Confessioni di una psicologa senza filtro

di Olimpia Parboni Arquati

Un depresso contro il mondo

Ciao Olimpia,  

per me sei un po’ come un’amica a cui chiedere un abbraccio quando ti manca il fiato e oggi che sono particolarmente triste, dovevo scriverti.
Da qualche mese non sto bene, soffro di ansia e depressione per una roba che la mia psicologa chiama dipendenza affettiva. Un dolore enorme che prende a braccetto la paura e la vita di ogni giorno che fino a poco fa tutto sommato non era accia, ora è un’agonia sfiancante. Il punto però non sono solo io, il punto è la relazione tra me e il mondo intorno. Il punto cara Olimpia è che il pianeta non sa che spesso la depressione non è una condizione fine a se stessa, vuol dire tutto e non vuol dire nulla, se non indagata. Dentro però c’è tanto. Tanto vuoto, tanto dolore, tanta vita irrisolta. Nessun depresso con attacchi di panico si impegna affinché lo sia e questo alle persone sembra sfuggire. Sto male perché sto capendo per la prima volta in 31 anni che altro non siamo che individui profondamente soli, dopo una lunghissima storia sto facendo i conti con il concetto di appartenenza, l’amore infinito della mia vita non è più mio e non lo sarà più, il mio cuore è in cenere, sto cercando di perdonare i miei genitori per i tanti errori che mi hanno resa così disfunzionale nei rapporti e soffro infinitamente perché vorrei un abbraccio caldo e trovo invece intorno a me tanto scetticismo, incomprensione e giudizio. La mia migliore amica mi dice “devi distrarti”, “fai sport”, “amati!”. Mia madre “Devi ringraziare per ciò che hai”. Ed è frustrante perché la mia vita ha perso tutto il suo valore e le persone mi offrono come soluzione, proprio la causa dei miei dolori. O come hai scritto te “come se volersi bene fosse un punto di partenza e non la condizione di arrivo“. Non voglio dilungarmi, vorrei solo confessare a te e dire al mondo che fa male. Che forse dovremmo esserci e basta. Non giudicare. Non pretendere di capire. Che non siamo tutti uguali e che dispensare stizziti ovvietà non è una risorsa, ma anzi può lentamente logorare.

Chissà te che ne pensi Olimpia, io nel mentre continuo a cercare risposte.

Ti stringo forte.

N.

Carissima N., adesso ti deluderò. Sì perché per volersi bene sul serio prima bisogna correre il rischio di deludersi, così tutto quello che rimane è più plausibilmente reale. E ti deluderò perché anche io, come tutta quella gente che ti dice le ovvietà, te ne dirò qualcuna. Cominciamo dalla fine: le risposte a che cosa? Come mai quando una storia d’amore importante finisce sembra di vivere negli incubi? Come mai i tuoi genitori non sono stati capaci di fare meno errori e renderti meno sbagliata di quanto ti senti? Come mai forse nemmeno a loro è toccato un buon modello e quindi fanno quello che per loro è la sola cosa giusta da fare? Come mai spesso gli amici ci sono per le cazzate e per le cose che ti riguardano sembra abbiano sempre di meglio da fare o da di dire? Qual è la tua domanda? Quando finisce la tristezza, quando finisce la rabbia, quando finisce tutto quanto così puoi dormire almeno una notte intera? Quanto bisogna forzarsi quando si è tristi di lavarsi i denti e di mangiare comunque la frutta?

Adesso ti faccio quelle che per me sarebbero importanti: quanto te ne stai approfittando nel dare la responsabilità a tutti tranne che anche a te? Quanto hai paura che questa sia una condanna e non una fase? Quanto hai paura della solitudine? Quanto hai paura di te stessa? Quando eri così innamorata, eri veramente così innamorata o questa storia ti faceva galleggiare su una patina sottile che non ha mai nascosto alcuni impegni con la vita che forse hai sempre trascurato e ora sono tutti esplosi tutti quanti insieme e quindi più che ritrovare il senso ti tocca affrontare il fatto che quel senso lo hai sempre scansato? Quanto sei stata bravissima a capire che di questo tema penso tante cose perché mi ci sono fatta qualche girone anch’io? Quanto posso dirti che mi dispiace tantissimo ma che mi sarebbe dispiaciuto molto di più saperti a non provare a ragionare mai su questioni che ti tormentano da sempre.

Il dolore fa male e nessuno si dovrebbe permettere di dire il contrario, ma le pacche sulle spalle, la pietà negli occhi, il darsi addosso e il dare addosso al mondo, fanno anche più male. La comprensione di certi momenti è un cammino solitario perché la materia è intima, la tragicità di certi momenti è totale perché l’impegno è stato totale e non si può avere un rinculo minore del culo che ci siamo fatti in una storia. Uscire troppo presto dall’abisso sarebbe dimenticare, dimenticare non è concesso come punto di ingresso ma come processo (grandissimo mazzo esagonale) in cui metti in in discussione ogni cosa quindi senti di averle perse tutte. E te persa insieme a loro, persa per sempre, triste per sempre.

Quanto è giusto parlare di depressione dopo la fine di un amore e non è più giusto parlare di fine dell’amore come giustificazione sufficiente per non alzarsi sempre a mille e per fottersene della frutta? Quanto è giusto parlare di dipendenza emotiva quando si sta vivendo un lutto? Quanto altro dobbiamo lasciare che le persone piangano i loro morti prima di concedere loro di poter piangere senza dover rompere loro il cazzo e quanto è giusto rompere il cazzo affinché quella persona a cui vogliamo bene si stacchi dalla crisalide e vada farsi il giro del palazzo? Quanto mi sono spaventata quando m’è preso er panico mentre facevo la spesa e sono dovuta uscire a gomitate? Quanto è necessario combattere il dolore degli altri e il dolore che sentiamo, anche se spesso è come dicono, proprio come dicono, che il tempo annacqua i pensieri, che il tempo annacqua i dolori?

Quanto mi credi se ti dico che passerà anche se ti permetti di stare così senza dimenticarti del perché stai così, prendendo seriamente al parola depressione ma pensando pure che uno, a un certo punto, pure alla depressione le può dire ao bella mia se semo visti? Perché secondo me tu sei una che ce la fa a fare quello che gli altri con te non stanno sapendo fare, a mettersi nel punto di osservazione giusto, anche se tira vento e si sta scomodi, per guardarti tutta quanta, nella tragedia più che nella depressione, nella gloria del tentativo più che nella disperazione della condanna. Sì, secondo me sei una che ce la fa, anzi, che ce la farà, che forse ce la sta anche già facendo ma che non vuole ancora dimenticare.

Non lo so se siamo soli, non penso, non tutto il tempo. Quello che penso è che ognuno di noi ha dei tempi riservati all’esplorazione del proprio abisso e, laggiù, c’è spazio soltanto per una persona, perché la tristezza, come la felicità, è un luogo strettamente personale in cui nessuno tranne che noi da soli potrà mai usare i nostri occhi per guardarci dentro. Non lo so se siamo soli, però so che siamo unici.

Ti abbraccio forte forte pure io, come mi ha insegnato a fare una mia amica perché io non ero tipo e lei ha deciso che doveva insistere e volte gli amici devono farlo.

Niente passeggiate, niente stronzate, sono d’accordo, però te lo ricordi che buono che è l’odore dei gelsomini nelle sere dell’estate?

Olimpia

P.S. l’immagine è la Fossa delle Marianne perché sono appassionata di racconti di persone che hanno fatto cose strane, tipo andare negli abissi e, negli abissi, anche negli abissi, ci sono tante cose.

A-MORS

Olimpia buondì! Mi fa sorridere il tuo nome perché per me ha un significato ben più grande di quello che c’è dietro al nome. C’è una storia d’amore. Dietro a quel Olimpia, c’è l’uomo che ora non ho più ma le cose vanno così e non ci si può fare niente. Senza corna, senza niente. Ho 25 anni, e come dicono “hai tutta la vita davanti per riprenderti“, la vita comincia adesso. A me la vita sembra solo che si sia fermata, proprio ora. Ho perso l’uomo che amavo e che con il tempo mi sono accorta essere l’unico che veramente ho mai amato. Ho perso gli amici, quelli che credevo tali ma a quanto pare non lo erano, ho perso una casa, quattro mura sì ma tutto il mio mondo. Sola terribilmente sola per la prima volta in vita mia. Sono una ragazza tostissima, lo sono sempre stata ma stavolta forse per la prima volta in vita mia non riesco a rialzarmi. È come se stessi navigando in una pozzanghera con degli stivali alti fino alle ascelle senza mai uscirne. È devastante perché è come se tutto il mio mondo si fosse spento e non so cosa fare.

Cara M. come mi dispiace.

Non sei in uno di quei momenti in cui le cose sembra come se si siano fermate, sei in uno di quei momenti in cui le cose si fermano proprio. Tutto fermo tranne il tuo dolore. Questo te lo dico non perché sono una stronza ma perché penso sia da stronzi cecare di incoraggiare qualcuno che soffre per amore solo perché ha 25 anni e tutta la vita davanti. A 25 anni hai di sicuro molte cose davanti però hai pure un quarto di vita indietro. Ogni mese, ogni giorno dei tuoi giorni ha il suo peso perché l’unico tetto che conosciamo e che dobbiamo conoscere fino in fondo è il tetto del nostro dolore, e dell’età che abbiamo nel momento in cui abbiamo a che fare con quel tipo di dolore lì.

Hai perso effettivamente moltissime cose e, parliamoci chiaro, quella sensazione starà lì finché non ne troverai di diverse. Se mi stai chiedendo come fare a rialzarsi adesso la mia risposta è adesso lascia perdere, adesso piangi, arrabbiati, non dormire, mangia poco, non parlare quasi con nessuno, non fare quasi niente, mettiti scomoda e incassa la realtà, un grammo alla volta in tutta la sua pesantezza.

Mi piacciono molto le etimologie, mi danno sempre un’illusione di conforto che però mentre la vivo è vera, quindi continuano a piacermi. Eppure se vai a cercare l’etimologia di “amore” troverai che intorno ci ruotano molti enigmi. Ad alcuni piace scegliere la versione alfa privativo, per cui l’amore è il contrario della morte. In effetti potrebbe avere senso se consideriamo come ci si sente quando ce lo portano via. Così, proprio così come ti senti tu. Come se avessero desaturato di vari toni tutti i colori del mondo. Un’altra cosa che mi piace è provare a far sentire le persone meno imbecilli quando hanno a che fare con il dolore. Perché se non possiamo scansare il dolore stesso, possiamo scansare quella sensazioni di essere incapaci a soffrire in maniera più dignitosa, più controllata, in qualche modo anche meno dolorosa. Invece no, chi tutto mette tutto perde.

L’unica cosa che possono creare certi momenti è lo spazio. L’immenso spazio vuoto sarà il tuo peggiore amico e il tuo migliore alleato. Perdere finiti amici, finte case, finti amori, passato quel cumulo di tragedia, diventerà acquistare libertà che avevi dato per non più necessarie, e ritrovarsi con delle possibilità di allargare la vita che pensavamo fosse già svolta e tornarci ad avere a che fare. Non come se avessi 25 anni, come se ne avessi di nuovo 5 e insieme 105.

Io, te, tutti quelli che conosciamo ignorano tutto dell’amore, tranne che una parte consistente di ciò che ci fa alzare gli angoli della bocca verso il cielo, ha a che fare con le cose che hanno a che fare con l’amore.

L’unica cosa che mi sento di dirti come se ne fossi certa, è che queste catastrofi ci chiamano a raccogliere una sfida: visto che ho sofferto prenderò il mio cuore e lo metterò per sempre in soffitta, lo ricoprirò con degli strati di cinismo, lo darò in mano a chiunque, lo trasformerò in pensieri razionali che mi terranno a distanza da altre catastrofi, farò finta che non sia importante. Oppure permetterò al futuro di avere altri spazi, altri nomi, altri amori, altre facce, altre mani e altre parole.

Non oggi mia cara, non domani e forse nemmeno il mese prossimo, ma solo quando sarà giusto, non buttare via la sfida come se non la potessi mai vincere, è una sfida di una vita e in questo senso sì, hai tutta la vita davanti, ma solo perché hai anche molta vita indietro.

Ti abbraccio,

Olimpia

E tu, e lei, e lei, fra noi.

Cara Olimpia, in realtà non so nemmeno perché ti scrivo però tento la fortuna. Ho 26 anni e frequento una laurea magistrale e ho un ragazzo con cui sono serena da 3 anni e mezzo; ma c’è una cosa che mi assilla: lui stava prima che ci conoscessimo con una ragazza che era mia amica al liceo e che poi ho perso in università. Ora io mi sento in colpa per lei perché all’inizio loro si erano lasciati maluccio (lui era apatico col mondo) e lei dall’essere indifferente a lui alla fine lo amava (ed erano stati insieme 3 anni e mezzo)… ma continuavano a scriversi, come amici.. Ad ogni modo lei è diventata triste e metteva storie tristi su Instagram e non sapevo come comportarmi con lei. Il problema è che ora è passato del tempo e ogni volta che mette un like ancora si riferisce a lui e io non so come prenderla. Mi dispiace tanto per lei e io, cerco di trovare tracce di lei su tutti i social (l’ho tolta da Ig e lei ha il profilo chiuso)… so che tutto questo può sembrare una cavolata, ma ogni giorno controllo più volte cosa fa e come sta…. volevo parlargliene quando ci siamo iniziati a sentire e lei ha voluto evitare. Non so sinceramente… cosa ne pensi? Ti ringrazio se leggerai la mail, sicuramente sono cavolate, però volevo scriverlo a qualcuno per avere un’idea esterna e non condizionata. Un abbraccio, G.

Cara G. quando ero bambina avevo tra i vari poster in cameretta, uno che mi piaceva particolarmente e sul quale passavo parecchio tempo: l’albero genealogico della famiglia dei Paperi. L’avevo trovato come gadget di qualche fumetto e ritraeva almeno 6 generazioni tra bisnonni di Paperino e Qui, Quo, Qua. La cosa che mi faceva intrippare erano tutti quei collegamenti, chi era stato con chi e aveva fatto cosa. Se vuoi non era niente di più che una qualsiasi telenovela, anche se poi le telenovelas sono sempre qualcosa in più di quello che sembrano. Diciamo pure che sono qualcosa che persino Shakespeare avrebbe in qualche modo apprezzato. Sogghignando sicuramente, ma apprezzato. Fanno leva, come i paperottoli, su qualcosa di atavico ben radicato nelle nostre mappe dell’anima: quel gusto del gossip e del sentirsi salvi dagli innumerevoli tradimenti che ci infilano sempre dentro. (Lasciamo per ora stare tutti gli altri ingredienti ben più rocamboleschi come gemelli mai visti che tornano dall’aldilà) .

Personalmente mi ritengo una persona piuttosto gelosa, ma devo dire che da quando mi sono concessa di esserlo, mi ci struggo un pochino meno. Prima passavo tutto il tempo a dire che non me ne fregava niente di niente e invece manco per niente. Posso dire che è una “dote” che mi è rimasta spesso in ombra, nascosta sotto una copertina misto orgoglio e buon senso, ma nei momenti in alcuni momenti è venuta fuori così prepotentemente che una volta mio padre mi prese da parte nel suo studio e passammo due ore intere a confrontare con photoshop le proporzioni del muso del mio cane con le proporzioni del muso di un cane che avevo visto nella foto di una vicina di uno mio ex amore, perché ero convinta che fosse lo stesso cane e che si vedessero di nascosto da me per andare al parco. E non ti dico quanto fosse diventato un lavoro a tempo pieno controllare tutto ma proprio tutto quello che succedeva su ogni social di un altro ex amore che mi aveva fatto rimanere tanto male. Mi mettevo a fare il detective più o meno 20 minuti ogni ora ed ero riuscita a rintracciare resti di antiche civiltà etrusche, foto delle comunioni di almeno 7 persone, una dozzina di donne avvenentissime con le quali di sicuro aveva già fatto stampare le partecipazioni, likes scolpiti a mano su antiche tavolette di cera e pergamene del neoltico informatico, ma nemmeno un grammo di pace per me. Quando ripenso a quei mesi, perché furono interi mesi e a come a volte mi nascondevo cinque minuti in bagno per dei veloci controlli incrociati, mi verrebbe un po’ da prendermi a ceffoni e un po’ da abbracciarmi. Ogni notte già insonne di suo dovevo anche scacciare via dall’orizzonte delle mie immagini mentali, tutte quelle che avevo collezionato durante la giornata. Credimi tra tutti i lavori che ho fatto, il momento detective è stato di sicuro il peggiore. Ogni tanto mi chiedevo su quale piano di realtà stessi cercando di vivere e ogni tanto mi pareva che la risposta fosse che non ero su nessun piano di realtà, ero semplicemente su tutti i piani che riuscivo a immaginare, compreso quello dove Paperino diventa una gangster, sposa Minnie e fa a botte con Pluto.

Non credo di poterti dare un reale parere in merito alla situazione che stai vivendo, ma penso di poterti dire che i resti degli amori passati non vengono mai sepolti completamente. Questo non vuol dire che sia più importante ciò che abbiamo perso rispetto a ciò su cui stiamo costruendo, piuttosto che si tratta di due binari paralleli di cui uno appartiene soltanto a noi, l’altro appartiene al presente e a chi ci accompagna. Ricordare non è volere indietro e le malinconie sono in parte dolci proprio perché sono lontane. Qualcun altro forse al mio posto parlerebbe di questi dannati social e via dicendo, io dico che tutto sommato è uguale a come era anche mille anni fa. Come il presente non spazza via i ricordi, la tecnologia non crea emozioni, le mette solo sotto torchio più di quanto farebbe il non poter più vedere o sapere.

Mi sembra che ci siano due forze diverse nel tuo racconto, una che si chiede se questa amica sia ancora un’amica e se valga la pena cercare un confronto con lei e l’altra che si chiede se questo ragazzo con cui sei serena, non sia segretamente popolato di torbide passioni. In verità non capisco se hai più voglia di sapere se lei sta male o di prenderla a capellate e lo stesso vale per lui. In caso fossi anche tu confusa come tra il senso di dispiacere e la sete di arrabbiatura, tranquilla, mi sembra più che normale. Non saprei se valga la pena percorrerle entrambe con lo stesso vigore, se fossi al tuo posto forse raccoglierei il coraggio per sedermi a parlare di questo Otello interiore con la persona che meglio di tutte lo può far ragionare. Candidamente, ammettendo pure che ti senti un po’ ridicola a sentirti minacciata, ma condividendo questo peso con chi i pesi li divide con te ogni giorno. Se poi pensi che anche costruire un chiarimento di amicizia con questa ragazza possa essere cosa utile per sentirti meno minacciata, allora prova anche quello, ma attenzione a non cercare per forza il nemico fuori dalla relazione tra voi due che poi corri il rischio di trovarlo, ma perché lo hai costruito così bene che la paura è finita per diventare vera dentro di te.

Considera anche la noia, mia cara, nella sua accezione più pura e pesante, è anche pensabile che in tutti questi mesi con tanto tempo a disposizione fare il piccolo detective sia anche un modo per tenere qualche spazio occupato. In effetti non ho mai conosciuto nulla che riempia più di quanto riesca a fare un’ossessione. Prima di salutarti ti faccio la domanda che spesso faccio in studio quando incontro qualcuno che è tanto preso da qualcosa in apparenza leggero: “A cosa staresti pensando se non fossi tutta occupata nella tua indagine?”. Una domanda apparentemente scema, lo so, ma ecco io quei Paperi li guardavo così tanto perché non avevo tanta voglia di guardare il resto della mia vita in quel momento, perché mi faceva un po’ male farlo e allora decidevo di infilarmi in un dolore che mi pareva di poter controllare, anche se poi alla fine era lui che controllava me.

Ti mando un abbraccio grande,

Olimpia

Don’t you want me, baby?

Quel giorno in cui mi ha rivolto solo frasi “di servizio”. Quel giorno come quei giorni in cui mi interrogo su cosa ho fatto di male, ma non trovo risposta, perché davvero non ho fatto niente, e la risposta converge in un :”Esisto”. “Esisto”, come risposta a: “cosa ho fatto di male”, ma anche come invocazione di una condizione, io esisto, cazzo, e non posso essere invisibile agli occhi della persona che dice di amarmi. Che magari mi ama, a modo suo, ma quel modo non è il mio. Dopo essermi abituata ai suoi rimproveri del “Cerchi sempre conferme, cerchi sempre amore, non ti basta mai”. E allora ho imparato a non chiedere più, a tenere tutto nascosto e taciuto, perché altrimenti non andavo bene. Che tanto, poi, non vado bene comunque. Quella lontananza che sentivo, che non erano i chilometri, ma erano i battiti del cuore e la loro forza. Quella necessità che ho di parlare, di ridere, di abbracci, che si scontrano con l’aridità di una persona che queste cose non le vuole, non le ha. E non mi rimane altro che scrivere, perché anche dirlo ormai, ha stancato le orecchie di chi ascolta. Stanchezza che si traduce in un: “Ma che ci stai a fare? Perché credo sempre troppo, perché misuro il mondo con il mio metro e non vorrei fare diversamente, per ritrovarmi con un metro più corto. E disastrosamente più leggero. Quella rabbia che ha lasciato spazio alla rassegnazione, che mai arriverà da quella parte qualcosa che non sia tiepido. Quanto è forte lo schiaffo dell’indifferenza, dell’invisibilità? Perché mi vedono tutti, tranne lui? Ciao Olimpia, volevo condividere con te questo pensiero, chissà hai qualcosa da dire in merito, un abbraccio.

Oh cara, accidenti quante cazzo di cose avrei da dire in merito. Mi sembrano così tante da non essere abbastanza. Chi non ci vuole non ci merita, direbbero i più, ma noi che ce ne facciamo? Non è mica la pubblicità della L’Oréal che finisce con “perché io valgo“, è la vita e il nostro valore lo misuriamo proprio anche e soprattutto in base al valore che gli altri ci danno. Giusto, ingiusto, stupido o saggio, è così. Se la testa può permettersi certe conclusioni razionali, il cuore no. E allora finiamo un po’ tutti a rincorrere chi non ci vuole perché in quel rifiuto c’è una parte di noi che vorremmo ci venisse restituita. Proprio come nella pubblicità abbiamo tutti bisogno di sapere che il nostro modo di amare funziona, come se senza quella conferma non solo non esistesse il nostro modo di amare, ma proprio, come dici tu, il nostro modo di esistere. C’è forse una quantità fissa, un tetto massimo che ne so, di amore che possiamo chiedere al mondo? Al mondo no, ma a chi non ne ha o non ne può avere per noi forse sì.

Lo so che quando faccio questi discorsi, da qualche parte nel mondo, un romantico mi darebbe un ceffone, ma io li faccio lo stesso. Oltre a qualsiasi romanticismo esistono delle regole, non precise ma onnipresenti, secondo cui si muove l’attrazione tra le persone. Tra queste una importante è che più cerchiamo di convincere qualcuno del nostro valore e del valore del nostro amore, meno quel qualcuno sarà interessato a confermarcelo. Questo vale ovviamente anche per noi. Quando qualcuno ha fatto di tutto per me, io ero altrove, quando qualcuno ha fatto niente per me, io ero sul pezzo come un cane rabbioso attaccato al polpaccio. Per amore? Per amore della verità? Per amore dell’amore? Ma va. Per orgoglio, solo e sempre per orgoglio. Non che lo percepissi sul momento ma a distanza dai disastri l’ho visto eccome. Ho spesso voluto conferme da qualcuno che di me non ne voleva sapere mezza proprio perché non ne voleva sapere mezza. A riprova di questo forse condannabile ma umano atteggiamento, quando è capitato che i ruoli si scambiassero, ero di nuovo altrove e lontana lontana.

Cercare conferme è sano e naturale, avere dei bisogni è sano e naturale, volere di più è sano e naturale. Quasi tutto è sano e naturale se pensi al modo folle in cui siamo fatti. Il punto non è cosa, ma dove. Il punto sarebbe raccogliere i coriandoli del nostro cuoriciotto frantumato e levarci dal cazzo. Ma non perché “Io valgo”, semplicemente perché più tempo passiamo in balia di chi non ci vuole, più tempo regaliamo al nostro orgoglio travestito da amore. Ti faccio una domanda e ti invito a risponderti togliendo il velo di lacrime e speranze: Se davvero costui è qualcuno di cui hai un’immensa stima, una grande ammirazione per il modo in cui è fatto, se è qualcuno da cui hai da imparare segreti profondi sulle verità del mondo, qualcuno con cui faresti un viaggio a piedi di ottomila km, qualcuno con cui faresti mattina a chiacchierare senza fatica. E non dico di pensare a quel qualcuno ideale che esiste solo nella tua testa, ma a quel qualcuno reale che esiste già. Perché tutte le volte che mi sono incastrata in un pensiero di amore non corrisposto, quando ho avuto le forze e il coraggio di guardarlo bene, non era mai nessuno che amavo sul serio, anzi erano perlopiù persone che umanamente mi risultavano intollerabili, però non tolleravo il fatto che non tollerassero me. E questo non è amore, è una forma di dolcissimo egoismo strappalacrime. Nessuno che non mi abbia amata come io avrei voluto sarebbe stato l’uomo che avrei sposato volentieri, eppure tutti hanno ferito il mio orgoglio e parte di quello che sono. Certi dolori sono esclusivamente personali, certi dolori sono nostri ed è con noi che li risolviamo sebbene tutto dentro di noi sembri farci pensare il contrario.

Una ragazza veramente tanto in gamba che ho avuto modo di incontrare nello studio, mi raccontò che aveva così tanta voglia di essere amata che aveva fatto un grande collage di occhi di ogni tipo. È qualcosa che non dimenticherò mai.

Don’t, don’t you want me?
You know I can’t believe it when I hear that you won’t see me
.”

Un abbraccio grande a te,

Olimpia

Sono ossessionata dall’amore

Cara Olimpia,

Ho 26 anni e mi sento in un vortice di emozioni. Mi sento su una giostra che non si ferma mai, oggi sono su e domani sono giù. Senza dei motivi realmente concreti. Alla ricerca di un po’ di sana serenità ho deciso di prendermi qualche giorno per stare con me stessa, farmi compagnia e prendermi cura di me. Quindi eccomi qua a scriverti sono sulla riviera ligure e penso ai miei ultimi mesi di vita…io sono un’infermiera, in questi ultimi tempi la mia vita è stata completamente ribaltata, il mio lavoro mi piace tantissimo, ma a volte sono così stanca che faccio fatica a stare sveglia quando torno a casa dal turno. Io non so in che modo, ma anche se sono così stanca la mia mente sembra così produttiva, è un flusso continuo…in particolare non riesco a togliermi dalla testa il desiderio di trovare l’amore, sta diventando quasi un’ossessione, sai? Io in realtà sono single da tanti anni e mai ho avuto questo desiderio così impellente e impaziente di essere realizzato…come posso fermare per un po’ il mio cervello che fa tutte queste richieste così difficili da realizzare? Visto che lo stesso cervello mi spinge ad uscire con diversi ragazzi ed a eliminarli automaticamente dopo pochissime uscite?

Grazie già per la tua dolcissima risposta spero di essere stata abbastanza chiara.

Un abbraccio

F.

Cara F.

Ti proverò a rispondere prendendo in considerazione la tua lettera da due diversi punti di vista. Uno che sta dalla parte della legittimità di questo tuo forte desiderio, l’altro che lo ritiene comunque legittimo ma che forse ci si nasconde un po’ dietro.

Non saprei davvero dirti da che parte pende di più la bilancia, ma diciamo permettimi di andare un po’ a occhio. Mi ha incuriosito come tu abbia nominato il tuo lavoro come fonte di grande amore e allo stesso tempo fonte di grande stress. In effetti fare quello che fai necessita di una grande vocazione e anche con i turni di riposo che sono concessi a tutti gli infermieri, non credo avanzi tempo realmente utile per trovare riposo. Mi verrebbe da chiederti in che modo è stata scombussolata così tanto la tua vita, se hai cambiato luogo in cui lavori, se hai preso insomma qualche grande decisione e, sempre a occhio, verrebbe da pensare di sì. Quindi penso ti trovi ancora in una fase di assestamento da momento A a momento B dell’esistenza e in quei momenti, come nelle vacanze, come a Natale, come (quasi) ogni maledetta domenica, lì dove c’è spazio, c’è spazio per pensare. A quello che abbiamo combinato con quello che siamo, a quello che siamo diventati, a quello che abbiamo perso, a quello che ci manca.

Se sei senza amore da tanto tempo, bontadidio, ci sta che tu ne abbia desiderio! Non conosco una sola persona sana di mente che dopo un po’ che se ne sta senza, non si chieda come si starebbe con. Sarebbe bello pensare di poterne fare a meno, per certi aspetti, per altri sarebbe terribile, quindi non sentirti ossessiva se nel silenzio della sera, quando il dovere è stato fatto e tutti tornano a casa da qualcuno, ti viene voglia di entrare e trovare un abbraccio. O qualsiasi sia la tua fantasia romantica che ti censuri da sola dicendo che è un’ossessione. Un desiderio grande di certo ci può assediare al punto da sembrare un’ossessione, ma è solo un desiderio grande. Se mi avessi detto che ti stai ossessionando con la compravendita di yatch ti direi beh, forse ma forse non è un giro di pensiero così produttivo. Se però parliamo di amore, lo avrai capito sono una romantica, come posso dirti come fare a smettere? Piuttosto preparati un bel rituale per concederti questi pensieri: musica jazz soft, del vino, un par de candele e una scatolina di kleenex già che ti trovi. Come lo vorresti questo prossimo, che qualità dovrebbe avere, che difetti non gli perdoneresti, com’è andata con l’ultimo in modo da non ripetere gli stessi errori ma casomai perfezionarli?

E poi ti chiederei anche di chiederti, ma questi qui con cui esci, hanno qualcosa di vagamente simile all’idea che ti sei fatta della persona che vorresti conoscere e che ti conosca? Perché magari proprio perché presa dalla fretta stai andando un po’, come diciamo a Oxford, a cazzo nelle scelte e poi ti trovi che non ne vuoi più sapere niente. Nel senso, se sto morendo di fame rischio di fare una spesa balorda al supermercato, quindi non vedo perché non dovrebbe applicarsi lo stesso criterio alle più alte sfere.

Poi c’è l’altro punto di vista, che mi richiama una cosa letta tempo fa, anche se non mi ricordo bene da quale autore ma puoi fidarti che l’ho letta da qualcuno che consideravo saggio altrimenti non me lo sarei mai ricordato fino a qui, e che comunque diceva una cosa tipo “Se non stessi pensando adesso all’ossessione amorosa, a cosa dovresti pensare?”

Ecco, tolto il romanticismo e tutto ciò che gli sta intorno, rimane questo strano potere della cotta e ancora di più della super cotta, cioè quello di portarci via da dove siamo, in un posto migliore in cui gli impegni con noi stessi possono aspettare o essere sostituiti da un bel contratto a tempo indeterminato con il cuore di qualcuno. Se lo avessi sentito anni fa mi sarei sicuramente incazzata a morte, mi sarebbe sembrato un parere cinico e freddo, invece devo dire che con il senno del poi, quello delle rughe, quello degli errori, posso affermare che in effetti succede. Succede che l’amore ci porti via da noi, via dai sogni che avevamo e via dalle cose che non riusciamo a fare.

Tempo fa una ragazza mi disse preoccupata che la notte non sapeva come fare perché da quando aveva memoria si addormentava solo pensando a qualcuno per cui aveva qualche cottarella. Lì per lì mi è sembrato un sentimento come di bambini, ma in tutta verità io non mi sento così diversa. Se non penso a qualcuno, nel vuoto della mia stanza, nel vuoto della mia vita, mi tocca pensare a me. A qui fantasmi che mi bussano da tutte le parti, che mi dicono che devo fare di più, devo fare meglio, devo devo devo. Ignorarli? Non fino in fondo perché mi dicono delle cose che hanno senso, non sono solo severi, sono anche giusti. Ogni volta che mi sono innamorata ho buttato un pezzo di me per cercare di riappiccicare il pezzo di qualcun altro e poi mi sono ritrovata con tantissimi piccoli pezzi dappertutto, dentro e fuori. Cosa porta l’amore, ma cosa toglie. Cosa toglie sembra brutto da dire ma forse lo si deve dire. Toglie qualcosa, toglie certe angosce o forse le ricopre solo, forse le mette in freezer ma non le uccide.

Questi sono i miei due istintivi punti di osservazione sulla tua questione e per questo ti invito da una parte a concederti senza vergogna quei momenti al ritorno del lavoro, come se fossi una ricercatrice che sta studiando qualcosa, non come una scappata dalle telenovelas. Dall’altra parte ti invito a chiederti, con coraggio e con paura, se c’è qualcosa che vorresti o dovresti fare, di molto importante, da cui questo pensiero sognante ti protegge tenendoti lontana.

I 26 anni sono bellissimi, cominciano a essere giusti per crescere e non sono troppo pochi per non sentirsi cresciuti. Non fare mai a meno del desiderio d’amore, non fare mai a meno di guardarti dentro regolarmente per vedere come sta quella persona speciale che abita insieme a te tutto il tempo.

Un abbraccio,

Olimpia

Penso sempre alla morte

Cara Olimpia, ho avuto spesso il desiderio di scriverti ed eccomi qua. Spero tu stia bene, che stia passando una felice estate e di non annoiarti con la mia “lettera”. Penso sempre alla morte, Olimpia. Non come desiderio di farmi male o di privarmi della vita. Penso alla morte con terrore e con rifiuto. Fin qui niente di strano, dirai. Chi non ha paura della morte? Chi non ci ha pensato almeno una volta con profonda tristezza? Il punto è proprio questo. Io amo la vita in ogni suo capriccio, l’abbraccio e ci faccio a botte e la difendo, ricoprendola di libertà e baci. Ed ogni giorno, seppur faticoso, mi dona tanto. Anche quando sembra mi tolga tutto. Ci sono volte(molto frequenti) però in cui questo pensiero mi invade e mi colpisce alla schiena. Può durare un’intera giornata, molti pianti e crisi di panico. “Il mio cane non può morire, deve vivere 100 anni, io lo amo troppo ed è così meraviglioso!” e via col pianto. (Il mio cane sta benissimo) “Certo che ho un uomo meraviglioso al mio fianco , non so cosa farei se domani lo perdessi!” (Porello, aggiungerei. Immagino scenari non rosei. Quanto si gratterebbe, se ne venisse a conoscenza!) Divento tristissima, fobica. Faccio pensieri persino sulla mia morte! Mi ritrovo a parlarne e disperata a dire” OH, MA IO NON VOGLIO MORIRE! IO VOGLIO VIVERE, EH! ” come se qualcuno potesse evitarmi la morte, un giorno. Io vorrei solo che questo pensiero non condizionasse le mie giornate, non mi creasse paranoie invalidanti. Perché ti giuro che lo fa. Ricordo ancora quando da piccola controllavo che mia madre respirasse, mentre dormiva. Mi mettevo lì e trattenevo il fiato, così potevo vederla meglio respirare. Sì, vederla, non sentirla. Vedere il suo stomaco gonfiarsi in un bel respiro. Mi sento molto stupida anche solo a ricordarlo! Ed ecco che mi ritrovo a diagnosticarmi cose brutte, ogni volta che ho un dolore strano e a pensarci per ore e ore come se non ci fosse un’altra possibile spiegazione. Dando per certa la previsione più brutta. Si, faccio parte del 99% della popolazione mondiale che si diagnostica malattie su google, ma poi mi fermo ad immaginare la mia vita con quelle malattie e via di nuovo al circolo vizioso. Sono patologica? Boh. Io vorrei solo non pensarci più. O magari leggermente meno. Non sentirmi matta, ecco.Vorrei tanto che questa paranoia si ridimensionasse, ma non so come aiutarmi. Ti ringrazio, Olimpia, anche solo per avermi letta. Scrivere è una gran medicina e certa che dall’altra parte ci sia un cuore attento ed eccezionale, già mi sento meglio.

A

Cara A,

Tra le persone che mi ha fatto conoscere il mio lavoro mi è rimasto impresso un ragazzo molto giovane che il primo giorno in studio si presentò con la playlist che avrebbe voluto mettessero nel giorno del suo funerale, giorno in cui tutti si sarebbero finalmente accorti di quanto fosse speciale. Devo dire era una selezione affatto male.

I vivi pensano alla morte a volte tanto quanto pensano alla vita. Alla propria, a quella di qualcuno che amano, alla morte di un lavoro, di una pianta, di un oggetto. I vivi pensano alla fine delle cose anche quando sono appena iniziate, anche quando ancora non sono iniziate proprio. Non te lo so dire perché i vivi siamo così, credo perché la paura è un’emozione antica e spesso funzionale, o forse perché il numero delle cose difficili o dolorose supera statisticamente quello di quelle felici e facili. In effetti la felicità non è poi così interessante, ha poco da dire e molto da vivere, però viverla vuol dire esporsi alla delusione e spesso la fatica del solo pensiero ci rende cecchini dell’auto sabotaggio, così possiamo tornare a sentire le canzoni d’amore struggenti che sono sempre più belle di quelle sole cuore e ma vaffanculo dai. Ecco questo per dire che la parte oscura e scura del mondo va un po’ per la maggiore, nonostante tutta quella fila di ultra fomentati dopati indemoniati che ci inondano di stay positive e vivi ogni giorno come fosse l’ultimo. Cosa che se ognuno di noi provasse a fare anche solo per un giorno finirebbe infartuato entro le undici del mattino.

Tutto va bene eppure tutto può finire. Non è una paranoia, è la verità.

Secondo me i pensieri che fai sono pensieri su cui vale la pena piangere, nel senso che potresti essere benissimo la protagonista di un dialogo di Platone così come di un romanzo, c’è così tanto dentro a questi pensieri su cui pensare, c’è così tanta vita nei tuoi pensieri sulla morte. Hai mai pensato che invece di cercare di mandare via per forza un pensiero su cui per forza ci dobbiamo fermare, in qualche momento, in qualche modo, a pensare, potresti approfondirlo come fa bene fare con tante cose che ci fanno paura?

Cioè dedicare un po’ di tempo a cercare di capire cos’è la morte per le diverse culture e religioni, quali sono gli epitaffi più poetici e più sarcastici mai scritti, a sentire qualche stand up piena di black humour, a vedere che abitudini strane abbiamo avuto nel corso dei secoli per i nostri morti, a vedere qualche video della festa dei morti in Messico e poi un giorno magari andarci anche, a scoprire qualche libro che ne parla, qualche canzone che ne parla. A parlare di questa cosa con te apertamente perché mi pare di capire che ti sta chiedendo di darle spazio. Dagliene così tanto che ti troverai a essere passata avanti e indietro sugli stessi pensieri almeno tre o quattro volte, e andare avanti senza tornare tutte le volte indietro.

Perché dico proprio sulla morte ti sei fissata, te lo sei mai chiesto? Hai perso qualcuno di molto importante all’improvviso e senza che ci potessi fare niente? Ti serve un pensiero ingombrante per distrarti da altri pensieri meno ingombranti ma più fastidiosi e quotidiani? C’è qualcuno a cui vuoi molto bene che non riesce a prendersi bene cura di se stesso, o forse questo capita a te? Sei contenta della tua vita, mia cara A? Ti restituisce davvero anche nei giorni in cui sembra che ti tolga?

A me capitarono dei mesi, anni fa, in cui mi presi una cotta per questa ossessione. Chiedevo sempre a tutti che cosa ne pensassero e come vivessero la questione. Per meglio dire chiedevo ma come si fa a fare una cosa, qualsiasi cosa, fatta bene, fatta con cura, fatta che duri, se tanto poi tutti quanti dobbiamo morire? Nella mia testa non faceva una piega e anzi mi parevano matti tutti gli altri che si facevano in mille per il regno dei vivi.

Dopo altri mesi, parecchi mesi con momenti di riposo e ritorni di fiamma, mi è sembrato di intuire che mi facevo questa domanda perché non avevo ancora trovato il modo di diventare quello che volevo essere da grande e le mie giornate non avevano senso e niente aveva senso e a quel punto allora che il tutto di tutti anche non abbia senso. Adesso ci penso ancora, ogni tanto, penso che non sarò abbastanza forte per superare niente e che dovrò fuggire su una montagna insieme alle capre e alle stalattiti per rendere il mio tempo così noioso e fermo da farlo sembrare infinito ed essere tutto sommato ok con la decisione quando toccherà di morire a me.

Mi concedo di pensare strano come mi concedo due bicchieri di vino (uno se lo concedono quelli veramente matti), come mi concedo di non capirci niente di niente sul che cosa stiamo facendo tutti quanti, su che che cosa, per favore la verità vi prego sulla vita. Mi piacerebbe che tutti ogni tanto se lo concedessero per dare importanza alle giornate, che poi sono un po’ l’atomo della vita. Concediti proprio una mezz’ora di orologio al giorno in cui a questa cosa ci pensi come se non facesse così paura e non più di una ricerca al giorno su Google perché tanto lo sappiamo tutti benissimo che finché non si fa ipotesi di brutto male non si chiudono le pagine dicendo ecco vedi lo sapevo io lo sapevo. Per poi riaprirle una sigaretta, forse l’ultima, dopo.

Sono dissacrante, sono scorretta e superficiale? Certamente sì a tutte e tre. Le questioni di massima rilevanza vanno trattate come se ce lo dovessimo fare amiche per sempre, che anche se non le puoi fregare, magari è meglio trovare il modo che non ti freghino più o prima del dovuto.

Per sempre, bello dire per sempre, suona bene. A me piace e mi piace anche se non può essere vero mai, è vero finché lo riesci a dire. Mi piace molto anche quello che dice il tizio dell’oroscopo dell’Internazionale: Apocalypse it’s now, so let’s dance.

P.S. Quella cosa sul respiro della tua mamma è molto bella, non stupida.

Olimpia

Sto iniziando a smettere di credere nell’amore

Cara Olimpia,

onestamente non so da dove cominciare e spero di riuscire a farti capire. Non riesco a formulare quello che sento in una domanda breve e concisa da farti, quindi mi limiterò a scrivere, seguire il flusso e sperare di farti arrivare una storia che può avere una risposta, un parere o quello che riterrai più opportuno. Sono una donna di ventisei anni. Una donna per niente perfetta, munita sì di pregi, ma anche di difetti e di vulnerabilità. Insomma: quello che ti sta scrivendo è un essere umano in piena regola. Essere umano che ha sempre avuto una caratteristica per la quale è stato preso in giro per molto tempo: credere spassionatamente nell’amore, nell’esporsi quel tanto che basta e nel correre i rischi quando lo si ritiene necessario, insomma quando sente che ne vale la pena. Nella mia breve vita ho avuto solo una storia. Storia durata poco, storia piena di sfaccettature e contraddizioni, difficile da raccontare nei dettagli (più che altro è per alleviarti dalla sofferenza di farti leggere un romanzo di 567 pagine), storia con una persona che posso dire  ho amato davvero, in un modo che, riconosco, probabilmente mi ha precluso la possibilità di ricominciare da capo per un po’ di anni dopo la sua conclusione. Passato il mio periodo di lutto, sono tornata nel mondo alla ricerca dell’amore, dell’altra metà che ero certa starmi aspettando da qualche parte. Beh, fiasco totale. Cotte sfumate davanti alla realizzazione delle vere persone che mi stavano davanti, rifiuti, porte in faccia da gente che mi conosceva e anche che non mi conosceva. Quest’anno è arrivato il mio punto limite. Un po’ di tempo fa ho incontrato un ragazzo che mi ha letteralmente sconvolta (non sono fatalista, ma credo bisogna ammettere che in rarissimi casi certe cose la vita te le fa cadere addosso con una premeditazione chirurgica). Questo ragazzo è straniero. Ho lavorato per un anno e messo i soldi da parte per andarlo a cercare. Non avevo il minimo dubbio. Tutti mi dicevano di lasciar perdere, che dove dovevo andare, che sicuramente lui era andato avanti con la sua vita, ma io ero sicura che fosse lui. Così quest’anno sono andata a cercarlo, sono partita per una settimana, mentendo a tutti su dove stavo andando per proteggermi dai commenti cinici degli altri. Versione breve della storia: è andata male. Sapevo di star correndo un rischio, ma dal momento che a me le cose non sono mai andate particolarmente bene, pensavo di essere forte e preparata all’eventualità che andasse male. Mi sbagliavo. Nessuno sa di questa storia. Solo io e lui. Mi chiedo se valga la pena di continuare a credere nell’amore tra due persone. Se esiste davvero o se se lo sono inventato. Se la nostra generazione sia capace ed abbia il coraggio di amare in un certo modo. Mi chiedo perché c’è questa moda dell’essere cinici, scettici e “sessualmente impotenti” parlando a tutti, anche ai passanti, della propria “brillante vita sessuale“. Mi chiedo perché solo i ragazzi possono correre dei rischi e le ragazze “Oddio per carità NO!”. Un’altra cosa che mi chiedo- e so che è vittimista- è cosa ho fatto per meritare questi lieti fini mai accaduti.

Grazie della lettura e buon lavoro.
Romantica spezzata.

Cara la mia Romantica spezzata, con questa tua firma hai finalmente esaudito il mio sogno di sentirmi la protagonista di una vera posta del cuore, grazie.

La tua lettera mia ha intenerita e innervosita allo stesso tempo, proverò a spiegarti il perché. Mi ha intenerita perché la tua ultima riflessione è tanto vera e tanto puntuale.
Forse in altre generazioni si amava in maniera diversa, o per meglio dire ci si concedeva meno la possibilità di rompere una relazione, con tutti i benefici ma anche i problemi che questa difficoltà ha comportato. Se ci pensi ancora in molti rimangono con qualcuno che non amano, che amano poco, che odiano meno di altri, per non rimanere da soli, e questo dal mio punto di vista è un crimine atroce contro l’umanità di se stessi, contro l’insormontabile questione per cui la vita una è, una rimane e solo con una vita abbiamo a che fare. Se ci pensi credo sarai d’accordo con me che sia meglio cercare per una vita qualcuno che ci faccia sentire a casa, che fare casa con qualcuno per una vita intera senza sentirsi mai a casa.

Ecco, sicuramente l’amore è diventato più liquido e più rapido. Come un supermercato con troppe scatole di cereali in cui alla fine ne usciamo che non ne abbiamo comprata manco una ma comunque speso un sacco di soldi e di energie. (Per questa parte ti consiglio, se non lo avessi già letto, Amore liquido di Bauman, davvero ma davvero illuminante). Insomma più possibilità, più socialità, più mezzi, più chirurgia per essere belli, più estetica in tutte le salse e potrei andare avanti ma rischierei di sembrare banale, non corrispondono a una più alta probabilità di innamorarsi, solo a una maggiore quantità di tentativi fallimentari o come dici benissimo tu, di lieti fini mai accaduti.

Su questa parte stai pur sicura che ricevi tutto il mio migliore consenso, così come su questa pudicizia nel mostrare le emozioni come fossero qualcosa di cui vergognarsi. In effetti io esco sempre un po’ pazza quando sento qualcuno, ancora di più se più giovane di me, dire che dell’amore non se ne interessa, che alla fine si sta bene da soli, che viva er poliamore, er polisesso er poliqualchealtracosachedetestopronunciaretantoquantoapericena. A regà, penso, ma che cazzo state a dì? Senza amore dove andiamo, DOVE? Non sono una di quelle persone che crede che ognuno sia già completo, per carità, ma sono una di quelle che crede che non esistano metà perfette, esistono percentuali più o meno consone che partecipano alla grande torta a spicchi di cui è fatta una felicità.

In qualche modo mi ritengo una romanticona pure io, affezionata alle favole e ai lieti fini, sempre pronta a non rinunciare anche quando la vita mi ha mostrato i denti affilati della delusione abbaiandomi in faccia.

Però, c’è un però, quel però che cercherò di dirti rischiando di essere infilata nel mucchio di quelli che hanno cercato di metterti in guardia in tutti i modi e tu niente, caparbia e appassionata come Icaro, ti sei schiantata. Mia cara spezzata, l’amore non si insegue. Non si insegue mai.

Che tu sia donna che tu sia uomo, giovane o vecchio, scemo e intelligente, bello o brutto, l’amore non si rincorre e neanche lo si può pretendere dal mondo. L’amore come si fa, come si vive, io non lo so, ma sento che se ti dessi una pacca sulla spalla in questo senso, non farei del bene a nessuno.

Probabilmente l’amore si impara (ti consiglio anche L’arte di amare di Fromm da cui sto rubando questo pensiero) si impara che cosa è per noi e si impara come andarselo a cercare fuori di noi. La definizione di amore è talmente tanto personale, un po’ come quella della felicità, che ti inviterei a diffidare di chiunque provi a dartene una. Quello che sappiamo è che è inevitabile e che se lo evitiamo per tutta la vita ne pagheremo sempre il conto. Non basta essere pieni di amore per essere amati, altrimenti rischia di diventare una prepotenza. Come a dire eccomi mi vedi, guarda com’è grande il mio cuore, guarda com’è forte il mio sentimento, guardami che cazzo, mi vuoi dire di sì oppure no, eh? Qui mi è venuto in mente un tal Antonio che anni fa si arrampicò sul tetto della chiesa del paese solo per chiedere in sposa la mia amica. “SPOSAMI STRONZA, SPOSAMI!” così per una mezz’ora finché qualcuno non chiamò un’ambulanza e qualcun altro il parroco.

Bada bene che te lo sto dicendo con affetto, alla maniera un po’ brusca di noi romani della Garbatella, ma con affetto. Prima di partire in sesta verso qualsiasi cosa che possa sembrare un miraggio di amore, prima di un grande rischio, ci vuole sempre un piccolo calcolo. Quanta affinità c’è con questa persona, quanto mi ha dato e quanto ho dato, come sono i nostri caratteri, come sono le nostre vite e ti dirò, pure come sono le nostre famiglie, la musica che ascoltiamo, le cose in cui crediamo, quello che ci piace mangiare, bere, vedere al cinema, leggere, qual è il grado di intesa sessuale, qual è il numero e la qualità dei baci e di tutte le altre cose che fanno di un sentimento, un sentimento amorevole e reciproco. Se tu ignori questo piccolo grande calcolo delle probabilità, non stiamo giocando una bella partita di scacchi, ci stiamo buttando dal dirupo senza corda. E infatti ci sfracelliamo. Non esistono solo i nostri sogni d’amore romantici, esistono anche i sogni d’amore romantici di tutte le altre persone e se i nostri non combaciano con i loro, fa male, ma è nell’ordine delle cose possibili.

L’amore forse è un arte, forse un po’ come la psicoterapia, non hanno bisogno di credenti, ma di persone che provano a farlo al meglio e solo quando qualche fiore spunta dal ramo, allora possono dire è vero oppure è tutta una invenzione.

Finché non tutelerai per prima te chiedendoti senza fronzoli con che tipo di persona vorresti condividere la tua idea di amore, troverai tante porte in faccia e tanti rifiuti, perché, banalmente, forse anche troppo banalmente, nessuno trova nulla se non sa che sta cercando e, devo dirtelo, cercare l’amore non è abbastanza specifico come da poter diventare reale.

La fantasia va conservata sempre che se no ci perdiamo i sogni e perdere i sogni è un peccato, ma almeno metà di quei sogni d’amore devono essere passati al vaglio da un senso concreto di realtà. Non sprecare quella cosa che hai dentro che chiami amore, non buttarla via così, custodiscila e crescila e studiala come si fa con le cose preziose e intime. Non farla calpestare, non farla funzionare come fosse una pesca a strascico perché poi nella rete ci trovi scarpe vecchie e copertoni insieme a qualche traccia di paranza. Dalle storie si impara moltissimo, una volta attraversata la palude di fango di lutto, quello che spero non si impari mai e a diventare cinici. Invece spero insegnino a tutti a diventare più scettici, di se stessi e degli altri, più prudenti, più maturi, più fanatici anche della ragione, più capaci di pazientare, più in grado di tollerare il fatto che gli incontri d’amore sono come gli spermatozoi, se ci aspettiamo che ogni contatto faccia gol, stiamo aspettando male. I tentativi falliti possono essere solo i gradini della scala che ci porta dove abbiamo deciso che vorremmo andare, e stare.

Quando ero molto giovane mi innamoravo sempre di tutti, anche di persone con cui non avevo mai scambiato manco una parola. Nella mia testa matrimoni, carrozze e un esercito di bambini biondi. Ogni volta, tutte le volte. Poi sono arrivate le persone in carne, ossa e difetti, e ogni volta invece mi tocca smussare un po’ l’idea che mi ero fatta prima di che cosa fosse amore, per aggiungere elementi che non avevo mai considerato. Buttando via qualche illusione ho trovato i miei limiti, i limiti di quello che voglio sopportare e quelle quattro cazzate, imprescindibili, che mi fanno stare bene. Non così diverse da quelle che cerco in un’amicizia, non così diverse da quello che sono anche io.

Mi dispiace tanto tanto che ti si siano spezzate le ali, però mi fa piacere che tu ti sia solo scottata con il sole e non finita dentro e carbonizzata per sempre. Aggiusta la tua rotta signorina, punta a un pianeta diverso, uno con un buon habitat per come sei fatta tu e conserva le tue perle, che un giorno avrai un appuntamento romantico molto importante a cui andare e sarà bello che tu abbia la tua collana intatta da indossare col sorriso.

Olimpia

Ho perso mio figlio

Ho trovato per caso il tuo blog e ho adorato il tuo modo di scrivere perché sento che tu percepisci le emozioni di chi sta dietro quelle parole. Non cerco conforto, ma solo di capire.

Noah mi ha lasciato al suo sesto mese e diciottesimo giorno di vita. Era già un bel pacioccone e mangiava tanto. Eravamo inseparabili anche perché non aveva nessun altro che me e sembrava davvero felice.

Disse la sua prima parola proprio quel suo ultimo giorno di vita. Io mi sento sempre triste anche se il tempo passa io continuo a tenerlo dentro di me e non riesco a lasciarlo andare. Lo amo più di ogni cosa al mondo, solo che non posso riaverlo.

Morte in culla l’hanno chiamata ma il mio cuore non ha pace. Nessuna spiegazione, nessun perché, solo il mondo intorno che continua e tu che pensi solo a come smettere di respirare, ma il tuo cuore continua a battere e ti senti assolutamente niente.

Essere mamma è stata l’esperienza più bella della mia vita. Vorrei soltanto capire perché.

Grazie anche se non risponderai come mille altre lettere che ho scritto.

La verità è che non ce la faccio proprio più a vivere e non esiste medicina per questo.

Tania

Ciao Tania, il tuo nome lo voglio lasciare perché è proprio bello come è bello il nome di tuo figlio. Ho fatto passare tanto, troppo tempo prima di risponderti perché sono stata vigliacca e intimorita davanti a un dolore così assoluto. Così come credo lo siano stati tutti quelli che hanno mancato nella risposta. Però vorrei tanto che mi credessi se ti dico che non c’è stato un giorno dal giorno in cui ho letto le tue parole, in cui non ci abbia pensato. Vorrei anche che mi credessi se ti dico che mentre provo a farlo sto piangendo ma non voglio lasciare che mi fermi dal provare a farlo lo stesso.

Non piango spesso per il dolore degli altri, lo faccio solo quando penso che quel dolore sia troppo intenso per essere svilito con le parole e ti giuro non è pietà, non è compassione, è la migliore umiltà che conosco.

Tu lo sai vero che hai già detto l’unica cosa che si può dire? Non c’è medicina.

Questa frase la disse il dottore a mia madre quando la sorella perse la sua bambina di tre anni. Io non c’ero ma me l’ha raccontato e non l’ho mai dimenticato. “Dottore per favore faccia qualcosa per mia sorella, per favore faccia qualche cosa.” Il dottore ha guardato il pavimento e le ha detto signora per questo non c’è nessuna medicina.

Tanti anni dopo ho trovato non so più dove ma ora è nel mio cuore, una storia di quelle credo zen in cui un padre che aveva perso il figlio prova a chiedere a tutti i più saggi del paese il perché e ognuno tira fuori una risposta. Perché questo era il destino, perché la vita è fatta anche di morte, perché adesso è una costellazione, perché ognuno ha la sua croce. Questo padre sconsolato continua a camminare fino a che arriva alla fine del villaggio dove c’è un vecchio vagabondo, che lo guarda e senza che lui dica niente, gli dice “Fa male. Fa molto male.” E lui un po’ si sente meglio non per la risposta ma perché si sente capito. E io decidevo che la psicologa l’avrei fatta così e non in un altro modo. Quindi scusami due volte, per l’attesa e per non saperti dire niente tranne che fa male, non me lo posso realmente immaginare, ma fa tanto, tantissimo male.

Voglio dirti di queste lettere, da dove viene questa idea. Da una lettera che ho letto di uno scrittore che mi piace e che per qualche anno ha tenuto una rubrica simile su un giornale. Ogni lettera fu sempre pubblicata anonima per scelta dell’autore, tranne una, la lettera di Michele, un persona che parlava di suicidio, che non si firmò, ma i genitori resero noto il suo nome tempo dopo. Ti metto qui la risposta perché nella sua incredibile semplicità mi emoziona tutte le volte.

«Mi dispiace molto che lei non abbia firmato la sua lettera. Avrei tenuto nascosto il suo nome ma l’avrei cercata, per telefono, una mattina presto, all’alba, per chiederle che tempo fa nel luogo dove lei abita e per farmelo descrivere nei dettagli. Quei dettagli che, messi insieme, fanno le ore, il giorno, gli anni e la vita che ci è dato da vivere (qualunque essa sia, sempre bella appunto perché imprevedibile come il tempo) e che è tutto, dico tutto, quello che abbiamo».

Tania, anche io vorrei tanto fare questo e dirti di trovare un telescopio e di cercare i pianeti perché pensare all’universo è davvero l’unica cosa di cui mi fidi quando sento che tutto il resto non lo capisco più.

Una donna è madre ancora prima di avere un figlio, lo è quando comincia a volerlo e quando si pensa madre e quando desidera esserlo come non ha mai desiderato niente. Una donna è madre anche senza un figlio ma vorrei con tutto il mio cuore che potessi esserlo di nuovo, per sentire che se hai perso Noah, non hai perso la tua capacità di saper amare in quel modo che un figlio non può capire. Lo so che questa è un’ingenuità terribile da parte mia, lo so davvero. Non so nient’altro di te oltre a quello che mi hai scritto, non so se questo baratro di male sarà mai una cicatrice, ma vorrei che tu non fossi sola, che parlassi con altre donne che sono state vittime di questa esperienza e che vi possiate abbracciare e sentirvi capite guardando negli occhi una dell’altra e sapere che quel posto è il posto giusto in cui fermarsi per un po’.

Sai, sono qui quasi per miracolo e cerco di non dimenticarlo. Erano gli anni ’80 e mia mamma ci aveva provato tante tante volte, per dieci anni interi, perdendone anche uno che era quasi ma proprio quasi pronto e che aveva già un nome. La cosa strana è che l’ho saputo quando avevo l’età giusta per saperlo, ma anche prima ho sempre pensato di essere una da fratello maggiore. Contro ogni aspettativa, contro l’età, contro la religione, contro tutti, un giorno di Aprile la mia mamma ha deciso di giocarsi l’ultima carta senza nessuna garanzia, il giorno dopo Natale di quello stesso anno nascevo io e usciva sui giornali la notizia che la prima bambina nata a Roma con la fecondazione in vitro, sgambettava felice nella sua tutina e si sarebbe chiamata Olimpia.

Per favore Tania non perderti per sempre, sono le madri come te, le madri di cui ha bisogno questo mondo e ricordati che alla morte si può rispondere soltanto in un modo, le si risponde vaffanculo brutta stronza e poi le si risponde con la vita.

Aspetto di sapere ancora di te, una mattina presto di un qualsiasi giorno da qui a per sempre e che tu possa tornare a pronunciare quella prima e ultima parola, in un alfabeto nuovo, che non dimenticherà mai il resto ma che parlerà per sempre.

Olimpia

Tutti i nuovi futuri ex dei nostri ex

Cara Olimpia,
ti seguo da un po’ di tempo e penso sia inutile dirti che ogni tuo post è una boccata di ossigeno per me, soprattutto in giorni come questo. Ho pensato molto se scriverti o meno, dato l’argomento forse un po’ scontato. Il fatto è che oggi è proprio una giornata triste. Oggi ho aperto gli occhi e sai, penso che nulla faccia male ed allo stesso bene come la consapevolezza della fine di un amore.
Tre anni fa ho incontrato questo ragazzo, è stato per me il famoso gradino che ti porta in vetta dopo una lunga salita fatta di ostacoli e pianti, di amori non corrisposti, di inverni freddi e spenti. È come quando si dice “quando sarai pronta incontrerai l’amore”, io l’ho incontrato perché ero pronta, ero guarita e ci siamo amati. Ci siamo amati e stretti per quasi tre anni. Non sono mancati i litigi, la passione che ci teneva insieme però ha vinto sempre. Anche quando forse sarebbe stato meglio chiudere, anche quando mi guardavo allo specchio piangendo e mi dicevo “non è un amore possibile questo”, alla fine ci amavamo così tanto.. e chi può fermare due innamorati?
Di certo non io.
Il punto è che poi dopo l’ennesimo litigio, dopo l’ennesima porta chiusa, ho detto basta. L’ho detto però con gli occhi gonfi e il cuore spezzato, l’ho detto voltandomi, ma con la mano quella porta l’ho tenuta socchiusa. Mi ha scritto per giorni, ci siamo rivisti ed era tutto perfetto, ma la paura di essere ferita ha fatto sì che io lo allontanassi ancora e ancora. Finché un giorno, circa un mese e mezzo, abbiamo chiuso per sempre.
E va bene, mi sono detta. “Tu meriti di meglio”, “Tu meriti un amore che..” citando Frida. Ma io lo amavo ancora e se l’ho fatto, l’ho fatto perché non mi sentivo amata, o almeno non più. Si era rotto qualcosa e questa volta raccogliere i pezzi non sarebbe stato sufficiente.
Quindi ho iniziato a ricostruirmi, pezzo dopo pezzo.
Ho dato tutti gli esami, sto scrivendo la tesi.
Insomma, ero serena. Serena nel sapere che se questo amore era forte come entrambi ci siamo detti, allora un giorno ci saremmo rincontrati.
Ma poi ieri ho visto una foto su Instagram con un’altra ragazza e boom, è crollato tutto.
Ho pianto così tanto che se sorrido non sento più la luce uscirmi dagli occhi.
Mi sento come se avessi sempre lottato da sola per un amore che era sincero a metà.
Lo vedo felice, lo vedo fare con lei quello che faceva con me come se io non fossi mai esistita, senza pensare che io sono qui e che vedendo certe cose mi toglie un pezzettino alla volta.
Quindi, anche se probabilmente non leggerai questa mail, già scrivendola io mi sento meglio, mi sento compresa, mi sento che qualcuno sa che questo a me fa stare male, che posso parlarne senza essere giudicata, senza ricevere una pacca sulla spalla come per dire “dai che passerà.” Io questo lo so. Ma vorrei solo avere la forza di alzarmi e dire: io valgo di più, io merito davvero una persona che mi ami, o almeno una persona che mi guardi e pensi “non voglio farla soffrire”. Perché io guardando quelle foto sono morta un pochino dentro.
Mi sono sempre detta di essere un fiore forte, che nasce nonostante tutto e tutti, eppure questa rabbia che sento mi fa sentire così triste, fragile, sostituibile.  So che non ci sono colpe, ma mi chiedo come si fa ad amare così tanto qualcuno e cancellarlo così facilmente. Io non ne sono capace.
Grazie per avermi ascoltata
Un bacio
Tua, C.

Carissima C.

Come sempre quando ricevo un complimento per quello che scrivo, ne sono felicissima quindi non è stato affatto inutile, grazie.

Veniamo a noi, sarò diretta: ma che cazzo! Quello che ti sta succedendo è di sicuro nella scala delle cose davvero antipatiche tra le cose antipatiche che il mondo ci mette a disposizione. Un vero tormento, il capitolo più amaro di qualsiasi telenovela che si rispetti: l’altra. La terribile, terribile altra. Colei, colui, etc. che ha preso il nostro posto, il nostro angolo del letto, il nostro lato dei pensieri, i nostri sogni, le mani che tanto hanno accarezzato e voluto noi. Mentre ci penso mi sento un poco male anche io e ti confesso mi sono dovuta fermare per sventolarmi con tutte e due le mani. A questo punto mi pare forse quasi corretto dirti che, dato già per sfatato il mito che gli psicologi so senza problemi, ci tengo a sfatare anche l’eventuale per cui sarebbero senza problemi sentimentali. Infatti si da il caso che questa psicologa qui sia in uno di quei gironi del purgatorio abbastanza simile a lei, signorina. Anzi, sto un girone sotto, quello in cui da un momento all’altro mi aspetto mi verrà consegnato da qualche messaggero incappucciato, un cartonato a dimensione naturale della nuova futura ex dell’ex, con un bel fiocco rosso e sopra una scritta enorme che dice: TIÉ.

Ovviamente colei la quale, sarà per forza milleduecentomila volte più, aggettivo positivo a caso, di me. Altissima, biondissima, levissima, graziossima, e anche se non dovesse esserlo avrà comunque tutta la mia disistima, le mie parole cattive con le amiche e forse ne avrà ancora di più perché penserò ma come è possibile. Potrebbe essere chiunque, fatta bene o fatta male, fatta in modo qualunque, in qualunque modo mi farebbe incazzare e sentire triste e sentire fragile e sentire sostituibile.

Perché sarebbe la verità. Sì, hai ragione, niente pacche sulla spalla e sì, certo che passerà, come a tutti, come sempre. Però finché non passa fa schifo e fa pure male.

Lui ha trovato un altro amore e tu stai cercando te stessa. Se fosse un film sapresti subito chi è il protagonista e chi lo sfondo. Tu hai dato tutti gli esami e stai scrivendo la tesi, tu ti stai chiedendo delle cose su che cosa significhi stare insieme, tu stai cercando di svolgere fino in fondo le tue emozioni e il lutto, tu hai addirittura, pensa, diritto a credere che Frida avesse le sue ragioni (Telenovela la sua che ciao zì, siamo tutte pivelle), o quantomeno a credere che magari non serve che sia meglio o che sia peggio ma che sia diverso, tu hai un futuro direi molto più ampio di chi lo restringe al quadratino di Instagram.

L’amore secondo me è tra i segreti tipo da dove veniamo, l’universo quanto è grande. Non di meno e non di più. Anche per questo credo sia così bello e così ricercato, temuto, parlato, cantato. Però l’amore a volte riempie così tanto che ti ferma pure. A guardare magari gli occhi più belli che bla bla bla, ma comunque ferma. Forse non solo ti meriti di ricominciare a sognare alto riguardo il prossimo sguardo sul quale ti farebbe piacere fermarti un po’, ma ti meriti proprio di avere tutta una serie di cose tutte tue che cominceranno da qui a, la butto lì, qualche mese. La vita dopo la laurea non fa meno paura della vita dopo l’amore, ma ha di sicuro un margine di controllo maggiore. (Sì lo so, sono cose da zia al cenone ma era per dire che crescere è molto fico).

A proposito di controllo, su una cosa voglio essere chiarissima: tolleranza zero verso i canali di fotogrammi, iconoclastia a palla e, come disse una mia amica “prima cosa cambia le lenzuola e se non fai casino bruciale pure“, cancella gli altarini se ce l’hai sparsi per casa, smetti di seguire, chiedi agli amici di dirti solo ed esclusivamente info di importanza vitale o anche niente ma anzi fai così che poi ti vengono le paranoie e chiedi tu, scatoloni a doppia mandata. Poi, punto più importante di tutti, tieni presente che ogni immagine in più che vedi poi te la dovrai scordare e tu adesso c’hai un sacco da fare, quindi resisti come fece Ulisse al canto delle sirene che bisbigliano ogni tot: Vieni qui a vedere quanto è felice senza di te.

Pensa anche a quanto sei stata triste tu, a quanto ti sei sentita sola anche se in compagnia, pensa a quello che pensavi da piccola, prima che l’amore si rivelasse per il gioco irresistibile ma un po’ sporco che è. Probabilmente la chiave per andare avanti sta lì, nel saper tornare indietro e credere che sia davvero ancora tutto possibile, tutto non scritto sulla pietra ma scritto sull’acqua.

Si può amare tantissimo e dimenticare, pensa che vale anche per te. Per farlo sarebbe meglio non sostituire niente prima di aver digerito tutto, altrimenti il rischio di rivomitarne almeno una parte è alto. Non te lo so dire se questa qua sarà la futura ex o quella di per sempre e non sentirti una stronza se non gli auguri la seconda. Mia cara C, invece noi come lo vorremmo il nostro futuro ex? Non ti dico oggi, nemmeno domani, ti do qualche settimana di tempo per fare questo gioco insieme a me e scoprire quanto non ci sia niente ma niente al mondo che possa allungare e allargare la vita, al punto di sentirti che sei più giovane di quello che sei, che puoi quasi andare sulla luna e diventare ancora ballerina di danza classica tutto insieme, che vivere queste cose in cui ti sembra di morire un po’.

Io lo vorrei simpatico e che mi viene a citofonare per chiedermi se vogliamo andare a fare i ponti di terra al parchetto per metterci dopo l’acqua sotto e vedere se scorre, come il mio primo amore, cosa di cui mi accorgo soltanto adesso mentre scrivo, tale bambino col caschetto biondo mio vicino di casa tra i 5 e i 7 anni, ma anche senza caschetto che non si dica che non sono flessibile nelle mie aspettative e anche scusami bambino, allora non ero pronta. Per il resto facesse la vita, quella nuova, quella che ci sta per capitare.

P.S. In realtà sempre quando vengo a sapere che un mio passato ha un altro futuro, pure fosse il bambino di cui sopra, sento una parte (non così grande mo’ siamo seri, ma c’è) di me, che dice Ma anvedi sto stronzo, non sa che s’è perso. Ecco forse loro cosa hanno perso non lo sapranno mai e alla fine nemmeno noi sapremo mai che cosa ci siamo perse, ma vedrai che ci interesserà molto di più quello che avremo guadagnato.

Ti abbraccio forte forte,

Olimpia

È possibile cambiare ciò che si è?

Cara Olimpia, ti seguo da un po’ e ti scrivo solo per sfogarmi e avere un piccolo momento di sostegno. Ho 21 anni e una vita di cui non sono per niente soddisfatta. Sembrerò banale lo so, ma la realtà è che non so neanche come si faccia a vivere per davvero, ciò che faccio la maggior parte del tempo è sopravvivere in una comoda routine rassicurante, non gli ingredienti giusti per migliorare e migliorarsi, mi sa.
Solo che non so nemmeno da dove potrei cominciare a cambiare la mia vita, mi rendo conto che il tempo trascorre più veloce di me, che mentre passa io sono sempre più sola, così chiusa dentro me stessa, e mi sento impotente di fronte alla mia stessa vita. Ho pochi (e pessimi) amici, un rapporto apparentemente buono con la mia strana famiglia (e qui ci vorrebbe un’altra lettera per raccontarla), anche perché mostro loro solo la parte che si aspettano da me, con una conseguente totale mancanza di comunicazione.
Posso dire di controllare e cercare di prevedere tutte i minimi aspetti della mia vita quotidiana, quando in realtà tantissime emozioni e pensieri sfuggono al mio controllo, con sporadici momenti di ansia e tanta confusione. Mi rendo conto di non stare abbastanza bene, di vivere in un modo che non lascia proprio il segno, con tanti problemi che probabilmente esistono solo dentro di me, ma sono pur sempre problemi… mi sento una bella sfigata sai?
Mi sono dilungata, quindi concludo dicendoti che vado già da uno psicologo, anzi andavo, perché dopo alcuni mesi senza apparenti miglioramenti ho mollato almeno per un po’, per capire se ha senso continuare, anche se adesso mi sento solo un caso con poche speranze e sono così spaventata, che tutto ciò è pure maggiore della mia voglia di continuare questo percorso, che temo non mi porterà da nessuna parte.
Infine, io non lo so se come si dice è sempre possibile cambiare da come si è, certe situazioni sembrano così confuse e complicate che pare davvero difficile intravedere un bagliore di luce.

Un grande (virtuale) abbraccio.
M.

Cara M., non lo so se sia possibile cambiare come si è. A dirla tutta ho grandi dubbi proprio sulla questione del come si è. Mi dispiace comunicarti che mi hai beccata in un momento in cui mi affeziono molto più alle domande che alle risposte, e lo so che sembra paradossale e anche un po’ ingiusto che io ti dica questo, visto che nelle mie intenzioni più nobili anche se un po’ ingenue, c’è sempre questa idea di poter condividere qualcosa che conforti, e le domande, si sa, raramente lo fanno. Ma tu mi porti proprio questa riflessione sul che cosa si è, dalla quale mi sento intimorita e attratta come dai buchi neri ecco.

Se fossimo in una situazione diversa da questa lettera ti chiederei di raccontarmi la tua vita quotidiana, dal che cosa vedi dalla finestra al come occupi tutte quelle ore lì che cerchi di prevedere nei minimi dettagli e che, direi proprio per questo enorme sforzo di tenere tutto in ordine, scappano da tutte le parti e un giorno finisce per sembrare esattamente uguale a quello prima e a quello dopo. Chissà se hai deciso di studiare, di lavorare, se ci stai pensando, se va tutto bene da quel punto di vista o se hai fatto una scelta che non ti rispecchia o che semplicemente non ti piace. Chissà soprattutto se ti senti innamorata, se lo sei stata, se speri di esserlo, se stai con qualcuno che non ti rispecchia o che semplicemente non ti piace. Ancora chissà questi amici pessimi perché continui a definirli amici, se hai mai pensato a quanto possa fare male non sentire di sapere che cos’é l’amicizia, perché sì l’amore, ma una vita senza amici è una vita con molte meno risate, banalmente. Banalmente poi, non c’è nulla di banale nel chiedersi ma come cazzo devo vivere, visto che insomma, se non è la vita fatta di vita, ma di che cosa è fatta, di polistirolo e nuvole?

Ieri qui a Roma c’è stata una scossa di terremoto che ha fatto un gran boato e ha spaventato molti. La sera durante un momento di lavoro si è riflettuto su quel primo messaggio che hai mandato a qualcuno per sapere come stava. La prima che ti è venuta in mente e anche quella a cui saresti voluto venire in mente tu e magari non è successo. Tutti dovremmo avere almeno
due o tre persone che riusciamo a vedere anche al buio e chissà se tu ce le hai o se quelle che pensi di avere non ti rispecchiano o semplicemente non ti piacciono.

Davvero non lo so se si può cambiare quello che si è, quel punto al centro di noi stessi che sembra avere un colore molto preciso che non ha il punto del cuore di nessun altro, quella variazione sul grigio che sembra ad alcuni di noi, chissà, chissà se a tutti, sembra scendere davanti agli occhi ogni tanto e far dire non come cazzo devo vivere, ma proprio ma io posso mai riuscire a essere felice oppure grigio topo vita di merda natural durante. Però so che buona parte di quello che siamo è anche in chi ci sta vicino e in che cosa facciamo delle ore che abbiamo a disposizione. La felicità è più un’abitudine che un raggio di sole. Tanti momenti in cui sono felice sono i momenti successivi a qualche sforzo, quindi momenti che partono per forza tristi, anche molto tristi, e a un certo punto cambiano colore. Ma se dovessi pensare a cose felici senza il resto prima, non mi viene in mente niente a parte l’abbraccio di un amico, di un familiare caro, di un amore, piccole grandi onde che ti vengono a prendere anche se sei fermo.

Quindi chissà che non sia proprio questo momento quello in cui cominci più che a dare tutta la responsabilità a come sei, a darne parte al resto, perché sul resto si possono fare un sacco di cose.

Anche andare dallo psicologo penso somigli in parte al resto delle abitudini che hanno a che fare con la felicità, c’è sempre un momento in cui niente sembra servire a niente, a volte succede perché bisogna trovarsi umanamente in qualche modo e non può succedere sempre, a volte succede che ci sembra che non succeda niente perché abbiamo così tanta fretta di arrivare a una risposta che ci siamo dimenticati di insistere sulla domanda. E la tua, tra tutte le domande, è la più difficile e la più necessaria di tutte. Non si risponde da sola con il tempo, si comincia a dipanare nel momento in cui accetti che anche la risposta sia la più difficile fra tutte. Se dovessi passare una giornata intera senza tenere in ordine niente come sarebbe quella giornata? Puoi provarci, anche solo a immaginarla, cosa faresti in modo diverso o non faresti proprio, cosa mangeresti, a che ora andresti a dormire, cosa ti metteresti per uscire, chi chiameresti per sorridere?

P.S. I cambiamenti epocali hanno la velocità dei ghiacciai più che degli tsunami, ma non se hai mai visto un ghiacciaio, una volta che s’è spostato col cavolo che si sposta di nuovo, eppure è sempre e solo acqua.

P.P.S. Ti lascio qui una cosa scritta tempo fa che mi hai fatto tornare in mente, su quanto possa essere utile sentirsi degli sfigati, chissà che non possa rispecchiarti o semplicemente piacerti.

Il bello di essere sfigati
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Un abbraccio anche in questo periodo di abbracci comunque lontani,

Olimpia

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