Confessioni di una psicologa senza filtro

di Olimpia Parboni Arquati

La posta di Olimpia-Ho 24 anni e non mi hanno mai amata

Cara Olimpia,

ti scrivo da un giorno di ordinaria disperazione, anzi no: almeno per oggi non è poi così tanto ordinaria, se non altro per il motivo. Sto aspettando la risposta di un messaggio mandato a un mio “amico”, che ha deciso di andarsene nel bel mezzo della conversazione, chissà a fare che: lo spuntino della mezzanotte, pisciare? Tutto può essere. Ho sempre avuto per lui un interesse che va aldilà dell’amicizia. Lui lo sa, perché io gliel’ho detto, ma non corrisponde (?) e l’amicizia continua – spero che tu capisca il mio punto di domanda, corrispondere, non corrispondere, che significa poi? – ora mi ha risposto e vado a vedere. Solo un minutino, però, per far attendere anche lui, mi sembra abbastanza giusto. Non sono mai stata fidanzata, ho 24 anni. Ho mai amato? Beh, questa è più complessa, ma ti direi di si, in forme più sottili, certo, nascoste, mai palesi, ma profonde. Forse ho amato anche molto, dall’interno di un buco nero dove nessuno poteva vedermi. Ho amato nel silenzio, e come accade in questi casi non sono stata ricambiata, e ho perso un po’ la speranza. L’ho persa un po’ del tutto. I. – si chiama così – è l’unico che continua ad abitare i miei sogni, ma aspetta un attimo, devo rispondergli, o diventerà tardi.

E voilà, ha risposto qualcosa che non doveva rispondere. Non importa. È un egocentrico triste che non ammette di esserlo, ed è un sogno che ormai puzza di muffa. Cinque anni sono troppi per un sogno così. E dunque io rimango qui, nella mia cameretta di casa, in attesa di un nuovo giorno per deprimermi. Come si trasforma la paura in voglia, Olimpia? Volevo chiederti questo. Come si rende il tempo un alleato per se stessi? Io sono sempre stata una grande sognatrice, ho sognato talmente tanto che qualche volta mi sento stanca dei miei sogni. Ma la mia immaginazione va da sé, è l’unica parte di me che non si esaurisce mai, insieme alla tristezza. Un connubio fatale.

Mentre immaginazione e tristezza volavano ho fatto l’università di psicologia, con buoni risultati. Ora sto per laurearmi, e poi non so assolutamente quale delle tante sfaccettature della professione “psicologo” vorrò intraprendere. Per ora so solo che ho scelto la psicologia del lavoro e che mi fa schifo – è la prima volta che lo dico così apertamente sai? Nel frattempo cerco di capire quanto la mia infelicità potrà impedirmi di svolgere bene il lavoro che ho scelto.

I sogni sono sempre stati la cosa più bella che ho mai avuto. Eppure questa mattina mi sono svegliata, e ho pensato che sognare era uguale a morire, perché mentre sogni la vita va avanti senza che tu la stia vivendo. Che 24 anni sono pochi per morire, e dovrei iniziare a vivere. E indovina? Non sapevo da dove iniziare. Non consigliarmi uno psicologo, ci vado già da sette mesi e anche se non sembra abbiamo fatto progressi.  Da qualche parte ho letto che le nostre azioni dovrebbero assomigliare più ai nostri sogni che alle nostre paure, e da quel giorno ho paura anche un po’ di sognare. Da dove si inizia? Tu hai scritto in un tuo post che ti è successo quello che succede a tutti: il tempo. Ti devo correggere: con me non ha funzionato neanche lui.

Un abbraccio,

A.

P.s. Mi piace il tuo blog, il nome Olimpia e la posta del cuore: mi ha ricordato che è bello scrivere a qualcuno che non conosci affatto. Mi piaci tu perché hai l’aria di una che ce l’ha fatta, pur conservando tutta la sua normalità e le sue “nevrosi” (passami il termine, non sono nemmeno sicura di sapere bene che cosa significhi ma ci stava proprio bene).

Cara A.,

quando ho avuto questa idea non volevo commuovermi così alla prima botta e lo accetto giusto perché soffro di congiuntivite cronica e l’umidità un po’ aiuta.

Io penso spesso che quando non sai da dove cominciare allora tocca cominciare dalla fine. Purtroppo sono figlia unica quindi ho il vizio di fraternizzare e sorellizzare con chiunque si faccia delle domande che hanno già tolto il sonno a me e perdonami se con te farò lo stesso.

Il tempo inizia a funzionare quando noi cominciamo a romperci le palle di essere come pensiamo di essere e gridiamo basta da un punto così profondo che farebbe uscire l’acqua dal deserto, gli incatenati dalla caverna di Platone e quello spezzatino venuto troppo piccante che tengo in fondo al freezer dal 2008. E secondo me tu ci stai cominciando a stare stretta in quel buco nero nero dove nessuno può vederti. Sai, le cose brillano alla luce, nell’ombra si confondono con i muri quindi staccatici subito perché non sei un cartonicino da parati.

Anche se ti consiglio comunque di vedere questo film che mi è tornato in mente mentre scrivevo “muro”: https://it.wikipedia.org/wiki/Ragazzo_da_parete

Ecco, quando non ne possiamo più di fare sempre nello stesso modo, il tempo diventa nostro alleato perché ci fermiamo ad invertire la rotta invece di lasciarlo scorrere come se stessimo su un tapis roulant. Finché aspettiamo solo un minutino per rispondere a un messaggio e una vita per rispondere a noi stessi corriamo veramente il rischio che diventi tardi. Pensaci, chi sta facendo aspettare chi? Tu il tuo amico oppure la parte che s’è rotta er cazzo de sta’ male aspetta l’altra? Le risposte giuste non compariranno sui nostri telefoni finché sbagliamo le domande e che lo spirito di Kant mi fulmini alle spalle se sto usando male i concetti della filosofia. A tal altro proposito c’è un altro film, preso da un libro che si chiama Guida intergalattica per autostoppisti in cui ad un certo punto viene costruito un grande computer che deve rispondere alla domanda sull’universo, la vita e tutto quanto il resto. The big pc dice che che tra un trilione di anni avrà pronta la risposta. L’umanità tutta si riunisce quel giorno lontano, con trombette e cappellini e tutti in festa quando ecco che la macchina risponde: La risposta all’universo, la vita e tutto il resto è…42! Che cosaaa gridano tutti e the big risponde eh vabbè regà, ma che domanda m’avete fatto pure voi però! Spero di aver reso almeno un pochettino.

Le tue domande sono splendide e curano i miei occhi secchi, però le dobbiamo formulare diverse. Proviamo con che cosa ti aspettavi dall’amore quando eri bambina e come doveva essere il tuo principe ranocchio? Te lo ricordi baby? Perché mi ci scommetto le metaforiche palle che non era certo un egoista triste e un po’ ammuffito. Il poco che ho capito sulle verità dell’amore credo che stia proprio nella corrispondenza (o rispondenza anche), come a dire io ti penso mentre tu mi pensi e sorridiamo insieme perché lo facciamo nello stesso momento.

Tante volte pensiamo che il nostro essere buoni, comprensivi e tendenti alla santità farà in modo che gli altri ad un certo ci ringrazino per il tanto cuore. Invece gli altri cominciano a volerci quando impariamo a dire no e quando smettiamo di aspettare quella redenzione che è compito solo nostro e non dei principi, nemmeno di quelli incoronati, giuro.

24 anni non sono tanti ma non sono nemmeno pochi, probabilmente sono giusti. Quando li avevo io, ho cominciato a vestirmi come una fanciulla e non solo da maschiaccio ma non basterà una vita per insegnarmi a scegliere bene le scarpe e forse nemmeno i fidanzati. Ma io so che le generazioni dopo la mia possono andare più veloci, quindi ti voglio cazzuta e stanca morta della gente moscia per quando spegnerai le candeline di mezzo secolo su questo strano mondo.

La paura si trasforma in voglia e si trasforma in coraggio nell’esatto momento in cui iniziamo a dire basta e ci rimbocchiamo le maniche correndo il rischio che lo facciamo per sentire meglio il vento sulla pelle e non perché stiamo faticando come schiavi nel campo di cotone. Però il requisito fondamentale per costruire il coraggio è proprio quello di cagarsi prima sotto e pensare di non farcela. Vuoi mettere il gusto di stupirsi veramente di essere non cambiati ma solo diventati fedeli alla parte di noi stessi che ci dorme addosso da un sacco di tempo.

Quella cosa tanto bella che hai detto sul sognare e sul morire è il monologo di Amleto. Ehssì, er famosissmo pippone sull’essere e il non essere. Shakespeare glielo faceva dire mettendo bene in risalto che se avessimo coscienza di quello che ci aspetta dall’altra parte, allora ci pianteremmo una coltellata tra le costole visti, sopratutto, gli spasimi dell’amore disprezzato. Ma siccome non ce l’abbiamo tanto vale arrendersi alla sfiga e continuare a soffrire da codardi. Però oh, il principe di Danimarca era un depressone maledetto e comunque aveva avuto una vita di merda e recitava queste cose con un teschio in mano.

Tu invece hai una vita in mano, vedi di stringertela addosso senza permettere che ti tolga il respiro. Esci mia cara A., perché se c’è qualcuno che ti sta aspettando è solo il tuo specchio che vuole vedere come impari a sorridere senza prenderci troppo gusto nella tristezza, che poi ti ci perdi dentro e pensi di meritarti solo quella.

P.S. Dal profondissimo del mio cuore ti voglio dire che i migliori psicologi sono quelli che del dolore ne sanno qualche cosa, altrimenti come faremmo a capire quello degli altri? 

P.P.S. Nevroticona fino al midollo, qualunque cosa voglia dire, qualunque cosa abbia a che vedere con l’essere sempre a un passo dall’essere arrivati perché non c’è niente di più fermo della perfezione.

Sei una cuoriciona, comincia a distribuirti a chi ti cor-risponde, secondo me sei pronta.

Olimpia

Raccontini-Over&Out

OVER & OUT

(Codice di fine trasmissione nella procedura radiotelefonica)

Non pensava che le cose potessero andare così, si guardò intorno con aria sconsolata e si incamminò verso l’uscita.”

Ecco, un buon narratore l’avrebbe descritta così: dall’alto. Invece lei ci sta ancora dentro a quella cucina assurda, coi ritagli di giornale che gridano ribellione attaccati al frigo, l’orologio fermo all’ora legale in pieno inverno e quella patetica cerata sul tavolo con disegnate le ricette regionali dell’Umbria. Però è vero che non l’avrebbe immaginato mai. Quando l’aveva conosciuto lui era brutto ed era pure stronzo. Di una stronzaggine grossolana, da sportellista di un ufficio pubblico in ora di chiusura. E si vestiva male: la prima volta portava un maglione arancione con le trecce. In prospettiva si sarebbe presa a schiaffi da sola, negli infiniti dormiveglia sudaticci, per non aver riconosciuto il diavolo anche solo da quel particolare, in quel dettaglio di cattivo gusto che già di per sé valeva un pugno. In un occhio.

Ma quest’ultimo punto odora già di presa coscienza, mea culpa e futuro, torniamo in cucina: piove e lui le offre persino un bicchiere di vino mentre, con quell’inflessione dialettale da romano di barzellette, le ripete: Io non so che ditte, nun te amo, capito? Io nun te amo.”

Gli esseri umani immaginano i graffi dell’amore in endecasillabi formali e dizione alla Vittorio Gassman che legge il menù.Mi prenderà le mani e, occhio nell’occhio, mi dirà che l’esistenza grava e riempie così tanto da non concedere il lusso di un amore. Mi dirà che la patria lo chiama a rispondere in un posto molto lontano, che la santità lo invita alla castità, che motivi familiari offuscano la sua anima, che la salute lo obbliga ad una clinica spirituale tibetana e non vorrebbe mai condannarmi ad una vita di monaci calvi e bacche secche. Mi dirà che il cane gli ha mangiato il quaderno in cui ci aveva disegnato il suo cuore. Pur sempre cagate ma, almeno, sonoramente ritmiche.

Gli esseri umani in fondo sperano di poter tornare a casa e piangere come nei film, strappando Kleenex (ma poi chi cazzo li ha mai comprati i kleenex?) da una scatola pronta sul comodino, mentre un’immaginaria radio ti regalaI can’t liiive, if living is withouuut you. Gli esseri umani sperano di poter cambiare la superficie e pure il fondo. È così aveva fatto anche lei, trasformando quel maglione orrendo in cotone fresco, le frasi da osteria in versi di un Neruda postumo. Ma la realtà, alla fantasia, je spacca sempre er culo, come proprio lui aveva detto una volta e lei, per ostinato spirito di contrarietà, quella realtà di egoismi rotondi, docce saltate e giochetti di potere l’aveva fatta diventare l’odore dell’estate, fiori dal cemento e indiscusso amore. La vigliaccheria in timidezza, diamanti dalla merda: ecco che cosa aveva fatto.

La pioggia aumentava, aumentava il battito, aumentavano le sigarette spente, l’orizzonte pareva un punto nero. E allora lei lo fa: si alza di scatto, mette le mani in tasca e tira fuori due evidenziatori abbandonati raccolti nel parcheggio, li sbatte sul tavolo e dice: Mettitici in evidenza sto cazzo, tanto scomparirai lo stesso. Esce di casa, le orecchie le fischiano, sbatte la porta, dio quanta pioggia, ha detto no. No al colesterolo cattivo, no a chi le ha detto di no, no all’arancione, al malamore, alle ricette regionali sbiadite, al vino scrauso. No era stata la sua prima parola, a sua nonna negli anni ottanta.

E no che non l’avrebbe fermata il portone del cancello chiuso a chiave, infatti lo scavalca, goffa come un ciccione alla maratona, ma ci riesce. Le formicolano le gambe per il salto mentre cerca le chiavi della macchina in una borsa enorme e piena di oggetti che al freddo delle mani non si lasciano distinguere. Entra nella scatola di latta con la gloria addosso di chi arriva secondo su due, la bellezza dei vinti col trucco sciolto a forma di panda, il cuore una briciola e il sorriso all’ingiù di chi, non sapendo che all’equazione mancava il fattore X, ha preferito mettere in dubbio se stessa pur di ottenere un risultato. Accende la radio e sbatte su tutti i tasti finché non smettono le parole e sente una melodia qualunque. Arrivata a casa dirà allo specchio che è stata bravissima, intanto alza il volume e

tremando e tremando forte,

lei ballerà sulle stelle accese e scoprirà,

scoprirà l’amore

l’amore disperato.

Disperato, oh“.

 

La posta di Olimpia

Quando ero ragazzina per casa mia girava sempre Il Venerdì di Repubblica e io lo aspettavo sempre manco fosse la mia mattina di Natale. Appena entrava in casa me ne impadronivo e schizzavo subito a leggere una cosa che in realtà esiste ancora. Saltavo gli articoli di attualità, le recensioni dei libri, i programmi TV e giuro anche l’oroscopo per inchiodarmi su quei due paginoni in cui la gente mandava le lettere e quella signora col caschetto bianco e la lingua pungente, al secolo la giornalista Natalia Aspesi, dava le sue risposte spesso un po’ più acide del necessario ma spesso anche intelligenti e quasi mai retoriche.

Ecco a me quella cosa lì piaceva parecchio e vorrei farne una anche io ma dando la possibilità a chi vuole, di aggiungere un commento, un’opinione un vaffanculo o quello che è perché secondo me è una cosa carina e magari ne viene anche fuori qualche riflessione interessante.

In giro ce ne sono tante di queste “poste del cuore“, fatte da personaggi che si improvvisano grandi guru e fino a ieri facevano le vallette in tv e spesso hanno dei toni così banali e ovvi e il mio edicolante saprebbe dirvelo meglio. Io non penso di essere necessariamente migliore però sono una psicoterapeuta, mi piace leggere e mi piace scrivere ma sopratutto le cose che riguardano le persone sono tra i temi che preferisco.

Quindi dai, facciamolo. Raccontatemi i cazzi vostri, qualcosa che vorreste tanto dire ma non avete il coraggio di farlo, qualcosa che vi tormenta, qualcosa che vorreste cambiare, qualcosa che vi pare.

Io mi impegno a scegliere e pubblicare (ovviamente senza il vostro nome) una lettera con risposta a settimana tutti i lunedì, voi scrivetemi qui: olimpiaparboniarquati@gmail.com 

Tutti meritano uno spazio in cui avere voce

Buon anno eroi,

Olimpia

Raccontini-Come non perdersi in un bicchiere d’acqua

Teneva i piedi vicini e con le punte rivolte all’indentro, come un bambino timido al centro di una festa piena di gente. Invece non c’era nessuno. L’acqua cadeva a secchiate stracolme, col peso specifico di tonnellate di piombo e sembravano i cori senza parole ma pieni di rabbia e rumore che sentiva ogni volta allo stadio.

Non un volto, una gamba, un braccio, un piede bagnato. Soltanto un mantello di milioni di spilli che inondava, letteralmente, tutti i pensieri che venivano a galla.
Macchine calde e protette alzavano schizzi ai bordi del marciapiede, tutt’intorno finestre sbarrate ma piene di luce al sapore di cioccolata bollente, densa e preclusa.
Il mondo sembrava sempre molto più esperto a gestire i problemi di lui, che invece sognava arcobaleni mentali, mentre sfondava con i pugni stretti le tasche, per trovare il caldo, il sereno, la pentola proprietà del folletto.
Il mondo invece sembrava averci sempre un impermeabile, nelle tasche. Un infallibile piano B per quando le cose cominciavano a fare acqua da tutte le parti.
Maledetti voi che avete il culo asciutto e parato, pensava, ma come fate a fiutare tormenta e trovare riparo? Mentre a me tocca solo questo scalino stretto e lontano da casa.
Aveva sempre odiato la pioggia, da quando sua madre lo mandava all’asilo con ai piedi le buste di plastica di un supermercato poi andato fallito, invece degli stivali di gomma che avevano su disegnati i personaggi dei cartoni animati e che ti davano una scusa rotonda e perfetta per amare tutte quelle pozzanghere. Invece degli stivali che avevano tutti. Tutti gli altri tranne che lui.
Era questo il pensiero che lo avrebbe fatto affogare anche in un deserto di sabbia: l’essere impreparato lo rincorreva come un ascendente sbagliato fa con i figli nati sotto una stella cattiva.
L’unico scemo senza la maschera nelle foto di classe fatte a carnevale, il bambino con la tuta spaiata e la felpa dell’Ape Maya. Eredità di sua cugina maggiore che un po’ si vestiva da maschio e quindi, alla fine, era uguale.
A dodici anni in panchina a calcetto, a quindici l’apparecchio fisso e il primo bacio verso i 21 al Camping Rubicone di Savignano a Mare, con una tedesca grassa di cui non ricordava il nome. Ma non dimenticava il rumore del traffico sudato sull’Adriatica.
Poi la chimera di una laurea “spendibile”, come l’aveva chiamata allora per giustificare il suo sogno mediocre e pratico, preso da cassetti spalancati, di partecipare attivamente al benessere domestico contemporaneo, implementando la rete economica dedita al design.
‘Addetto vendita arredo bagno piastrelle pavimenti’ recitava senza virgole il biglietto da visita che aveva fatto stampare una volta soltanto e poi basta. Non ce l’aveva più fatta a non pensare che cercare di abbellire un cesso fosse, in parte un lavoro di merda, in parte la storia della sua vita.
Inutile infierire ancora, sarebbe stato come sparare su un’ambulanza che ha appena bucato una gomma, o meglio, come cercare di difendersi dal temporale del secolo cercando di spalmarsi su un portone d’acciaio e farsi bastare 10 centimetri di gradino e 5, o forse zero, di tettoia.
Una specie di piccolo fiammiferaio goffo in mocassini, zuppo e triste, ad invidiare le case e le cose degli altri. Ecco come si sentiva in quel momento che di anni ne aveva quasi cinquanta e un curriculum di false partenze e mancati arrivi nemmeno fosse stato Achille, quello del paradosso, oppure la tartaruga, non ricordava bene.
Fu allora che ci ripensò: “Un bicchiere a metà può essere allo stesso tempo mezzo vuoto e mezzo pieno. E questo viene definito paradosso, vale a dire una cosa difficile da credere perché contraria all’opinione comune e che però è così e nessuno può dare un giudizio più vero dell’altro.”
Forse fu quel tuono improvviso più forte degli altri e niente fulmine come introduzione, forse l’ennesima goccia pesante entrata nel colletto da dietro senza bussare, o forse fu proprio tutta quella vita da comparsa senza battuta e quella vecchia lezione di filosofia che parlava di uguali, contrari, possibili.
Fu niente e fu tutto che gli fecero venire voglia di staccare la schiena da quel finto riparo e togliersi le scarpe, la giacca e tutti i vestiti che c’erano sotto.
Furono le mancanze sul podio a urlargli, a gran voce, da dentro, che la sua era una vita piena. Magari di vuoti, ma piena.
Tutte le volte che aveva ascoltato la musica da solo e a tutto volume, lui era stato felice.
Quando suo nonno gli aveva regalato una medaglia al valore, staccata dall’uniforme, perché aveva salvato una rondine, lui era stato felice.
Ogni volta che pioverà e si concederà le lacrime senza vergogna, lui sarà sempre, anche, felice.
Perché è da vigliacchi pensare soltanto che siano tutti gli altri e non te, senza capire come sia vero, lo stesso, dire che sia solo tu e gli altri, per niente.
E così furono centinaia di macchine calde e finestre protette a vedere un uomo nudo correre sotto la pioggia, con il sorriso di chi non gareggia ma sta solo viaggiando, leggero leggero sotto il cielo pesante, e migliaia di occhi invidiare quell’essere umano così uguale a loro ma così diverso.
Nessuno capì che stava anche piangendo, per aver perso tutto quel tempo a decidere che nel tuo bicchiere non sono le gocce a contare, ma quant’è grande la sete con cui ti fermi a guardarlo.

Il bello di essere sfigati

Quando avevo sette anni i miei genitori fecero una grande festa per il mio compleanno e io la passai nascosta dentro l’armadio a guardare gli altri che si divertivano in giardino. A dodici, se stavo male, spiavo il ragazzino che mi piaceva col binocolo mentre giocava nel cortile della nostra scuola che era proprio lì di fronte. Due anni dopo tornavo dalle vacanze e mi inventavo nomi di piccoli principi azzurri che mi avevano voluto bene durante l’estate perché tutti avevano una storia da dire, tranne me.

All’alba del giorno dopo la mia festa di diciott’anni mi svegliavo sul divano di casa dove mi ero addormentata prima di mezzanotte, camminavo facendo lo slalom tra vari amici distesi ovunque che avevano fatto l’alba nel mio salotto, mi mettevo la giacca, uscivo in terrazza, mi accendevo una sigaretta e confessavo a me stessa di essere nient’altro che una grandissima, ma grandissima, sfigata del cazzo.

Da quando avevo memoria non ne avevo azzeccata manco una, non mi ero mai sentita nel posto giusto al momento giusto, mai detta la frase giusta alla persona giusta, niente. Un’attrice non protagonista nel cinema della mia vita, praticamente una comparsa che sparava qualche parola che nessuno si sarebbe ricordato mai tipo quella che serve gli hamburger in Pulp Fiction. Ma quale? Appunto.

Passavo ore infinite a pensare quanto sembrasse meglio tutto ma proprio tutto quello che capitava agli altri. Tutto più felice, tutto più fico, più facile, più bello.
Tutto molto di più di quanto avessi o sapessi o potessi fare io.
Non mi ricordo quanto spesso mi ammazzassi di pianti in camera, con la porta chiusa a chiave e la faccia dentro al cuscino, ma comunque stavamo tra le due e le duecento volte al mese.

Ma volete sapere la parte peggiore di tutta questa cosa qual era? La parte peggiore è che forse non lo sembravo nemmeno una grandissima sfigata del cazzo, sembravo normale. Avevo le scarpe che avevano tutti e tutti gli accessori che avrebbero fatto dire a tutti “toh, niente di meno, niente di più“. Al massimo qualcuno avrebbe detto che ero giusto un po’ strana. Aggettivo che oggi amo più di qualsiasi complimento e vorrei pure vedere, co’ tutta la fatica che faccio per stare lontana dalle cose normali. Ma rimane il fatto che quel cuscino sempre umido mi teneva sempre sul pezzo e mi ricordava quanto fossi sfigata almeno nell’anima se non nell’abito.

Poi è successo quello che succede a tutti: il tempo. A 19 anni inizio a lavorare come cameriera, più che altro per avere sempre una risposta pronta quando si trattava di avere piani per il fine settimana. E allora comincio a fare le 5 di mattina per forza, a conoscere gente per forza, a sorridere prima per forza e poi addirittura per piacere. Due anni dopo cambio città per continuare a studiare e mi ritrovo in un posto molto piccolo dove imparo una delle lezioni più grandi che ho mai imparato. La imparo anche qui, più per forza che per amore ma alla fine non cambia niente perché la imparo sul serio.

Eravamo pochi, pochissimi. Niente a che vedere con l’idea che mi ero fatta degli splendidi anni di college che avevo rubato dai film. Sembravamo i superstiti di Lost costretti insieme dalle contingenze e scopro il grande paradosso della maggior parte degli sfigati nell’anima: scopro che non solo mi sentivo sempre fuori da tutto ma io per prima tenevo sempre tutti fuori. Ero diventata una miscela letale, quella che si sente un’imbecille ma finisce per sembrare una stronza. Non raccontare mai quasi niente a nessuno, convinta che tanto non si sarebbe capito o non mi sarei spiegata, mi aveva fatto diventare snob, una grandissima snob del cazzo.

A quel punto avevo capito abbastanza per cominciare a parlare sul serio con gli altri diversi dal mio cuscino e posso dire di non avere mai smesso. Ovviamente non è una cosa che ho finito di imparare e mi capita spesso di ritrovarmi ancora ingabbiata nell’abbraccio della sfiga. Tutte le volte che gli altri mi sembrano migliori o diversi ci ricasco sempre e per un attimo mi rimetto la tutina da supersfigata con la faccia da stronza ma poi me la faccio passare semplicemente sorridendo per prima, parlando per prima e riscoprendo ogni volta che certe malinconie ci vengono sopratutto perché siamo pieni di pregiudizi su noi stessi. Così pieni che non prendiamo nemmeno in considerazione tutti i pregiudizi che possono avere gli altri, non su di noi, ma su loro stessi.

Forse ogni essere umano che si guarda allo specchio oppure dentro trova sempre un seme di sfiga e forse raccontarcelo è uno dei modi migliori per stare attenti durante tutte le prossime volte ad essere noi quelli che fanno il primo passo perché sì, va bene lo specchio, ma anche le facce degli altri ci raccontano come siamo. E allora diamoglielo questo sorriso, pronti a correre il rischio di essere un po’ meno niente di quello che ci racconta il nostro cuscino.

E poi, la cosa veramente bella di essere un po’ sfigati è che nel frattempo che la sfiga ti invade, tu comunque in qualcosa ti devi impegnare per stare a galla e sentirti più pieno. Io non ho mai avuto quello stesso appetito per le cose belle che avevo quando piangevo. Mi sono circondata di musica e libri e frasi e saggezze e cose importanti scritte con la bomboletta spray sulla porta del bagno. E poi ancora sogni, tantissimi sogni.

Molto prima di sentirmi una sfigata del cazzo leggevo sempre una storia. Quella di una bambina a cui un mago regalava 3 noci, dicendo che dentro c’erano cose che le avrebbero salvato la vita in momenti diversi. Lei gli dà ascolto e se le porta in tasca fino a che succede davvero che ogni cosa nascosta lì dentro finisce per salvarle la vita. Quindi tutto quello che fate e imparate mentre vi sentite sfigati, non lo buttate, tenetelo in tasca e abbiate pazienza ma abbiate anche il coraggio di parlare per primi.

Cose che mi fanno incazzare

Non sono mai stata una persona di buon carattere e a questo punto non penso che lo diventerò mai. Sono una persona piena di capricci, di ansie e di fissazioni. Sono rancorosa, polemica, presuntuosa e votata al puntiglio sugli altri e su di me. Sono anche una che fa sempre tardi, che non rispetta le scadenze e faccio fatica a seguire le regole. Ma c’è una cosa su tutte che mi rende antipatica, io sono una persona che s’incazza quasi ogni giorno.

Praticamente ho un’incazzatura diversa per ogni giorno del calendario e spesso ne ho più di una per ogni santo. Io mi incazzo, sbuffo, alzo gli occhi al cielo, borbotto e intervengo dicendo la mia pure quando nessuno la vuole sapere. Ma la cosa peggiore è che quasi sempre penso di avere ragione quando m’incazzo. E lo penso per un motivo soltanto, perché ci sono mille cose che mi fanno sentire una cosa dentro che sembra un vulcano e venire voglia di urlare parolacce in un senso e poi al contrario.

Adesso ve ne racconto qualcuna.

Mi fanno incazzare le giornate di pioggia quando sto in giro e mi fanno incazzare le giornate di sole quando invece devo stare a casa. Quelli che ti vogliono vendere gli ombrelli senza pensare manco un secondo che magari in borsa ce l’hai e magari non sta nemmeno piovendo. Mi fa incazzare che perdo l’ombrello ogni volta che piove e poi smette. E tutte le cose che perdo ogni volta che esco e faccio tardi la sera, maglioni, cappelli, accendini, soldi e a volte anche la dignità. O comunque, almeno, la macchina.

Mi fa incazzare quando mi faccio la doccia e in bagno fa caldo e mi devo mettere i jeans e mentre ancora mi asciugo comincio già a sudare, quindi i jeans col cazzo che me li riesco a infilare. Mi fa incazzare la tenda della doccia che si appiccica da tutte le parti mentre tu vorresti soltanto 10 minuti in cui stare tranquilla come fanno le tipe delle pubblicità dei bagnoschiuma che pare che nel loro cesso invece c’è il paradiso del Grand Hotel. La gente che lascia i capelli dentro la doccia mi manda fuori di testa come quella che lascia il dentifricio aperto e lo spreme dalla metà. I pigri che non fanno la differenziata, i fissati che la fanno sempre e quelli che lavano i piatti con pressapochismo. Quelli che mentre camminano e parlano si devono a un certo punto fermare per completare la frase e tu stai dietro e praticamente li tamponi e ti guardano pure male.

Mi fanno incazzare quelli che comprano ancora il Manifesto e quelli che sono fascisti non ne parliamo. I razzisti ancora di più, come se uno poi lo scegliesse il punto del mondo in cui nasce, coglioni. Ma anche quelli buoni con tutti mi fanno incazzare perché non scelgono mai e alla fine odiano tutti. Quelli che non cucinano, quelli che si sentono bravissimi a cucinare, quelli che non improvvisano niente e seguono tutte le ricette per filo e per segno forse mi fanno incazzare ancora di più.

Le luci di natale a fine ottobre, le foto di natale a dicembre, le foto del fidanzato o della fidanzata tutto l’anno. Ma a noi, a noi dico, ma che ce frega? L’amore mica è un riscatto sociale, quindi non serve insistere a dire che siete felici che magari agli altri fa pure piacere o comunque indifferenza o comunque ancora siete ridicoli e basta.

Mi fa incazzare chi per strada mi urta per sbaglio e non chiede scusa e la gente che spinge i tornelli come se volesse tirarteli in faccia. Gli arrampicatori sociali che non lo sanno, ma si vede benissimo il gioco che fate, non lo vedete che lasciate la bava a ogni passo che fate?

Quelli che parlano sempre e quelli che invece non parlano mai perché sembra che nessuno al mondo abbia i loro problemi, invece sono sempre simili a quelli di tutti gli altri. Quelli che dicono “questione di principio” e “onestà intellettuale“, quelli che per ogni cazzata che la vita non dà attaccano con “mai una gioia”, ma basta. Dite due parolacce e fatela finita perché non fa più ridere. Mi fanno incazzare moltissimo quelli che si piangono addosso quasi quanto quelli che ce l’hanno fatta e ti raccontano tutto per filo e per segno che manco i bambini alla mamma per farsi dire bravo. Quelli che dicono “che schifo” e non l’hanno mai assaggiato, quelli che col Bloody Mary ci farebbero il sugo per gli spaghetti.

Il mal di denti mi fa incazzare moltissimo, il mal di schiena lo stesso, il torcicollo non ne parliamo. Le case con le enciclopedie all’ingresso e l’argenteria in salotto e le vacanze a Cortina e l’estate in Sardegna. Quelli che chiedono sempre scusa e quelli che non lo chiedono mai, quelli che dicono sempre grazie e quelli che non l’hanno mai detto.

Mi fa incazzare la signora della profumeria qua davanti che non ride mai e pensa sempre che gli devi rubare qualcosa quindi ti segue. I fobici dei cani, quelli che ti sgridano perché tu hai un cane e loro un bambino, anche se il tuo cane si fa i cazzi suoi e il bambino lo stesso. Quelli precisi con i soldi e quelli che si dimenticano sempre che glieli hai prestati.

La gente che tiene cartelle ordinate sul computer mi fa incazzare, anche quelli che tengono le bollette nelle cartelline tutte divise e trasparenti e trovano sempre tutto a partire dal 1950. I maestri e i loro discepoli, le sette, le comitive, le gang mi fanno incazzare.

Quelli che ti fanno alzare dal posto invece di sedersi su quello vicino che comunque era tuo ed era pure più comodo. Gli stizziti, i delusi d’amore, quelli che sono tutti stronzi e quelli che ci credono peggio dei fedeli in dio. I puntuali che quando sono pronti aprono la porta mentre tu stai ancora in mutande.

Mi fa incazzare il traffico e la gente che nel traffico non ci sa stare. Quelli che della musica sentono solo quello che passa la radio e quelli che conoscono tutta la musica e te non sei nessuno. Chi legge troppo e chi non legge per niente, quelli che se dici una frase più lunga di un solo respiro ti dicono che palle e che sei pesante. Quelli che si lamentano in ascensore, in autobus, in fila al supermercato, alle poste. Mi fanno incazzare gli angoli dei tappeti che si girano sempre e i quadri che non stanno mai dritti e i vestiti sporchi che non finiscono mai. La polvere sui lampadari, la polvere sotto il letto, la polvere sui ricordi e sotto le zampe delle sedie.

Mi fai incazzare tu, sì, proprio te che pensi di non valere un cazzo ma lo sai che non è vero perché fai come me la maggior parte del tempo.

E io, che mi incazzo così tanto, mi incazzo con tutto e con tutti, lo faccio soltanto perché anche io, sì, proprio io faccio tutto quello che mi fa incazzare continuamente e non mi perdono mai.

Allora oggi e soltanto oggi io perdono te e quasi quasi pure me stessa e invece di incazzarmi vorrei tanto abbracciarti e dirti che va bene così. Va bene abbastanza il modo in cui sei fatto, però devi guardarti dentro, perché da vicino siamo tutti normali, siamo tutti simili, forse solo un po’ meno speciali di quanto pensiamo. Non ti incazzare.

Olimpia Parboni Arquati

Una lettera quasi d’amore

Oggi vi riporto una lettera che ho scritto un po’ di tempo fa a una persona che il giorno prima mi ha regalato un anello e il giorno dopo non mi voleva più vedere. Il perché io non l’ho mai capito e a dire il vero l’ho chiesto soltanto una volta ma non ho mai ricevuto risposta. I dettagli non sono importanti, forse nemmeno interessanti e comunque somiglia alla storia di moltissime storie.

 

Non rimpiangete la vostra generosità e non accanitevi mai a cercare l’acqua nel deserto però cercate sempre di uscire dalle situazioni con dignità, perché quello sarà il vostro ricordo più bello quando sarete di nuovo liberi di guardare indietro e contenti di essere andati avanti. Ho provato ad essere simpatica, ho provato ad essere sincera, ho provato a non essere pesante, ho provato a non essere invadente. Oggi l’unica cosa che mi importa è sapere di averci provato. (E la vaga sensazione di aver avuto fortuna a non esserci pure riuscita).
Come iniziare una lettera per il tuo batticuore estivo il primo giorno d’autunno
Cara amica settembrina, sei caduta in uno di quei trappoloni dialettico-relazionali come un fico secco. Avresti tanto voluto esprimerti con la stessa eleganza persuasiva dell’Antonio di Shakespeare ma poi sei finita per sembrare più un rugbista al placcaggio che cerca di venderti l’ultima offerta della Wind. Bene, bravissima. Imparare a sbagliare meglio è comunque segno di progresso e poi è bene avere una certa profondità di repertorio.
Adesso ti chiedi se lasciare correre i fatti come fossero macchine rosse che hai contato sull’autostrada, oppure fare una foto al momento, chiedendo ai fatti di stringersi nella cornice di quello che mi piace chiamare lo spiegone.
Qui te ne propongo vari stili, se dovessi ritrovarti in uno di questi, sentiti libera di selezionarlo con una X, copiaincollarlo sulla tua bacheca, chiedere il parere di tua nonna oppure trascriverlo dietro la porta del bagno della tua discoteca preferita.

Telegrafico

informoti dispiacere nostra concordanza sbrindellata
Saluti
Musica di sottofondo:

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Machissei

Machissei? Machevvoi? Mallevateva’.
MdS:

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Hipster e fatalista

Ciao…, quello che è successo tra noi è solo un altro frammento che ci ricorda l’inevitabile insuccesso di ogni tentativo di relazione. Siamo esseri finiti costretti ad avere a che fare con l’infinito, quindi ogni definizione scioglie i cerberi messi a guardia del nostro sudatissimo cinismo, unico bene veramente e candidamente nero in un mondo altrimenti grigio e fumoso.
MdS: https://www.youtube.com/watch?v=UNRghlld8HU

Psicorazionale

Ciao…, quello che è successo tra noi né più né meno di quello che doveva succedere tra due persone che non si conoscono ma si idealizzano perché non si possono vedere. Qualunque fantasma avessimo paura di incontrare, siamo stati abbastanza in gamba da evocarlo. Al clacson del primo semaforo, ci siamo svegliati e abbiamo pensato che sopravvivere a noi stessi nel mondo è già tre quarti del culo che dobbiamo farci, l’ultimo quarto meglio spenderlo con un bicchiere di vino.
MdS:

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Kleenex sul comodino

Ciao …, quello che è successo tra noi non mi fa smettere di pensare all’ingiustizia di chi pare che se vole bene ma poi non sa che deve fa. Che esistenze aride in fin dei conti, non ci si può scoprire che subito vieni menato. Le parti tenerelle andrebbero messe sotto naftalina come i capotti, non stiamo al festival del cioccolato, questa è la giungla baby, se ti guardo negli occhi è solo per sapere se spari per primo.
MdS:

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Telenovela

Hola…,Paquito me duele la cabeza de lo que estoy aturdida de lo que fue. Hablè con Dolores y ella hablò con Angustias y con Soledad.
Seguimos hablando y llegò también Decepciòn. Hemos hablado todo el dìa. No hemos llegado a nada.
MdS:

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Cane arrabbiato

Ciao il cazzo, quello che è successo tra noi è di una banalità disarmante. Le tende di mia nonna in cantina sanno più di fresco che questa ennesima sveltina del cuore. Questo vorrei pure ma sai…mi fa pensare più a Verdone con la voce nasale che dice ravanelli, piselli e patate che ai grandi idoli con la nevrosi. Anzi, toccherebbe ad un certo punto stare attenti a chi ci scegliamo come idolo, che poi diventiamo la caricatura di qualcuno che fa la caricatura di se stesso. (Mi sento tutto un Nanni Moretti nevrotico dentro, n.d.r) Se la fine dell’estate (Forse ti volevo solo perché era estate e che palle quello de I Giornalisti, n.d.r.) non vuole dire niente, tranne meno sudore, allora perché criticare il melodramma e poi fare una puntata da soap di Retecapri? Il limite dello struggimento è un muro fatto di noia.
MdS:

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Stile libero                                                                  X

Ciao…, quello che è successo tra me e te ma che ne so.

Muoio dalla voglia di dire scusa, dire che rispetto tutto, capisco tutto e sono buonissima. No. Sono pazza, cambio idea su tutto ogni cinque minuti. Ero confusa quando ti ho conosciuto, ero confusa prima e domani farò errori peggio di quelli che ho fatto ieri, dico dico ma sono la prima che scappa, lasciando che il tempo annacqui le cose.
A sto punto mi sa voglio anche io l’analista e poter dire “il mio analista ha detto che” quand’è il mio turno nel giro di racconti tra amici.
Non so nemmeno perché sto scrivendo tutte queste fregnacce quando invece vorrei passare sei mesi in Groenlandia a meditare sul senso di vattelapesca.
Io non ho illuminazioni né spiegoni da fare. Vorrei saper dire mi manchi e basta ma ho un brutto rapporto con le cose semplici.
Sto qui per l’unica vera nostalgia che può capitare anche a me, quella di avere delle cose da dire che però direi a te.

Cose piccole, come chissà se quelli che la domenica mattina corrono, ai semafori si fermano o continuano sul posto e se le femministe che vanno ai corsi di ceramica fanno anche la spesa oppure hanno un orto verticale nel box doccia. Cose che c’erano prima e ci saranno dopo, negli oceani dei ciao come stai, se non ricordo male ti piacciono i gatti, posso invitarti per un caffè?
Prima ci inciampo sugli scalini (sono un po’ goffa, n.d.r.) ma credo che la mia natura sia quella di sedermici e commentare il mondo vicino al ginocchio di qualcuno con cui posso stare anche zitta. O magari questa è la natura del mondo e io non me ne accorgo.
Se un giorno usciamo da questo autolavaggio mi piacerebbe incontrarti ancora dall’altra parte perché mi hai fatto ridere come se fossi felice.
MdS: —

O.

Per te che stai sempre con il telefono in mano come me

Non sopporto tutte quelle cose che ci trattano come se fossimo stupidi, perché poi finisce che lo diventiamo.
Quindi non sopporto tutti quelli che dicono che non dobbiamo stare sempre con i telefoni in mano semplicemente perché non ci dobbiamo stare. E basta.

E’ un po’ come quelli che ti dicono che fumare fa male, bere troppo fa male, tradire è sbagliato, il parmigiano sul pesce no, la doppia fila no, le bugie no, rimanertene a casa a capodanno no, il nero con il blu no. Sappiamo da centinaia di anni che spiegare le cose senza spiegarle è inutile e ti fa venire solo più voglia di farle, e invece niente, sempre la stessa storia. Nessuno che almeno provi ad argomentare la questione senza prendere per buono che tu, a livello teorico, sappia distinguere il bene dal male quanto la destra dalla sinistra. E’ nella pratica che sembriamo stupidi, ma tutto il resto lo capiamo tutti bene abbastanza.

Io a questa cosa ci penso sempre, e penso ai come mai, ai dipende, ai segreti nascosti ma poi penso pure che non va tanto bene non provare a vedere le cose come se fossimo quello che siamo: strani animali a due piedi, vestiti chi  meglio chi peggio, tutti attenti a scrutare gli altri che fanno perché è giusto che sia così. Perché è tra me e te che ci dividiamo lo spazio che abbiamo intorno e succede che ci modelliamo al contenitore in cui stiamo, perché animali vabbè, ma pure relazionali, se no non parleremmo nemmeno, o no?

Per questi motivi che ho appena spiegato malissimo, io non ci riesco a dire che i telefoni sono cattivi e nient’altro ma penso a 3 ragionevoli punti che potremmo considerare prima di allungare la zampa per andare a vedere chi non ci ha scritto, né cercato né niente, negli ultimi cinque minuti ogni cinque minuti. E ve lo dico per un motivo soltanto, perché c’è un’altra cosa che sopporto ancora di meno di tutte le altre: quando qualcuno per strada mi urta mentre io cerco di camminare tranquilla nelle mie giornate del cavolo, che già per natura mi offrono una serie di ostacoli, e ci mancate solo voi che mi date spallate mentre smanettate su Whatsapp o vi leggete Paolo Fox. E a voi, vi ci manco solo io.
1. La posizione del telefonista incallito non è una posa studiata che dà il meglio di noi, come quando ci impegniamo fortissimo prima di farci una foto e tiriamo su il collo come Timon, il cane della prateria che c’è nel Re Leone. La posizione del telefonista incallito tira fuori una cosa che invece vogliamo sempre nascondere: IL DOPPIOMENTO. Fateci caso, per favore fateci caso.
2. Fissare la pentola aspettando che bolla l’acqua rende l’attesa uno strazio. Quando nel frattempo fai qualcos’altro,  invece il tempo aumenta la marcia ed è subito toh, butta la pasta. Per questo mi piace ogni tanto lasciare il telefono dove non lo posso vedere e poi tornare e dire toh, quanti messaggi. Troppo semplice? Ma va, cambiare il ritmo del tempo è qualcosa che somiglia al miracolo ma senza intervento divino.
3. Nessuno vuole essere banale ma quasi nessuno vuole essere strano, però secondo me vale la pena provarci e vedere che cosa succede. Perché la capacità di cambiare la moda è una cosa che puoi fare anche tu e la puoi fare quando ti pare. E corrilo sto rischio di essere diverso dagli altri, se no sarai sempre una pecora mascherata da leone tosto e gajardo.
L’altro giorno ho bucato l’ennesima ruota e quindi, con la spocchia del romano che la macchina la prende pure per andare in edicola, ho preso I MEZZI. Madonna mia i mezzi.

Per dare più senso alla sfiga ho deciso di fare le cose in modo diverso: niente telefono, voglio andare a guardare la gente che mi sta seduta davanti. Ero così arrugginita che non riuscivo più a uscire di casa. Ce l’ho fatta dopo buoni 40 minuti e sembrava davvero che stessi partendo per il fronte in Siberia: biglietto, musica, cuffiette, libro, sciarpa e bottiglia d’acqua che fa tanto persona sana e che si vuole bene.

I 40 minuti seguenti li ho passati in piedi, ingessata nel mio armamentario, promettendo a me stessa che mi sarebbe bastato. La verità, mi è avanzato. Ho scambiato parole con una persona, due mi hanno chiesto cosa stessi leggendo, tre o quattro mi hanno dato una gomitata ma solo per scendere e forse tutto il vagone si è chiesto che cazzo stesse facendo sta tipa, piena di cose in mano che fissa le gente e sorride.

Non ribellatevi alle regole che dicono gli altri se prima non ve le spiegano, ma ribellatevi a voi stessi quando seguite delle regole che in fondo non avete nemmeno capito.

Be smarter than your smartphone.

Olimpia Parboni Arquati

Ventimila volte grazie

Ventimila è un numero più grande di quanto sappia contare, dopo il due ci sono quattro zeri ma ho dovuto controllare su Google. La prima maestra di matematica che ho avuto diceva sempre che le penne rosse erano state inventate apposta per me.
Quando c’erano le lire non avevo l’età per averne in tasca così tante, al massimo quelle per un ghiacciolo e un paio di Goleador. Oggi se devo spenderne 200 per cambiare le gomme della macchina ho bisogno di un business plan per essere sicura di farcela a fine mese, figuriamoci se ci aggiungo altri due zeri ancora.

Io non so come dirvelo, che voi siate diventati così tanti mi ha mandato il cervello in corto circuito, come se fossi una calcolatrice trovata nell’uovo di pasqua che deve contare il debito pubblico di una nazione. Signore, signori, grazie per essere dall’altra parte di questo schermo. La possibilità che qualcuno leggesse quello che scrivo non era scritta da nessuna parte ma non posso nascondervi quanto sia felice e quanto sia commossa.

Era una sera di fine maggio, i primi tiepidi entravano dalle finestre e io decidevo che non sarei uscita da quella stanza se prima non avessi provato a fare quello che volevo fare da tanto tempo: provarci. Provarci senza vergogna, provarci senza tornare indietro e senza sapere come andare avanti. Oggi è un pomeriggio di inizio novembre, le finestre sono tutte chiuse e questa stanza è sempre la stessa. Io invece no, perché a maggio non avevo voglia di commuovermi, adesso invece non so più dove nasconderla e allora ve lo racconto.

Ogni notifica che compare è il segno che qualcuno, da qualche parte, sta regalandomi un pezzetto della sua fiducia. Per ogni cosa che vi è piaciuta, qui ci sono sempre io a stupirmi che sia successo. Nessun click vale più di un altro e nessun click passa inosservato. Non importa se so spiegarla bene, questa sorpresa che mi fate tutte le volte, quello che importa è provare a dirvelo. E allora, cazzo, grazie Anna, grazie Angie, grazie Ambra, Anna Rita, Jenny, Luana, Antonio, Niko, Eliana, Roberta, Fatima, Monica, Sara, Mariella, Leonardo e Alina. Grazie Francesco, grazie Elena, grazie Vittorio, grazie Federica, grazie Roberta, grazie Katia, grazie Matilde, Debora, Andrea, Fabrizio e Marta. Grazie a tutti quelli che non nomino perché è proprio il fatto di non riuscire a farvi entrare tutti qui dentro che mi fa venire voglia di commuovermi e sopratutto di dirvi grazie.

E siccome è una delle due parole più difficili in assoluto, ci metto dentro anche la seconda: Scusa. Scusatemi se non abbondo, se non esagero, se sparisco e non scrivo niente, scusatemi se non ho risposto a tutti i messaggi e scusatemi se ero rimasta senza parole.

Succede. Succede sul serio che le cose belle poi ti fanno paura, perché ti sembra che non siano vere, che non te le meriti e che non riuscirai mai a mantenere quella felicità con lo stesso ritmo. Per un momento ma anche per due e per tre io ci ho pensato a dire basta, abbandono tutto, lascio la nave perché ho perso il timone, che rimanga una pagina tra un milione, persa negli oceani delle parole come una barchetta di carta nell’acqua infinita.

Ma se è vero che spesso mi cago sotto, i vostri nomi sono più veri del coraggio che a volte non trovo e più veri di tutte le paure tutte quante insieme. Io tra 10 minuti mi alzo e apro tutte le finestre e poi mi metto a cantare anche se non so farlo e a dire al mondo e alle macchine in corsa su questa strada, che io non sono mai stata così contenta di aver provato a fare qualcosa e vorrei tantissimo che se vi capitasse di rinunciare a un’idea prima di aver provato a farla vera, vi sentiste come me adesso: scemi ma non arresi.

Mi chiamano psicoterapeuta, ma io preferisco Olimpia e dire che mi piace vedere le persone tristi diventare felici e allora per favore fatelo pure voi. Non datemi del Lei, non dite esperta e non scusatevi mai se avete voglia di chiedermi qualche cosa. Io non mi disturbo, io mi emoziono e basta se qualcosa di quello che dico io serve a sciogliere anche solo un grammo di quello che qualcuno di voi vive come un nodo dentro.

Sono troppe le volte in cui diamo per certo che le nostre parole siano solo granelli di sabbia nel deserto e sono troppe le volte in cui non è vero. Me l’avete fatto capire talmente bene che non potevo più aspettare per restituirvi questo regalo che scarto ogni volta che i miei occhi vedono i vostri nomi.

Grazie. Grazie ventimila volte.

Olimpia

La presa a male

Uno dei miei capricci è quello di poter rispondere che sto di merda quando sto di merda e qualcuno mi chiede come sto.
L’etichetta vuole che se inciampi per la strada, con rapido scatto felino e nonchalance a pacchi, tu ti rialzi, ti sistemi il ciuffo come Sgarbi, ti spolveri il brecciolino dalle ginocchia e acciaccato ma sorridente ti rimetta a camminare con il mento alto verso il sole e lo sguardo all’orizzonte. Ma la verità è che a volte prendi certi pali che ti fanno passare pure la voglia di pettinarti e che se solo si azzarda a smettere di piovere sigilli tutte le tende. Perché la presa a male, quando arriva, arriva forte e scura, e quel panettone Motta ti sembra che te l’abbiano tirato in faccia con tutta la scatola.

Sono quei capitoli delle nostre storie in cui veniamo avvolti da un senso di malessere che non somiglia ai soliti rodimenti della domenica. Quando per esempio ti si rompe lo sciacquone del bagno e passi tutto il pomeriggio a strizzare il pavimento senza risolvere il problema. No, io ti sto parlando di quei capitoli in cui ogni parola sembra una salitona in bici. Quelli in cui lo sciacquone ti si rompe, ma di lunedì mattina; il problema non lo risolvi, però ne crei uno più grande usando uno dei tubi come liana; il giorno prima ti eri perso gli occhiali da vista, il giorno dopo trovi un bell’orzaiolo; hai bucato una gomma e anche il parafango sembra volerti dire qualcosa. E poi baby, questo comunque è solo lo strato che riguarda gli oggetti. La vera guerra è quella che ti tiene sveglio tutte le notti e che è fatta di un disordine molto profondo a livello di tutte le voci dell’oroscopo. Tranne un bel raffreddore, ma per fortuna i primi freddi stanno alle porte.

Durante quelle pagine trovi sempre un sacco di gente che ti dice coraggio, ti dice fatti forza che così non va bene, iscriviti a un bel corso creativo, vai a correre, vatti a fare una vacanzetta che ti vedo così giù, oppure vai da uno psicologo, no?  Ma tu non sei giù, oh no, tu ti senti che cammini bendato in un campo minato fatto di inquietudini. Ogni passo è falso e a ogni mossa c’è qualcosa che scoppia.  Non è mai davvero importante ostinarsi a trovare il motivo unico e solo di questa notte tutta nera, o comunque non è lì che sta l’uscita. Quando capisci che in una parte che pesa sul totale, sei proprio tu lo stronzo che si spara sui piedi, l’ultima cosa che vuoi è un altro stronzo a dirti che non è vero.

Secondo me la vera presa a male merita più rispetto di così. Non me la sento di liquidarla sul tapis roulant di una tamarrissima palestra o con l’acquisto forsennato di scarpe che non metterò mai. Se vengo colta dal sacro fuoco del dolore per il tempo che ho perso e dalla paura tremenda che ne continuerò a perdere, io pretendo di attraversare questa valle di sbagli conciata nel peggiore dei modi. Voglio trascurarmi così tanto da fregarmene di sembrare matta se esco in pigiama, voglio sentire tutte le canzoni più piagnone che ho e voglio scoprirne di nuove più piagnone ancora, voglio alzarmi alle 3 e trascinarmi in cucina per stappare la prima birra, voglio non rispondere a nessuna cosa che illumini il mio telefono, voglio piangere davanti alle pubblicità, voglio che ogni bomba mi faccia tutte le ferite che deve, voglio mangiare solo hamburger e patatine per un mese. Io, se sto di merda, voglio poterlo vedere ogni volta che incrocio uno specchio. Perché è quello l’unico posto in cui devo stare.

Non date mai retta a nessuno che vi dica di aver capito una cosa importante mentre era in vacanza ai Caraibi. Ma prendete per sante tutte quelle citazioni di gente per bene, quelli che dicono che dopo la tormenta stai dai dio o che la salita serve per il panorama. Non c’è un solo saggio che davanti a una presa a male non ti direbbe che ti servirà più di qualunque abbronzatura mai avuta. Niente di buono, di bello, niente che duri a lungo è mai stato pensato in un oceano di belle giornate. Invece le perle che puoi trovare nuotando nel tuo mare di merda saranno il tuo racconto migliore per i prossimi anni. 

La casa in cui ho passato l’ultimo anno dell’università aveva le pareti dipinte di blu e il giardino pieno di tartarughe. Con me c’erano Francesca e Roberto, tra le migliori teste con cui ho mai parlato la prima, enologo appassionato di Tavernello il secondo. E poi c’era il Mitico. Il Mitico soffriva pene d’amore mai viste, svegliava Francesca di notte, placcava Roberto davanti al camino e fermava me ogni volta che stavo sul punto di uscire. Ma un giorno si è alzato dal tavolo e ha detto: “Va bene ragazzi, io vado cinque minuti a piangere in camera e torno“. Abbiamo riso tutti così tanto forte che le lacrime gli sono passate. Il Mitico si merita un grazie, perché da quel giorno, i miei cinque minuti di merda, me li prendo a voce alta e senza vergogna.

Olimpia Parboni Arquati

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