vuoi è un altro stronzo a dirti che non è vero.

Secondo me la vera presa a male merita più rispetto di così. Non me la sento di liquidarla sul tapis roulant di una tamarrissima palestra o con l’acquisto forsennato di scarpe che non metterò mai. Se vengo colta dal sacro fuoco del dolore per il tempo che ho perso e dalla paura tremenda che ne continuerò a perdere, io pretendo di attraversare questa valle di sbagli conciata nel peggiore dei modi. Voglio trascurarmi così tanto da fregarmene di sembrare matta se esco in pigiama, voglio sentire tutte le canzoni più piagnone che ho e voglio scoprirne di nuove più piagnone ancora, voglio alzarmi alle 3 e trascinarmi in cucina per stappare la prima birra, voglio non rispondere a nessuna cosa che illumini il mio telefono, voglio piangere davanti alle pubblicità, voglio che ogni bomba mi faccia tutte le ferite che deve, voglio mangiare solo hamburger e patatine per un mese. Io, se sto di merda, voglio poterlo vedere ogni volta che incrocio uno specchio. Perché è quello l’unico posto in cui devo stare.

Non date mai retta a nessuno che vi dica di aver capito una cosa importante mentre era in vacanza ai Caraibi. Ma prendete per sante tutte quelle citazioni di gente per bene, quelli che dicono che dopo la tormenta stai dai dio o che la salita serve per il panorama. Non c’è un solo saggio che davanti a una presa a male non ti direbbe che ti servirà più di qualunque abbronzatura mai avuta. Niente di buono, di bello, niente che duri a lungo è mai stato pensato in un oceano di belle giornate. Invece le perle che puoi trovare nuotando nel tuo mare di merda saranno il tuo racconto migliore per i prossimi anni. 

La casa in cui ho passato l’ultimo anno dell’università aveva le pareti dipinte di blu e il giardino pieno di tartarughe. Con me c’erano Francesca e Roberto, tra le migliori teste con cui ho mai parlato la prima, enologo appassionato di Tavernello il secondo. E poi c’era il Mitico. Il Mitico soffriva pene d’amore mai viste, svegliava Francesca di notte, placcava Roberto davanti al camino e fermava me ogni volta che stavo sul punto di uscire. Ma un giorno si è alzato dal tavolo e ha detto: “Va bene ragazzi, io vado cinque minuti a piangere in camera e torno“. Abbiamo riso tutti così tanto forte che le lacrime gli sono passate. Il Mitico si merita un grazie, perché da quel giorno, i miei cinque minuti di merda, me li prendo a voce alta e senza vergogna.

Olimpia Parboni Arquati

Mi avete rotto le palle

Mi avete rotto le palle con questa storia che l’amore vi fa solo paura ma non vi fa mai veramente felici. Non volete altro ogni giorno che passa e poi quando vi capita che qualcuno vi piace invece volete scappare.
Siete ovunque e sembrate tutti dei lupi affamati. Siete le lacrime della ragazza che stamattina piangeva sul treno, siete i ricordi buttati nei cassetti per non vederli, siete la polvere che sta dietro alle porte chiuse. Ma che cosa volete dagli altri? Che cosa?

Voi volete trovare voi stessi, ecco perché mi avete rotto le palle. E se nessuno ve lo dice finisce che ve ne andate in giro tutti tranquilli e fieri di essere così insopportabili. Non siete belli, non siete dannati e non siete manco profondi. Siete pesanti come un peperone ripieno dopo il pranzo di Natale. Tutti coraggiosi, tutti in prima linea e tutti profeti del romanticismo con gli scaffali pieni di libri e le mani piene di parole. E il cuore pieno di noia.

Mi avete rotto le palle perché quella fame di gente si vede benissimo. Siete convinti che buttando sul piatto il cinismo da vecchi pirati navigati facciate un figurone per poi ritornare a struggervi sulle vostre sensibilità che nessuno potrà mai capire, ma invece no. Quello che si vede da fuori è una caricatura di qualcuno che fa la caricatura di se stesso e che suona tipo Carlo Verdone mentre dice “ravanelli, piselli, patate” con la voce nasale. Signori, l’esistenzialismo è una fase, non è mica un ergastolo, ma la volete finire? Alla terza ciocca di capelli bianchi e al decimo, carissimo, contorno occhi non è più tanto fico mettersi a fare la persona confusa, che non sa chi è, che la vita madonna la vita, le relazioni madonna le relazioni, il lavoro madonna il lavoro. Eddai che sembrate quei bambinoni troppo cresciuti che si fanno portare ancora a spasso stretti nei passeggini.

Sembrate pure mezzi matti  con questa storia che andate in paranoia quando lo spessore del dialogo supera certi limiti di spazio che invece siete i primi a invadere. Oddio la storia seria no, la mia libertà sopra ogni cosa. Ma chi vi conosce, ma chi vuole niente da voi. E il giorno dopo giù a rompere di nuovo le palle che nessuno vi capisce e che l’amore è brutto e cattivo. Ma se siete un groviglio di nebbia e di ansia ma perché qualcuno dovrebbe capirvi? Ma perché qualcuno dovrebbe amarvi se la metà delle ore in cui siete svegli vi disprezzate da soli? No sai, tu devi capire, io sono una persona complicata. Ho i miei fantasmi e ferite che tu nemmeno ti immagini. Ah sì, eh? Voi non siete complicati, portate addosso un adesivo rosso e gigante che dice FRAGILE come le scatole piene di vetro. Complicato è avere un buon rapporto con le cose semplici e scegliere le proprie libertà lasciando stare gli altri, che non sono trappole per orsi spalmate per strada, sono esattamente come sareste voi se la smetteste di rompere le palle.

Io questo consumismo sentimentale lo trovo banale, snob, prepotente ma sopratutto lo trovo troppo spesso e puzza di vecchio e di resa. Io non voglio pensare che l’amore, la parola più violentata tra tutte, somigli così tanto al gioco della sedia, tutti concentrati sul posto, nessuno sulla musica. Le persone diventano merci, l’amore un’agonia. E no, non è dolore, è proprio che palle. Forse una volta avevate pure paura di stare male ma poi ve lo siete dimenticato e avete cominciato ad avere paura di stare bene. Così siete diventati grigi, volevate fare gli avventurieri e invece eccovi qui a timbrare il cartellino del vostro cuore come un impiegato qualunque. Tentativi ed errori senza nessun criterio tranne la quantità. Signori, io da questa giostra ci scendo, mi è venuta la nausea a girare e girare senza potermi fermare a guardare niente. Voglio avere battaglie più grandi da vincere che spiegare il mondo a qualcuno e voglio avere cose più grandi di cui avere paura della paura di stare bene.

I miei vicini di casa litigano tutte le notti. Lui di solito piange, lei di solito urla. I miei vicini di casa hanno quasi 80 anni, si odiano e non si lasceranno mai. Anche loro mi hanno rotto le palle, perché ogni notte mi ricordano  quanto siamo stupidi, tutti noi che passiamo la vita a vivere di odio, sognando di morire per amore.

Olimpia Parboni Arquati 

The big ansia

La psicologia non è un paese democratico. Si parla di un territorio in cui a governare sono sempre i quattro soliti stronzi e a tutti gli altri tocca il gusto amaro delle conseguenze e pagare le tasse per esserci capitati dentro.
Se succede che ascoltiamo sempre gli stessi discorsi in giro finisce che li prendiamo per l’unica verità possibile. La moda, oh abitanti di questo mondo e non di un altro, è una presenza che incombe e non possiamo mica fare finta di esserne immuni al 100%. Perché alla fine pure quando gli vai contro ci sei comunque dentro, se odi qualcosa ci pensi lo stesso numero di minuti che se la ami, giusto?

Ecco, a noi ci è capitato l’impero dell’ansia. Una vita a pane&ansia, ragazzi miei. La parola che se la cerchi su google la definizione di wikipedia ti compare solo per seconda, al primo posto la trovi già in comunella con “Disturbo“. E questo succede alla maggior parte delle parole che prende in prestito la Psicologia dal linguaggio comune, prima la malattia della parola e poi il dizionario. Come i più polemicotti tra di voi potranno intuire, è anche così che si costruisce un linguaggio comune malato, mancante di qualcosa, che soffre. Io se estendo lo sguardo all’orizzonte, mi si prende tutta una cosa dentro la pancia e mi chiedo, ma che dovemo sta male pe’ forza?  La felicità è una passione a volte quasi noiosa, lo so, ma se solo potesse andare di moda ci sembrerebbe diversa e più fica.

Se c’è tra di voi qualcuno che non dice ansia almeno una volta al giorno, ti giuro che ti voglio conoscere il più presto possibile. Io ci provo e ci provo a non farlo, ma non ci riesco. Il fatto è che non riesco a trovare un sinonimo adatto a buona parte dei miei stati d’animo. Praticamente tutto ciò che devo fare e che in qualche modo non mi va per niente di fare mi sembra che mi faccia venire l’ansia. E tutto il mondo che sta intorno a me mi parla di ansia. Se ne parla così tanto che alla fine ci spaliamo badilate di sarcasmo addosso, sulle nostre ansie che hanno l’ansia pure loro. Ci fanno le magliette stampate, ci sia accusa di provocarci ansia l’un l’altro praticamente ogni volta che  c’è un punto interrogativo alla fine.

Ed è solo una parola, una sola parola che prende il posto a mille parole. Se l’ansia fosse veramente un tiranno, uno di quelli in carne e ossa, ma che non vi ribellereste in qualche modo? Non vi verrebbe la voglia di dire basta e rovesciare questa prepotenza che vi consuma? 

Siccome il confine tra quello che è normale e quello che invece è pazzo, fuori dal solito, fuori come un balcone, è quasi sempre una questione di quantità invece che di qualità, anche per la grande regina ape ansia vale lo stesso. Se io ogni tanto sono così triste che chiedo a me stessa se poi questa vita avrà mai tanto senso, non solo va bene, va benissimo. Tutto quello che sta nei manuali di psi, è un nostro diritto averlo ogni tanto. Così come è un diritto magnasse na fritturina de calamari ogni tanto, bere troppo ogni tanto, sbagliare alla grande ogni tanto, piangere etcetcetc, ma ogni tanto. Ma se c’è qualcosa che invece dovremmo e forse dobbiamo fare, è quello che mi ha detto una volta uno che scrive bene, non ti innamorare delle parole, se vuoi farlo bene l’importante è che togli, invece di mettere e mettere e basta. Allora non ne abusiamo, che poi prende ma perde di significato e la realtà diventa tutta solo un enorme casino.

Signora ansia amica fedele di mille momenti, io ti volevo chiedere scusa a nome di tutti quanti per essercene approfittati. Ci siamo dimenticati che tu sei una delle energie più importanti che ci permette di fare le cose. Sei quella che quando eravamo tutti scimmioni ci hai salvato dai pericoli dei fulmini e da… boh vabbè un sacco di cose feroci. Sei quella sensazione di caldo nello stomaco che ci viene quando qualcuno ci piace, sei l’attesa della mattina del natale di un bambino, sei  la torta in forno che ancora non è pronta. Sei il mio specchio quando penso di non essere all’altezza e il tuo ricordo rende più grande la soddisfazione quando ce la faccio. Ansia, io ti voglio bene perché tu sei la paura che mi aiuta a diventare chi non vorrei mai essere e sei quella che mi fa svegliare quando svengo sul divano senza mettere la sveglia. 

Ma vogliamo farti una promessa, una di quelle da esseri umani però, quindi oggi prometto, domani chissà ma lo spero.

Durante i prossimi 7 giorni ci divertiremo a trovare altri nomi per te. Ogni volta che ci sta per scappare ci fermeremo un attimo e giocheremo a trovare un’alternativa. Esempio, devo andare dal dentista e non mi va per niente, che paura che ho! Le vacanze sono finite e devo tornare a lavorare, che dispiacere che ho! Devo correre a prendere un treno e sono in ritardo, che agitazione che ho! Vale tutto tranne il tuo nome, quindi vanno bene anche: che palle, che coglioni (per i più vivaci), che noia, che noia incurabile (per gli esistenzialisti) e via sclerando.

Proveremo allora a fare questo esperimento con le parole per vedere se per caso non finissimo per sentirci meno preoccupati e più occupati di quello che facciamo di solito durante le nostre giornate. Tu però dicci, oh grandissima, che non te ne approfitterai se ti sentirai trascurata, facendoci scambiare tutto quello che ci muove qualcosa dentro che non è proprio bellissimo e facilissimo per sintomi di te. 

Tuoi per sempre,

ma in una relazione aperta.

Ogni tanto mi fermo davvero a guardare l’orizzonte e spesso trovo il muro di un palazzo. Non tutti i giorni mi va di superare quel muro e dirmi che tutto in fondo va bene e quel muro finisce per essere l’unica cosa che vedo. La verità è che per cambiare le cose ci tocca sempre fare le scale e che a volte ti rimandano pure indietro e poi ancora e ancora. D’accordo, che ansia. Un’ansia e un’angoscia pazzesca vedere quante cose per niente, quanto tutto per così poche cose.

La vita è davvero una cosa da pazzi, ma non provare a scendere prima di esserti regalato un orizzonte più grande e più bello, quello che trovi solo all’ultimo piano, anche solo per non rimanere con l’ansia di non sapere come sarebbe andata se davanti a quel muro non ti fossi arreso.

Olimpia Parboni Arquati

Questa cazzo di nostalgia degli anni ’90

Buona parte della mia infanzia l’ho passata seduta dietro in macchina, a guardare fuori dal finestrino, immaginando futuri possibili. Gli anni ’90 erano appena iniziati e la musica suonava diversa, suonava sempre.
Il mondo era pieno di lycra e di colori senza vergogna, le donne portavano le magliette corte, invece la vita che mi vedevo davanti sembrava lunghissima. Ancora oggi, quando guido alzo il volume e lascio i sogni appoggiati sui chilometri.

Chi ti dice che sono quelli intorno ai trent’anni che si vogliono sistemare ti sta dicendo una cazzata. I migliori sogni romantici sono quelli che si fanno i bambini. Loro hanno una capacità seriale di costruire progetti per un domani che non fa acqua da nessuna parte. Non ne troverai uno che sia uno a raccontarti di amori al condizionale, storie che vivono solo a mezzanotte e scopa-amici della domenica. I bambini ci danno giù duro con l’indicativo, io sono e io sarò, io ho e io avrò. I bambini credono davvero che un giorno faranno gli astronauti.

Io invece volevo avere un megafono per dire le cose a volume altissimo e parlare di notte in una radio pirata. A 7 anni mi ero già innamorata 3 volte di cui una all’asilo. Più degli altri quel bambino che a carnevale la maschera non se la metteva ma veniva con delle felpette improbabili dell’Ape Maya. Siccome non sapevo mai scegliere indossavo tutto insieme il tutù, i capelli da fata turchina e il basco francese sopra la parrucca. Nella mia testa saremmo stati perfetti e io gli avrei regalato il cappello.

Da qualche parte nel mondo esiste ancora una piccola scrivania bianca con uno sportello di lato e una farfalla disegnata. Lì dietro c’era scritto “I lov Robberto” con il pennarello rosso. Indelebile non credo, ma certe cose non le cancelli. Certi sogni non li cancelli.

Noi dovevamo essere quelli che avrebbero avuto tutto perché gli anni ’80 ce lo avevano promesso. Le nostre mamme avevano le spalle larghe di spalline di spugna e non si vergognavano dei capelli cotonati né degli gli ombretti blu. Niente sembrava impedirci di saltare su qualche navicella spaziale ed esplorare l’infinito. Secondo me quel desiderio non si è mai veramente spento. Non ci importa se alla fine poi non abbiamo avuto nulla e siamo condannati a vivere un’adolescenza che tira fino alla terza età. A noi ce l’avevano promesso e se fa male vedere che non sarà mai così fa comunque più male escluderlo totalmente.

Ci piacciono le cose che non esistono più perché potrebbero sempre esistere ancora, ci facciamo il bagno nei ricordi degli oggetti chiusi nelle scatole delle soffitte. Tutti quei giochi che profumavano di fragola e plastica, i gelati dell’Algida fuori produzione, i cartoni animati estinti. Ci vestiamo come allora, bambini grandi con le Superga senza calzini, Alice che canta Per Elisa ancora una volta e siamo condannati a vivere il presente un giorno per volta. Il numero di volte in cui nominiamo il vintage supera quello in cui un accendino fa la sua fiamma.

Siamo una generazione confusa, senza soldi da parte e con meno OGM addosso. Forse siamo stati gli ultimi a giocare con i fili d’erba nei parchetti e a dover tornare a casa per forza in orario perché i walkie talkie non avevano sto gran raggio di azione.

Ma noi moriremo giovani, noi non finiremo mai veramente di crescere fino in fondo prima di cominciare ad invecchiare. Abbiamo ancora troppi chilometri da percorrere e troppi sogni da sparpagliare. Noi siamo rimasti lì ed è per questo che la maledetta nostalgia ritorna e ritorna. Perché non si tratta di come avremmo dovuto essere ma di come ancora possiamo diventare e non c’è desiderio più vivo e più forte di uno che non si è mai esaudito.

Siamo così attaccati a certe immagini che siamo riusciti a riportare a galla persino quelle cazzo di zeppe tutte pare che ricordano le scarpe ortopediche di Frankenstein. Che ci serva da balorda misura del non voler mollare il passato nemmeno di un centimetro.

Forse ci passerà davvero tutto davanti come i miei paesaggi dal finestrino. Forse non riusciremo ad afferrare niente ma forse non è importante e forse non ci farà paura. Noi saremo quelli che le hanno pensate tutte e ne hanno cominciata mezza, noi siamo già mentre aspettiamo di diventare ancora. E allora prendiamocela sta maledetta nostalgia, facciamoci il bagno con gli occhi chiusi nuotando in mezzo a tutti i nostri forse.

La parte secchiona e occhialuta di me vi voleva anche dire che le parole so sempre importanti, ma so importanti pure le etimologie e a me, il greco che ho studiato a scuola mi è diventato negli anni un amico del cuore. Adesso non mi storcete i nasetti dicendo che non serve a una beata minchia. Serve, serve. Nostalgia vuole dire dolore del ritornare, vuole dire che ogni volta che alla radio parte Bello e impossibile di Gianna Nannini, lì fuori c’è sempre qualcuno che la canta e ripensa a ieri, dove qualcosa è dolce e qualcosa fa male e io:

Non conosco la ragione che mi spiegherà
perché non voglio più salvarmi dalla libertà
è una forza che mi chiama sotto la città
e se il cuore batte forte non si fermerà.

Non è vero che le favole non esistono o che ce le hanno raccontate male, è vero che noi ci ricordiamo sempre e solo l’ultima frase del felici e contenti per sempre. Invece ci dimentichiamo di tutto l’intreccio e i casini incommensurabili che vivono i protagonisti. Noi possiamo fare ancora davvero tutto perché la fine non è l’intreccio, quello che ci avevano promesso ci sta aspettando, nello stesso identico modo in cui lo immaginavamo tanti anni fa.

Forse non siamo mai cresciuti, ma ripensando agli anni ’90 posso dire che almeno siamo diventati tutti più alti e allora qualche centimetro di scarto per avvicinarci al cielo, lì dove ci immaginavamo di stare un giorno come eroi delle stelle, non si può dire che non l’abbiamo coperto.

Olimpia Parboni Arquati

Come perdere la dignità in una sera soltanto

Questa qui va a tutte le signore lì fuori. Esatto donne, questo tavolo è riservato.

Non mi prendete per femminista, gli uomini sono fantastici e possiedono quella cosa che io reputo squisita tra tutte le cose: il dono della sintesi. Ah, buon dio, il dono della sintesi, questo straniero nella terra delle tette.

Però rimane il fatto che il piatto del giorno è una specialità che nei salotti delle femmine va fortissimo. Si tratta di quel talento naturale, poi affinato durante gli anni e le storie finite al cesso, di prendere la nostra dignità, metterla sotto la suola delle scarpe e ballarci sopra il tip tap fino all’ultima nota. La scena si svolge di solito durante le ore serali preferibilmente notturne, in quella che dal mondo con la barba viene definita LA SCENA DA MATTA.

Forza, lo so che ci siete quasi. Qualcuna di voi starà abbassando le spallucce piano piano come a voler nascondersi. Tartarughine, su, tranquille, E’ SUCCESSO A TUTTE.

E tutte, come te, pensavano di avere la situazione perfettamente sotto controllo dicendo a gran voce all’amica del cuore “Ah, mo’ me sente sto stronzo, je faccio vede’ io”. Poi succede che si apre quella io credo essere un qualche tipo di congiunzione astrale speciale che ci fa esplodere. Ed è così che si apre il sipario su La grande figura di merda che stiamo per fare.

Da questo momento in poi la discesa all’inferno è una cosa piuttosto veloce, come quello scivolo dell’aquafan che si chiama kamikaze, ad angolo retto contro il vuoto senza capirci un cazzo. In un nanosecondo passiamo dall’essere la copia pompata di Soldato Jane all’agnello ferito in punto di non ritorno. La maggior parte di noi preferiscono il telefono, anche se devo dire che la versione dal vivo rimane la più completa.

Le più allenate so che stanno facendo sì con la testa, le principianti ancora brancolano un pochino e quindi sarò più chiara. Sto parlando di quelle situazioni terribili in cui ci attacchiamo a el hombre come un maledettissimo koala impazzito si attaccherebbe all’ultimo albero di eucalipto rimasto su questa terra. Co’ le unghie e coi denti senza mollare mai. Lui non ci risponde al telefono? Ma li mortacci tua chissà che stai a fa, mo’ te chiamo finché non si scarica tutto. 20 minuti dopo fanno 20 chiamate perse e così via. Oppure lui ci dice di no e ci attacca il telefono in faccia (Oh, è brutto, lo so, però) e quindi ancora mortacci tua etc. Oppure ancora, in generale, ci ostiniamo manco fossimo Napoleone Bonaparte a Waterloo, a portarci a casa sta partita. Più cerchiamo di uscire dalla situazione e più sprofondiamo, come nelle sabbie mobili. Decidiamo che vogliamo mandare l’ultimo messaggio, quello definitivo, quello da principe del foro che lascia tutti stesi. Lo facciamo. Poi ci viene in mente qualcos’altro e allora con una scusa ridicola ne mandiamo un altro, altrettanto definitivo e glorioso e per cinque minuti stiamo ferme. Poi però non ci arriva nessuna risposta, oddio, l’ha letto, che stronzo, e non mi dice niente? Cioè io non significo niente per lui nemmeno come persona?! A questo punto, saggezza obbliga che ci si dovrebbe fermare, ma noi siamo inarrestabili e ce ne freghiamo della saggezza. Quindi prendiamo di nuovo il telefono e passiamo ancora una volta alla fase mortacci tua etc.

In questa fase si cominciano a sentire le prime avvisaglie che tutto è perduto ma può sempre peggiorare. Ho un’amica molto allenata che è specializzata negli appostamenti. Io le dico sempre che dovrebbe fare la detective, ma lei preferisce così. Le riescono benissimo le sorprese nei momenti speciali, come quest’ultima volta che si è attaccata al citofono dell’ormai ex ragazzo, alle 3 di mattina perché ad un certo punto te parte la brocca, mi ha detto.

La scena della pazza io la chiamo piuttosto la scena dell’autogol. Stiamo ancora giocando ma decidiamo di mandare tutto a puttane con una forza inarrestabile. Pensiamo di trovare finalmente il modo per farci sentire forti e chiare, di declamare i nostri diritti, di possedere il sacro fuoco della saggezza e della giustizia, invece facciamo un casino.

Ci facciamo vedere così fragilone, così lamentose, così disperate quando ci negano qualcosa. Sappiamo che se mollassimo migliorerebbe e invece non molliamo. Ci sono le boss assolute della categoria che arrivano anche alla fase della preghiera, cantilenando una serie smodata di ti prego e per favore  che mamma mia. A volte poi trovano dall’altra parte il principe che ti risponde con i favori si chiedono alla madonna. Che momenti mistici.

C’è poi un punto che rende questo piatto speciale più adatto alle signore, NOI PIANGIAMO MOLTO SPESSO. Come sinfonia di accompagnamento devo dire che dà un tocco speciale alla scena da pazza, un elemento chiave per accompagnare velocemente la dignità verso l’uscita.

Perché non riusciamo a fermarci? Perché a volte proprio non riusciamo ad essere diplomatiche e superiori e andarcene via impettite, fregandocene di avere l’ultima parola, capendo che stiamo solo perdendo tempo, facendo semplicemente quello che alla fine sappiamo benissimo essere la cosa giusta da fare, perché?

Ragazze ma che ne so, non sono Nostradamus, non sono Vanna Marchi, né la più saggia su questa terra, io sono una di voi. 

Di sicuro più di una volta, diciamo tante ma non tantissime, mi sono fatta degli autogol, di quelli che poi ti svegli e ti penti con tutta te stessa. Se l’ho mai fatto per amore? Ma certo che no, l’ho fatto perché sì, perché volevo vincere e invece ho perso di netto. Da certe esposizioni non si può mica tornare indietro, ci siamo fatte vedere per le bambine capricciose che in certi momenti sappiamo essere. Non c’è paura di tradimento, gelosia, rifiuto o ansia che tenga. Non c’è argomentazione razionale che porterete, problema che racconterete, lacrima che verserete, state per buttarvi dal kamikaze, fate un passo indietro.

Quando sentite che state per regalare quella che pensate essere la parte più sincera del vostro cuore, fate un cazzo di passo indietro e ricordatevi che invece state per fare una grandissima figura di merda. Quando la sentite che sale non vi spaventate, correte dalla vostra migliore amica con una bottiglia di vino, fate una gara a chi delle due urla più forte. Se quando la bottiglia sarà finita vorrete ancora farvi quell’autogol allora daje, chi sono io per fermarvi? Ma se resisterete una notte io vi prometto che la mattina è tutto diverso.

Lasciamo che sospettino che siamo tutte delle isteriche squilibrate e bisognose di affetto, ma lasciamo pure che credano che forse non li aspettiamo.

Olimpia Parboni Arquati

Siamo tutti terroristi

Fratello la tua guerra pesa più della tua pace. Nemmeno tutti i fiori del mondo fermerebbero uno sparo. Non c’è preghiera e non c’è canzone che faccia più rumore delle urla.

Invocare la pace e generare la guerra nelle cose piccole di ogni giorno è un difetto che non lascia innocenti, quindi non ti ci sentire. Io ho le mani sporche, guardati le tue e dimmi cosa vedi. Siamo tutti criminali, siamo tutti terroristi, siamo tutti pieni d’odio.

È quel tizio nel furgone che al semaforo mi ha augurato di morire perché non avevo visto il verde. Le vene della sua fronte gonfie, il viso rosso pronto a esplodere per un secondo di ritardo nella tabella della sua impazienza. È la signora che alle poste alza le mani e mi ripete che lei non c’entra niente, è un errore del sistema, lei sta solo lavorando, nessuno è responsabile ma tutti sono stronzi. È il cassiere indispettito che alza gli occhi al cielo e sbuffa mentre una vecchia esplora il portafoglio alla ricerca delle monete che non distingue più. È quel poveraccio che due settimane fa ha rubato la borsa a mia madre al cimitero, mentre lei spolverava gli angioletti di ceramica sotto la tomba di mia nonna.

È chi ti chiama per un colloquio e pretende che tu abbia esperienza ma allo stesso tempo anche una laurea appena presa perché sono i giovani a servirci e ti guarda con disprezzo  senza ricordarsi che i suoi figli hanno anche loro la tua età. È chi dice di amarti e il giorno dopo dice che l’hai sognato solo tu.

È la burocrazia che ci mette faccia al muro, parla lingue inaccessibili e ci condanna al labirinto. E’ quello che ti urta mentre cammini e ti guarda pure male. È chi non ti vuole ascoltare quando hai tutto da spiegare. È il carabiniere che non ha avuto pazienza con lo straniero che si era perso i documenti e gli ha dato del rincoglionito, senza capire che l’altro parlava 3 lingue e lui manco il dialetto. È il coattone che ti sbrocca perché si è messo in doppia fila e tu hai suonato, è l’ingenuo che ti parla di questioni di rispetto mentre ti pesta un piede di nascosto.

Sei tu, sei anche tu che vuoi la pace e la carne non la mangi, ma ti alimenti di critiche cretine contro chi si mangia le bistecche. Tu che fino ieri giocavi a fare il punkabbestia con i soldi di papà, vai in giro a dire che la colpa non è il lunedì ma è il capitalismo e che non si può mica passare la vita a lavorare, sebbene tu non l’abbia mai fatto. Tu che indebiti te stessa per comprarti una borsetta che vale come un trapianto, ti vuoi sentire originale, ma li vedi quanti cloni? Sei tu che canti Imagine di John Lennon ma disprezzi la cicciona che ti passa accanto perché è brutta e malvestita. Tu che non lasci andare il tuo passato e campi di rancori e di vendette e bilanci i torti e le ragioni senza perdonare mai.

Siamo noi quando diamo del terrone, del negro, del cinese a qualcun altro. Quelli che gli stranieri ci rubano il lavoro e poi siamo i primi a cercarli perché chiedono meno soldi. Siamo noi quando schifiamo una cosa da mangiare che non abbiamo mai assaggiato, noi che schifiamo un artista senza averlo mai ascoltato. Noi che schifiamo noi stessi senza esserci mai guardati dentro, come una condanna, come un destino e non come la scelta di essere stronzi giorno dopo giorno. Noi che non abbiamo pazienza con i tempi degli altri, che pretendiamo complete verità e offriamo solo mezze cazzate.

Sono io, davvero sono io, quando ho rubato il parcheggio a una signora e le ho detto con arroganza “Beh vabbè, oggi a me, domani forse a lei”, quando a 5 anni ho spinto un bambino contro una porta perché non rideva mai e le sue braccia conserte non le sopportavo, quando ho attaccato per non saper difendermi, quando ho parlato troppo per non sapere cosa dire. Io, io da sola tutte le volte che penso di avere così ragione che non passa uno manco spillo di quello che dici tu; quando non ascolto nemmeno e voglio già risponderti.

Ogni volta che facciamo il male e non lasciamo spazio, ogni volta che siamo incoerenti e lottiamo solo per noi stessi pensando che il mondo lì fuori sia il nemico da combattere, ogni volta che non ce ne frega un cazzo. Ecco, tutte quelle volte in cui non sosteniamo nessun accordo e non sacrifichiamo niente noi stiamo facendo la violenza e stiamo creando la paura. Premeditiamo attacchi, sabotiamo la felicità, bombardiamo l’erba del vicino, facciamo esplodere le guerre.

Ebbene sì, facciamola finita con questi inni di pace senza contenuto, vaga speranza che possa cadere dall’alto e rimettere tutti i pezzi dove stavano prima. La guerra, la guerra fratello è un mondo molto più semplice di quello della pace. Quando siamo in lotta siamo integri, non perdiamo un cazzo di niente di noi stessi, non facciamo compromessi e non torniamo indietro. In generale nella guerra si sta meglio perché noi siamo noi stessi e il problema sono gli altri.

La pace non può mai essere un punto di partenza, può essere un accordo, un obiettivo, una cima ma una di quelle difficili da scalare. Per fare pace noi dobbiamo avere pazienza, chiedere scusa senza dire subito però, dobbiamo fare silenzio e lasciare l’altro libero di essere in quel modo che probabilmente non ci piace. Non è tanto facile, non è vabbè ma che ci vuole ad andare tutti d’accordo. Ma se non vai d’accordo nemmeno con te stesso, perché pensi che fuori sia diverso?

Finché cercheremo solo colpevoli e avremo paura della responsabilità allora ogni giorno ci saranno morti. Uccisi a botte di maleducazione, prepotenza e vigliaccheria. Fratello, ma tu credi che certe ferite non ci siano solamente perché non le vedi?

Non riempiamoci la bocca di cose solo facili e mai nemmeno semplici, di sogni superficiali in cui tutto quanto è rosa. Riconosciamo questo nero, quello che ci perseguita ogni giorno e facciamo una faticosa pace intanto con le faide che ci abitano i territori dell’anima, quella che riguarda tutto il resto del mondo non è colpa nostra ma può essere responsabilità di tutti.

Restare umani vuol dire accettare tutta la merda che sappiamo generare e non porgere guance per farsi prendere a schiaffi, nemmeno fare finta che siamo tutti San Francesco, al di sopra del bene e del male. Ci stiamo praticamente al centro di quello spazio sottile tra lo giusto e lo sbagliato, è stupido elevarsi se non conosci la terra in cui cammini.

Chi sogna di salvare una vita forse salverà anche il mondo intero ma chi fotte il vicino e predica la pace per i popoli lontani, fotte se stesso ogni giorno insieme a tutto l’universo.

Olimpia Parboni Arquati

I veri duri non vanno in vacanza

Questi sono i giorni dell’eterno sudore, questi sono i giorni in cui la notte la passi fifty fifty tra grattarti i polpacci dai pizzichi delle zanzare e girovagare like a cotoletta tra le lenzuola.
Sono i giorni in cui il basilico sta alla grande ma tu ti senti appassito come un’uvetta. Perché questi, ladies & gentlemen, sono sopratutto i giorni del domandone.

Dal parruchiere, al mercato o in ufficio, tutti che a un certo punto tirano sempre fuori dalla tasca lui, il domandone. E così come se fosse un arrivederci ti fissano e ti chiedono: Allora dov’è che te ne vai in vacanza?

A questo punto le cose sono due:

1- La sai. Se la sai senti subito che ti sale come un tiepidino nella pancia, come quando ti beccano preparatissimo e ti viene subito un’aria un po’ sorniona tipo il gatto Garfield. Sorridi con self confidence e parti dritto col siluro. Il contenuto della narrazione a questo punto diventa molto ma molto vario, eppure non è difficile ritrovare certi modelli di vacanziere doc.

Quello che invidio di più è senz’altro il vacanziere iperorganizzato, in pratica il più secchione di tutti. Questa creatura mitica è sempre sull’orlo di una partenza incredibile e di solito piuttosto lunga. Laos&Cambogia, Islanda&Tutti-i-ghiacciai, Isole-piccolissime-sperdute&ancora isole-piccolissime-sperdute. Il vacanziere avventuroso riesce ad organizzare le vacanze così bene che alla fine ci rimane sotto a sta storia delle vacanze. Da settembre a giugno dell’anno dopo giù a carrellate di foto in posti così belli che fanno sembrare il tuo miglior viaggio, una gita della domenica a Mondragone. E’ lo stesso che il primo Ottobre sta prenotando il cottage per capodanno e il 2 di Gennaio la Spa per il primo ponte.

Poi c’è il vacanziere da transumanza, che come un paguro si carica tutta la casa da giugno a settembre, riempiendo ogni spazio nella macchina secondo piani studiati da anni.  Li riconosci subito in autostrada,  intravedi una figura umana dietro le sacche con le ancore disegnate, l’ombrellone e le buste con dentro la spesa. Loro sono quelli che ti dicono che si vanno a “fare un po’ di mare“, eppure tu hai la sensazione che sia il mare che finisce per farseli. Non vanno mai veramente lontano, giocano in casa anche fuori casa, come quella famiglia che conobbi in spiaggia. Quindici persone, due gazebi, quattro tavoli, generatore uno, frigoriferi due e ghiacciaiette di tutti i colori. Il vacanziere da transumanza lo riconosci dall’abbronzatura al di fuori dalla norma fino a novembre ma dall’aria comunque un po’ stressata.

Tra i vacanzieri che la sanno ci sono inoltre quelli All inclusive, quelli che scovano la migliore offerta, che comprende già tutto quanto tranne i souvenir. L’all inclusive non si ferma mai per più di 5 o 6 notti perché quel pacchetto di felicità se l’è scavato facendo a pugni con le ferie e quindi non vuole sentire cazzi. L’importante è staccare tutto e attaccare l’aria condizionata, non perdersi nemmeno un buffet (esotico passi ma se trova due spaghetti non gli dispiace). Questo vacanziere tanto lontano non ci va, ma nemmeno tanto vicino, è il moderato per eccellenza. Tranne all’atterraggio perché batte le mani e per quel cappello di paglia con cui sbarca, che rimane sempre poco naturale e molto opera romana pellegrinaggi in gita.

2-Oppure succede che non la sai. Tu in vacanza non ci vai e quindi non la sai. L’anno scorso ci hai provato e hai promesso a te stesso che l’avresti fatto meglio, invece eccoti qua, bello sfigatone mio con le ciabatte appese al chiodo. Racconti a te stesso che alla fine a te andare in vacanza non ti piace nemmeno, troppi sbattimenti per poi magari ritrovarti col tuo vicino di casa come vicino di tenda in campeggio, troppe aspettative, troppi bagagli da fare e disfare, troppa sabbia incastrata tra le dita dei piedi quando si fa sera. Sarà mattina e sarà sera e sarà autunno senza che tu te ne accorga nemmeno. Dalle zanzare alle foglie secche nel tempo di un tramonto se non ti impegnerai a piantarla oggi di rimandare i progetti di felicità a domani. Non leggere quelle cagate che parlano di depressione estiva, non sei depresso, ti rode il culo ed è molto diverso. Non sono nemmeno i soldi, io e te in fondo lo sappiamo che l’unico vero punto è saper giocare d’anticipo ma senza farsi venire l’ansia.

Sfigatone, ascolta, la risposta quest’anno non ce l’hai, però puoi sempre trovare il modo di raccontarla. In fondo rimanere mentre tutti se ne vanno, non è di per sé una figata colossale, però nemmeno una condanna a morte. Tu sei così tosto che non sei al di sopra delle mode, sei al di fuori delle mode.

Quando ero bambina mia madre le merendine non me le comprava mai perché pane e cioccolata era più sano, però ce n’era una che mi piaceva proprio tanto. Soldino si chiamava ed era un mattoncino con una moneta sopra, tutto foderato di cioccolato.  Io staccavo la moneta, la mettevo da una parte e me la mangiavo solo quando tutti gli altri avevano finito. Che piccola testa di cazzo penserete, invece no. Avevo solo capito che se una cosa mi capitava raramente allora dovevo trovare il modo per farla diventare  unica e che anche io volevo avere quello che avevano tutti, solo che lo volevo avere quando non ce l’aveva nessuno.

E allora vacanzieri di tutto il mondo, vi confesso che mi capita di immaginarmi un giorno in una crociera da 7 giorni e 7 notti, facendo avanti e indietro sul ponte con un lungo abito bianco che svolazza come il mio ventilatore di plastica, chiedendomi se domattina a colazione troverò di nuovo il burro fatto a forma di riccioli. Vi confesso che vi invidio tutti, per come prendete la vita per le palle e le fate capire chi comanda.

Io che sono una sfigatona certe volte mi dimentico delle stagioni, mi dimentico delle scadenze e mi dimentico anche delle cose piccole che fanno stare bene. Penso sempre ai ricordi ma una bella calamita sul frigo ce l’attaccherei senza vergogna. Quest’anno è andato così, il prossimo sarà meglio, il prossimo comincia adesso e io conservo la monetina finché non trovo il desiderio giusto.

Olimpia Parboni Arquati

Odio gli psicologi

Odio gli psicologi che mentre tu parli di quello che hai mangiato a cena, loro si chiedono quanti conflitti irrisolti ti porti dentro. Quelli che se arrivi in ritardo ad un appuntamento di cui non te ne frega niente, ti dicono che si tratta di una resistenza inconscia.
Quelli che per difendersi da una scelta cattiva danno del narcisista patologico alla persona con cui stanno uscendo ultimamente. Odio gli psicologi che incasellano il dolore della gente dentro le definizioni statistiche che trovano sui libri, perché denominare le cose fa stare meglio loro, e non la gente. Quelli convinti che se non riescono ad incasellare niente mica pensano che l’esistenza quando fa male non ha confini, ma che gli esperti stanno lavorando su come chiamarti quando sei triste in un certo modo. Quelli che parlano sempre di depressione e mai di tristezza, sempre di dipendenza e mai di cattivo amore, sempre di disturbo bipolare e mai di carattere di merda, sempre di ansia e mai di paura.

Odio  gli psicologi che fanno certe diagnosi ai bambini e a leggerle sembrano il curriculum di Vallanzanska, perché si dimenticano che sono bambini ed è normale che non ci vogliano stare zitti e muti seduti al banco per ore, spesso perché gli insegnanti sono annoiati e quindi annoiano, non perché sono deficienti nell’attenzione. Gli psicologi mica ci pensano a quanto fa male essere piccoli, che mica lo sai com’è essere grandi, e la vita che hanno è tutta quella che conoscono. E allora chiamiamoli deficienti, così crescono sempre con la stampella e quando la vita arriva davvero, loro davvero si sentiranno indietro. Speciali mai, solamente strani.

Odio gli psicologi che dicono che i vecchi di 90 anni soffrono di duemilacinquecento cose, ma come fate a dimenticarvi che se hanno campato fino ad oggi si possono permettere il lusso di svalvolare come cazzo vogliono. Ma chiamiamola come si chiama, si chiama paura di morire, che cazzo. E questo a che pagina sta del tuo manuale, eh?

Odio gli psicologi che pensano che per fare gli psicologi bisogna vestirsi da tristoni senza personalità, che ai convegni vagano come pecore in cerca del pastore e poi si invaghiscono del primo venditore di fumo. Tra tutti, odio quelli che si attaccano a falsi idoli imbevuti di presunzione e ignoranza ma li chiamano capi carismatici, mentre si fanno scucire migliaia di euro per avere qualcuno che ti infarcisce di ovvietà. Attaccati come le calamite di cattivo gusto al frigorifero, come una tribù di cozze attaccate allo scoglio. Rendetevi conto che sembrate i proseliti di una setta, più interessati alla scalata sociale che a fare di questo mestiere un’arte.

Odio gli psicologi che pensano ancora che la psicologia la possono chiamare scienza e non si concedono un minuto di umiltà che sia uno solo, cazzo, per rendersi conto che nel migliore dei casi è, appunto, un’idea di arte. Quindi non va copiata, va prodotta creativamente. Quelli che si affezionano ad un approccio, che nel mondo, di approcci di psicoqualcosa, ce ne sono centinaia. Ma come pensate di sceglierne uno che sia sempre valido sopra a tutti gli altri mentre lì fuori le persone non ne hanno centinaia di colori, ma migliaia e migliaia. Quelli che non capiscono che a furia di incasellare tutte le tristezze dentro a un nome che finisce per -patologia, producono il risultato opposto, invece di curare, lanciano esche di nomi altisonanti a cui la gente si affeziona per amore dell’identità e quindi alla fine il dolore lo creano invece che alleviarlo.

Odio quelli che non si leggono mai un libro che non sia di psicologia, che sottovalutano l’antropologia, la sociologia, l’etologia, la fisica, la filosofia, che non conoscono l’etimologia di nessuna parola, che la poesia non insegni niente sulla vita, che Shakespeare, la musica e le saggezze di tuo nonno non siano importanti per saper parlare.

Vi odio perché mi fate pensare che ho sbagliato tutto. Mi fate dimenticare di quello che sognavo quando ho scelto di fare il mestiere più folle del mondo e venire voglia di andare a costruire tutti muri di mattone dove servono, per il resto della vita, invece delle armature sterili con cui vi difendete dall’incertezza. Vi odio perché togliete la libertà a voi stessi e pensate di essere tanto fichi invece siete solo dei burocrati. Esattamente. Siete i peggiori di tutti perché vi sentite grandi esploratori dell’animo umano ma ogni mattina vi mascherate da impiegati e timbrate un cartellino che un giorno o l’altro vi farà sentire secchi dentro. Vi odio perché ve ne approfittate, siete come giovani reclute con il porto d’armi, abusate della vostra divisa e invece di pallottole sparate cazzate, che possono fare male come un colpo al cuore. 

Vi odio perché è per tutti quelli come voi che la gente coltiva i pregiudizi per cui, quando ci presentiamo, pensano tutti troppo male o troppo bene. Non siamo quelli che capiscono senza parole, non siamo quelli che leggono nei pensieri, non siamo nemmeno i cani che danno del malato a chi è solo fuori dalla norma. I malati siete voi tutte le volte che applicate alle vite degli altri le regole rigide del positivismo, in cui tutto deve per forza essere spiegato e se non ci riuscite vi sentite male.

Odio gli psicologi che raccontano ad altri psicologi di quanti pazienti hanno e raccontano ad altri psicologi di quanto sono matti i loro pazienti, applicando solo sarcasmo e nessuna pietà oppure applicando solo compassione da quattro soldi e manco mezzo grammo di ironia. E quelli che nello studio ci mettono l’enciclopedia Treccani ereditata e mai aperta, ma ce la mettono perché fa lusso e fa cultura. Ma metteteci una pianta piuttosto e cominciate a vedere se sapere prendervi cura di lei, ovviamente senza senza fare diagnosi di mutismo selettivo e raccontarle che sicuramente è verde perché è verde di rabbia irrisolta. Odio quelli che nello studio invece ci mettono tutti i pezzi di carta che hanno collezionato negli anni, religiosamente inquadrettati  e rendono la parte così gonfia e pesante che sembra il catalogo punti Conad quando è fine stagione e il cassiere ti da il via libera per arraffare il set di pentole e coltelli. Ma porca puttana, si tratta pur sempre di una stanza, l’obiettivo è quello di arredarla e farla sentire accogliente. Siete come quelle famiglie che in salone tengono solo l’argenteria, tutto da mostrare e niente da raccontare.

Le persone che vi danno da lavorare non sono pazienti, sono degli eroi. Io li chiamo sempre eroi perché considero eroico alzare il culo dalla sedia e alzare il culo dai propri problemi, attraversare una città, trovare parcheggio, spendere dei soldi, tutto per risolvere problemi che alla fine tengono pure compagnia e non è mica facile dire addio. Eroe è chi fa tutto questo sapendo che dovrà parlare di cose che fanno male, davanti ad uno sconosciuto, in un ambiente chiuso, dove tutto pesa doppio e lo fa sapendo che molto probabilmente gli verrà voglia di piangere. I pazienti a volte potremmo essere noi, perché la pazienza è una virtù che serve quando tu vedi una soluzione ma il tuo eroe non è ancora pronto a scambiare un antico dolore con una nuovo capitolo tutto da scrivere.

Se avessi voglia di regalare a me stessa più tempo per odiare e meno per amare e fumare sigarette, allora credo che vi odierei di più ma lì fuori c’è un sole che scalda e io voglio imparare da lui che cosa vuol dire sentirsi tiepidi dentro, quindi oggi non ho più tempo per i vostri modi agghiaccianti.

Olimpia Parboni Arquati

L’insostenibile pesantezza dei vostri selfie

Primi piani di pizze mezze mangiate, primi piani di tette completamente strizzate, panoramiche mal tagliate comprensive di alone di dito fronte obiettivo, carrellate del vostro animale domestico stile shooting di Kate Moss, cataloghi da arredamento d’interni su come procede l’agghindamento della vostra nuova cucina a gas e ognuno di voi aggiunga mentalmente a questa lista ciò che di più inutile e invadente vi capiti davanti durante i vostri virtual tour nei social network, tanto la mia domanda sarà sempre la stessa: ma che cazzo state a fa?

Dico sul serio, ma non sentite quel sottile sapore della vergogna ogni volta che esagerate con l’esposizione world wide dei cazzi vostri? O almeno, avete presente quei momenti in cui vi capita di sentirvi in imbarazzo per qualcosa che qualcun altro sta facendo? Io dico che ce l’avete presente tutti ma che quando ognuno pensa a se stesso trova scuse incontrovertibili sul perché abbia dovuto condividere una fetta di banale intimità sulla pubblica piazza. Ma le scuse non bastano, qui c’è bisogno di un richiamo all’eleganza. C’è chi esagera per quantità e chi esagera per vanità, comunque sia state esagerando.

Avete presente quella tizia che ha fatto i soldoni facendosi fotografare dal proprio fidanzato boccalone mentre gira il mondo? Dai quella inquadrata da dietro che lui gli tiene la manina. Ok, un’amica tempo fa mi espresse la profonda invidia che provava verso costei, sta fica, sta stronza, roba così. Allora io andai a cercare che facce avevano mai questi due che di lei si vedeva solo il capello lungo e biondo, di lui il braccetto peloso ma saldo. E insomma i due sono tipi normalissimi o addirittura bruttini. La mia sensazione fu simile a quando scoprii le facce di quelli di Mai Dire Gol, il signor Carlo pare mi zio e io mi aspettavo Superman, la verità toglie sempre qualche grammo alla magia. E sì, girano il mondo insieme e pare che facciano solo quello. Alzarsi, andare in Thailandia e scattare foto invidiabili della schiena di lei. Ma nessuno ci pensa che quella roba che vediamo è soltanto un quadratino di verità, non è il puzzle intero.

Ok, lo ammetto, una quantità X di selfie me li so sparati pure io. In effetti lo facevo già quando c’erano ancora i rullini e allungavi il braccio sperando di riuscire a beccare sul serio la tua faccia. Però una cosa era profondamente diversa e non parlo dello sviluppo dal fotografo straight from the 90’s, ma del fatto che prima nelle foto che ti scattavi da solo ridevi sempre, perché era una cosa da imbecilli e quindi il sorriso da imbecille era né più né meno di quello che dovevi fare. Adesso invece no.

Adesso c’è una serietà imbarazzante in queste facce da papera che non riescono a fare a meno di inquadrare anche il cesso sullo sfondo e nei tizi che se ne sparano duecento tutte le volte che vanno in palestra. A proposito di quest’ultimo gruppo, io una volta ci sono uscita con un selfiepalestrato e, regà, ve giuro, almeno una volta al giorno ricevevo una foto in canotta. Senza didascalia, senza un accompagnamento musicale che so, un commento qualunque sul meteo, niente. Solo un book di fotografie in canotta ed espressioni zoolanderesche. E io, che in fondo sono una frescona, provavo a rispondere con cose ironiche tipo il selfie davanti alle gocciole in offerta, ma va da sé che nei meandri del circolo canottiere, l’ironia non è un membro ben accetto. E però fatevela una cazzo di risata, ma mamma non ve l’ha mai detto quanto siete belli quando sorridete?

Nella mia fresconità ogni tanto penso di voler fare un profilo instagram con i selfie tagliati invece che con quello che casualmente si ottiene al duecentesimo scatto. Senza ritocchi, senza filtri ma anche senza scrivere #nofilter eh, solo le scene tagliate. Quelle che avete pure voi sui vostri telefonini. Sì, anche tu, non sgranare gli occhi di scettica sorpresa. Anche tu hai una sfilza di quadratini in cui somigli a Slimer dei Ghostbuster, col doppiomento da cattiva inquadratura e il colorito verdognolo. Poi ci rifletto e penso che la concorrenza di donne papera mi straccerebbe in pochi istanti. Va bene signore, per adesso avete vinto voi, non parteciperò alla pubblica piazza con la mia faccia da buffona. Vi lascio tutto lo spazio per le vostre serissime pose, non vi dico che a volte sembra più l’espressione di una persona che soffre di stitichezza, non vi chiederò dove diavolo ci andate truccate così tanto alle 9 di mattina, non vi chiederò dove nascondete il tutone grigio che ha fatto i pallini di cotone e che tutte le persone che conosco possiedono in qualche angolo dell’armadio, ma sopratutto, non vi chiederò di smettere.

Però vi vorrei chiedere di riflettere e pensare si sia necessaria quest’abbondanza. Voi non ci pensate ma facendo così diventate mainstream e il mainstream non è la moda, è solo la media della normalità. E voi, volete essere normali oppure volete essere eccezionali? Non vi andrebbe per caso di farvi desiderare dal pubblico e che tutti si chiedano Oh ma chissà che avventure sta vivendo mai in questo momento? Guardate che è molto fico non abusare di se stessi, lasciare un alone di mistero e far pensare che magari anche voi siate partiti per chissà dove a fare chissà che cosa, invece di regalarci quotidiani quadratini di foto scattate male in cui forse siete pure venuti bene, ma il rotolo di carta igienica, i peluches sullo sfondo e l’eterno ritorno dell’uguale tolgono un sacco di poesia alla vostra bellezza. 

A quanta gente dovete piacere prima di piacere a voi stessi? Quanti pollici, quanti ve ne servono per ricordarci che non è bello ciò che piace ma è bello ciò che stupisce, come le onde quando stai sul bagnasciuga, che sembrano tutte uguali e invece non lo sono perché ti fanno sorridere il cuore senza fare nessuno sforzo, ed è per questo che le guarderesti per ore ed ore.

Olimpia Parboni Arquati

Attacchi di panico o vita di merda?

La sveglia suona e tu non sei manco sicuro di esserti addormentato sul serio. Ti alzi con la stessa grinta di un ciccione agli ultimi metri di una maratona.
La macchinetta del caffè è sepolta sotto sette strati di ruvidezza e piatti sporchi che non hai ancora lavato perché di lavori non ne fai uno, ma tre o, contando i fine settimana, pure quattro.

I soldi sono comunque pochi e quindi quella storia di mettere lo scaldabagno a gas è un capitolo di un futuro non scritto, allora a metà doccia l’acqua diventa tiepida e a fine balsamo la brutta copia della pubblcità brrr brancamenta. Esci di casa in ritardo perché l’unica verità è che non hai nessuna fretta di correre a sederti per fare il tuo lavoro numero 2, sottopagato e avvilente. Il traffico si mangia l’ultima fetta di buonumore residuale perché lì fuori è pieno di gente come te che corre verso una fetta di pane secco mentre sogna le aragoste.

Dopo due km di spossatezza e bestemmie lo senti che arriva, ti pompa dentro come una cassa a 4/4. Sudarella, cuore in gola, tremori q.b. e quella maledetta paura di impazzire morendo, di morire impazzendo, di svalvolare come un hooligan nudo in mezzo a uno stadio pieno senza poter scappare. Taaac, è fatta. Ti pietrifichi come se la medusa t’avesse appena guardato dritto nell’anima e rimani lì inchiodato al sedile, i clacson ti risuonano nel cervello tipo derby della capitale e tu decidi che tutto sommato se arrivasse ET e ti portasse via su una navicella forse forse riusciresti pure a ricominciare. Invece ti arrendi all’inarrestabile condanna, come se ti fossi beccato un’epatite, come se non potessi farci proprio niente se non soccombere inginocchiato e sempre fedele al dio PANICO.

Secondo le mirabolanti statistiche, quelle che io considero false verità, rassicuranti perché mascherate da linguaggio matematico, un essere umano occidentale su tre oggi soffre di so called attacchi di panico. Nemmeno la peste bubbonica, la SARS,  l’AIDS e il colera tutti insieme hanno mai mietuto tante vittime. Ma può mai essere davvero così che stanno le cose?

Ogni volta che devo fare un esame all’università e non ho studiato, mi vengono gli attacchi di panico.

Ogni volta che devo vedere quello che mi piace ma che mi caga poco, mi vengono gli attacchi di panico.

Ogni volta che vado al supermercato e c’è una fila che pare il casello della A1 a ferragosto, mi vengono gli attacchi di panico.

Ogni volta che vado a ballare in mezzo a mille persone tutto fatto, in uno spazio chiuso e senza ossigeno, mi vengono gli attacchi di panico.

Ogni volta che, come un pecorone, decido di andare al centro commerciale la domenica pomeriggio, mi vengono gli attacchi di panico.

In generale, ogni volta che devo fare una cosa orribilmente pesante per la salute della mia testa e del mio fisico, mi vengono gli attacchi di panico.

Grazie al cazzo mon ami, come dicono a la Sorbonne, grazie al cazzo che ti senti così.

Ma tu lo sai che gli animali, quando si trovano davanti a un pericolo, possono fare solo due cose? Attaccare e sperare di sopravvivere, oppure paralizzarsi come fa il mio cane quando lo ciocco che vuole salire sul letto e pensa che se rimane immobile allora diventa anche invisibile. E noi, scimmioni nudi che non siamo altro, per quale motivo al mondo dovremmo avere una modalità più fine ed evoluta quando tutto ciò che abbiamo intorno delinea a chiari tratti l’autoritratto della perfetta vita di merda?

E però la verità è che quello scoppio di fronte alla tremendissima vida loca in qualche modo ti salva anche il culo. Ti protegge dall’ipertensione, dalla possibilità di un colpo al cuore, dal rischio di trombosi e in qualche misterioso modo magari pure dalla cellulite o dalla caduta dei capelli.

Quando una cosa funziona un pochino noi ci prendiamo tutto il braccio. E allora giù ad attacchi di panico per fuggire da tutto il peso della vita e dalle responsabilità. Perché errare è casuale, perseverare è umano.

Un attacco di panico può diventare la scusa perfetta per non fare proprio più un cazzo. Non vado a lavorare perché oh mio dio se poi succede? Non mi infilo in discussioni ad alta tensione emotiva o intellettuale perché oh mio dio se poi succede? Non esco più perché là fuori il mondo è roulette russa e da un momento all’altro mi toccherà avere a che fare con le ferite che necessariamente mi capiteranno. Perché sì, la vita è na battaglia, tanto vale perdere la guerra rinunciando a combattere o limitandomi a fare una passeggiatina giusto prima del coprifuoco, affrontando solo le situazioni in cui sono sicuro che non potrà capitarmi mai niente, con le spalle coperte e il culo parato.

E allora, mon ami che adesso mi odierai perché pensi che io ma che ne so, che nessuno lo può capire, ti chiedo scusa per essere stata così brutale ma qualcuno doveva pur dirtelo che la paura degli attacchi di panico è niente se la paragoni a quella di rimboccarsi le maniche fino alle orecchie e farsi un gran culo per costruire intorno a te un vago dipinto impressionista di qualcosa che somiglia alla felicità. E qualcuno doveva pur dirtelo che ogni volta che rinunci alla vita alimenti la paura di vivere, perché i mostri nel cassetto possono diventare enormi se non ti decidi mai ad aprirlo e sistemarli come si fa col cambio stagione.

Quindi, mon panic’s ami, domattina indossa il tuo vestito migliore e prometti a te stesso che non userai le tue paure come scudo per le responsabilità e comincerai a colorare la tua vita di merda con pennellate di coraggio, come arcobaleni timidi dopo anni di tempeste.

Olimpia Parboni Arquati

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