Confessioni di una psicologa senza filtro

di Olimpia Parboni Arquati

Quel messaggio che non devi proprio mandare

L’abbiamo fatto tutti e lo faremo ancora, però che palle. Non c’è forza che ci fermi dallo scrivere inutili messaggi alla persona che ci piace nei momenti meno opportuni. Cioè, ovviamente tutti sappiamo benissimo cosa si deve o non si deve fare, in teoria. In pratica invece pare sempre che qualche energia oscura ci prenda a padellate in testa, trasformandoci nella versione peggiore di noi stessi con un solo colpo di acciaio inox.

Passate un attimo in rassegna voi stessi e ditemi se non è vero che in almeno dieci occasioni vi è capitato di fare quella mossa da cretini di mandare il messaggino maledetto, nel cuore della notte, del giorno, della mattina fa lo stesso, in cui vi siete presi paura e, cercando rassicurazione, avete trovato un muro ancora più solido del padellone d’acciaio.

La voglia di spiegoni arriva così, alle spalle come un ladro, incontrollabile come la marea e si porta via il buon senso peggio del vento con le piume. Incontrollabili prendiamo i nostri dannatissimi telefonini e giù come pazzi in picchiata per il pendio dello sfacelo. Poi non so tra uomini se succede nello stesso identico modo, ma tra donzelle abbiamo un gusto super speciale per riunirci intorno ai tavoli cosparsi di sigarette, a leggerci a vicenda gli spiegoni del secolo che abbiamo inviato al povero stronzo di turno. E questo capita a colpi di “Ao senti che j’ho scritto, senti come l’ho sistemato ao”, a questo punto si crea un attimo di silenzio quasi solenne e lì può finalmente partire l’esposizione dell’arringa con la stessa verve con cui i bambini recitano la poesia ai parenti sotto Natale.

Per quell’attimo, solamente per quell’attimo, creiamo l’illusione di aver messo tutto quanto a posto con le nostre parole. Di aver dato finalmente un significato al mondo tutto quanto intero tramite l’elenco dettagliato dei difetti dell’altro. Come se dando a qualcuno dell’egoista malsano bastardo potessimo veramente sentirci meglio noi. No ragazzi, fatevelo dire, questa cosa pare figa ma non serve a un cazzo. Anzi sì, serve a perdere tempo, a mettere a dura prova le nostre coronarie e ci lascia addosso un rinculo di rabbia che non se ne va più.

E allora come si fa vi chiederete voi, giusto? Eh ma io mica lo so bene, però qualcosina l’ho capito, ovviamente a suon di monologhi di accusa in cui una parte di me si sentiva in gamba come Marco Antonio che fa le scarpe a Bruto, l’altra invece iniziava già a capire che stava sbagliando tutto. In confidenza vi racconto questa, quando avevo grosso modo 16 anni mi presi una cottarella estiva per uno che al secondo appuntamento mi diede buca. All’epoca non è che c’era tutto sto telefonismo in giro e della mia cotta avevo soltanto il numero fisso. Insomma questo non si presenta, io dopo un’ora salgo a casa infuriatissima e mi attacco al telefono come una cozza si attacca allo scoglio, a telefonare like crazy a costui che non mi rispondeva nemmeno, ma io volevo farlo nerissimo e quindi daje con il tastino “ripeti” fino ad arrivare forse a 67 tentativi e niente. A un certo punto mia madre entrò in camera e fece una cosa splendida, foderò il telefono con mille strati di pellicola trasparente e mi disse:

” Così ti fai passare la smania di risposta, bella de mamma”. Crudele? Forse sì ma nessuno ha mai detto che l’educazione sia fatta soltanto di carezze.

Ora, nel momento in cui vi viene pure a voi la smania di risposta, lasciate stare. Fatelo perché altrimenti sarà inevitabile salire sulla navicella del paradosso, in cui più vuoi una cosa e meno ci riesci. Pensi che il tuo batticuore non si stia comportando bene, non ti voglia abbastanza bene, se la faccia con altri più splendidi di te? Bene, cioè malissimo ok, però prima di tutto accettiamo il nostro turbamento e diamogli un po’ di spazio. Nella pratica questo vuol dire varie cose, tanto per cominciare non state lì a fissare il telefono perché anche se non ne siete convinti, guardarlo intensamente non farà comparire messaggi d’amore all’improvviso. Alzatevi proprio dal posto in cui state seduti e fatevi il giro del palazzo. Prendetevi due birre, spegnete il telefono per qualche ora, fatevi una doccia. Cantate tutto il vostro album preferito, fate una corsa sul posto o sempre intorno al palazzo fino a che non vi è scesa un pochettino la botta della smania. Solo in quel momento sarete lucidi per rispondere qualcosa di sensato invece della solita arringona da battaglia.

Una frase tagliente e ben assestata vale più di qualunque modo vi sembri adatto a spiegare il vostro turbamento. E per essere sintetici sulle cose bisogna prima pensarci a lungo, quindi via quel telefono e fate entrare un po’ di silenzio nella vostra testa smaniosetta. Ma lo sapete perché vi conviene prendervi del tempo? Non perché i vostri sentimenti non valgano un’arringa o perché magari non abbiate a che fare davvero con una persona che non vi vuole, semplicemente perché quella dignità che possono acquistare le parole non merita di essere sprecata per un momento di profonda insicurezza e di paura.

Dalle situazioni si può uscire in tanti modi, belli miei, e se deve succedere che dall’altra parte non si ricorderanno di noi, beh, sti cazzi, poi ce le dimenticheremo pure noi. Però la dignità con cui usciamo dalle situazioni invece si ricorda sempre e vi posso assicurare che il dolore ricevuto è niente rispetto a quello che possiamo farci da soli. Perché dagli stronzi si può pure scappare, ma se lo stronzo abita dentro di noi allora come potremmo correre via veloce? Davvero, non è tanto figo fare il bagno di merda alle persone, nemmeno quando se lo meritano. Non è tanto figo mandare messaggi vocali che durano come un film di Scorsese, non è tanto figo offendere persone che alla fine nemmeno conosciamo veramente e non è tanto figo fare la figura dei disperati bisognosi d’amore quando, detto solo tra noi, quello che facciamo in certi momenti è solamente uno stupido capriccio della nostra vanità.

Se non ti vuole lo sai che cosa gli puoi dire? Una cosa che dicono gli argentini prendendo spunto da quella cosa molto romantica che è il tango: “Io e te abbiamo già ballato abbastanza” e così, leggeri e taglienti potete tornare sulla giostra ad aspettare il prossimo giro di danze. Oppure facciamo un’altra cosa, ditemi se vi può piacere, facciamo che ognuno di noi si tiene in saccoccia il messaggio maledetto che non deve mai mandare fino alla mattina successiva. Se lo stato d’animo è esattamente uguale a quello della sera prima, allora chi sono io per fermarvi dalla figura di merda. Ma se fosse un po’ diverso vi propongo di farne una bella raccolta, dal nome “Gli spiegoni che non ho mai voluto spiegare” o una cosa del genere. Poi ci ritroviamo tutti intorno a un tavolo cosparso di sigarette e ce li leggiamo ridendo. 

Perché il bisogno di essere amati è una cosa di cui sorridere e non vi dovete vergognare se ogni tanto l’abisso vi guarda dentro e chiede di essere accontentato. In quei momenti di smania ci mettiamo tutte le nostre mancanze, tutta la nostra tenerezza. Quindi non copriamolo con la rabbia solo perché ci sembra che non funzioni, copriremmo di rabbia la cosa più preziosa che abbiamo dentro.

E poi, se invece fosse proprio amore, provate a pensare se Romeo avesse mandato un letterone alla povera Giulietta dicendole “Ao amò, che c’hai? Te sento fredda”, che storia di merda sarebbe diventata? Quei due si amavano tantissimo proprio perché si sapevano aspettare, desiderare e mancare. Tenetevi stretti il vostro silenzio come la pellicola stretta intorno al mio telefono adolescente, perché il silenzio è l’unico posto al mondo dove puoi pensarci dentro.

Riflessione non definitiva sul perché ci piacciono gli stronzi

Questo mese senza scrivere una parola mi ha fatto ricordare perché avevo iniziato a farlo. Perché mi fa stare bene cazzo, mi fa stare molto bene. E cosa è successo allora? Dove sono finite tutte le mie buone intenzioni? Dove sono finite tutte le lettere che mi avete scritto? Io spero tanto che nessuno sia sentito preso in giro quando non ha più ricevuto risposta, non era così e adesso vi racconto quel po’ di verità che so.

Tutte le storie che mi avete raccontato avevano in comune sempre la stessa cosa: l’amore. Anzi, il malamore. Più di 50 persone (spiegarvi l’onore di quest’attenzione è un capitolo a parte) mi hanno raccontato il loro dolore e io che ho fatto? Quasi niente miei cari, quasi niente. Anzi una cosa l’ho fatta: ho avuto paura. Di non sapere che cosa dire, di non essere più saggia di niente né più intelligente di nessuno e quindi sono un po’ scappata, come succede nelle migliori storie quando il carico si fa grosso.

Però aspettate, non sono scappata per non tornare, mi sono presa la maledetta pausa di riflessione. Che di solito è una banale scusa, in questo caso però no.

“Olimpia odio mio marito che mi tratta male, come posso fare? Olimpia il mio ragazzo è un pezzo di merda, come posso fare? Olimpia sono innamorato di una che è sposata, come posso fare? Olimpia il mio compagno non mi fa nemmeno usare internet, come posso fare per chiederti come posso fare?”

Olimpia a questo punto ha avuto un crollo sentimentale. I primi giorni camminava per strada e aveva voglia di fermare chiunque e chiedere “Signore per favore mi aiuti, ma perché ci piacciono sempre le persone che non ci trattano sempre bene?” Poi Olimpia l’ha chiesta pure a mamma e papà questa cosa, ai suoi amici, alle persone conosciute per caso il sabato sera, agli occhi del mio cane e al kebabbaro qui di fronte. L’ha chiesto a tutti, l’ha chiesto alle stelle, ai libri e all’albero di prugne che fiorisce nel giardino. A tutti tranne che a se stessa.

Forse ci passerò la vita con questo punto interrogativo nel cuore ma non voglio che passi un altro giorno ancora senza raccontare a qualcun altro quelle quattro stronzate che penso sull’argomento. Così magari la testa smette di farmi male e così magari anche un centimetro dei vostri cuori comincia a fare un pochino meno male.

Allora, cominciamo col dire che non è per niente vero ci piacciono gli stronzi, ma quando mai? Lo sapete chi ci piace, eh? Mo’ ve lo dico. Ci piace chi ci racconta quanto siamo belli, quanto siamo giusti, quanto siamo interi e non a pezzi. Ci piace chi ci tratta benissimo, ci vomita farfalle in faccia, ci dipinge arcobaleni addosso e poi…e poi smette. Ecco che succede. Se qualcuno, ad un certo punto, ci ha detto delle parole d’amore allora è fottuto per sempre. perché il cuore non dimentica manco una virgola. E non perdona.

Se tu, Pinco Pallo dei miei stivali, a un certo punto hai tirato fuori complimenti per me, allora me li devi ripetere fino alla tomba. L’idea di me bellissima è una cosa che non ti puoi più riprendere. Siamo condannati a cercare noi stessi negli altri e quindi siamo condannati a prendere a testate chi osa cambiare idea ad un certo punto.

Signori, coraggio, non è la stronzaggine che lega, è l’ambivalenza. Le cose non vanno avanti perché lui o lei scompaiono nel nulla, ma perché ogni tanto tornano. Non è un mondo di stronzi, è solo un mondo di persone che cambiano idea continuamente. E poi magari la ricambiano e poi ancora e ancora.

Quante ne abbiamo sentite, quante ne abbiamo vissute? Coraggio, voglio saperlo. Provate a contare i vostri episodi ma pure quelli degli altri in cui ci sono frasi che somigliano a : “Ma mi aveva detto, mi aveva promesso, mi aveva scritto.” AVEVA, infatti. Un imperfetto, solo un imperfetto che nel presente non c’è più o non è più come prima. E allora noi che facciamo? Come koala assatanati, tiriamo fuori gli unghioni e ci attacchiamo alle parole, le ispezioniamo, ne tocchiamo il fondo, ne facciamo la radiografia e in alcuni casi arriviamo a farne l’autopsia. Passiamo in rassegna ogni maledetta lettera di ciò che è stato e non andiamo avanti.

Vero amore sempre? Ma dai. E non mi venite a dire “Eh ma tu non puoi capire…” perché le storie si somigliano tutte, anche tu che mi stai leggendo adesso sei nel pentolone quindi non provare a fare l’originale. Finché cercheremo tutti noi stessi negli occhi degli altri, crolleremo ogni volta che qualcuno smette di guardarci come noi vorremmo.

Se potessi avere un genio  con una lampada gli chiederei se per favore trova il modo di farci scappare dagli “stronzi” così come si scappa dal fuoco quando ci metti la mano sopra. Puro spirito di sopravvivenza e conservazione. Invece niente, tutti koala co’ le stronzate degli altri. Ma noi invece? Non abbiamo mai cambiato idea su qualcuno? E allora pensiamoci un momento e pensiamoci anche mille momenti prima di risponderci. Quando lo abbiamo fatto o quando ci siamo comportati in maniera sfuggente, lo abbiamo fatto con la chiara intenzione di ferire gli altri o piuttosto perché in quel momento quello era il massimo di quello che potessimo fare? Non stiamo forse tutti quanti qui ad agire più a favore nostro che a sfavore degli altri? Ma tutti questi stronzi, avranno mai un infallibile piano malefico per rovinarci la vita o forse cercano solo di rendere migliore la loro come facciamo anche noi? E non siamo anche noi gli stronzi dei nostri racconti?

Io non la voglio più sentire questa storia degli stronzi perché mi ha fatto diventare il cuore un sasso duro, gli occhi due laghi di montagna e la voce un sibilo di rabbia.

Vi lascio dei punti alla Marzullo che mi ritornano sempre in mente:

-Prima di pensare che gli altri cambieranno per noi, rendiamoci conto di quanto poco cambiamo noi per noi stessi

-Hai incontrato qualcuno che ti tratta peggio di quanto dovrebbe? Vogliamo passare la vita a cercare di spiegare il galateo dell’amore ?

-Il tuo “stronzo” di fiducia usa la stessa dolcezza che trovi mangiando un limone a morsi e tu non sai che fare. Sputare via tutto e tornare al mercato cambiando frutto non mi sembra un’idea cattiva.

-Vorresti un grande abbraccio per tutte le cose brutte che ti capitano e lo chiedi a chi ti fa male, allora lo stronzo forse sei tu.

Scusate dei toni rigidi, scusatemi dei ritardi, scusatemi se non capisco. Io vorrei soltanto che ognuno di noi si sentisse meno perseguitato e più libero di scegliere cose felici. Il dolore porta dialogo, porta spessore e porta pacche sulla spalla. Ma se tuo marito ti mena da vent’anni, gliene vogliamo regalare altri venti?

Non attacchiamoci alle persone come se fossero cose, come se fossero nostre. Un giorno potremmo ritrovarci tutti talmente vecchi da non poterci fare più niente se non pensare che il mondo è una merda e lì fuori sono tutti cattivi. Riconosciamo le nostre di parti stronze e impariamo ad accettare che chi ci fa male sta solo cercando di fare del bene a se stesso.

Io quando litigo con qualcuno mentre guido poi rimango incazzata a lungo, ritorno a casa e magari sono un po’ nervosa ancora. Avrei voluto insultare meglio oppure di meno, avrei voluto non sbagliare incrocio, avrei voluto essere a piedi oppure in campagna a camminare tra i prati. Non lascio andare perché qualcuno mi ha risposto male e io non sono stata vigile, non sono stata attenta. Mi sento offesa e anche un po’ stupida e tutto questo mi fa molto male. Allora chiudo un attimo gli occhi e cerco di immaginare la pioggia che mi cade addosso e scorre via, in un posto dove nessuno arriva. Nemmeno la rabbia, nemmeno il dolore.

Una lite al semaforo non è come una cattiva storia, ma stiamo comunque perdendo tempo e perdendo amore. Trasforma la pioggerella in una tormenta ma lascia che scorra via. Ma sopratutto salvati dai veleni degli altri, non sono queste le battaglie per cui ferirsi, tua mamma non ti ha portato al mondo per perdere la vita dietro agli stronzi. Valle a dare un abbraccio e scusati per il tempo perso. 

E poi guardati allo specchio e fatti un sorriso e dimmi se non ti mancava quella bella faccia che ti ritrovi quando sorridi.

Ex-files

Ieri sera mi è successa una cosa che non mi era mai successa. Ero seduta al caro vecchio bar, con la cara vecchia amica e il vecchio carissimo camparino&soda, a due tavoli di distanza un duo tutto preso da abbracciamenti vari.
Ad un certo punto la piccioncina si snoda un attimo, guarda me e la mia cara vecchia amica e ci fa -con quel tot di dialetto che lascia un gusto agrodolce- “Ao, ma secondo voi io e questo possiamo sta insieme oppure no?”

Al che ne viene fuori un’incantevole chiacchierata a quattro, in bilico tra momenti di femminismo applicato e toni solenni ma assurdi da biscotto della fortuna. In pratica si erano mollati, odiati, inviati reciprocamente le peggiori maledizioni per il futuro e tutta quanta la prassi, eppure eccoveli là. Lei era appena stata mollata e subito aveva fatto quella che molti di noi conoscono e che mi piace chiamare la rubricata, ossia che ti lasci e passi al vaglio tutti i contatti dalla A alle email. Tattica leggermente grezzettina ma a suo modo produttiva. Però in fondo che male c’è? Magari si sono davvero mancati e magari vissero felici e con un Long Island in mano, io che ne so. Poi in chiusura brindiamo al grande sentimento, faccio ciao e mentre mi giro lei mi guarda e mi fa: “Teso’, comunque gli ex so li mejo, a me è la quarta vorta che me sarva quanno me lascio”

E così, con un altro boccone agrodolce,  se ne è andata in frantumi quella casetta di zucchero che mi ero costruita sul momento. Quella delle canzoni di Mina che urla e di A mano a mano e Rino Gaetano, ma sopratutto, ah sopratutto, i Dire Straits e Romeo and Juliet in cui loro erano giusti e solo il momento era stato sbagliato. Entro in macchina, comincia a piovere, mi viene una voglia pazzesca di sentire i Ramnstein a tutto volume.

Perché ok, se non era buona la prima vabbè, succede, ripetiamo la scena. Però alla quarta uno potrebbe pure prendere in considerazione l’ipotesi che  se quella pianta che hai in giardino non vuole spuntare, magari i semi non andavano bene e avoglia te ad aspettare il miracolo. Eppure ho sentito storie di chi con l’ex ci va a fare shopping e a cena o i celeberrimi caffè che finiscono sempre con l’invito a vedere la collezione di farfalle. Qualche impavido si gioca addirittura la carta vacanze e non mancano le telefonate di richiesta di aiuto, dal trasloco a dammi il numero di tuo cugino che fa il meccanico, auguri di natale, supereroi che non perdono manco l’onomastico. Una ragazza che conosco ha da poco riaperto il file ex ragazzo delle medie perché nella rubricata le sembrava l’unico veramente degno di nota.  Insomma siamo capaci di tutto pur di buttarci in mezzo quel Come stai che sottinende il malcelato obbiettivo di riaprire il cold case che giaceva tranquillo in archivio. 

Se la pianta ci fosse stata, ti assicuro che l’avresti vista. È che ci vuole più fatica a scavare e scoprire, lasciare la terra a riposo, starsene buoni a ricoltivare il giardino. Quando ti accorgi che basta un drin e la serata si risolve, ma chi te lo fa fare di prendere in mano la zappa? Personalmente direi che la curiosità te lo dovrebbe far fare, basterebbe anche solo quella di un primo bacio. Quella cosa megagalattica che ti svecchia di 20 anni e ti fa venire voglia di rotolare in un campo di margherite. E non basta, lo so. Però forse quel punto per cui non ci ridanno indietro nemmeno un giorno andrebbe ripassato. In fondo è delle nostre ore spese che parliamo,  e perché tornare a mangiare in quel ristorante che non ci era piaciuto poi così tanto solo perché abbiamo fame? Una volta che abbiamo assaggiato tutto il menù ma che sorprese ci aspettiamo? Un piatto del giorno buonissimo quando il cuoco è rimasto lo stesso? Eh, ho capito ma poi finisce che viviamo sperando, peggio di quelli che a Roma aspettano l’autobus a ferragosto.

Oggi mi sento più onesta e confesso che il bis mi è capitato, la terza replica no, è chiaro che ciò non mi rende esente dal commettere atti totalmente privi di senso e di sicuro insuccesso. Però, proprio questo in particolare, mai fatto. Quando qualche fantasma è tornato dal fondo dell’armadio ho sempre avvertito un vago senso di noia, come quando la mia vicina di casa mi ferma sulla porta e parte con l’interrogatorio, in ordine diverso ma sempre le stesse domande. Mesi fa, per esempio, vagando per casa con quel tipico outfit multi strato donna inverno rigido, che ti gonfia e ti ingoffa che pari Neil Armstong mentre fa l’allunaggio, mi ritrovo un messaggio: “Ciao, ero qui per caso, ti ho appena vista passare alla finestra e ti volevo fare un saluto al volo”, io ho reagito con un’espressione alla bionda di Scream e, correndo quanto più velocemente le pantofole felpate mi permettessero, ho chiuso tutte le finestre. Perché l’ho fatto? Perché ho sentito che quel saluto al volo sarebbe diventato, al ventesimo minuto massimo, una lista infinita di vecchi rancori. E forse sì, quell’impeto passionale e aggressivo mi avrebbe pure riscaldato un paio d’ore d’inverno ma mi avrebbe anche congelato il futuro in un passato già visto. E poi comunque il mio tutone da freddo faceva già un lavoro discreto.

Non mi ricordo chi cavolo è stato a dirmelo tanti anni fa, credo la signora dell’edicola o qualche altro saggio lì per caso, e però io non l’ho scordato e suonava più meno così:

-Che è sta faccia, che te sei lasciata?

-Ehssì

-Ehhh vabbè, avanti er prossimo!

-No, è che ci siamo lasciati male…

-Embè, e come se lascia la gente, bene co’ n’abbraccio e un bacetto in fronte?

Ma infatti. Quando vuoi bene a qualcuno lascialo libero, dicono, no? Allora pensa a quanto poco bene ti vuoi quando da solo, libero, non ti ci lasci mai. E pensa anche che sti cavolo de Romeo e Giulietta avevano 13 o 14 anni, non di più. Se l’amore fosse andato liscio, alle superiori si sarebbero lasciati sicuro. Anche se poi magari  un disperato Romeo, in un freddo giorno di Novembre di alcuni anni dopo, un sassolino alla finestra dell’amore delle medie glielo avrebbe pure tirato, per poi scoprire che Giulietta era ancora la solita rincoglionita melodrammatica di prima.

E allora quando la tragedia è finita, abbassiamolo questo sipario. O come dicono i ballerini di tango quando vogliono rifiutare un compagno che va fuori tempo: “Io e te abbiamo già ballato abbastanza”. Teniamo i ricordi e teniamoci pronti a tutto il resto che potrebbe succedere, a patto di non rimanere incastrati a ripetere scene già viste. Alla fine se Shakespeare ha scritto di meglio, non è detto che anche la vita non ci possa riuscire.

Olimpia Parboni Arquati

7 botte di culo quando ti mollano

Goodbye my love hello solitudine. Il giro di giostra è finito e ti hanno chiesto di scendere come si fa con i cavalucci che hanno i meccanismi arrugginiti. Tu non sai perché, io nemmeno, dio nemmeno, la controparte, di solito, nemmeno.
E infatti non staremo qui a fare l’autopsia dei motivi e delle ragioni come se fosse la divisione alla lavagna tra buoni e cattivi. A zì, t’hanno mollato, shit happens. Non sei né il primo né l’ultimo a farti questo giro obbligato in purgatorio e lo sai pure te. Per questo voglio raccontarti di alcune cose che secondo me possono rivelarsi grandissime botte di culo, se solo sarai disposto a vedere la medaglia di questo rovescio.

Prima di fare la lista ti voglio dire una cosa: mai al mondo ti direi che sono proprio 7, possono essere infiniti. Ma non potranno mai essere zero. Dico 7 come i peccati capitali, le virtù teologali, i nani. Dico 7 più che altro perché la matematica ci rassicura e ci fa sentire meno in colpa di essere esseri finiti in uno spazio e tempo infinito. Anzi, dico 7 perché quando prendevo 7 a scuola sapevo sempre che ero abbastanza giusta per essere né la migliore né la peggiore, ma il massimo che potevo essere con le energie che avevo addosso.

1- Da oggi sei libero di fare schifo. Esatto, ho detto schifo. Se sei una donna devi assolutamente approfittare del momento per concederti una volta tanto il lusso di farti crescere i peli come si deve e prendere un appuntamento postdatato per farti una ceretta come quelle che facevi quando ti sembrava una cosa esotica, perché hey, lo sappiamo tutte e due che l’estate è un casino e i mezzi casalinghi non sono la stessa cosa e che ci rompiamo le palle a correre sotto la doccia col tosaerba prima di ogni meeting lungimirante. Se sei un uomo, tuttapposto amico mio, non devi cambiarti per forza i calzini tutti i giorni ma sopratutto non devi preoccuparti se stasera hai voglia di grattarti le palle e niente di più. Lo potrai fare indisturbato. E senza quel martello pneumatico che ti annaffia le orecchie e ti incita a crescere e maturare come si fa co’ le piante.

2- Cogli l’occasione per risentire vecchi amici. Quello lì che s’è sposato e ha sfornato una pagnotta, bravi, quello. Che so mesi che dici domani domani e pure se forse non avete più un alfabeto in comune, avete un sacco di ricordi. Eddai che ci hai pensato spesso, prendi du pastarelle sotto casa e vagli a dire che gli vuoi bene. Coccolare il nostro passato fa bene al nostro futuro, non essere egoista. E poi comunque, come ti ascolta un vecchio amico, nemmeno tua mamma quando hai voglia di piangere. Gli puoi fare due palle così e imperterrito terrà botta con la tipica calma orientale di chi è passato dall’altra parte della barricata.

3- Risenti la musica che sentivi quando eri un adolescente brufoloso e pieno di passioni. Risentila a tutto volume, piazzati i Nirvana o chi per loro a palla e balla come faceva Accorsi Jr. roteando le braccia aperte in mezzo al prato. Fallo sotto la pioggia, fallo sotto la doccia, fallo mentre esce il caffè o mettiti le cuffie per andare a buttare la monnezza, ma fallo. Nessuno ti giudica, nessuno ti darà del mainstream, indie, vattelapesca, perché stavolta sono solo cazzi tuoi. Tuoi e dei tuoi vecchi idoli, che ti faranno sentire pieno di brufoli di nuovo, ma anche pieno di passioni che nessun altro deve capire. E pieno di futuro incerto e maledetto.

4- Guardati allo specchio. Sì, semplice dici? Ma quando mai? Hai passato del tempo a guardarti attraverso gli occhi di un altra persona e ti sei dimenticato che le tue chiappe oppure la tua panza, hanno stretto un legame clandestino con la forza di gravità. Coraggio eroi, guardatevi bene e ditevi se non c’è per caso qualche pezzo che avete trascurato come si fa con una casa abitata da tanto tempo. Guarda quella macchia di umidità che hai negli occhi e sfodera tutta la sapienza dei tutorial per ristrutturare le stanze più trascurate. Sei di nuovo sul mercato, datti una rinfrescata per dio.

5- Sei di nuovo sul mercato. Oh cazzo. Puoi piano piano pensare che ad un certo punto ti arriverà uno di quegli sguardi che il tuo ex amore ormai lanciava solo ai pranzi della domenica. Invece adesso hai l’occasione di svettare in mezzo a una tavolata di antipasti freddi. Basta fare il pollo mascherato da aragosta, il potere dei primi sguardi è una roba fenomenale. Del primo bacio, dei primi messaggi, delle prime nuove occasioni per rovinare tutto da capo come se fosse la prima volta. Ao, ma hai capito che ficata?

6- Goditi questa nostalgia. Oh, la nostalgia. Bisogna esserne grati e accendere un cero perché ogni malinconia è una cicatrice di felicità. E le persone con i graffi hanno un sex appeal che sovrabbonda. Sono giustificate se fanno errori, se hanno bisogno di essere venute a prendere, se a metà festa vogliono andare a casa, se fissano le stelle o solo il vuoto più del necessario. Nessuno ti dirà niente perché tu, eroe, sei un cazzo di superstite. Al massimo ti chiederanno con timidezza come stai e tu potrai rispondere, senza imbarazzo o aspettative: Sto di merda. Sto di meeerda!!! E ricevere quel misto di rispetto e timore che ricevono tutte le vittime dei disastri naturali. Hai presente un pugile dopo un incontro quanto sembra saperla lunga, si? Che sia KO o tutto OK non importa. Ha combattuto e si vede.

7- Dulcis in fundo. Toccare il fondo ti è concesso, lì dove sono gli abissi troverai le cose che in superficie non si vedono. Non avere paura se è tutto buio, lo sguardo poi si abitua e tu sarai l’avventuriero che si spingerà oltre, che viaggerà dove molti non azzardano, che vedrà piccole luci lì dove l’occhio non arriva. Nessun grande poeta ha mai scritto niente perché traboccava di felicità et joie de vivre. La creatività viene dalla mancanza, il vuoto dal pieno, la rivoluzione dalle regole imposte. E allora, mio eroe, raccatta quelle palle, mettile al centrocampo e ricorda che il tiro stavolta sta a te.

Miei nostalgici eroi, voi che state lì a contorcevi di dolore, questo non è un consiglio, questo è un dovere. La vita non è mai quello che ci capita, non è un terremoto o un’onda anomala, è più quello che riusciamo a farci con quello che ci capita. Ti hanno dato merda, allora bonifica, ti hanno dato diamanti, allora rivendili, ti hanno hanno detto che non eri abbastanza, allora head up e dimostra a tutti che sei meglio di quanto pensavi di essere. Non è una cosa ovvia, non è una passeggiata di salute ma è la tua occasione per avere un’altra opportunità di dire al mondo, di dire alla parte più severa di te stessa, “Se pensavi che non ce l’avrei fatta avevi ragione. Questa la vinci a tavolino, stattene in cima alla classifica, io vado a volare solo, come fanno le cazzo di aquile reali. E guardami volare, perché io non conosco rancori né vendette. La dimenticanza è l’unico perdono e l’unica vendetta.”

Palla tua.

Olimpia Parboni Arquati

Ti amo troppo quindi ciao

Oggi lì fuori c’è un tempo di merda e quindi ho deciso che voglio parlarvi di una cosa che nessuno vuole sentirsi dire. Mettetevi scomodi, accendetevi una sigaretta e preparatevi alla secchiata fredda. Nessuno salva nessuno MAI.

Se vi innamorate di una persona più triste di voi le probabilità di uscire brandendo la coppa campioni sono le stesse di chi spera di vincere alla lotteria senza nemmeno aver comprato il biglietto. Aiutatemi a dire zero.

Questo è il fucking errore che tutti quanti facciamo più di una volta durante il viaggione che chiamiamo vita. Una roba che nasiamo da lontano, come l’aquila che vola alto punta il serpente che striscia, noi il poverello che ha bisogno di essere salvato, o la poverella eh, non sono mai stata femminista. Le donne siamo fiori, basta co’ sta storia di tirare fuori le palle ad ogni costo.Quindi questa capacità di errore è una delle cose più democratiche che conosco.

La capacità di aprire la via maestra all’inculata è una roba che facciamo con le migliori intenzioni, però a una certa tocca applicare la ragione pure ai sentimenti e stare attenti a prendere le cotte abissali solo per qualcuno che abbia un livello di felicità simile al nostro.

Ti voglio e vorrei fare duemilaesedici cose insieme a te, ma ho paura.

Penso che tu sia un essere umano superfigo, ma ho paura.

Stare con te è bellissimo, ma ho paura.

Paura de che? Ah sì, di soffrire. Quindi ti inculo io prima che lo possa fare tu.

Non fa una piega, queste frasi fanno solo due palle cubiche. Non provocano solo sofferenza, quella che il baldo coraggioso cerca in tutti i modi di prevenire. Producono soprattutto un profondo senso di scoraggiamento verso tutti quelli che rompono il cazzo implorando felicità e poi, se poco poco capita, non sanno cosa fare.

Perché vi chiederete? Perché la libertà, signori, fa molta più paura della galera.

La libertà, la felicità & other big cazzi ci definiscono meno. Dietro le sbarre della sofferenza e della solitudine stiamo più tranquilli, abbiamo tre pasti al giorno, tre metri quadri di spazio, un’ora d’aria e le altre 23 per sognare di tutto quello che ci manca. In galera saremo pur ristretti ma almeno abbiamo la nostra infelicità tutta per noi, completamente sotto controllo, completamente nostra.

Invece gli altri sono enormi vallate col sole più caldo di noi e per camminarci dentro ci vuole coraggio.

Ogni volta che scegliamo qualcuno peggio di noi, per livello culturale, educazione, ambizione, capacità in genere di stare al mondo, noi pensiamo di fare cosa buona e grata, invece facciamo una grandissima cazzata.

In prima battuta il nostro amato ci ammirerà, ci chiederà dove siamo stati fino ad ora, ci cercherà come il cammello l’acqua, ma poi si scontrerà col fatto che noi, volendo, stavamo bene pure da soli. E questa, signori, è na roba indigeribile.

Mi ricordo di un ex lover che un giorno mi raccontò di avermi messo le corna in spiaggia con Pinca Pallina. Io mi sentii così di merda che passai tutta la notte  appollaiata sul tetto di casa, a fissare la luna, cercando di vederla tra le lacrime. E poi sparii in religioso silenzio.

Costui, soprannominato da me stessa L’infelice, dopo qualche giorno mi fece, non sapendolo, un grandissimo regalo di coscienza, ammettendo che con la tipa mai che mai ci era andato. Semplicemente mi considerava tanto figa che aveva avuto paura di ricevere presto o tardi ignobili tradimenti e quindi si era così salvaguardato, inventando una tresca mai successa.

Ebbene The Infelix fu pietra importante nella comprensione dell’errore fondamentale. Tuttavia non potevo immaginare che anni dopo sarebbe arrivato un nuovo e ben più prode eroe dei sentimenti ambigui, che mi tenne per ben due primavere tra il non so e il non ti merito, e io carinella provavo pure a dargli vaghi consigli di procedura.

Ma vaffanculo, ma vaffanculo veramente. Vaffanculo a me, a te che lo stai facendo adesso, a tua cugina che l’ha fatto mercoledì e a vostro zio che negli anni ’50 fece lo stesso.

Ogni volta che tra tanti fiori vi scegliete quello marcio, poeta, artista, manager, meccanico o disoccupato, ricordatevi che ne uscirete male. Perché non c’è niente di più pericoloso di una persona che non crede di essere abbastanza, perché non c’è niente di più difficile, nemmeno l’Everest in calzoncini, di attaccarsi a chi già da solo non è un po’ felice.

Tutte le altre volte che ostinati farete il contrario vi capiterà di sudare lacrimoni perché dall’altra parte non ci crederanno mai.

Come puoi amarmi se non lo faccio già io per conto mio? Non starà mai in piedi il vostro tentativo di salvezza, è come raccontare a un’anoressica che è già abbastanza magra. Fatica, fatica e frustrazione. Nello specchio vede altro e  se trovate chi allo specchio non sa guardarsi, allora pensate a me che con tanto cuore vi racconto, senza cercare di salvarvi, che l’unica via giusta è quella con qualcuno che sa già come camminare. Mentre chi va con lo zoppo, non impara a zoppicare, rimane solo indietro. Sudato, stanco e solo.

Non sono i soldi, non è la macchina, non è il precariato, è la capacità di badare a sé stessi e di gestire le proprie prese a male senza prendere a calci gli altri, la qualità più importante che una mamma raccomanderebbe a un figlio e io, in questo giorno di tempo di merda, raccomando a voi.

Olimpia Parboni Arquati

L’inestimabile potere della rosicata

Vi siete conosciuti e vi siete piaciuti.

Hai passato giorni a rincoglionire tutti i tuoi amici con i dettagli del miracolo d’amore che manco un venditore della Folletto l’avrebbe fatta così lunga.
Andava tutto bene, bene come nelle telenovelas quando prendono il taglio cuori, capanne e passioni. Ma poi è successo che è cominciato ad andare tutto male.

Quella che fino all’ ultima scarica di messaggi su watsapp ti sembrava la storia fantastica da qui a per sempre si è trasforma in gelido silenzio e oggi sudi freddo ogni volta che senti drin e ti incazzi ogni volta che, invece di una struggente dichiarazione d’amore, trovi un messaggio incomprensibile di tua mamma che somiglia a kjjhjgkkfhgjtl oppure la perfida e snervante intrusione del gruppo “Quelli di ferragosto” dell’anno scorso che ti mandano nostalgiche braciolate in foto solo perché oggi fa di nuovo caldo.

Ti stai fumando la duecentesima sigaretta mentre rispolveri canzoni di rara pesantezza che mettono in imbarazzo i tuoi vicini mentre ti ripeti che non hai sbagliato niente e dentro ti partono delle grida profonde che invocano perché, perché, perché? La solita maledizione, eh? La solita sfiga. Capitano tutte a te, una nuvola gonfia di stronzaggine ti perseguita come un’ombra. Non ti innamorerai mai più, ti darai avidamente alla pastorizia di alta quota, alla costruzione di muri di mattoni nell’Africa più nera e vivrai di meditazione e astinenza. Hai presente di che cosa sto parlando, vero? Vero.

E se io ti dicessi che penso di sapere dove c’è stato l’intoppo, tu mi crederesti? Stavolta credo di no. Ma credo anche che forse potresti farlo se ti svelassi un buon segreto che invece viene sempre considerato un’eresia. Ti parlo, mia cara e sfigatissima anima candida e sola, dell’inestimabile potere della ROSICATA.

Ebbene sì, la rosicata. La strategia d’attacco, le mosse calcolate, le tattiche studiate e tutto ciò che di meschino e zozzo puoi inventarti per fare in modo di renderti più desiderabile.

Io??? Ah no, io non sono quel tipo di persona, mi dirai tu. Io quando mi piace qualcuno gioco a carte scoperte, io sono stanco di queste manipolazioni, non mi piacciono questi giochetti, li facevo a 15 anni, non servono, che schifo, che schifo.

Ah sì, eh? Bene. Quindi tu non sei quel tipo di persona che desidera ciò che non ha, tu sei un fortissimo apostolo zen unto dalla serenità interiore che non rosica mai e l’erba del vicino non la guarda proprio nemmeno di striscio. Tu non rimani male quando le cose che desideri non arrivano quando le desideri, non ti viene mai voglia di fare una cosa quando ti fanno credere che non la puoi fare e, in generale, ricevere un no, ti procura un senso di appagamento e beatitudine. Insomma, tu non sudi, non fai la cacca e l’ultima volta che hai mangiato una schifezza erano ancora gli anni ’90.

Ma falla finita, tu non sei così, tu sei come me, che sono come gli altri che sono come te. Tu come me e come tutti rosichi abbestia in molteplici occasioni, nun ce provà.

Tu hai fatto un errore dolce dolcissimo ma grossolano, ecco che cosa è successo. Ti sei preso la cotta e hai pensato bene di vomitare addosso all’altro tutta la valanga di emozioni, sensazioni, parole. Duecento messaggi al giorno, buongiorno, buonanotte, buon pranzo, mi ami? Mi amerai mai? Non ti piaccio abbastanza, lo sento. Che cos’è questa freddezza? Oggi che fai? Ah, hai da fare eh? E domani invece? Non ti ha risposto subito e allora hai chiamato con la tremenda scusa di volerti sincerare che andasse tutto bene e non fosse successo niente. Niente alieni o lutti familiari, niente disastri nucleari, niente malfunzionamento dell’operatore di turno. Avoja te a controllare che la suoneria funzioni. Funziona, funziona. Anche la rosicata ha funzionato benissimo e adesso tu sei lì a volere tantissimo quella persona e a mandare altre comunicazioni da brivido tipo “Eddai, vediamoci, anche solo un’ora, fammi spiegare.” Eh no baby, evidentemente hai sminchiato alla grande e non ti daranno indietro nemmeno un giorno per rimettere le cose nel posto in cui stavano prima. È tardi e non c’è proprio niente che tu possa fare.

Anzi, una cosa da fare c’è. Tu adesso puoi imparare come si fa a sbagliare meno e a pararti il culo meglio. Per questo c’è (quasi) sempre tempo.

La rosicata ha fatto tombola su di te, è ora che tu cominci a produrla e controllarla, invece di subirla e non poterci fare nulla. Per prima cosa togliti dalle manine quel cazzo di telefono, smetti ogni forma di comunicazione, richiesta, preghiera, favore. L’assenza di parole è un messaggio fortissimo, chi sta dall’altra parte ti sta dando per scontato, quindi stupiscilo. Anche il più restio a voler sapere di te in questo momento ci rimarrà un pochetto male se tu scompari. Anche il più restio a vederti subirà lo spietato fascino della rosicata. Come è successo a te, a me, eccetera.

Non c’è niente di eretico nel considerare lo spazio degli altri senza invaderlo con le proprie paure, ansie, fantasmi del passato e scatoloni di richieste. Eretico sarebbe negare che spesso confondiamo il desiderio con la pura e semplice rosicata. Per esempio, ma che non ti è mai successo di innamorarti di qualcuno che mai avresti pensato? Eh sì, mi dirai, è che ha fatto tutte mosse giuste e quindi alla fine…alla fine t’è salita.

Questo, mia cara anima che si lecca le ferite che da sola si è procurata, è un grandissimo potere. Il potere di farci volere non per quello che siamo al centro del nostro cuore (quello è un lavoro da sante mamme), ma per quello che offriamo di quello che siamo al centro del nostro cuore. Pensa a un amico che ti martella tutti i giorni con pesantate miste e quando noi svagheggiamo per prendere ossigeno allora va in paranoia e ci chiede se va tutto bene. Ammazza che palle, no?

In effetti dovremmo prendere qualche spunto in più dal modo in cui trattiamo i nostri amici e applicarlo anche alla sfera della grande A. E non mi venire a dire che è diverso, è semplicemente meno urgente.

Se da oggi in poi vorrai prendere meno picche e più cuori comincia ad allenare la pazienza e studia le tue mosse invece di delegare al poveraccio di turno tutto il peso dei tuoi pensieri. Coraggio, si tratta di quella vecchia storia di non fare agli altri ciò che non vorresti e via dicendo. Fai in modo che l’altro rosichi come sai fare tu e allora si struggerà per te proprio come sai fare tu.

Difficile? Beh, a me sembra più difficile combattere i postumi dell’inculata. Che poi se deve arrivare arriva eh, però a te, ti rimane la dignità di non aver sbrodolato tutto come se non ci fosse un domani. E la dignità è un sacco sexy.

Più di ogni altra cosa, lascia l’altro libero di sognare. Fallo immaginare, fatti desiderare. E tiratela, tiratela senza che si strappi. Comunica le tue ansie ma fallo in modo costruttivo e non violento.

“Oddio sei proprio una persona pericolosa tu…” lo devi dire ridendo e con l’occhio sornione invece di dire “Oh no, mi stai piacendo troppo, non va bene” con la faccia angosciata da giovane marmotta persa nel bosco. Non ti dico mica di stare solo zitto eh, buono in un angolo a generare rosicate passivamente. No, devi giocare un passo avanti e mezzo indietro, come una scacchiera, come se stessi ballando, come una persona che ne conosce un’altra e, a passi delicati e pensati, ne invade i pensieri. Perché se c’è qualcosa di più sexy della dignità, è proprio l’ambivalenza che lascia i sogni liberi di continuare.

Quindi non ti accollare, impara a danzare.

Olimpia Parboni Arquati

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