Confessioni di una psicologa senza filtro

di Olimpia Parboni Arquati

Sto iniziando a smettere di credere nell’amore

Cara Olimpia,

onestamente non so da dove cominciare e spero di riuscire a farti capire. Non riesco a formulare quello che sento in una domanda breve e concisa da farti, quindi mi limiterò a scrivere, seguire il flusso e sperare di farti arrivare una storia che può avere una risposta, un parere o quello che riterrai più opportuno. Sono una donna di ventisei anni. Una donna per niente perfetta, munita sì di pregi, ma anche di difetti e di vulnerabilità. Insomma: quello che ti sta scrivendo è un essere umano in piena regola. Essere umano che ha sempre avuto una caratteristica per la quale è stato preso in giro per molto tempo: credere spassionatamente nell’amore, nell’esporsi quel tanto che basta e nel correre i rischi quando lo si ritiene necessario, insomma quando sente che ne vale la pena. Nella mia breve vita ho avuto solo una storia. Storia durata poco, storia piena di sfaccettature e contraddizioni, difficile da raccontare nei dettagli (più che altro è per alleviarti dalla sofferenza di farti leggere un romanzo di 567 pagine), storia con una persona che posso dire  ho amato davvero, in un modo che, riconosco, probabilmente mi ha precluso la possibilità di ricominciare da capo per un po’ di anni dopo la sua conclusione. Passato il mio periodo di lutto, sono tornata nel mondo alla ricerca dell’amore, dell’altra metà che ero certa starmi aspettando da qualche parte. Beh, fiasco totale. Cotte sfumate davanti alla realizzazione delle vere persone che mi stavano davanti, rifiuti, porte in faccia da gente che mi conosceva e anche che non mi conosceva. Quest’anno è arrivato il mio punto limite. Un po’ di tempo fa ho incontrato un ragazzo che mi ha letteralmente sconvolta (non sono fatalista, ma credo bisogna ammettere che in rarissimi casi certe cose la vita te le fa cadere addosso con una premeditazione chirurgica). Questo ragazzo è straniero. Ho lavorato per un anno e messo i soldi da parte per andarlo a cercare. Non avevo il minimo dubbio. Tutti mi dicevano di lasciar perdere, che dove dovevo andare, che sicuramente lui era andato avanti con la sua vita, ma io ero sicura che fosse lui. Così quest’anno sono andata a cercarlo, sono partita per una settimana, mentendo a tutti su dove stavo andando per proteggermi dai commenti cinici degli altri. Versione breve della storia: è andata male. Sapevo di star correndo un rischio, ma dal momento che a me le cose non sono mai andate particolarmente bene, pensavo di essere forte e preparata all’eventualità che andasse male. Mi sbagliavo. Nessuno sa di questa storia. Solo io e lui. Mi chiedo se valga la pena di continuare a credere nell’amore tra due persone. Se esiste davvero o se se lo sono inventato. Se la nostra generazione sia capace ed abbia il coraggio di amare in un certo modo. Mi chiedo perché c’è questa moda dell’essere cinici, scettici e “sessualmente impotenti” parlando a tutti, anche ai passanti, della propria “brillante vita sessuale“. Mi chiedo perché solo i ragazzi possono correre dei rischi e le ragazze “Oddio per carità NO!”. Un’altra cosa che mi chiedo- e so che è vittimista- è cosa ho fatto per meritare questi lieti fini mai accaduti.

Grazie della lettura e buon lavoro.
Romantica spezzata.

Cara la mia Romantica spezzata, con questa tua firma hai finalmente esaudito il mio sogno di sentirmi la protagonista di una vera posta del cuore, grazie.

La tua lettera mia ha intenerita e innervosita allo stesso tempo, proverò a spiegarti il perché. Mi ha intenerita perché la tua ultima riflessione è tanto vera e tanto puntuale.
Forse in altre generazioni si amava in maniera diversa, o per meglio dire ci si concedeva meno la possibilità di rompere una relazione, con tutti i benefici ma anche i problemi che questa difficoltà ha comportato. Se ci pensi ancora in molti rimangono con qualcuno che non amano, che amano poco, che odiano meno di altri, per non rimanere da soli, e questo dal mio punto di vista è un crimine atroce contro l’umanità di se stessi, contro l’insormontabile questione per cui la vita una è, una rimane e solo con una vita abbiamo a che fare. Se ci pensi credo sarai d’accordo con me che sia meglio cercare per una vita qualcuno che ci faccia sentire a casa, che fare casa con qualcuno per una vita intera senza sentirsi mai a casa.

Ecco, sicuramente l’amore è diventato più liquido e più rapido. Come un supermercato con troppe scatole di cereali in cui alla fine ne usciamo che non ne abbiamo comprata manco una ma comunque speso un sacco di soldi e di energie. (Per questa parte ti consiglio, se non lo avessi già letto, Amore liquido di Bauman, davvero ma davvero illuminante). Insomma più possibilità, più socialità, più mezzi, più chirurgia per essere belli, più estetica in tutte le salse e potrei andare avanti ma rischierei di sembrare banale, non corrispondono a una più alta probabilità di innamorarsi, solo a una maggiore quantità di tentativi fallimentari o come dici benissimo tu, di lieti fini mai accaduti.

Su questa parte stai pur sicura che ricevi tutto il mio migliore consenso, così come su questa pudicizia nel mostrare le emozioni come fossero qualcosa di cui vergognarsi. In effetti io esco sempre un po’ pazza quando sento qualcuno, ancora di più se più giovane di me, dire che dell’amore non se ne interessa, che alla fine si sta bene da soli, che viva er poliamore, er polisesso er poliqualchealtracosachedetestopronunciaretantoquantoapericena. A regà, penso, ma che cazzo state a dì? Senza amore dove andiamo, DOVE? Non sono una di quelle persone che crede che ognuno sia già completo, per carità, ma sono una di quelle che crede che non esistano metà perfette, esistono percentuali più o meno consone che partecipano alla grande torta a spicchi di cui è fatta una felicità.

In qualche modo mi ritengo una romanticona pure io, affezionata alle favole e ai lieti fini, sempre pronta a non rinunciare anche quando la vita mi ha mostrato i denti affilati della delusione abbaiandomi in faccia.

Però, c’è un però, quel però che cercherò di dirti rischiando di essere infilata nel mucchio di quelli che hanno cercato di metterti in guardia in tutti i modi e tu niente, caparbia e appassionata come Icaro, ti sei schiantata. Mia cara spezzata, l’amore non si insegue. Non si insegue mai.

Che tu sia donna che tu sia uomo, giovane o vecchio, scemo e intelligente, bello o brutto, l’amore non si rincorre e neanche lo si può pretendere dal mondo. L’amore come si fa, come si vive, io non lo so, ma sento che se ti dessi una pacca sulla spalla in questo senso, non farei del bene a nessuno.

Probabilmente l’amore si impara (ti consiglio anche L’arte di amare di Fromm da cui sto rubando questo pensiero) si impara che cosa è per noi e si impara come andarselo a cercare fuori di noi. La definizione di amore è talmente tanto personale, un po’ come quella della felicità, che ti inviterei a diffidare di chiunque provi a dartene una. Quello che sappiamo è che è inevitabile e che se lo evitiamo per tutta la vita ne pagheremo sempre il conto. Non basta essere pieni di amore per essere amati, altrimenti rischia di diventare una prepotenza. Come a dire eccomi mi vedi, guarda com’è grande il mio cuore, guarda com’è forte il mio sentimento, guardami che cazzo, mi vuoi dire di sì oppure no, eh? Qui mi è venuto in mente un tal Antonio che anni fa si arrampicò sul tetto della chiesa del paese solo per chiedere in sposa la mia amica. “SPOSAMI STRONZA, SPOSAMI!” così per una mezz’ora finché qualcuno non chiamò un’ambulanza e qualcun altro il parroco.

Bada bene che te lo sto dicendo con affetto, alla maniera un po’ brusca di noi romani della Garbatella, ma con affetto. Prima di partire in sesta verso qualsiasi cosa che possa sembrare un miraggio di amore, prima di un grande rischio, ci vuole sempre un piccolo calcolo. Quanta affinità c’è con questa persona, quanto mi ha dato e quanto ho dato, come sono i nostri caratteri, come sono le nostre vite e ti dirò, pure come sono le nostre famiglie, la musica che ascoltiamo, le cose in cui crediamo, quello che ci piace mangiare, bere, vedere al cinema, leggere, qual è il grado di intesa sessuale, qual è il numero e la qualità dei baci e di tutte le altre cose che fanno di un sentimento, un sentimento amorevole e reciproco. Se tu ignori questo piccolo grande calcolo delle probabilità, non stiamo giocando una bella partita di scacchi, ci stiamo buttando dal dirupo senza corda. E infatti ci sfracelliamo. Non esistono solo i nostri sogni d’amore romantici, esistono anche i sogni d’amore romantici di tutte le altre persone e se i nostri non combaciano con i loro, fa male, ma è nell’ordine delle cose possibili.

L’amore forse è un arte, forse un po’ come la psicoterapia, non hanno bisogno di credenti, ma di persone che provano a farlo al meglio e solo quando qualche fiore spunta dal ramo, allora possono dire è vero oppure è tutta una invenzione.

Finché non tutelerai per prima te chiedendoti senza fronzoli con che tipo di persona vorresti condividere la tua idea di amore, troverai tante porte in faccia e tanti rifiuti, perché, banalmente, forse anche troppo banalmente, nessuno trova nulla se non sa che sta cercando e, devo dirtelo, cercare l’amore non è abbastanza specifico come da poter diventare reale.

La fantasia va conservata sempre che se no ci perdiamo i sogni e perdere i sogni è un peccato, ma almeno metà di quei sogni d’amore devono essere passati al vaglio da un senso concreto di realtà. Non sprecare quella cosa che hai dentro che chiami amore, non buttarla via così, custodiscila e crescila e studiala come si fa con le cose preziose e intime. Non farla calpestare, non farla funzionare come fosse una pesca a strascico perché poi nella rete ci trovi scarpe vecchie e copertoni insieme a qualche traccia di paranza. Dalle storie si impara moltissimo, una volta attraversata la palude di fango di lutto, quello che spero non si impari mai e a diventare cinici. Invece spero insegnino a tutti a diventare più scettici, di se stessi e degli altri, più prudenti, più maturi, più fanatici anche della ragione, più capaci di pazientare, più in grado di tollerare il fatto che gli incontri d’amore sono come gli spermatozoi, se ci aspettiamo che ogni contatto faccia gol, stiamo aspettando male. I tentativi falliti possono essere solo i gradini della scala che ci porta dove abbiamo deciso che vorremmo andare, e stare.

Quando ero molto giovane mi innamoravo sempre di tutti, anche di persone con cui non avevo mai scambiato manco una parola. Nella mia testa matrimoni, carrozze e un esercito di bambini biondi. Ogni volta, tutte le volte. Poi sono arrivate le persone in carne, ossa e difetti, e ogni volta invece mi tocca smussare un po’ l’idea che mi ero fatta prima di che cosa fosse amore, per aggiungere elementi che non avevo mai considerato. Buttando via qualche illusione ho trovato i miei limiti, i limiti di quello che voglio sopportare e quelle quattro cazzate, imprescindibili, che mi fanno stare bene. Non così diverse da quelle che cerco in un’amicizia, non così diverse da quello che sono anche io.

Mi dispiace tanto tanto che ti si siano spezzate le ali, però mi fa piacere che tu ti sia solo scottata con il sole e non finita dentro e carbonizzata per sempre. Aggiusta la tua rotta signorina, punta a un pianeta diverso, uno con un buon habitat per come sei fatta tu e conserva le tue perle, che un giorno avrai un appuntamento romantico molto importante a cui andare e sarà bello che tu abbia la tua collana intatta da indossare col sorriso.

Olimpia

Ho perso mio figlio

Ho trovato per caso il tuo blog e ho adorato il tuo modo di scrivere perché sento che tu percepisci le emozioni di chi sta dietro quelle parole. Non cerco conforto, ma solo di capire.

Noah mi ha lasciato al suo sesto mese e diciottesimo giorno di vita. Era già un bel pacioccone e mangiava tanto. Eravamo inseparabili anche perché non aveva nessun altro che me e sembrava davvero felice.

Disse la sua prima parola proprio quel suo ultimo giorno di vita. Io mi sento sempre triste anche se il tempo passa io continuo a tenerlo dentro di me e non riesco a lasciarlo andare. Lo amo più di ogni cosa al mondo, solo che non posso riaverlo.

Morte in culla l’hanno chiamata ma il mio cuore non ha pace. Nessuna spiegazione, nessun perché, solo il mondo intorno che continua e tu che pensi solo a come smettere di respirare, ma il tuo cuore continua a battere e ti senti assolutamente niente.

Essere mamma è stata l’esperienza più bella della mia vita. Vorrei soltanto capire perché.

Grazie anche se non risponderai come mille altre lettere che ho scritto.

La verità è che non ce la faccio proprio più a vivere e non esiste medicina per questo.

Tania

Ciao Tania, il tuo nome lo voglio lasciare perché è proprio bello come è bello il nome di tuo figlio. Ho fatto passare tanto, troppo tempo prima di risponderti perché sono stata vigliacca e intimorita davanti a un dolore così assoluto. Così come credo lo siano stati tutti quelli che hanno mancato nella risposta. Però vorrei tanto che mi credessi se ti dico che non c’è stato un giorno dal giorno in cui ho letto le tue parole, in cui non ci abbia pensato. Vorrei anche che mi credessi se ti dico che mentre provo a farlo sto piangendo ma non voglio lasciare che mi fermi dal provare a farlo lo stesso.

Non piango spesso per il dolore degli altri, lo faccio solo quando penso che quel dolore sia troppo intenso per essere svilito con le parole e ti giuro non è pietà, non è compassione, è la migliore umiltà che conosco.

Tu lo sai vero che hai già detto l’unica cosa che si può dire? Non c’è medicina.

Questa frase la disse il dottore a mia madre quando la sorella perse la sua bambina di tre anni. Io non c’ero ma me l’ha raccontato e non l’ho mai dimenticato. “Dottore per favore faccia qualcosa per mia sorella, per favore faccia qualche cosa.” Il dottore ha guardato il pavimento e le ha detto signora per questo non c’è nessuna medicina.

Tanti anni dopo ho trovato non so più dove ma ora è nel mio cuore, una storia di quelle credo zen in cui un padre che aveva perso il figlio prova a chiedere a tutti i più saggi del paese il perché e ognuno tira fuori una risposta. Perché questo era il destino, perché la vita è fatta anche di morte, perché adesso è una costellazione, perché ognuno ha la sua croce. Questo padre sconsolato continua a camminare fino a che arriva alla fine del villaggio dove c’è un vecchio vagabondo, che lo guarda e senza che lui dica niente, gli dice “Fa male. Fa molto male.” E lui un po’ si sente meglio non per la risposta ma perché si sente capito. E io decidevo che la psicologa l’avrei fatta così e non in un altro modo. Quindi scusami due volte, per l’attesa e per non saperti dire niente tranne che fa male, non me lo posso realmente immaginare, ma fa tanto, tantissimo male.

Voglio dirti di queste lettere, da dove viene questa idea. Da una lettera che ho letto di uno scrittore che mi piace e che per qualche anno ha tenuto una rubrica simile su un giornale. Ogni lettera fu sempre pubblicata anonima per scelta dell’autore, tranne una, la lettera di Michele, un persona che parlava di suicidio, che non si firmò, ma i genitori resero noto il suo nome tempo dopo. Ti metto qui la risposta perché nella sua incredibile semplicità mi emoziona tutte le volte.

«Mi dispiace molto che lei non abbia firmato la sua lettera. Avrei tenuto nascosto il suo nome ma l’avrei cercata, per telefono, una mattina presto, all’alba, per chiederle che tempo fa nel luogo dove lei abita e per farmelo descrivere nei dettagli. Quei dettagli che, messi insieme, fanno le ore, il giorno, gli anni e la vita che ci è dato da vivere (qualunque essa sia, sempre bella appunto perché imprevedibile come il tempo) e che è tutto, dico tutto, quello che abbiamo».

Tania, anche io vorrei tanto fare questo e dirti di trovare un telescopio e di cercare i pianeti perché pensare all’universo è davvero l’unica cosa di cui mi fidi quando sento che tutto il resto non lo capisco più.

Una donna è madre ancora prima di avere un figlio, lo è quando comincia a volerlo e quando si pensa madre e quando desidera esserlo come non ha mai desiderato niente. Una donna è madre anche senza un figlio ma vorrei con tutto il mio cuore che potessi esserlo di nuovo, per sentire che se hai perso Noah, non hai perso la tua capacità di saper amare in quel modo che un figlio non può capire. Lo so che questa è un’ingenuità terribile da parte mia, lo so davvero. Non so nient’altro di te oltre a quello che mi hai scritto, non so se questo baratro di male sarà mai una cicatrice, ma vorrei che tu non fossi sola, che parlassi con altre donne che sono state vittime di questa esperienza e che vi possiate abbracciare e sentirvi capite guardando negli occhi una dell’altra e sapere che quel posto è il posto giusto in cui fermarsi per un po’.

Sai, sono qui quasi per miracolo e cerco di non dimenticarlo. Erano gli anni ’80 e mia mamma ci aveva provato tante tante volte, per dieci anni interi, perdendone anche uno che era quasi ma proprio quasi pronto e che aveva già un nome. La cosa strana è che l’ho saputo quando avevo l’età giusta per saperlo, ma anche prima ho sempre pensato di essere una da fratello maggiore. Contro ogni aspettativa, contro l’età, contro la religione, contro tutti, un giorno di Aprile la mia mamma ha deciso di giocarsi l’ultima carta senza nessuna garanzia, il giorno dopo Natale di quello stesso anno nascevo io e usciva sui giornali la notizia che la prima bambina nata a Roma con la fecondazione in vitro, sgambettava felice nella sua tutina e si sarebbe chiamata Olimpia.

Per favore Tania non perderti per sempre, sono le madri come te, le madri di cui ha bisogno questo mondo e ricordati che alla morte si può rispondere soltanto in un modo, le si risponde vaffanculo brutta stronza e poi le si risponde con la vita.

Aspetto di sapere ancora di te, una mattina presto di un qualsiasi giorno da qui a per sempre e che tu possa tornare a pronunciare quella prima e ultima parola, in un alfabeto nuovo, che non dimenticherà mai il resto ma che parlerà per sempre.

Olimpia

L’adolescenza è uno stato dell’anima

Ciao Olimpia, mi permetto di scriverti dopo aver letto una serie di tue risposte che mi hanno fatto profondamente riflettere e stare bene, mi chiedo cosa possa fare una semplice lettura di cose. Ho deciso di scriverti in un periodo in cui mi sembra di essere più ferma di quanto io lo sia sempre stata. Premetto che sarà difficile riassumere il tutto in poche righe quindi sicuramente mi dilungherò parecchio e mi scuso per questo. Premetto anche che sto pensando di intraprendere un percorso di psicoterapia ma insomma, mi farebbe comunque piacere avere un confronto con te.

Dicevo, un periodo un po’ troppo fermo, ho 23 anni, studio psicologia, magistrale indirizzo clinico, sono da sempre entusiasta e decisa su questo percorso, ho avuto mille dubbi che mi hanno solo fatto crescere, forse l’ambito universitario è davvero la sola cosa di cui sono convintissima e che rende la mia vita un po’ più stabile. Direi che anche in famiglia ho rapporti abbastanza solidi e positivi. Per il resto gran bel casino, ho vissuto un’adolescenza che qualcuno definirebbe non adolescenza, insomma mai stata una ragazza ribelle, molto ferrea sulle mie cose, un po’ mancanza di voglia di fare che i ragazzi a quell’età generalmente hanno. Una costante tendenza a selezionare la gente che doveva starmi accanto, cosa che ho sempre valutato positivamente, come se fosse una delle mie migliori qualità ma oggi, a 23 anni invece, sono con una grandissima voglia di fare mille passi indietro per poter dire “cazzo, falle quelle cose”, davvero potrei parlarti delle cose più stupide: fumare, bere, ubriacarsi, vivere una vita un po’ più spensierata del solito. Mi accorgo solo ora che la tendenza a selezionare gente nel corso degli anni mi ha portato praticamente a circondarmi di persone che non raggiungono nemmeno le dita di una singola mano con di conseguenza una ridotta possibilità di fare esperienze, di avere amici, comitive, di avere opportunità  e soprattutto la costrizione, spesso, a restare a casa. Dico costrizione, perché si è vero che siamo noi a dover cambiare le nostre vite ma è anche vero che spesso molto viene dalla gente di cui ci circondiamo ed io ora vivo la mia vita con i soliti amici di sempre, che davvero son pochissimi, senza mai uno spiraglio di novità e cambiamento.  

In tutto ciò mi sto ossessionando per non aver vissuto quel periodo di adolescenza che vorrei recuperare ora, ma che comunque faccio fatica perché è sempre la stessa identica situazione di merda. Tra l’altro, ti lascio immaginare l’ambito delle relazioni sentimentali, mai provato, mai vissuto ma solo ed esclusivamente immaginato. Mi è capitato di avere flirt con gente che apparentemente mi incuriosiva molto, moltissimo, mi piaceva fisicamente, mi comunicava una personalità che mi andava molto a genio e con cui anche da parte di questi stessi ragazzi spesso mi arrivavano segnali di interesse (che ovviamente si riducevano a sguardi e niente più, quindi vai a capire effettivamente) per poi scoprire che avevano relazioni tipo di 10 anni, insomma le classiche relazioni iniziate dal liceo che ovviamente non molli così per una sconosciuta apparentemente interessante. In questo periodo sono tipo in fissa con un ragazzo che frequenta il mio stesso corso e con cui ci sono stati vari sguardi, ogni giorno, a lezione ma appunto stalkerando un po’ ho scoperto che è fidanzato dal liceo. 

Ecco, questa è la mia triste vita, penso di aver bisogno di iniziare un percorso anche se effettivamente non so se qualcosa si potrà smuovere mai (considera anche che vivo in un paesino e non in un paese grandi dove le novità sono magari all’ordine del giorno. Probabilmente, anzi quasi sicuramente per il tirocinio post laurea mi trasferisco. Ti chiedo scusa ancora per il mio essere stata prolissa e ti ringrazio per l’attenzione. <3

C.

Cara C. quanto mi è piaciuta la tua lettera! Mi ha fatto pensare tante cose e spero di potertene restituire almeno una parte. L’adolescenza è uno stato dell’anima più che un momento preciso della vita. Anche se in effetti la parola viene dal latino ad+alere (alere vuol dire nutrire e oh scusa Prof. Milano grande star del ginnasio, questa l’ho cercata su Google ma altre cose me le ricordo) e adulto è il participio passato della stessa etimolgia, quindi insomma uno si sta nutrendo, l’altro s’è già nutrito e, pur essendo così come la conosciamo noi, “un’invenzione” degli ultimissimi secoli, i romani la davano per finita al venticinquesimo anno d’età, ma si sa che erano piuttosto pragamtici, sti rompicojoni. Poi non so dove, a questo punto credo nella mia fantasia, io mi ricordo un etimo diverso che la significava come “crescere con dolore“. Dico nella mia fantasia perché la mia di adolescenza, come quella di tanta, ma tantissima gente, è stata no difficile, ma proprio na merda. Un luogo mentale abitato da molta musica, molta solitudine, molta cupezza, molta rigidità. A 15 anni ero molto ma molto più adulta di adesso, pensavo di aver capito un sacco di cose, dicevo che non avrei mai esagerato con niente, non avrei mai tradito, non mi sarei mai fatta domande etiche perché ero quasi una moralista e che quello che pensavo, pur facendomi stare male, era ciò che di meglio potevo pensare. Anzi, mi ricordo un lungo pomeriggio con mio padre in cui gli chiesi cosa si doveva fare per entrare in marina e lui, pazientemente mi spiegò le varie tappe e io mi davo già sposata e ben sistemata in tutti i ranghi della vita al compimento del ventesimo, ventunesimo esagerando, anno di età. Ti lascio immaginare il coro di risate alla Nelson dei Simpson che mi parte dentro quando ci ripenso.

Anche io ho passato tanto tempo, metà della vita forse tre quarti, a scartare, scansare le persone. Tutte tranne quelle che non rientravano in certi canoni che in effetti manco ho mai capito quali fossero. Ero proprio leggermente antipatica, un po’ acidona, caustica mi disse una volta il fratello di un’amica e io ah beh questo sì che è un complimento! Invece non lo era. Mi ci è voluto tutto l’altro quarto per ammettere a me stessa che tutta quella selezione all’ingresso la facevo solo e soltanto perché avevo una paurona enorme di non piacere io, e allora questo no, questo no, questo nemmeno. So che puoi immaginare a quanta solitudine inutile mi sia condannata. Che poi inutile chissà, alla fine sono stati gli anni in cui ho deciso che volevo fa la psicologa, formalmente perché mi sembrava un mestiere interessante e trasversale, intimamente perché “dare buoni consigli” era l’unico ruolo a cui mi fossi attaccata nella cerchia degli amici. Ti lascio immaginare con quanta apparente presunzione rispondessi “ho letto i classici russi” alle amiche che mi chiedevano ao ma insomma st’estate quanti te ne sei pomiciati. Altro che che antichi romani, te pensa che rompicojoni potevo essere io. Ora non voglio insinuare che possa essere stato lo stesso per te, però ecco, la prima riflessione che mi è venuta da fare era questa qui.

Quando tu dici “mille dubbi che mi hanno solo fatto crescere” io penso che questa cosa bella la puoi applicare non alla scelta degli studi, ma a tutto il resto. Cioè io te li auguro proprio questi dubbi, è così che ci si innamora della vita e si impara a volere bene a se stessi. Bello essere Catone il censore, per carità, ma vuoi mettere con il poter essere Seneca?

La vita sentimentale di merda che mi racconti mi verrebbe da dire che è un modo astuto per spostare l’ossessione per gli anni persi, su l’ossessione incarnata per x o y con storie decennali iniziate al liceo. Del tipo se riesco a conquistare questo mi riconquisto i dieci anni persi. Da collega a collega in fieri te la butto qui per ricordare ad entrambe quanto sia potente e vivo e visibile, l’inconscio. Il radar che ci rimette nelle condizioni di riscrivere un capitolo che non ci è piaciuto, trasportandoci in cose che si somigliano tutte con la speranza che la prossima volta sarà la volta buona. Tipo una colonna sonora che ti dice ao meglio ciò che è familiare che ciò che è nuovo, almeno ti ci sai muovere, per cui meglio un dolore antico che un territorio nuovo. Capito, l’inconscio is a son of bitch proprio e lo freghi un pochino solo quando ci fai amicizia. Per farti un esempio becero di quanto sia vivo e lotti insieme a noi, io ancora fatico a comprare magliette che non siano a righe e vestiti che non siano a fiorellini, nelle foto da bambina indovina un po’ come ero vestita.

Per quanto riguarda il paesino piccolo, scusa Seneca ma su questo non ti do ragione, sono abbastanza sicura che è parte del problema, ma sono ancora più sicura che lo spostarti da lì sarà parte della soluzione. Mica tanto per il paesino in se, quanto per il paesino in te. Per la mappa che ti sei costruita dentro e che, oltre a proteggere, ingabbia. Una vita senza gli amici giusti è una vita molto più di merda di una vita sentimentale sempre di merda, certo la prima devi essere tu a sganciarti da questa linea dura e rigida in cui il dovere e il piacere finiscono per coincidere fuori mentre dentro fanno le risse.

Ti propongo una di quelle cosette da psi abbastanza carucce: prova a chiederti tutti i giorni per una settimana, a cosa faresti di diverso se potessi permetterti di vivere più leggera e divertita, se potessi avere di nuovo quei dieci anni fa. Di tutte le cose che ti verranno in mente scegli la più piccola ma piccola cosa concreta che puoi fare nel corso di quella giornata e falla. Mi raccomando cose mini, tipo che ne so, appendere un poster, prenderti un caffè corretto la mattina, ascoltare la musica a palla o fare le 3 a leggere i classici russi (No, questa no, stavo a scherzà). Magari ti stupirai sia delle cose che ti vengono in mente che delle cose che ti ritroverai a fare.

Crescere è molto fico, lo dico sempre perché ci credo molto e ci credo molto, credo, perché per me è stato ed è così. Ogni anno in più me ne sento uno in meno perché mi prendo con più leggerezza, non con superficialità eh, ma meno sul serio e con più affetto come si fa con un vecchio amico. Ogni anno in più lo metto nel conto degli anni che ho e mi sento libera di spaziare tra tutte le Olimpie che ho conosciuto, quella di oggi le contiene tutte e spero tanto di diventare una di quelle vecchie super gajarde che si tingono i capelli di viola e che parlano con gli adolescenti, senza pretendere di farci comitiva ma senza pretendere di saperne più di loro.

Mia cara, so tutti bravi a fa gli adolescenti quando il mondo ti dice che puoi farlo, però adesso dimmi se un vero adolescente non è proprio quello che si ribella a certe regole e fa cose senza permesso, col rischio di combinare un casino, col rischio di divertirsi. Pensaci, vuoi essere come tanti altri che poi mettono “la testa a posto” a trent’anni e quaranta si sentono vecchi o vuoi essere un sacco di cose che non pensavi di poter essere? Ci siamo capite.

La vita che ho ha iniziato a essere divertente indovina un po’ quando, proprio a 23 anni. Sì, quando me ne sono andata da Roma (come vedi il paesino conta e non conta, che pure le grandi città so tutti paesi uno dentro l’altro) e mi sono disordinata. Oggi si potrebbe dire che sia una persona vitale e sorridente, a quindici anni lo si poteva dire col cazzo. Sapersi divertire non deve essere rilegato a qualche anno, deve essere qualcosa che ti porti anche nella gara di liscio al centro anziani.

Ti auguro di andare in fissa per qualcuno che non possa compensare a ciò che senti di non aver vissuto, ma per qualcuno che ti somigli e abbia la stessa curiosità e lo stesso desiderio di poter danzare tra tutte le età, sentendo che l’unico controllo che vale la pena controllare, è solo quello che hai imparato a perdere. Ti auguro di iniziare presto a scrivere il tuo e solo tuo, tutto tuo, romanzo di formazione, sono sicura che sarà molto fico.

Ballare male, ballare senza vegogna, ballare dentro, ballare sempre.

Olimpia

P.S. La foto di copertina viene da un film che ti consiglio, Young Adult, che è un po’ la tua storia, solo che al contrario, ma so che ti starà simpatica e che la perdonerai. <3

Tutti i nuovi futuri ex dei nostri ex

Cara Olimpia,
ti seguo da un po’ di tempo e penso sia inutile dirti che ogni tuo post è una boccata di ossigeno per me, soprattutto in giorni come questo. Ho pensato molto se scriverti o meno, dato l’argomento forse un po’ scontato. Il fatto è che oggi è proprio una giornata triste. Oggi ho aperto gli occhi e sai, penso che nulla faccia male ed allo stesso bene come la consapevolezza della fine di un amore.
Tre anni fa ho incontrato questo ragazzo, è stato per me il famoso gradino che ti porta in vetta dopo una lunga salita fatta di ostacoli e pianti, di amori non corrisposti, di inverni freddi e spenti. È come quando si dice “quando sarai pronta incontrerai l’amore”, io l’ho incontrato perché ero pronta, ero guarita e ci siamo amati. Ci siamo amati e stretti per quasi tre anni. Non sono mancati i litigi, la passione che ci teneva insieme però ha vinto sempre. Anche quando forse sarebbe stato meglio chiudere, anche quando mi guardavo allo specchio piangendo e mi dicevo “non è un amore possibile questo”, alla fine ci amavamo così tanto.. e chi può fermare due innamorati?
Di certo non io.
Il punto è che poi dopo l’ennesimo litigio, dopo l’ennesima porta chiusa, ho detto basta. L’ho detto però con gli occhi gonfi e il cuore spezzato, l’ho detto voltandomi, ma con la mano quella porta l’ho tenuta socchiusa. Mi ha scritto per giorni, ci siamo rivisti ed era tutto perfetto, ma la paura di essere ferita ha fatto sì che io lo allontanassi ancora e ancora. Finché un giorno, circa un mese e mezzo, abbiamo chiuso per sempre.
E va bene, mi sono detta. “Tu meriti di meglio”, “Tu meriti un amore che..” citando Frida. Ma io lo amavo ancora e se l’ho fatto, l’ho fatto perché non mi sentivo amata, o almeno non più. Si era rotto qualcosa e questa volta raccogliere i pezzi non sarebbe stato sufficiente.
Quindi ho iniziato a ricostruirmi, pezzo dopo pezzo.
Ho dato tutti gli esami, sto scrivendo la tesi.
Insomma, ero serena. Serena nel sapere che se questo amore era forte come entrambi ci siamo detti, allora un giorno ci saremmo rincontrati.
Ma poi ieri ho visto una foto su Instagram con un’altra ragazza e boom, è crollato tutto.
Ho pianto così tanto che se sorrido non sento più la luce uscirmi dagli occhi.
Mi sento come se avessi sempre lottato da sola per un amore che era sincero a metà.
Lo vedo felice, lo vedo fare con lei quello che faceva con me come se io non fossi mai esistita, senza pensare che io sono qui e che vedendo certe cose mi toglie un pezzettino alla volta.
Quindi, anche se probabilmente non leggerai questa mail, già scrivendola io mi sento meglio, mi sento compresa, mi sento che qualcuno sa che questo a me fa stare male, che posso parlarne senza essere giudicata, senza ricevere una pacca sulla spalla come per dire “dai che passerà.” Io questo lo so. Ma vorrei solo avere la forza di alzarmi e dire: io valgo di più, io merito davvero una persona che mi ami, o almeno una persona che mi guardi e pensi “non voglio farla soffrire”. Perché io guardando quelle foto sono morta un pochino dentro.
Mi sono sempre detta di essere un fiore forte, che nasce nonostante tutto e tutti, eppure questa rabbia che sento mi fa sentire così triste, fragile, sostituibile.  So che non ci sono colpe, ma mi chiedo come si fa ad amare così tanto qualcuno e cancellarlo così facilmente. Io non ne sono capace.
Grazie per avermi ascoltata
Un bacio
Tua, C.

Carissima C.

Come sempre quando ricevo un complimento per quello che scrivo, ne sono felicissima quindi non è stato affatto inutile, grazie.

Veniamo a noi, sarò diretta: ma che cazzo! Quello che ti sta succedendo è di sicuro nella scala delle cose davvero antipatiche tra le cose antipatiche che il mondo ci mette a disposizione. Un vero tormento, il capitolo più amaro di qualsiasi telenovela che si rispetti: l’altra. La terribile, terribile altra. Colei, colui, etc. che ha preso il nostro posto, il nostro angolo del letto, il nostro lato dei pensieri, i nostri sogni, le mani che tanto hanno accarezzato e voluto noi. Mentre ci penso mi sento un poco male anche io e ti confesso mi sono dovuta fermare per sventolarmi con tutte e due le mani. A questo punto mi pare forse quasi corretto dirti che, dato già per sfatato il mito che gli psicologi so senza problemi, ci tengo a sfatare anche l’eventuale per cui sarebbero senza problemi sentimentali. Infatti si da il caso che questa psicologa qui sia in uno di quei gironi del purgatorio abbastanza simile a lei, signorina. Anzi, sto un girone sotto, quello in cui da un momento all’altro mi aspetto mi verrà consegnato da qualche messaggero incappucciato, un cartonato a dimensione naturale della nuova futura ex dell’ex, con un bel fiocco rosso e sopra una scritta enorme che dice: TIÉ.

Ovviamente colei la quale, sarà per forza milleduecentomila volte più, aggettivo positivo a caso, di me. Altissima, biondissima, levissima, graziossima, e anche se non dovesse esserlo avrà comunque tutta la mia disistima, le mie parole cattive con le amiche e forse ne avrà ancora di più perché penserò ma come è possibile. Potrebbe essere chiunque, fatta bene o fatta male, fatta in modo qualunque, in qualunque modo mi farebbe incazzare e sentire triste e sentire fragile e sentire sostituibile.

Perché sarebbe la verità. Sì, hai ragione, niente pacche sulla spalla e sì, certo che passerà, come a tutti, come sempre. Però finché non passa fa schifo e fa pure male.

Lui ha trovato un altro amore e tu stai cercando te stessa. Se fosse un film sapresti subito chi è il protagonista e chi lo sfondo. Tu hai dato tutti gli esami e stai scrivendo la tesi, tu ti stai chiedendo delle cose su che cosa significhi stare insieme, tu stai cercando di svolgere fino in fondo le tue emozioni e il lutto, tu hai addirittura, pensa, diritto a credere che Frida avesse le sue ragioni (Telenovela la sua che ciao zì, siamo tutte pivelle), o quantomeno a credere che magari non serve che sia meglio o che sia peggio ma che sia diverso, tu hai un futuro direi molto più ampio di chi lo restringe al quadratino di Instagram.

L’amore secondo me è tra i segreti tipo da dove veniamo, l’universo quanto è grande. Non di meno e non di più. Anche per questo credo sia così bello e così ricercato, temuto, parlato, cantato. Però l’amore a volte riempie così tanto che ti ferma pure. A guardare magari gli occhi più belli che bla bla bla, ma comunque ferma. Forse non solo ti meriti di ricominciare a sognare alto riguardo il prossimo sguardo sul quale ti farebbe piacere fermarti un po’, ma ti meriti proprio di avere tutta una serie di cose tutte tue che cominceranno da qui a, la butto lì, qualche mese. La vita dopo la laurea non fa meno paura della vita dopo l’amore, ma ha di sicuro un margine di controllo maggiore. (Sì lo so, sono cose da zia al cenone ma era per dire che crescere è molto fico).

A proposito di controllo, su una cosa voglio essere chiarissima: tolleranza zero verso i canali di fotogrammi, iconoclastia a palla e, come disse una mia amica “prima cosa cambia le lenzuola e se non fai casino bruciale pure“, cancella gli altarini se ce l’hai sparsi per casa, smetti di seguire, chiedi agli amici di dirti solo ed esclusivamente info di importanza vitale o anche niente ma anzi fai così che poi ti vengono le paranoie e chiedi tu, scatoloni a doppia mandata. Poi, punto più importante di tutti, tieni presente che ogni immagine in più che vedi poi te la dovrai scordare e tu adesso c’hai un sacco da fare, quindi resisti come fece Ulisse al canto delle sirene che bisbigliano ogni tot: Vieni qui a vedere quanto è felice senza di te.

Pensa anche a quanto sei stata triste tu, a quanto ti sei sentita sola anche se in compagnia, pensa a quello che pensavi da piccola, prima che l’amore si rivelasse per il gioco irresistibile ma un po’ sporco che è. Probabilmente la chiave per andare avanti sta lì, nel saper tornare indietro e credere che sia davvero ancora tutto possibile, tutto non scritto sulla pietra ma scritto sull’acqua.

Si può amare tantissimo e dimenticare, pensa che vale anche per te. Per farlo sarebbe meglio non sostituire niente prima di aver digerito tutto, altrimenti il rischio di rivomitarne almeno una parte è alto. Non te lo so dire se questa qua sarà la futura ex o quella di per sempre e non sentirti una stronza se non gli auguri la seconda. Mia cara C, invece noi come lo vorremmo il nostro futuro ex? Non ti dico oggi, nemmeno domani, ti do qualche settimana di tempo per fare questo gioco insieme a me e scoprire quanto non ci sia niente ma niente al mondo che possa allungare e allargare la vita, al punto di sentirti che sei più giovane di quello che sei, che puoi quasi andare sulla luna e diventare ancora ballerina di danza classica tutto insieme, che vivere queste cose in cui ti sembra di morire un po’.

Io lo vorrei simpatico e che mi viene a citofonare per chiedermi se vogliamo andare a fare i ponti di terra al parchetto per metterci dopo l’acqua sotto e vedere se scorre, come il mio primo amore, cosa di cui mi accorgo soltanto adesso mentre scrivo, tale bambino col caschetto biondo mio vicino di casa tra i 5 e i 7 anni, ma anche senza caschetto che non si dica che non sono flessibile nelle mie aspettative e anche scusami bambino, allora non ero pronta. Per il resto facesse la vita, quella nuova, quella che ci sta per capitare.

P.S. In realtà sempre quando vengo a sapere che un mio passato ha un altro futuro, pure fosse il bambino di cui sopra, sento una parte (non così grande mo’ siamo seri, ma c’è) di me, che dice Ma anvedi sto stronzo, non sa che s’è perso. Ecco forse loro cosa hanno perso non lo sapranno mai e alla fine nemmeno noi sapremo mai che cosa ci siamo perse, ma vedrai che ci interesserà molto di più quello che avremo guadagnato.

Ti abbraccio forte forte,

Olimpia

È possibile cambiare ciò che si è?

Cara Olimpia, ti seguo da un po’ e ti scrivo solo per sfogarmi e avere un piccolo momento di sostegno. Ho 21 anni e una vita di cui non sono per niente soddisfatta. Sembrerò banale lo so, ma la realtà è che non so neanche come si faccia a vivere per davvero, ciò che faccio la maggior parte del tempo è sopravvivere in una comoda routine rassicurante, non gli ingredienti giusti per migliorare e migliorarsi, mi sa.
Solo che non so nemmeno da dove potrei cominciare a cambiare la mia vita, mi rendo conto che il tempo trascorre più veloce di me, che mentre passa io sono sempre più sola, così chiusa dentro me stessa, e mi sento impotente di fronte alla mia stessa vita. Ho pochi (e pessimi) amici, un rapporto apparentemente buono con la mia strana famiglia (e qui ci vorrebbe un’altra lettera per raccontarla), anche perché mostro loro solo la parte che si aspettano da me, con una conseguente totale mancanza di comunicazione.
Posso dire di controllare e cercare di prevedere tutte i minimi aspetti della mia vita quotidiana, quando in realtà tantissime emozioni e pensieri sfuggono al mio controllo, con sporadici momenti di ansia e tanta confusione. Mi rendo conto di non stare abbastanza bene, di vivere in un modo che non lascia proprio il segno, con tanti problemi che probabilmente esistono solo dentro di me, ma sono pur sempre problemi… mi sento una bella sfigata sai?
Mi sono dilungata, quindi concludo dicendoti che vado già da uno psicologo, anzi andavo, perché dopo alcuni mesi senza apparenti miglioramenti ho mollato almeno per un po’, per capire se ha senso continuare, anche se adesso mi sento solo un caso con poche speranze e sono così spaventata, che tutto ciò è pure maggiore della mia voglia di continuare questo percorso, che temo non mi porterà da nessuna parte.
Infine, io non lo so se come si dice è sempre possibile cambiare da come si è, certe situazioni sembrano così confuse e complicate che pare davvero difficile intravedere un bagliore di luce.

Un grande (virtuale) abbraccio.
M.

Cara M., non lo so se sia possibile cambiare come si è. A dirla tutta ho grandi dubbi proprio sulla questione del come si è. Mi dispiace comunicarti che mi hai beccata in un momento in cui mi affeziono molto più alle domande che alle risposte, e lo so che sembra paradossale e anche un po’ ingiusto che io ti dica questo, visto che nelle mie intenzioni più nobili anche se un po’ ingenue, c’è sempre questa idea di poter condividere qualcosa che conforti, e le domande, si sa, raramente lo fanno. Ma tu mi porti proprio questa riflessione sul che cosa si è, dalla quale mi sento intimorita e attratta come dai buchi neri ecco.

Se fossimo in una situazione diversa da questa lettera ti chiederei di raccontarmi la tua vita quotidiana, dal che cosa vedi dalla finestra al come occupi tutte quelle ore lì che cerchi di prevedere nei minimi dettagli e che, direi proprio per questo enorme sforzo di tenere tutto in ordine, scappano da tutte le parti e un giorno finisce per sembrare esattamente uguale a quello prima e a quello dopo. Chissà se hai deciso di studiare, di lavorare, se ci stai pensando, se va tutto bene da quel punto di vista o se hai fatto una scelta che non ti rispecchia o che semplicemente non ti piace. Chissà soprattutto se ti senti innamorata, se lo sei stata, se speri di esserlo, se stai con qualcuno che non ti rispecchia o che semplicemente non ti piace. Ancora chissà questi amici pessimi perché continui a definirli amici, se hai mai pensato a quanto possa fare male non sentire di sapere che cos’é l’amicizia, perché sì l’amore, ma una vita senza amici è una vita con molte meno risate, banalmente. Banalmente poi, non c’è nulla di banale nel chiedersi ma come cazzo devo vivere, visto che insomma, se non è la vita fatta di vita, ma di che cosa è fatta, di polistirolo e nuvole?

Ieri qui a Roma c’è stata una scossa di terremoto che ha fatto un gran boato e ha spaventato molti. La sera durante un momento di lavoro si è riflettuto su quel primo messaggio che hai mandato a qualcuno per sapere come stava. La prima che ti è venuta in mente e anche quella a cui saresti voluto venire in mente tu e magari non è successo. Tutti dovremmo avere almeno
due o tre persone che riusciamo a vedere anche al buio e chissà se tu ce le hai o se quelle che pensi di avere non ti rispecchiano o semplicemente non ti piacciono.

Davvero non lo so se si può cambiare quello che si è, quel punto al centro di noi stessi che sembra avere un colore molto preciso che non ha il punto del cuore di nessun altro, quella variazione sul grigio che sembra ad alcuni di noi, chissà, chissà se a tutti, sembra scendere davanti agli occhi ogni tanto e far dire non come cazzo devo vivere, ma proprio ma io posso mai riuscire a essere felice oppure grigio topo vita di merda natural durante. Però so che buona parte di quello che siamo è anche in chi ci sta vicino e in che cosa facciamo delle ore che abbiamo a disposizione. La felicità è più un’abitudine che un raggio di sole. Tanti momenti in cui sono felice sono i momenti successivi a qualche sforzo, quindi momenti che partono per forza tristi, anche molto tristi, e a un certo punto cambiano colore. Ma se dovessi pensare a cose felici senza il resto prima, non mi viene in mente niente a parte l’abbraccio di un amico, di un familiare caro, di un amore, piccole grandi onde che ti vengono a prendere anche se sei fermo.

Quindi chissà che non sia proprio questo momento quello in cui cominci più che a dare tutta la responsabilità a come sei, a darne parte al resto, perché sul resto si possono fare un sacco di cose.

Anche andare dallo psicologo penso somigli in parte al resto delle abitudini che hanno a che fare con la felicità, c’è sempre un momento in cui niente sembra servire a niente, a volte succede perché bisogna trovarsi umanamente in qualche modo e non può succedere sempre, a volte succede che ci sembra che non succeda niente perché abbiamo così tanta fretta di arrivare a una risposta che ci siamo dimenticati di insistere sulla domanda. E la tua, tra tutte le domande, è la più difficile e la più necessaria di tutte. Non si risponde da sola con il tempo, si comincia a dipanare nel momento in cui accetti che anche la risposta sia la più difficile fra tutte. Se dovessi passare una giornata intera senza tenere in ordine niente come sarebbe quella giornata? Puoi provarci, anche solo a immaginarla, cosa faresti in modo diverso o non faresti proprio, cosa mangeresti, a che ora andresti a dormire, cosa ti metteresti per uscire, chi chiameresti per sorridere?

P.S. I cambiamenti epocali hanno la velocità dei ghiacciai più che degli tsunami, ma non se hai mai visto un ghiacciaio, una volta che s’è spostato col cavolo che si sposta di nuovo, eppure è sempre e solo acqua.

P.P.S. Ti lascio qui una cosa scritta tempo fa che mi hai fatto tornare in mente, su quanto possa essere utile sentirsi degli sfigati, chissà che non possa rispecchiarti o semplicemente piacerti.

Il bello di essere sfigati
Contenuto non disponibile
Consenti i cookie cliccando su "Accetta" nel banner"

Un abbraccio anche in questo periodo di abbracci comunque lontani,

Olimpia

La posta di Olimpia

Salve, rispondo subito all’invito a scrivere fatto dalla sua pagina. Sono una donna separata da quattro anni. Ho due figli grandi, entrambi all’estero per lavoro, dunque sono sola. Nella mia vita mi sono dedicata anima cuore e corpo prima alla mia famiglia di origine, poi al mio ex marito ed ai miei figli. Senza tirarla per le lunghe, ho dimenticato la persona più importante: me stessa. Sono vissuta in un mare di sensi di colpa sentendomi sempre sbagliata ed inadeguata. Insultata dal mio ex marito, con il quale peraltro lavoro, ho deciso di mettere fine alla relazione. Ho sofferto per questo, tantissimo. Perché ho pensato al fallimento e mi sono data la colpa di tutto. Ora, dopo tanto lavoro su me stessa, ho trovato un equilibrio, ma combatto ancora con la mia  solitudine. Ho cercato di conoscere altri uomini, ma disgraziatamente mi capitano tutti della stessa tipologia, e questo non lo capisco. Vede io sono una persona molto ingenua, non amo i giochetti, non mi nascondo, racconto tutto, anche la mia malinconia quando c’è. E basta una piccola attenzione da parte di un uomo per farmi cadere in trappola. Uomini che, dopo un po’, spariscono misteriosamente. Ora mi dirà, succede a tante…e sono d’accordo. Però, come si dice, ognuno di noi ha il suo dolore che non è mai inferiore a quello degli altri. Non credo troverò o crederò più ad uomo, l’ultimo l’ho mandato a quel paese pochi giorni fa, e non ho capito se lui lo sa. Perché, mi chiedo, la gente è così egoisticamente concentrata solo su se stessa e non pensa mai al dolore che può provocare agli altri? Mi scuso se ho fatto un po’ di confusione, ma in questi giorni sono abbastanza avvilita e forse il mio è uno sfogo inutile e senza senso. Quello che vorrei dire è che non è semplice ricostruire la propria vita dopo i fallimenti, almeno per me è così. Grazie mille. M.

Cara M. grazie per avermi scritto. Ricostruire la propria vita dopo un fallimento è come svegliarsi una mattina e scoprire che durante la notte c’è stato un colpo di stato e noi siamo il paese da riformare. Si tratta di uno degli eventi a cui la vita ci sottopone, più catastrofici e più edificanti. Non nello stesso esatto momento ma rimango convinta del grande potere rivoluzionario delle disfatte amorose. Le posso assicurare che non è lei ad essere fragile, è l’amore che è fragile. Più lungo è il nostro viaggio, meno ci è chiara la direzione, più pesante sarà lo zaino con cui ci relazioniamo con le nostre nuove conoscenze. In quel suo “raccontare tutto” ci vedo insieme un grande dono e un arma che può rivelarsi molto tagliente, perché così come noi abbiamo il nostro carico di partenze a vuoto e scivolate dalle cime, anche gli altri camminano per il mondo con il loro zaino ed è difficile, se non forse anche un po’ arrogante, pensare di ricominciare sempre tutto daccapo con la stessa purezza e la stessa energia che avevamo tre o quattro frequentazioni fa, o peggio (o meglio) ancora, qualche amore fa.

Essendo io una donna e sentendomi in empatia in qualità di essere umano più che di professionista, tenderei a convenire con lei sul fatto che gli uomini siano spesso dei mascalzoni (questa parola l’ho scelta con cura pensando a come li avrebbe apostrofati mia nonna) e magari invitarla a letture edificanti come Donne che amano troppo o Donne che corrono coi lupi, entrambe non da buttare per carità, ma entrambi deresponsabilizzanti di alcuni aspetti cardine necessari ad avere una visione realmente edificante del disastro che siamo capaci di ritrovarci intorno. Potrei anche dirle che certo, esiste una reale differenza biologica, sociale e psicologica tra l’essere umano donna e l’essere umano uomo. Siamo infatti tutti provvisti del cervello rettiliano (sì, perché in comune con i rettili, proprio quelli) deputato alla gestione di affari importanti ed animaleschi come la territorialità, la conquista, le reazioni di attacco e fuga, la competitività e altri mostri umani sebbene striscianti. Questo magari le potrebbe servire per accettare il fatto che tutti possediamo un nucleo ingovernabile che mira solo a non divenire preda e non soffrire. Con questo nucleo intenso e primordiale non permettiamo a nessuno di essere realmente più importante di noi o, se lo facciamo, ne paghiamo un costo. Come nel suo caso, in cui come mi racconta, si è sempre data da fare solo ed esclusivamente per gli altri e non è stata ripagata con la stessa moneta. Lo ha fatto, ci è riuscita, è stata senz’altro molto coraggiosa, però appunto ha dimenticato se stessa. Forse le sta capitando quello che capita a molte, forse a tutte, le persone quando si entra nel terreno sdrucciolevole delle cose dell’amore. Sta ripetendo un copione relazionale nel quale per motivi che non posso conoscere da qui, si sentirà da una parte sicuramente molto in difficoltà e frustrata, ma dall’altro è probabile che una parte di lei la spinga verso questa ripetizione per un motivo terribilmente semplice. Perché le è familiare. Già, siamo strani animali, per i quali il cambiamento è sempre auspicabile e temuto. Nel cambiare copione relazionale infatti siamo costretti a sacrificare qualche cosa, a leggere gli eventi passati sotto una luce diversa, e vedere ciò che siamo e facciamo sotto una luce diversa.

Solo attraverso questo compito amaro è realmente pensabile costruire delle modalità di selezione e reazione diverse da quelle che in passato non hanno funzionato e permetterci di essere felici in due. Glielo chiedo sperando di non risultare indelicata, ma è possibile, cara M., che in tutti questi anni lei si sia incastrata in un ruolo che le sta stretto ma che non riesce a cambiare? Sarebbe possibile anche pensare che finché cederemo alla dolce (e rabbiosa) tentazione di dare tutta la colpa alternativamente a noi stessi oppure al mascalzone di turno, rischiamo di finire condannati da noi stessi ad una sorta di auto compiacimento doloroso e cinico sulla non possibilità di redenzione o anche solo di miglioramento del benessere percepito quando decidiamo di dedicare il nostro cuore a qualcuno? Glielo chiedo e me lo chiedo, anche se me lo chiedo spesso, ma non è mai abbastanza.

Sarebbe possibile che io oggi qui dal mio pc sulla scrivania la inviti a provare a ridefinire il concetto di colpa secondo i termini di responsabilità? Come se dovesse essere madre severa ma giusta della sua parte bambina in cerca di un luogo sicuro in cui abbandonarsi ed essere se stessa e provare a individuare quali sono i nodi che sistematicamente le capita di affrontare. Come le capita di sentirsi e sopratutto qual è questa tipologia di uomini che poi la abbandonano. La invito a questa riflessione che avrà sicuramente fatto lei stessa innumerevoli volte, ma il punto di osservazione attraverso cui osserviamo gli eventi è più importante degli eventi stessi.

Forse ognuno di noi prova a riscrivere sempre la stessa storia che forse è iniziata nei rapporti che abbiamo avuto con i nostri genitori, che forse ci hanno condizionato, insieme a tante altre variabili, nella direzione dei nostri spostamenti, spingendoci a lottare per un finale felice di una favole che finisce sempre in modo triste. Forse se davvero pensa di non riuscire a uscire da questa che sembra a tutti gli effetti una trappola, può prendere in considerazione di raccontare la sua storia a qualcuno che faccia il mio mestiere e che le possa fornire una visione esterna di alcuni angoli che al nostro sguardo interiore rimangono sempre e per forza in ombra. Non si tratta di essere incompetenti con se stessi, piuttosto di arrendersi all’evidenza che l’amore è una forza troppo trasversale e troppo umana per sprecare le nostre energie vitali a cercare di combatterla o di farne a meno. Se c’è un invito che le posso fare, per quello che possa contare, è quello di non farsi trascinare dal cinismo ma di provare ad assumere una posizione più scettica nel momento dell’incontro. Con questo lungi da me la promozione della freddezza emotiva, ma un piccolo memorandum di auto protezione. Perché lei ha ragione, nessuno bada al nostro interesse più che al proprio, certe volte non lo facciamo nemmeno noi stessi, ma su noi stessi possiamo invertire rotte, sul timone degli altri è uno spreco di vita pensare di voler avere il controllo. Chi va via, va via per salvare se stesso, parti di se stesso, aspetti di se stesso, non per distruggere le nostre. Quella è soltanto una naturale e dolorosa conseguenza, non la conseguenza di un’azione malevola nei nostri confronti. Però l’amore è sempre una scacchiera, anche nella più dolce delle favole.

Forse c’è qualche altra situazione dalla quale non volendo si “distrae” tenendosi occupata in relazioni poco appaganti, qualcosa che le sta più a cuore risolvere, forse qualcosa che è più difficile da risolvere della nuova ultima sconfitta mascalzoniana. Sa, se lei fosse una mia amica le farei i miei più sentiti complimenti per aver cresciuto due figli indipendenti che saranno pieni di affetto per lei e con prospettive all’orizzonte, per essersi presa cura della sua famiglia, come la sua famiglia si sarà presa cura di lei quando lei non poteva farlo da sola, per essersi presa la responsabilità di compromettersi in un matrimonio e la lucidità per tirarsene fuori quando le faceva troppo male. E le direi inoltre, è proprio sicura che lavorare con il suo ex fallimentare marito non sia uno stillicidio quotidiano al quale non sarà di sicuro facile rinunciare visto che parliamo di lavoro, ma forse necessaria come mossa per ripartire più profondamente dai suoi desideri e da ciò che prima che la vita la deludesse pensava dell’amore. Le sembrerà sciocco, ma credo che sia sempre la parte più semplice e indifesa di noi quella che va sempre verso l’energia dell’amore, la stessa che viene ferita, la stessa che a volte non comunica con altre parti più adulte che ognuno di noi. Una parte che vuole essere abbracciata e rassicurata come in quei filmacci americani in cui qualcuno dice che andrà tutto bene, perché per quanta evoluzione, cultura, scienza e via dicendo all’infinito, tutti quanti abbiamo bisogno di qualcuno che ci abbracci e ci dica che andrà tutto bene.

Dalle ricostruzioni come si dice sempre, si comincia sempre con un passetto, un mattoncino, un minuto o anche tre minuti di una canzone che le piace molto. Si regali quei tre minuti e la possibilità di non tagliare fuori dalla sua vita un’emozione così bella, ma di regalarsi degli occhiali nuovi con i quali osservare il mondo, e l’amore.

P.S. Se dovesse fare un buon incontro me lo faccia sapere, sono sempre felice di sapere che lì fuori c’è gente che non si arrende al qualunquismo relazionale, anche e sopratutto, nonostante i fallimenti.

Olimpia

Come ci si riprende da un cuore spezzato?

Ciao Olimpia,

come sempre provo tanta gioia nel leggere i tuoi post e mi ispirano molto le cose che pensi. Spero che tu stia bene.

Sono quella che era stata un’infinità di tempo con un ragazzo meraviglioso ma che non amava davvero, e poi era riuscita a lasciarlo.

Dopo un anno, la situazione per fortuna è cambiata e mi sento più tranquilla e più aderente ai miei veri sentimenti, ma altri problemi sono sopraggiunti.

… Come ci si riprende da un cuore spezzato?

Mi sono innamorata per davvero stavolta… e lui mi ha ricambiato! Tanto quanto me. 

Ho vissuto la bellezza e le emozioni che avrei voluto vivere per una vita intera. Ho cambiato i miei piani per questo nuovo lui.

Lui è perfetto, veramente.

Tutto di lui è pieno di bellezza, dentro e fuori. E anche le cose che di lui sono imperfette, sono perfette abbinate ai miei difetti.

Sono stata talmente innamorata di lui che dopo anni di incertezza ho sentito per la prima volta di essere felice senza alcun compromesso, senza alcun dubbio, e che avrei dato tutto per lui, perché lui era ciò che volevo e mi sembrava incredibile anche solo poterlo immaginare. Ho sentito per la prima volta che tutto, tutto aveva un senso.

Wow.

Sai quelle intese perfette? Emotiva, mentale, fisica. Una roba mai vista prima.

Eravamo elettrizzati al solo incontrarci, al solo parlare. Non riuscivamo più a staccarci quando ci abbracciavamo. Trovavamo fuoco e sorpresa in ogni nostro incontro. Facevo viaggi mentali incredibili sul nostro futuro. Eravamo pieni di idee. Faremo questo, faremo quell’altro.

Ma lui appena mi ero illusa, mi ha detto che preferiva restare con la sua fidanzata di sempre. Che ha capito che insieme “vanno d’accordo” e che “ci tiene a lei”.

Sì perché il nostro amore è nato clandestinamente… Con una naturalezza che non poteva essere fermata.

E da allora, circa un mese fa, con una freddezza impressionante, è sparito.

E da quando se ne è andato la mia creatività si è bloccata.

Se faccio qualcosa per provare a fare stare bene gli altri, cerco di metterci molta cura. Ma non mi dà niente di così profondo, è una sorta di senso del dovere che mi dà una serenità leggera.

Mi circondo di attività ripetitive e razionali e discorsi asettici, tanto la gente è spaventata dalle passioni e non vuole parlarne più di tanto.

Passo il tempo senza riuscire a staccarmi da quel momento. Se riesco a pensare ad altro, prima o poi, la notte, o la mattina, il pensiero ritorna lì.

A volte ripenso anche al mio ex di sempre, perché l’intimità che ci legava era unica e vorrei potergli parlare. Ma è una cosa diversa. Lo rispetto e lo amo ancora, in una maniera diversa, a un livello diverso.

Penso sempre che lui -il nuovo- tornerà prima o poi perché so che lui era felice con me, ma è legato alla sua fidanzata anche se con lei non è così felice. Me lo diceva lui stesso.

Cerco di stordirmi di cose materiali e immateriali che possano ridarmi per un attimo quella sensazione così forte, ma alla fine mi ritrovo a fare in loop cose che so già che non mi daranno quella sensazione.

Fatico ad addentrarmi in nuove canzoni, nuove attività, nuove conoscenze. Mi manca la progettualità, la voglia di scoprire.

Si è bloccato tutto quando lui se ne è andato perché ho sentito che qualsiasi altra vita sarebbe stata uno spreco di tempo.

Fatico a progredire perché non voglio progredire.

Mi rivedo in lui, nell’incapacità di lasciare la persona a cui si è stati legati per anni. Ci è voluta la disperazione per lasciare il mio fidanzato di sempre e non mi aspetto che per lui sia diverso. Forse non la lascerà mai.

A volte riesco a pensare ad altro, è questione di tempo, e di scacciare via le nuvole.

Però io le voglio un pochino queste nuvole, perché mi ricordano che se le scaccio poi perdo qualsiasi speranza di riaverlo indietro.

Non voglio andare avanti, liberarmi dei suoi ricordi e della consapevolezza di essere ancora vivi, da qualche parte.

Non voglio ammettere la sconfitta, non voglio lasciare andare la cosa più bella e assurda che mi sia mai successa.

Come farò ad essere felice di una gioia minore?

Davvero si fa così? O dovrei in qualsiasi modo più o meno immorale convincerlo a ritornare?

Un abbraccio da un’anima solo apparentemente triste, ma ancora felice, se si ricorda di essere stata amata e di poter amare.

Vorrei vivere di amore, è mai possibile?

Vivere dando e ricevendo amore?

Sento che non c’è vita se non posso urlare TI AMO a qualcuno che amo davvero! E quel qualcuno è lui!

E se non è lui, avrei voluto disporre del tempo necessario per capirlo, anziché vedere tutto morire di colpo, sul più bello, prima ancora di iniziare davvero. Questa cosa mi dà tantissima frustrazione, la trovo inaccettabile, non riesco proprio a mandarla giù.

Perché due persone che si amano non possono stare insieme?

Grazie di cuore per aver ascoltato tutto questo.

L.

Cara L. nella mia piccola esperienza non credo di essere mai stata così colpita nel profondo e allo stesso tempo non mi sia sentita così povera di parole come davanti a questa circostanza. Ora è domenica pomeriggio, il tempo fuori è di quel grigio metà inverno, non penso pioverà, ma sono sicura che da qualche parte, in questo momento, forse nel nostro palazzo, nel nostro quartiere o forse saremo noi a farlo, e ci commuoveremo per la tenerezza che ci hai messo tu nel chiedere e spero anche per quella che proverò a metterci anche io nel risponderti. Uso questa parola dopo averci pensato un po’ e averla scelta tra alcune altre e dopo averla allontanata quanto più possibile da un’altra parola, insieme la più voluta e la meno trovata, la verità. Solo con coraggio e senza verità possiamo osare trasformare un momento in parola, sapendo che per un cuore spezzato non c’è e non ci sarà mai LA parola.

Sì, so di quelle intese perfette e sì, so anche di quelle intese perfette che poi si rompono e ancora sì, so anche una cosa più feroce, cioè che certe intese perfette che poi si rompono, si ritrovano in qualche altro luogo e spazio e con una persona diversa. Sono dispiaciuta e insieme contenta per te che tu possa fare parte di coloro che sentono il cuore spezzato. Non è un’esperienza per tutti, è uno stato di disgrazia così universale eppure sentito come se fosse estremamente unico ed esclusivo e che nessuno su questo maledetto orrendo pianeta, possa mai capire che cazzo stiamo provando e che nessun balsamo sempre su questo maledetto orrendo pianeta, possa mai lenire quella voragine, tranne l’amato che sentiamo perso. Qualche anno fa sono capitata nel Museo dei cuori infranti, si trova a Zagabria ed è il posto in cui ho visto più gente piangere tutta nello stesso momento. Si tratta di un posto piccolino in cui sono collezionati tanti oggetti arrivati da tante parti del mondo. Ogni oggetto è stato donato da qualcuno che ha avuto il cuore spezzato e aveva un valore simbolico speciale legato a quell’amore. Sotto ad ognuno una breve didascalia in cui chi l’ha mandato al museo racconta la sua storia e il perché di quell’oggetto. Qualche giorno dopo durante quel viaggio sono arrivata a Sarajevo e feci caso come in un altro museo, uno sulla guerra di quel paese così bello e così ferito, le persone mantenevano un austero silenzio composto. Attento, partecipe, riflettuto, ma composto. In quel momento ho realizzato che avere un cuore spezzato è un dolore che appartiene a una galassia diversa, nella quale anche i migliori tra noi umani, sebbene riusciamo a distinguere con tutta la ragione di cui siamo dotati, che non ne moriremo e che oh signore se esistono ben peggiori calamità che diamine, ecco in quel momento sentiamo nettamente che qualcuno ha spento la luce del mondo e che possiamo solo trascinarci lì dentro, ciechi, nudi nell’anima, soli. Le persone sono sempre morte e hanno ucciso per amore, per amore è stato fatto di tutto e di tutto è stato distrutto. Quando mi ci metto a pensare a quanto sia ovunque vorrei dire a tutti quelli che come te si chiedono se solo di amore si possa vivere, che certo, solo di amore si deve vivere. Il problema è che il sentimento è talmente tanto più grande di noi, che come diceva mi pare addirittura qualcuno di molto famoso, se vabbè adesso una vita, per capirla forse, nemmeno, chissà, settanta volte sette.

Domenica scorsa parlavo con degli amici proprio di questo argomento, perché a questo punto credo la domenica contenga una malinconia speciale da dedicare a coccolare certi pensieri e ti riporto in ordine a caso, qualche loro escamotage trovato in giorni che somiglieranno a quelli che vivi tu. Sono parole di persone a cui voglio bene e so che ognuno ha parlato raccontando momenti vissuti davvero e li ringrazio per essere qui a darci una mano.

-Sono andato a bere o per festeggiare o per deprimermi meglio. Il giorno dopo butto tutto tranne le foto perché sono pezzetti di vita

Vorrei dire di aver fatto subito qualcosa, ma la verità è che quando ho avuto il cuore a pezzettini sono rimasto per settimane nella zero voglia di vivere

– Quello che mi dà più soddisfazione è la disposizione dei mobili: stravolgendo casa ho come la sensazione di spostare la mia vita

– La cosa più nonsense fatta dopo è stata pensare che si sarebbe aggiustato e invece è ancora in millemila pezzettini

– Mi aiutò molto un’amica saggia con cui scambiavo messaggi saggi e un momento catartico fu una sbronza spettacolare che mi fece rischiare di essere arrestato tre volte in mezz’ora

– Ho più di 300 paia di scarpe

– Dopo una rottura in genere mi pongo degli obiettivi altissimi. Se non è vero che aiuta a dimenticare il dolore, perlomeno non perdo di vista la mia vita e posso essere soddisfatta di qualcosa

– Ero più giovane e portavo i capelli lunghissimi. Mi rapai a zero

-I capelli. Però sempre dopo un po’, l’inizio è sempre fatto di canzoni tristi e Nutella

-Mi sono cancellata da i social per un mesetto e sono andata una settimana nella mia città preferita, da sola

– Io mi sono segnato in palestra, ogni tanto ho paura di rimanere fermo anche se mi sto muovendo, ma ora sono qui e mi sento bene

-Cucinarmi cose non sane, ascoltare musica assordante in biblioteca, girare in bici all’alba, prendere un cucciolo

-Tinder gold

-All’inizio mi butto nel caos di tutte le feste e voglio perdermi tra gli sconosciuti, poi mi chiudo a riflettere sul senso della vita e ritorno piano a viverla

-Ho sfogato la mia rabbia distruggendo un mobile che avevamo preso insieme, ho fatto un viaggio in treno di un mese, ho fatto volontariato in carcere

– Musica classica è ottima ma roba importante tipo Mahler, Berlioz, Schubert, evitare le vecchie foto per almeno due mesi, leggere le poesie di Franco Arminio

-Andare a trovare gli amici lontani. Sono stata lasciata mercoledì, giovedì ho prenotato un volo

-Le pippe regà, ma proprio a perderci 2/3 diottrie a settimana

-Camminare, camminare, camminare

Come vedi le risposte a cosa ci si possa fare con un cuore spezzato ci sono e sono tante, però diciamocelo, nessuna tra queste ti ha risposto come avresti voluto, spero però ti abbiano strappato un sorriso anche se agrodolce. Io credo in poche cose in generale proprio nella vita, solo perché crescendo mi pare vedere che più io conosca, meno sappia. Quello che mi piace è pensare all’amore come appunto questa cosona gigantesca che permea la vita di tutti noi, anche degli apparentemente più intangibili alla questione, e in quanto cosona gigantesca, anche materia con la quale uno nella vita impara in tanti e vari modi, a vedere sempre diversa ma mai qualcosa di cui si possa fare a meno. Diciamo che se ci fosse un’accademia del saper avere a che fare con l’amore, ognuno di noi avrebbe il suo scudetto di bravura o di miseria. Qualcuno si ferma per sempre alle basi dell’asilo, in cui tu mi tiri i capelli, io piango, nessuno si spiega, oppure alle elementari in cui la grammatica non è così misteriosa ma ogni tocco è magico e se ti piace qualcuno ti piace per sempre, poi c’è il livello superiori in cui forse diamo addirittura il peggio, tutto il borderline dell’adolescenza, le urla telefoniche, i perché io perché tu, perché chi è quella mignotta o quel coglione con cui ti ho visto scambiare messaggi, c’è l’università in cui ognuno pensa di averci capito qualcosa perché ha spesso scelto il suo indirizzo, la sua storia seria diciamo e ogni tanto si fregia da buon consigliere al tavolo con gli amici, c’è chi decide che non è sufficiente e si spinge oltre, si masterizza in amori aperti, amori lontani, amori dolorosi ma intensi, dolori con problemi da adulti, con problemi di soldi di case. Amori che vogliono essere portati sul piano spirituale del diamoci a qualcosa che non sia l’amore ma mi trasformo in fiore di campo grazie al corso da mille euro al minuto e così starò meglio. Poi le storie ci sbattono e risbattono in qualunque punto del percorso accademico in meno di un secondo e allora tutto ci sembri ricominci. In realtà tutto ciò che si può prendere dalla questione, va avidamente preso, perché è un mistero che somiglia a quello della vita e della morte, in realtà un cuore spezzato una cosa soltanto può fare: può sanguinare.

Tu hai avuto il tuo tempo per vivere una storia che forse non era come la volevi, voi avete avuto il vostro tempo, loro hanno avuto il loro tempo. Il tempo è una variabile interessantissima, contiene la verità più delle parole. Il tempo, i giorni, i mesi i sempre forse in cui dovrai avere a che fare con qualcosa che manca ma che ha dato. Come preservare questo amore, non con metodi amorali, apriresti solo un altro problema e comunque non servirebbe. L’amore non è un pezzo di piombo ma un poliedro a mille facce fatto di acqua e cristallo che non si ferma mai.

Prima di salutarti di dico altre tre cose, come se fossero un abbraccio che poi è una di quelle cose che un cuore spezzato sa ricevere senza fare troppe storie.

Una è una cosa magistrale ma non mia, cioè la risposta di un amico, un giovane collega che non è poi così sicuro di voler fare lo psicologo ma è una di quelle persone che evidentemente dovrebbe perché è preparato, puntuale e appassionato. Quindi lo ringraziamo tantissimo e invitiamo a non mollare anche perché sarebbe un peccato:

Secondo me aiuta riflettere un po’ anche su cosa sia effettivamente una delusione. Una mancata corrispondenza con un’aspettativa, una mancata occasione di vedere il frutto di un proprio investimento, spesso affettivo. L’emergere del senso di colpa per “come sono andate le cose”. Insomma, riuscire ad astrarsi un po’ da tutti questi attributi o elementi così pesanti delle relazioni, aiuta molto. Ripercorrere all’indietro la strada, non per soffrire o per piangere sul latte versato, ma per capire dove nasce la crepa. Certo per fare questo bisogna essere consapevoli del proprio livello di resistenza rispetto ai rimorsi e ai rimpianti. Ma è sempre molto utile pensare a quanto sia plurale questa vita e agli infiniti universi possibili in cui possiamo imbatterci per capire che la nostra sofferenza è importante sì, a volte fa così male da togliere il respiro o la voglia di respirare ma è tanto parte della nostra vita quanto il sorridere o il capire o l’emozionarsi per una poesia. Guardarsi indietro, ricordare la strada compiuta non per vedere da dove si era partiti, ma per vedere dove si è arrivati. Una volta un noto terapeuta mi disse: io quando lavoro con qualcuno devo sempre partire dalla metà piena del bicchiere, con la parte vuota che ce ne faccio? Certo, noi nichilisti avremmo pure molto da ridire ma il senso è questo: esisterà sempre una risorsa positiva anche nell’ultimo degli stronzi, una sua capacità particolare, una sua peculiarità che lo distingue dagli altri o qualcosa in cui riesce abbastanza bene. Da quello si parte o si ri-parte. Tu Olimpia ad esempio sai far vibrare le persone semplicemente con le tue parole, le fai riattivare, riaddrizzi le loro vie quando queste si storcono, prendi le parole e i loro significati e li trasformi in dialoghi in discorsi in cui molti possono rispecchiarsi e questa è praticamente la base di tutto il nostro pensiero. In definitiva, il compito più strano e complicato, tra gli altri, della nostra breve permanenza qui è quello di fare chiarezza tra tutta questa confusione, trovare un luogo e un tempo in cui riusciamo a stare con noi stessi e con le nostre idee, percezioni, riusciamo a conoscerle ed accettarle. Compito arduo. Concludo: a na certa a 16 anni me prende la botta di matto e decido di leggere Michel Foucault, “L’Ermeneutica del soggetto”. In una delle tesi centrali trovai un senso di sollievo e un nuovo compito, e cioè quando Foucault evidenzia come il famoso gnothi seautòn socratico (conosci te stesso che poi sarebbe conosci i tuoi limiti ma qui servirebbe un altro post) che fu stata la massima che per millenni ha guidato lo sviluppo della filosofia e quindi dell’ideale, non era possibile o meglio era per forza riconducibile dentro qualcosa di più grande ovvero epimèleia heautoù, la cura sui, la cura di sé. L’essere prima concentrati, con la sana dose di egoismo, su ciò che ci fa stare bene non solo come semplice “relief” dai vari dolori dell’anima, ma proprio ciò che ci realizza in quanto esseri umani.

Due la mancanza è nelle cose infinitamente piccole, ci sono cioccolatini che non riesci a mangiare, strade che non puoi percorrere, respiri che finiscono molto prima di quando dovrebbero, immagini che colpiscono come mitra alle spalle, non dico canzoni che non riesci ad ascoltare perché sarebbe ovvio, ma non ho mai visto nessuno rivivere e ritrovare così tanto di se stesso come dopo una rottura di cuore. In fondo forse hai solo trovato uno specchio che ti ha ricordato come saresti potuta essere se non fossi stata coraggiosa nel lasciare una storia in cui non vedevi l’amore e ora però ti tocca esserlo fino in fondo.

Tre, se davvero tu pensi che questo incontro abbia avuto a che vedere con l’amore, comportati con amore anche se è troppo tardi o se ti sembra che sia così. La rabbia, le gelosie, l’ombra busserà tutti i giorni e tutti i giorni potrai decidere fino a dove lasciarla entrare. Però tieni sempre a mente le poesie e i libri e le cose belle che parlano dell’amore e anche quella poesia di Michele Mari che non è manco così bella ma dice una cosa bella sull’essere due imbecilli, cercala, tieni a mente il blues nei campi di cotone, ascolta Dark was the night cold was the ground, adesso e pensa che sei vicina a persone lontane, che non conosci, che non hai mai visto, ma che ognuna a modo suo ha dovuto osservare il proprio cuore spezzato e dire e adesso che cazzo faccio. Posso dirti soltanto questo mia cara L. quando ho paura della morte guardo i documentari sull’universo, quando ho paura che l’amore non sarà mai più per me per sempre, guardo le parole di chi ha parlato di amore e penso che un cuore spezzato è un cuore che soffre, ma un cuore che soffre è un cuore che può creare, perché nessuna bella frase è mai nata da nessun giorno perfettamente felice. Nel frattempo fatti cullare da questa malinconia come farebbe un piccolo tronco solido ma perso nella marea e sbattuto dalle onde che non si fermano nemmeno un secondo ma mentre ti sbattono, ti trasportano.

P.S. Sto pensando di organizzare delle riunioni per cuori spezzati, non so ancora i dettagli, so solo che c’è bisogno di un luogo per questi momenti, dove tutti capiscono quello che stai dicendo, come quel giorno in cui non volevo proprio uscire perché mi sentivo di merda e una mia amica di quelle care mi disse, ma che meraviglia, sto di merda pure io, ti passo a prendere tra 20 minuti. Quando sarà pronto sarai mia ospite.

Olimpia

Psicobiografie #3 Bruno Bettelheim

A questo giro ho pescato uno psi molto controverso, sulla cui vita esiste un mistero.

Se volete potete immaginare la voce della Leosini

Bruno Bettelheim (bettelaim) nasce a Vienna nel 1903, muore suicida a 87 anni. Di più, muore suicida dopo aver passato una nottata a bere whiskey e prendere medicine, asfissiandosi da solo con un sacchetto di plastica. Ebbene sì.

Su questa morte esistono varie versioni: qualcuno pensa fosse stremato dalle condizioni fisiche sommate alla scomparsa della moglie solo qualche mese prima, altri sostengono che nel gesto ci fosse una somiglianza con il suicidio di Primo Levi, circostanza a sua volta non così incontrovertibile. Di simile avevano di sicuro la disgrazia di essere rinchiusi nei campi di concentramento. Bruno nel ’38 passò un anno tra Duchau e Buchenwald, nel ’39 venne rilasciato sempre in circostanze non del tutto conosciute. Una volta libero riuscì a partire per l’America e ci rimase per tutta la vita.

Insegna Psicologia a Chicago per trent’anni, mentre lavora anche alla Orthogenic School, un istituto per bambini e ragazzi con disturbi autistici. Sarà proprio l’autismo l’argomento a cui dedicherà tutta la sua carriera, insieme allo studio in generale dell’età evolutiva. Nel ’67 pubblica il libro La fortezza vuota che diventa un caso editoriale. Espone la sua teoria sulla causa dell’autismo introducendo il nome di “madre-frigorifero”, ossia la strega maledetta che possiede ogni colpa. Il bambino si raggomitola su sé stesso lì dove trova un ambiente senza amore e quindi per migliorare deve essere allontanato dalla madrefrigo e fatto crescere in un ambiente confortevole e senza nessun regola particolare, tranne quella di non averne. I bambini dovevano crescere liberi da ogni forma di autorità genitoriale. Certo viene in mente che dopo l’esperienza dei campi di concentramento, i criteri di libertà non devono essere stati semplici da ritrovare, ma il punto misterioso non è tanto questo.

Nel ’97, sette anni dopo la sua morte, viene ne viene pubblicata una biografia di 500 pagine con il titolo “The creation of Dr. B” scritta da Richard Pollack. In questo librone vengono descritti crimini scellerati da parte di Bettelheim. Tanto per cominciare pare non si fosse mai laureato in Psicologia, non avesse mai e poi mai incontrato Freud nei circoli di Vienna, cosa che amava raccontare e addirittura non si era proprio occupato di autismo prima di arrivare in America, tranne una sola esperienza avuta con una ragazza di nome Patsy, che era stata affidata a lui e alla prima moglie e a quanto pare non fosse nemmeno autistica. Insomma ecco che Dr. B sembra diventare un mitomane di calibro. Secondo Pollack era stato tutto possibile nel momento della fuga in America dove il dottore aveva potuto reinventarsi un’identità senza il rischio di essere smentito. Nel libro si dicono cose anche molto più pesanti, cioè che l’apparente libertà offerta nell’istituto fosse in realtà molto spesso sostituita con un clima di violenze corporali forse anche sessuali e ancora che quasi nessuno dei ricoverati fosse di fatto autistico, ma si trattasse di persone con problemi comportamentali e di regolazione delle emozioni che miglioravano ma certo non si poteva gridare al miracolo della cura dall’autismo.

Sempre secondo l’autore la mitomania avvenne anche perché B era lui stesso stato dotato di una madrefrigo che, alla morte del padre, lo torturò con tanto silenzio e poco amore e anche perché era frustrato nella carriera, aveva scelto male e si era laureato con 12 anni di ritardo. Era dotato anche di un ammaliante uso del linguaggio e sapeva scrivere in maniera convincente, cose che lo aiutarono a rendersi credibile. Per sparare queste cartucce ci furono prima varie interviste alle persone che lo conoscevano, da cui l’unica verità su cui pare ci fosse accordo, era che sicuramente non era una persona a cui potevi credere su tutto e a cui piaceva romanzare le cose.

Bisogna anche dire che Richard Pollock aveva avuto un fratello internato nell’istituto, morto in un incidente misterioso. Pare che il Dr B avesse accusato tutta la famiglia di essere colpevole, dicendo che si era trattato di un suicidio. ORA, non credo di essere maliziosa nell’intravedere come un’ombretta di questione personale non ben risolta, dietro alla briga di 500 pagine. Ma si sa che spesso la verità è una bilancia che fatica ad assestarsi.

Forse è semplicemente stata una di quelle persone pazze in modo lucido, magari consapevole, magari di meno, che prese dalla loro visione hanno tirato castelli, o fortezze, di sabbia, che per un po’ sono andate bene finché qualcun altro non è arrivato a costruire con i mattoni.

Lo stesso giorno in cui lo trovarono morto in edicola usciva il Time con una copertina dedicata al servizio sul diritto alla morte. Ebbe tre figli con cui lui proprio lui che si era dato così da fare per la questione filiale, proprio non riuscì mai ad andare d’accordo.

Curiosità: compare nei panni di sé stesso nel film Zelig di Woody Allen, in cui il protagonista è proprio un uomo capace di prendere le sembianze di chiunque.

Eh sì, certe vite sono un po’ più strane di altre.

Olimpia

Psicobiografie #2 Carl Withaker

Sono stata contenta quando dal mazzo è venuto fuori proprio Withaker (uìtaker) perché è tra quelli considerati più pazzerelli e originali di altri. Nasce nella cittadina di Raymondville, nello stato di New York.

Viene da una famiglia numerosa e rurale, provenienza che gli rimarrà a lungo addosso, quella del topo di campagna. Infatti dirà di essersi sentito schizofrenico per tutto il liceo e aver passato circa 15 anni cercando di capire come adattarsi a una struttura sociale, dopo aver vissuto i primi 15 nella propria fantasia. Ed è proprio in materia di schizofrenia che gli partì quello che chiamerò Il ciavattone, o comunque la grande intuizione. Dopo aver studiato Ginecologia e Ostetricia, nel ’38 decide di studiare Psicologia e inizia a lavorare con gli schizo, rendendosi conto che i poverini qualche miglioramento in clinica lo portavano pure, ma poi tornavano a casa e ricadevano miseramente. Grazie a questa intuizione e al clima di importanza della famiglia che si cominciava a respirare in quegli anni tra gli psi, che Carletto diverrà noto con il nome di terapeuta della famiglia. Per lui il cliente è proprio tutta la famiglia, e non solo i genitori, ma tutta quella che si poteva invitare, si invitava. Nonni, fidanzati, vicini e se non ricordo male una volta fece addirittura portare in studio una teca con dentro il pitone di qualcuno, perché pure sto pitone aveva il suo ruolo all’interno del sistema. (Davvero non mi ricordo se è vero o no, ma nella mia testa è diventata una nozione e comunque rende l’idea).

Withaker è per me noto come il terapeuta da mic drops, infatti a lui sono riferite una serie di considerazioni ed episodi degni del miglior rapper. Ivi a breve ne elencheremo qualcuno.

Il nostro è diventato conosciuto per appunto questa storia della famiglia allargata, molto allargata e per l’uso della figura del co-terapeuta, ossia un collega con cui portare avanti la terapia. Questa scelta ho trovato potrebbe avere due diverse origini. Da una parte ho trovato che lo riprese dalla modalità utilizzata come consulente per i dipendenti di una centrale nucleare, durante la Seconda Guerra Mondiale in cui bisognava concentrare le forze e ridurre il tempo, da un’altra parte ho trovato che invece viene dall’esperienza personale di solitudine e di come aver fatto amicizia con due compagni di liceo, lo abbia davvero aiutato nel suo benessere. In un’altra intervista ancora ho trovato un suo commento su quanto alla fine sia meglio fare la Psicoterapia in compagnia perché da soli è troppo faticoso. E vorrei vedere chiunque ad arbitrare tutta una squadra di calcetto più il pitone, da solo.

La sua terapia viene chiamata anche Terapia dell’Assurdo, nel senso che faceva largo uso di sé stesso più che di vere e proprie tecniche, utilizzando la creatività come risorsa. Credeva nella logica emotiva delle cose più che in quella cognitiva e uno che fu un suo collaboratore per vent’anni disse che Cercare di dare giudizi su Withaker con il lato sinistro del cervello (quello non deputato alla creatività) è come cercare di fare l’analisi grammaticale di Joyce. Secondo questa logica fece varie cose appunto da mic drop, tra cui: mettere al tappeto un bambino per dimostrare che poteva stare calmo, addormentarsi durante una seduta per trasmettere il senso di divertimento che provava, cacciato via una coppia in cui ognuno aveva un amante, dicendo che avevano già ognuno il suo psicoterapeuta e che non gli piaceva l’infedeltà, minacciato di morte da un utente della comunità psichiatrica gli rispose che meno male così aveva un’altra scusa valida per farsela sotto già che gli capitava comunque per via della sua timidezza.

Eppure se i sui interventi funzionavano non sarà stato certo per questi interventi da mattatore, o comunque non solo. Immagino, come in tutte le cose, che una grande dose di passione e dedicazione, anche in questo essere così fuori dagli schemi. Per esempio diventato direttore del dipartimento di Psichiatria, faceva fare ai tirocinanti una terapia di gruppo di prova, in cui tutti i lunedì dalle 9 alle 10, si stava in silenzio. Punto. E tenne un gruppo di scrittura, per quasi 8 anni, con 4 colleghi, riunendosi ogni giovedì dalle 9 alle 12.

Sosteneva che l’obiettivo di ogni famiglia fosse quello di liberarsi dal passato e dal futuro, per tornare a essere. Non dava mai consigli perché pensava avrebbero ostacolato la crescita, perché ogni persona aveva le risorse necessarie per portare a termine il viaggio e che i membri di una famiglia hanno bisogno di sentire la disperazione prima di poter cambiare. Il malessere era spesso tutta una causa della difficile mediazione relazionale a cui siamo condannati in quanto persone. Malessere frequentissimo nelle famiglie e, ovviamente, nel matrimonio. Argomento su cui fece enorme spirito sostenendo cose sagacissime tipo Se non sopportate la solitudine, non sposatevi.

Scrisse varie cose, tra cui Il crogiolo della famiglia che vendette 100mila copie. A me però ne è sempre stato a cuore un altro che si chiama Considerazioni notturne di un terapeuta della famiglia, scritto verso gli 80 anni. Ci sono vari spunti molto saggi, molti riferimenti alla sua vita con tanto di foto illustrative, indicazioni per i giovani terapeuti, ha un titolo molto fico e contiene questa ouverture notevole: “Questo non è un manuale di istruzioni e non sono neanche sicuro che sia il manuale di quello che io ho fatto. Il problema è che dubitando di me stesso non mi fido neppure dei miei pensieri. Forse nel loro insieme queste considerazioni sono solo il racconto fantasioso di come sono riuscito a sopravvivere”.

P.S. In pensione tornò a vivere in una casa di campagna simile a quella in cui era nato con Muriel, sua moglie da cui aveva avuto 6 figli. Lui e Muriel avevano inventato un gioco, il ping-pong senza punteggio. Avevano deciso fosse la cosa giusta da fare per divertirsi un po’, senza dovere stare lì a tracciare confini di supremazia della loro storia.

Ecco Carl versione santino, non ho trovato di meglio, nelle altre aveva un doppio mento pazzesco e non mi è sembrato gentile.

I miei pazienti a.k.a. i supereroi

Questa qui la volevo dedicare ai pazienti, i miei, quelli dei colleghi e quelli che nella vita lo sono stati, pazienti. Perché non si pensi mai che gli psicologi non vi pensino. Noi vi pensiamo eccome, a ognuno di voi. Quando torniamo a casa, mentre ci parlate, quando parliamo d’altro, voi ci siete.

C’è il ragazzo che si presentò da me con la playlist che avrebbe voluto fosse suonata durante il suo funerale, quando tutti si sarebbero accorti di quanto è speciale, c’è la donna bellissima che non riesce a trovare proprio l’amore, c’è la mia quasi coetanea e collega che pensa io possa aiutarla nel diventare la psicologa che vuole diventare, c’è chi si strappa le vene per un matrimonio finito, chi la notte non dorme mai, chi si commuove pensando alla nonna, chi sa fare delle riflessioni così belle che dovrei ringraziarlo. Ogni cosa che ci date in mano non è solo un dono, è una responsabilità. Qualcosa ha vinto la vostra fiducia e vi fa dedicare a questo sporco gioco che è la psicoterapia, in cui le maschere andranno sbucciate e di sicuro si piangerà per poter ridere ancora.

Non tutti hanno questo coraggio barbaro di guardarsi dentro, un coraggio che io stessa ancora, a volte, fatico a ritrovare ogni giorno. Non tutti sono disposti a sporcarsi le mani e ricevere certo qualche pacca di comprensione, ma anche un occhio severo su certi aspetti su cui vi incasinate da soli e di cui vorreste fare tutti colpevoli tranne voi stessi.

Quando penso a cosa mi fa felice di questo lavoro la risposta è complessa ma in realtà anche semplice, è quando siete più felici che io sono felice e viceversa. Perché voi, meno male, non vedrete mai tornare a casa sorridendo e parlottando da sola sui vostri successi o insuccessi, però io mi vedo tutti i giorni continuare dialoghi nella mia mente, in cui cerco di portarvi più avanti di quanto sarebbe giusto perché i tempi sono i vostri, ma nella mia testa finite sempre tutti molto felici e molto innamorati di qualcuno o qualcosa.

Un’amica una volta mi ha detto che vuole bene al suo psicologo, anche se non glielo può dire. Beh, io lo capisco il sentimento che c’è lì, perché somiglia a quello che c’è qui. Con tutte le dovute delicatezze etimologiche della parola bene, anche io vi voglio bene. Voglio il vostro bene, probabilmente più di quanto voi vogliate il vostro, visto che spesso chi riconosce di avere un problema non si sente un’autostima grandiosa, sente che è la peggior cacca di questo pianeta. Per questo è importante da una prima piccola persona che in voi invece ci crede abbastanza. Crede nella vostra capacità di rinascita dalle ceneri, anche se prima bisogna appiccare l’incendio. Crede che se una volta a settimana o giù di lì vi prendete il carico di avere un appuntamento con voi stessi davanti a qualcun altro, allora siete già un po’ vittoriosi. Siete già un po’ dei supereroi.

Non ci sono scorciatoie in questa strana giostra che è la vita, ci sono solo emozioni che vanno osservate e capite e lasciate essere prima di poterle estirpare. Ci sono ere che sembrano non finire mai, lo so, lo so quanto possa far male non riuscire a essere felici, se fossi nata felice avrei fatto un altro lavoro. Lo so che ci sono giornate che sembrano non finire più e giornate che sembrano non arrivare mai. Cosa vuol dire farsi schifo e cosa vuol dire pensare che gli altri si accorgeranno di te soltanto quando sarà troppo tardi.

Insomma, due o tre cose sulla vita le so, ma tutte quelle che devo imparare alla fine le impariamo insieme, entrando nella grotta del dolore, ognuno con il suo caschetto con la luce puntata, ma camminando vicini.

Non potrei mai promettere a nessuno di voi che tutto ciò per cui state lottando e soffrendo e sperando, si trasformerà in qualcosa di buono e rassicurante, ma vi posso promettere che io, così come tanti come me, ci mettiamo tutto quello che abbiamo, che siamo, che sappiamo.

Dimenticatevi dello psicologo che bada solo alla nosografia, per incasellarvi in qualche categoria e placare, più che la vostra, la propria ansia di fronte all’infinito. Gli psicologi così ci sono ma sono pochi rispetto al resto, che più che curarvi cerca di avere cura di voi e della vostra visione del mondo. Cercando, come diceva un saggio, di vedere il mondo dal vostro finestrino.

Non siamo nemmeno cartomanti, cui basta una spolverata di informazioni per trasformare il brutto in oro. Siamo persone, che si impegnano a supportare altre persone e per farlo bene dobbiamo fare i compiti a casa, cioè pensarvi anche fuori dall’ora che vi dedichiamo. Abbiamo tante storie da custodire e tante ricchezze spesso inespresse o messe nell’ombra che dobbiamo imparare a leggere per continuare a scrivere il romanzo della vostra vita e i veri capitani di questa avventura coraggiosi siete sempre voi.

Senza di voi la psicoterapia non esisterebbe proprio, senza la vostra fiducia e il vostro tormento. Ciò non vuol dire che il tormento non lo possiamo addolcire, ma comunque siete fondamentali all’esistenza di questa cosa nel mondo che è fatta di parlare, parlare, parlare e cercare, cercare, cercare. Siete preziosi quando ci chiedete noi come andiamo, anche fosse per intermezzo comunicativo e non per vero interesse, però lo apprezziamo. Quando ci tenete a farci piccoli regali per il percorso fatto insieme, che se ha dato un senso alla vostra esistenza, vi assicuro anche alla nostra. E non perché ci compriamo la casa al mare con i vostri guadagni, davvero, gli psicologi non lo fanno per la ricchezza del portafoglio, ma perché se no non saprebbero che altro fare di loro stessi.

Insomma supereroi, in questo tragitto di strada che percorriamo vicini, che ogni giorno sia lodata la vostra capacità di sporcarvi le mani con il vostro stare male. Se avete già questo piccolo e grande coraggio nel guardarvi dentro, state diventando simili alle persone a cui volete somigliare. E fidatevi che per ogni vostra buona lacrima sulla questione, da qualche parte, quando ci regalate la vostra fiducia, ci sarà sempre uno psicologo che cammina mentre torna a casa e pensa a voi e a tutto quello che una persona può fare, quando decide di farlo, per se stessa.

Questo sito utilizza cookie tecnici e di profilazione propri e di terze parti. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la cookie policy. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie. Leggi la Cookie Policy.

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi